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Full text of "Collezione d'opuscoli scientifici e letterari ed estratti d'opere interessanti"

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^    493*01 


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As 


\ 


COLLEZIONE 

D'OPUSCOLI  SCIENTIFICI 
E  LETTERARJ 

E   D 

ESTRATTI  D'  OPERE  INTERESSANTI 


Fìresque  acquirit  eundo. 

VIRG. 


Voi.  XIII. 


NELLA   STAHPSniA   Dt   ISBOO    OGNIt 


OSSERVAZIONI 


SOPRA  I  MONUMENTI  ANTICHI 


VMITI   AkL'onkA  INTITOLATA 


L'    ITALIA 


AVANTI  IL  DOMINIO  DF  ROMANI 


LETTE  NELL'  APRILE  DEL  MDCCCXI. 


IN  FIRENZE. 


INTRODUZIONE. 


y . 


Amore  eh'  io  nutro  per  le  bel- 
le arti  e  per  l' antichità  figurata  destò 
in  me  il  desiderio  di  esaminare  i  Mo^ 
numeriti  antichi  aggiunti  alF  opera  i/z- 
titolata  V  Italia  avanti  il  Dominio  de 
Romani . 

Siccome  pei  miei  studj  ebbi  già 
opportunità  di  esaminare  e  disegna- 
re gran  parte  di  essi,  cosi  facilmen- 
te no  potuto  fare  alcune  osservazio- 
ni relative  alle  spiegazioni  date  dal- 
l' A.  ed  alF  applicazione  ch^  Egli  ne 
fa  nella  sua  opera . 

Io  le  presento  al  Pubblico  speran- 
do far  cosa  grata  a  coloro  special- 
mente che  son  dediti  agli  studj  del- 
le antichità  Italiane . 

Nel  sostituire  a  varie  dottrine  ed 
asserti  delP  Autore  le  mie  opinioni , 
mi  han  fatto  scorta  le  autorità  dei 
Classici  e  T  osservazione  de'  Monu- 
menti . 


Mentre  V  Autore  ci  previene  dT  es^ 

sere  entrato  in  una  via  non  ancora  a- 
perta  (i)  io  mi  dichiaro  ali*  opposto 
di  battere  una  strada  già  schiusa  dal 
Lanzi  seguito  da  più  moderni  e  più 
dotti  del  nostro  secolo  ;  senza  di  che 
non  avrei  potuto  contrapporre  ad  un 
lavoro ,  che  V  Autore  ci  annunzia  per 
compito  in  molti  anni  (2) ,  queste  mie 
osservazioni  comunque  distese  in  po- 
chi giorni  tendenti  soltanto  all'  inda- 
gine della  verità,  per  cui  possono  spe- 
rare dal  cortese  Lettore  almeno  un 
benigno  compatimento. 


(1)  Stf  con  troppa  fiducia  ho  deliberato  d*  entrac- 
te in  una  via  non  ancora  aperta  (  Pref  al  Tom.  !• 
deir  Ital.  av.  il  Dom.  de*  Romani  )  proposizione  già 
provata  erronea  e  pel  sentimento  e  per  la  frase  :  so- 
pra di  che  vedasi  la  Gazzetta  Universale  4ì  Firen- 
ze del  Gennajo  1811.N.  6.  nel!*  aggiunta  Osserva- 
zioni critiche  sull*  opera  intitolata  l' Italia  avanti 
il  dj>minio  dei  Romani . 

(2)  Pref.  al  Tom.  I.  dell*  Italia  av.  il  Dom.  dei 
Romani . 


*     OSSERVAZIONI 

SOPHA  liA   PREFAZIONE 

PREMESSA 

ALLA  SPIEGAZIONE  DEI  MONUMENTI . 


Testo  .  JLJa  pubblicazione  di  questi  Mouu* 
menti ,  per  la  più  parte  inediti , 

O^ERv AZIONE  I.  Le  Tavole  dell*  Atlante  sono 
sessanta ,  oltre  la  carta  Geografica  ;  venticinque 
delle  quali  contengono  Monumenti  già  editi  ^  e 
quindici  ban  tipi  replicatissimi  nei  Musei  ,  e 
'pubblicati  in  più  opere  d'  Antichità  figurata, 
come  resulta  da  un  indice  che  si  trova  in  fine 
di  queste  mie  Osservazioni  ;  onde  sole  venti  sono 
le  Tavole  de*  Monumenti  non  pubblicati  uè  re- 
plicati . 

Testo  .  ha  unicamente  per  scopo  d*  illustra* 
re  la  storia  degli  Antichi  popoli  Italiani. 

OssERv.  2.  Mi  lusingo  che  dopo  le  mie  osser- 
vazioni sui  Monumenti  ogni  lettore  imparziale 
converrà  che  per  esser  questi  e  di  epoca  e  di 
rappresentanza  diversa  da  quel  dato  tratto  di 
storia  che  V  A.  vuole  illustrare  y  non  fanno  anzi 
che  recare  ad  essa,  oscurità  e  confusione. 

Testo.  Per  le  diligenze  da  me  usate  in  rac- 
corli  e  presentarli  nella  forma  la  meno  imper- 
fetta . 

OssERv.  3.  Non  spetta  a  chi  copia  un  antico 
Monumento  il  presentarlo  in  unajorma  menoim- 


\ 


8 

perfetta.  L'Amatore  delte  Arti  e  1* EruditO'TO- 
gliono  il  disegno  simile  all' originale  si  nelle 
bellezze  che  nei  difetti ,  per  tirarne  le  loro  con- 
getture relative  alla  storia  ed  all'arte.  Ogni  al* 
terazione  è  abusiva  e  rende  inutile ,  anzi  dan* 
uosa  la  pubblicazione  del  Monumento . 

Testo,  posso  lusingarmi  che  i  Lettori  trove* 
ranno  in  questa  parte  della  mia  fatica  nuovi 
motivi  di  curiosità,  d'istruzione  e  di  diletto. 

OsfiERv.  4. 1  due  precitati  difetti  e  di  relazio- 
ne coi  passi  dell^.  storia  ai  quali  sono  richia- 
mati AaìV  A.  e  ^i  fedeltà  di  disegno ,  rendono 
questa  di  lui  fcitica  incapace  di  darci  veruna 
istruzione.  Né  devon  poi  esibirsi  Monumenti  an- 
tichi per  curiosità  e  per  diletto  da  un  A.  che  ha 
unicamente  per  scopo  d' illustrar  con  essi  un'  ope' 
ra  che  ci  annunzia  con  tanta  importanza. 

Testo  .  Fra  la  copia  de'  Monumenti  di  questo^ 
genere  che  vedono  ne'  Musei  d'  Italia  e  d'  01- 
tramonti 

OssERV.  5.  Questa  voce  Oltramonti  che  sì  bene 
inorpella  il  periodo  e  tanto  magni6ca  le  cure 
dell*  A.  per  dare  all'opera  la  miglior  possibile 
perfezione  y  corrisponde  nella  sostanza  ad  una 
Ciorniela  eh' Egli  pone  alla  T9V.  54.  la  quale 
mancando  di  spiegazione  e  del  suo  vero  carattere 
originale  xl' incisione  non  può  applicarsi  allo 
scopo  d*  illustrare  la  storia  degli  antichi  popoli  di 
Italia^ ed  è  perciò  inutile  in  questa  raccolta  ;  ed 
a  poche  medaglie  ch'Egli  ha. scelte  non  già  nei 
Musei  d*  Oltramonti,  ma  negli  Autori  che  le  haii- 
no  illustrate. 

Testo,  ho  dovuto  limitare  la  mia  scelta. 

OssERV.  6.  Quando  V  A,  ha  posti  in  questa  rac- 
colta dei  Monumenti  Romani  ed  altri  di  sogget- 


9 

to  incognito,  e  perciò  inutili  al  sussidio  della 

«uà  opera  »  ha  perduto  ogni  dritto  dì  prote- 
stare che  la  »ua  scelta  è  limitata;  mentre  ognuno 
può  giudicarla  soverchiamente  carica  d'inutili 
Monumenti  relativamente  allo  scopo  per  cui  sono 
pubblicati  .     . 

Testo-  a  qne'  che  potevano  meglio  suppli- 
re la  storia  dei  costumi. 

OssERv.  2-  Quando  io  dimostri  che  1*  A.  non 
•ha  conosciuto  gran  parte  de'  soggetti  rappresen- 
tati ne' Monumenti  da  esso  scelti,  avrò  bastan- 
temente provato  r  impossibilità  che  ne  resulta  di 
farne  una  giusta  applicazione  alla  storia  de'co- 
stami  dì  quei  popoli  dei  quali  ragiona  . 

Testo.,  e  delie  arti , 

OssERv-  8.  Gome  si  può  supplite  la  storia  delle 
arti  fra  gli  antichi  Italiani  senza  far  menzione 
della  statua  di  A-  Metello  comunemente  detta 
l'Oratore  Etrusco  della  Imperiale  Galleria  di 
Firenze  »  mentre  essa  è  il  capo  d' opera  di  quelle 
scuole?  Chi  potrà  ragionare  dell' eloquenza  la- 
tina e  tacere  delle  opere  di  Cicerone?  Se  poi 
r  A.  non  giudica  questo  Monumento  auterio* 
re  al  dominio  dei  Romani  in  Italia^  perchè  dun- 
que ne  riporta  altri  ugualmente  posteriori  ? 

Testo  .  si  strettamente  congiunta  a  quella 
dello  spirito  umano. 

OssERV.  9.  Anche  Paagloss  filosofando  in  tutto 
ci  disse  99  Remarquez  bien  que  les  nez  ont  été 
n  faits  pour  porter  des  lunettes ,  aussì  avons  nona 
99  des  lunettes  99  Inutile  ostentazione  filosofica. 
£  qual  è  mai  quell'azione  umana  volontairia  che 
vada  disgiunta  dallo  spirito  umano  che  ne  è  la 
causa  motrice  ? 

Tfsto.  Per  mezzo  loro  vedrassi  non  tanto  il 
progresso  delle  arti  toocauiche  , 


10 

OssERv.  IO.  E  per  mezzo  delle  mie  089er?a* 
ziifni  vedrassi  quanto  sia  immaginaria  e  man- 
cante affatto  di  prove  la  storia  delle  arti  To" 
scane  dataci  dall*  A.  nella  sua  opera . 

Testo,  quanto  alcuni  saggi  dell'arte  piÌL  per* 
fezionata , 

OssERv.  II.  Come  mai  posson  dar  saggio  deW 
arte  più  o  meno  perjezionata  quei  monumenti , 
ai  disegni  dei  quali  fu  tolto^  il  carattere  origi- 
nale e  furono  sostituite  delle  bellezze  tutte  pro- 
prie dei  disegnatori  che  gli  han  copiati? 

Testo,  atti  a  convincere  che  i, buoni  esemp) 
sono  da  cercarsi  non  solamente  tra  i  Greci,  ma 
molte  volte  fra  gli  Etruschi  ancora. 

OssERv.  12.  Qui  è  messa  in  campo  una  di- 
sfida di  confronto  fra  gli  esempi  Greci  e  gli 
Etruschi ,  ma  non  compariscono  in  lizza  che  i 
soli  Etruschi .  Eppure  i  Greci  han  doppio  titolo 
di  comparirvi,  sì  per  sostenere  il  confronto  pro- 
posto, sì  perchè  divenuti  Italici  per  lunga  loro 
permanenza  neir  Italia  inferiore  prima  del  do' 
minio  dei  Remani  han  dritto  al  par  degli  Etru^ 
schi  d' illustrare  coi  loro  monumenti  la  storia  de^ 
gli  antichi  popoli  Italiani  . 

Testo.  Ciascun  monumento  essendo  chiamato 
di  luogo  in  luogo  iu  sussidio  del  testo  , 

Osserv.  iS.  £^  mìo  scopo  il  dimostrare  qual 
superficial  relazione  abbiano  alcuni  monumenti 
coir  opera  per  la  quale  son  pubblicati  e  quali 
confusioni  ed  errori  portino  ad  essa  la  maggior 
parte  di  quei  che  son  male  Inter petrati  dati' A. 
che  gli  scelse . 

Testo  .  mi  è  sembrato  che  una  breve  spie- 
gazione dei  medesimi  fosse  per  essere  la  pia 
gradita^ 


II 

OsSBRV.  14.  Eseinpj  di  alcune  spiegazioni  date 
4air  A.  sono  i  seguenti .  Statuetta  muliebre  in 
-bronzo  coperta  di  alto  tutulo  con  vestito  stretto 
riccamente  ondato  ed  armille  ,alle  braccia — Deità 
marina  con  ali  al  capo  ed  agli  omeri  in  mezzo 
-alle  quali  si  vedono  due  occhi ,  tenente  una  spada 
nella  destra.  Queste  potrebbero  dirsi  non  già 
spiegazioni ,  ina  descrizioni  ìnutilissime  per  chi 
Ila  otxbi  da  vedere  che  il  monumento  inciso  è 
una  statuetta  col  vestito  stretto  e  colle  armille 
alle  braccia,  e  che  la  Deità  marina  ha  le  ali 
al  capo  ed  agli  omeri  e  la  spada  nella  .destra  . 
Quando  poi  alla  partenza  di  Anfiarao  per  la 
guerra  di  Tebe  ha*  data  la  spiegazione  di  scena 
domestica  di  più  ancelle ,  ed  al  sacrifizio  d' Ifi- 
genia quella  d'  una  espiazione  Etrusca,  non  può 
altrimenti  lusingarsi  che  tali  spiegazioni  sieno  le 
.più  gradite. 

Testo  .  e  la  più  conforme  al  fine  d' un*  opera 
essenzialmente  isterica. 

OssERV.  i5.  Perchè  la  spiegazione  di  un  mo- 
numento sia  conforme  al  fine  d^un'  opera  essen» 
xialmente  istorica,  la  quale  comprende  i  fatti ,  i 
costumi  e  la  religione  di  quei  popoli  ch^  ne  so- 
no il  soggetto,  bisogna  ch'essa  dichiari,  ancor- 
ché brevemente ,  tutto  ciò  che  in  esso  vi  è  di  re- 
ligioso, di  morale  e  di  storico  ^  affine  di  avvalo- 
rare col  monumento  stesso  la  tradizione  che  ab- 
biamo di  quella  data  parte  di  storia,  di  costume 
e  di  religione  *,  notizie  che  quasi  sempre  'man« 
cano  al  nostro  A.  Oltre  di  che  un'opera  essen* 
zialmente  isterica  debb' esser  basata  sulla  verità 
e  certezza  dei  fatti  noti  all'  A-o  almeno  sulla 
certezza  delle  relazioni  autorevoli  di  chi  glie  li 
trasmise*  I  monumenti   poi  servono  alla  storia 


12 

e  le  accrescono  fede  ed  autorità,  quando  i  fatti 
e  gli  usi  narrati  dallo  scrittore  combinano  con 
quelli  espressi  dall*  Artista.  Ma  se  io  proverò 
che  molti  passi  di  Autori  Glassici  sono  male  in* 
tesi  dair  A.  e  molti  Monumenti  male  interpe- 
trati  da  esso ,  domanderò  allora  al  mio  lettore 
che  mai  diverrà  d' un'  opera  che  si  predica  per 
essenzialmente  istorica  ? 

Testo  .  Saranno  le  mie  cure  premiate-  abba- 
stanza se  dall'  unione  e  dal  valore  degli  Artisti 
di  luoghi  e  nazioni  diverse  da  me  impiegati  per 
r  eseruzione  di  questo  volume 

OssERV.  16.  Chi  si  appagasse  soltanto  della 
gonfiezza  di  tali  espressioni  quali  sono  :  la  limi- 
tazione nella  scelta  di  Monumenti  che  vedonsi  nei 
Musei  d*  Italia  e  d^  Oltramonti:  V  unione  ed  il  va* 
lore  degli  Artisti  di  luoghi  e  nazioni  diverse  ec, 
potrebbe  certamente  giudicare  che  grande  esser 
dovesse  l'importanza  di  essi.  Ma  chi  considera 
che  ad  ogni  passo  fatto  in  Italia  trovasi  un* 
antica  pietra  istruttiva  al  pari  di  quella  esisten- 
te Oltramonti  e  riportata  dall'  A.  e  che  ogni  Ar- 
tista, purché  esatto  disegnatore,  fosse  Italiano, 
Francese  o  Tedesco,' avrebbe  potuto  contribui- 
re egualmente  all'esecuzione  del  suo  Atlante, 
trova  sicuramente  tali  espressioni  inutili  ed  im- 
ponenti soltanto  alla  volgare  ignoranza .  Sareb- 
be poi  cosa  troppo  umiliante  per  la  nostra  Ita- 
lia, anzi  per  la  Toscana  stessa,  ove  Benvenuti 
e  Morghen  formano  il  fondamento  d'  una  scuola 
lì  perfetta  di  Arti, se  vi  fosse  bisogno  di  ricor- 
rere alle  nazioni  diverse  per  disegnare  ed  incidere 
poche  carte  topogr.itiche  ed  alcuni  semplici  con- 
torni di  monumenti  antichi . 

Testj.  potrassi  conoscere  la  mia  onesta  bra- 


i3 

ma  di  contribuire  in  quanto  per  me  si  poteva 
all'onore  della  patria  comune ^ 

OssERV.  f^.  L' A.  domanda  il  premio  delle jsue  cu* 
re  per  aver  contribuito  aW  onore  della  patria  comune 
mentre  l'aver  fatto  ricorso  ad  Artisti  di  nazio- 
ni diverse  per  sì  lieve  lavoro  è  talmente  disono- 
rante per  essa,  come  ho  già  di  mostrato ,  che  ap- 
pena egli  dee  aver  coraggio  di  sperarne  perdono. 

Se  poi  Egli  non  si  purga  dalle  censure  che  si 
pubblicano  continuamente  contro  la  sua  opera 
nel  Giornale  detto  il  Magazzino  Enciclopedico 
di  Parigi,  nelle  Osservazioni  critiche  aggiunte 
alla  Gazzetta  Universale  di  Firenze,  in  varj 
opuscoli  di  Milano ,  ed  in  altri  fogli  periodici 
del  giorno ,  domanderemo  all'  A.  qual  sarà  V  ono* 
re  eh'  Effli  avrà  recato  con  essa  alla  patria  co- 
mune ?  Nò  vaglia  in  sua  difesa  il  dir  eh'  Ei  non  cu- 
.  ra  o  disprezza  le  altrui  censure ,  poichò  ci  viene 
insegnato  dal  Gran  Cicerone  esser  ancor  questo 
un  difetto  nelle  opere  che  si  sottopongono  al  giù* 
dizio  del  Pubblico  :  j^  Ut  enim  pictores ,  et  ii , 
qui  signa  fabricantur ,  et  vero  etiam  poetae  , 
raum  quisque  opus  a  vulgo  considerari  vult, 
ut  si  quid  reprehensum  sit  a  pluribus ,  id  cor- 

rigatur sic  aliorum  judicio  permulta  no- 

bis  et  facienda  et  non  facienda  et  mutanda  et 
corrigenda  sunt.  Cic.  de  Off.  Lib.  i.  num.  41. 


^ 


OSSERVAZIONI 

SULLA  SPIEGAZIONE 

DELLE  TAVOLE  IN  RAME 

£   SUL    TESTO    DBLl'  OPERA    A    CUI 
SI    HIFERISGOKO. 


Testo  .    X  av.  i.  Pianta  topografica  di  Volter- 
ra antica  e  moderna  miiurata  e  disegnata  nel Tan* 
no  f  809.  Le  mura  segnate  a  buono  mostrano  quel- 
la porzione  che  rimane  in  piede:  le  punteggia* 
-4ure  indicano  T andamento  delle  rovinate  . 

OssBR V.  1 8.  La  pianta  del  circondario  di  quello 
antiche  mura  pubblicata  dall'  Inghirami  nel  suo 
libro  intitolato  Etruscarurn  Aatiquitatum  Frag^ 
menta  fino  dal  idS^  si  può  supporre  anche  più 
precisa  di  questa ,  perchè  non  avendo  le  mura 
fioflferto  allora  un  cosi  notabile  deperimento  co* 
me  attualmente  dimostrano ,  non  avea  bisogno 
d'essere  in  tanti  luoghi  supplita  ove  nel  posto 
non  se  ne  vede  più  traccia  . 

Testo.  Tav.  V.  Pianta  topografica  di  Fiesole 
misurata  e  disegnata  nel  1808.  vedasi  Tom.  L 
pag.   127.  n.  a. 

Oss:.Rv.  19.  Alcuni  pratici  del  paese  sosten- 
gono che  la  pianta  sia  quasi  un  terzo  più  grande 
del  vero  circuito  delle  antiche  mura  di  quella 
Città.  Se  questa  è  così  inesatta  , che  cosa  dovre- 
mo noi  pensare  delle  altre  cinque  poste  in  quest^ 
opera  ? 


i5 

TsSTO.  Tav.  X.  Mura  di  Gossa .  Essendo  qu«- 
sto  r  uaico  esempio  in  Toscana  di  mura  costrut* 
te  di  grosse  pietre  di  figara  poligona  irregolare 
lenza  cemento  ec. 

Os9BRv.  20.  Tutte  le  moraEtruscbe  han  qual- 
che pezzo  di  costruzione  a  grandi  pietre  poligone 
e  spesso  irregolari^  specialmente  nei  luoghi  sco* 
•cesi  e  presso  i  fondamenti  e  dove  non  trovansi 
comodamente  pietre  bastantemente  grosse  da  ri- 
durle a  grandi  parallelogrammi . 

Testo.  Tom.  I.  pag.  laa.  n,  i.  Le  figure  che 
diamo  di  tali  muraglie  (  Tav.  IX.  XXI.  )  cioè 
di  Volterra ,  Populonia ,  e  Fiesole  possono  far 
conoscere  il  grande  artifizio  con  cui  quelle 
pietre  vengono  a  commettersi  insieme  mediante 
i  piani  e  gli  angoli  in  esse  lasciati , 

OssERT.  ai.  Giò  conferma  in  gran  parte  la 
mia  superiore  osservazione. 

Testo  .  Prosegue  :  talché  con  si  giudizioso  e  fa- 
cile combaciamento  erano  ritenute  dalla  stessa 
loro  mole  ed  enorme  peso  solidamente  in  sito 
senza  calce  0  cemento  alcuno  che  non  vedesi 
mai  adoperato  negli  edifizj  di  vera  costruzione 
Etrusca , 

Ossee V.  22-  Qual  meraviglia  che  le  pietre  delle 
mura  Etrusche  fossero  commesse  senza  calce  o 
cemento ,  mentre  erano  ritenute  dalla  stessa  loro 
mole?  Non  convengo  per  altro  che  non  vedasi 
adoprato  cemento  in  altri  edifizj  di  vera  costru- 
zione Etrusca ,  mentre  la  Piscina  Volterrana  eh* 
è  fra  i  capi  d*  opera  delle  fabbriche  Etrusche 
ha  cemento (i), perchè  ivi  e  non  nelle  mura  era 

(i)  Vedi  Goti  Mtts.  Etrus.  Ton»»  III.  Disseit. 
I.  pag.  63* 


ì6 
necessario .  L*  À.  stesso  dimentico  di  questa  sua 
asserzione  in  opposizione  a  se  stesso  conviene 
nella  mia  opinione  alla  spiegazione  della  Tav. 
LI.  come  farò  osservare.  Se  ne  deduca  dunque* 
che  gli  Etruschi  usaron  cemento  ove  il  bisogno 
]o  richiedeva  .  Se  peraltro  V  A.  avesse  assegnato 
r  epoca  in  cui  gli  Etruschi  incominciarono  ad 
usar  cemeuto  nelle  fabbriche  loro,  la  questiona 
allora  mutava  aspetto. 

•Testo.  Tom.  il.  pag.  128.  Le  fortificazioni 
degl'Itali  antichi,  ed  i  loro  progressi  nell'arte 
della  difesa  ,  vedonsi  ovunque  proporzionati 
al  respetcivo  stato  di  civiltà . 

Oss£Rv.  f23.  La  solidità  di  mura  si    antiche ,  \ 

quali  sono  V  Etrusche  dimostra  air  incontro  che  # 
/*  arte  della  difesa  fu  anteriore  ai  progressi  di 
civiltà  che  fecero  gli  Etruschi  ner  resto  delle  arti 
e  delle  scienze ,  le  quali  non  avanzarono  se  non 
dopo  che  Roma  ebbe  soggiogata  la  Grecia,  come 
dimostrerò- in  seguito. 

Testo  .  Raramente  la  debolezza  delle  muni-  ^ 
zioni  dellecitià  pressoi  Latini,  gli  Equi ,  Vol- 
ci ,  e  Sanniti  permetteva,  di  resistere  all'  impeto 
d'un  primo  assalto,  quando  circondata  a  un 
tratto  la  piazza  a  modo  di  corona  (a]  oppidumque 
corona  circarndatum  scalis  captum  Liv.l  V.  47.  etc.) 
riusciva  appoggiare  le  scale  ed  aprirsi  con  qual* 
che  rottura  un  varco  nel  muro. 

OssERv.  24.  Livio  non  parla  di  rottura  di  mU' 
ro ,  né  questa  si  fa  con  appoggiarvi  scale ,  ma 
con  macchine o  strumenti  atti  a  tal  uopo.  Il  pas- 
so di  Livio  prova  la  solidità  e  non  la  debolezza 
delle  munizioni,  poiché  quando  il  nemico  si  de- 
termina di  dar  la  scalata  ad  un  Castello  è  ma- 
nifesto segno  che  non   ha  trovato  mezzo  meno 


k 


^2 
pericoloso r  mentre  conre  ognun  sa,  la  scalata  è 

di  tutte  le  aggressioni  la  pììi  micidiale ,  e  per* 
ciò  r  ultimo  dei  telitativi;  né  il  nemico  avven- 
tura mai  una  scalata  ove  possa  aprirsi  un  varca 
nel  muro -Dovear  dunque  il  nostro  A.  congettu* 
rare  da  quello  sccdis  captum  che  le  mura  anti- 
che erano  così  forti  da  non  potersi  prendere  che* 
eoa  la  scalata - 

Testo.  Tav.  XII.  i.  Mura  di  Todi.  Vedasi  Tom, 
I.  pag.  óf.  2.  Mura  di  Segni,  e  porta  detta  Sara* 
cinesca  rastremata  nella  sommità,  che  sembra 
avereappartenuto  alle  fartificazioni della  rocca. 
Vedasi  Tom-  III-  pag.  129. 

Tom.  II.  pag.  128.  Di  poi  certo  si  migliorò 
tra  questi  medesimi  popoli  Tarte  di  fortificar- 
B\,come  vedest  negli  avanzi  delle  antiche  mura 
di  Preneste  >  Gora ,  Àlatri ,  Ferentino  ,  Segni , 
Norba ,  e  Alba  ne*  Marsi ,  condotte  con  smisurate 
pietre  pulite  alF  esterno ,  tutte  tagliate  a  poli- 
goni irregolari  di  cinque ,  sei  e  sette  lati ,  con- 
nesse fortemente  insieme  senza  calce  e  cemen- 
to ,  lavoro  quanto  stabile ,  altrettanto  faticoso 
(I]  Ved.  le  Tav.  X-  XII.  ) 

OssERV.  25.  Gli  esempj  addetti  dair  A.  non  pos* 
son  provare  il  miglioramento  delV  arte  di  fortificar^ 
si  tra  quei  popoli,  poiché  dalle  mie  osservazioni 
n.  20.  e  21.  si  deduce  cb^  la  costruzione  a.po- 
ligoni  irregolari  sia  d'eguale  antichità  e  solidi- 
tà di  quelle  costruite  a  grandi  massi  quadrati. 
Tantoché  ciò  che  adduce  V  A*  prova  soltanto 
che  in  amico  quei  paesi  ebbero  forti  mura.* 

Testo.  Tom.  IL  pag,  129.  n.  i.  Benché  sia  pia- 
ciuto al  Sìg.  Petit  Radei  chiamar  tali  mura  Ciclo* 
pee^efarne  un  capo  di  cauclusioui  istoriche,  vi 
sono  forti  ragioni  per  credere  che  simile  strutta- 
fi 


I? 

ra  dì  muraglie  convenga  a  tempi  meno  antichi 
(  Vedi  le  spiegazioni  annesse  alla  Tav.  XII.  ) 

OwSscE^v,  26.  Ecco  r  Articolo  della  spiegazio- 
ne citata. 

Testo  .  Tav.  XII.  Tal  maniera  singolare  di 
costruzione  osservata  nelle  mura  di  parecchie 
QÌttà  della  Grecia  e  d' Italia  ba  indotto  il  Sig. 
Petit  Radei  a  chiamare  quelle  mura  Giclopee  ed 
a  ravvisarvi  una  maniera  antichissima  di  edifi- 
care .  L' opipione  di  tanta  antichità  può  parere 
nondimeno  debolmente  stabilita, se  riflettasi  che 
di  tutte  le  citta  Etrusche  Gossa  è  da  riputarsi 
fra  le  meno  antiche  per  essere  stata  non  già  una 
delle  principali ,  ma  solamente  colonia  0  terra 
dei  Volcienti  . 

OsSbrv.  27*  Primieramente  ilSig.  Petit  Radei 
non  parlando  in  particolare  delie  ifura  di  Cassa 
aia  in  generale  di  quelle  delle  città  Greche  ed 
Italiche ,  ha  ragione  di  tenerle  per  antichissime 
non  ostante  V  opposizione  del  nostro  A.  9  poiché  T 
aver  tali  m^r^  pliche  Co^a  meno  antica  prova  sol- 
tanto che  Tuso  di  tal  costruzione  sussisteva  tut- 
tavia in  Italia  anche  all'epoca  della  fondazioiid 
di  quella  Città  (i>. 

r 

(i)  Procesto  al  mio  lettore  di  non  av«r  potuto 
Ijpggere  quanto  il  Sìg.  Petit  Radei  ha  scritto  sopra 
questo  soggetto  :  ho  peraltro  veduta  una  lettera  del 
Sig.  F.  Ch.  Sickier  inserita  nel  Magazzino  Enciclopedi- 
co di  Parigi  Tom.'Il.  Marzo  181 1.  nella  quale  si  vnol 
provare  Gkf  tali  mura  si  edificassero  anche  ai  tempi 
Romani ,  ciò  che  ridonda  ij>  favore  della  mia  opinio- 
ne, senza  pec  ahro  distruggere  quella  del  Sig.  Pe- 
tit Radei  il  quale  vuole  che  anche  più  anticamenta 
fosse  in  uso  quella  costruzione  di  mura  a  grossi 
macigni  ,  come  ce  ne  assicurano  gli  scrittori  cho 
io  cito  in  seguito  . 


I 
I 


'\  «  ■ 


19 

Che  poi  le  rniiira  costroite  dì  grosse  pietre  8ian<^ 
non  giàeflfeccodi  miglioramento  dell*  arte  di  for- 
tificarsi, ma  d'antichissima  eforse  primitiva  istitu- 
zione.  lo  sappiamo  da  Omero,  ebe  parlando  di 
un  muro  esistente  in  Sicilia  ai  tearpi  di  Ulisse , 
fo  dice  costrutto  ài  grosse  pietre  trasportabili  col* 
le  carrette  (r) ,  e  da  Tucidide  che ,  parla  dei  carri 
che  le  trasportavano  (2) .  Questo  storico  più  chia-^ 
ramente  ne  ragiona  parlando  delle  mura  del  Pi^ 
reo  d'Atene  costruite  di  grosse  pietre ^  edifizio 
inalzato  ai  suoi  tempi,  cioè  verso  gli  anni  di 
Roma  272.  Il  nostro  A.  immaginando  in  Italia 
mura  antiche  di  debole  costruzione  ne  porta  in 
testimonianza  l'assalto  dato  dai  domani  ai  La- 
vici (3)  che  secondo  Livio  fu  neir  anno  di  Ro^ 
ma  332*  cioè  sessanta  cinque  anni  dopo  la  co- 
8truzit)n.e  delle  mura  del  Pireo  in  Atene,  e  56^. 
anni  dopo  resistenza  d'Omero  che  descrive  le 
mura  della  Sicilia  . 

Testo.  Tom,  L  p<rg.  lai.  In  vero  gli  Etru- 
schi furono  considerati  come  inventori  di  quella 
maniera  d^ architettura  militare  (fjDiouys.  ».  ù& 
Tzetzes  ad  Lycoph.  717-  )  E  Tom,  IL  pag.  lapw 
n.  3.  E^  noto  che  dal  nome  di  coteste  torri,  di 
cui  eran  guarnite  tutte  le  città  Toscane ,  vo^ 
levasi  derivato  quello  de*  Tirreni .  Rutiiio  (  Itim 
1 ,  596.  )  chiamò  pure  gli  abitanti  deli*  Etruria 
Turrigenas , 

Ossaav.  23.  Ai  tempi  d'Erodoto,  il  quale 
fiorì  negli  anni  di  Roma  2^5.  iù  circa  ,  già 
V  Etruvia  avea  il  nome  di  Tvrrenia  (4)  e  per  con^ 

(1)  Odfss.  VI.  267. 

(2j  I>e  beli.  Pelopon.  L  23<. 

(3)  Vedi  rOsserv.  2\. 

(4)  To^9minw  Erodot.  Clio  I.  94* 


3o 

•«eguenza,  ammessa  la  dottnoa  del  nostro  A.  sali' 
eticDolugia  del  nome  Tirreno  ,  dqvea  essere  a 
quei  tempi  già  celebre  per  le  sue  murai  che  è 
quanto  dire  di'  erano  esse  già  inventate  molto 
prima  delT  anno  di  Roma  2^5.  Ho  provato  con 
y  autorità  stessa  di  Livio  (i)  che  la  pretesa  de- 
holezz'a.  delle  mura  esisteva  tuttavia  nell'anno 
<ii  Roma  33^  ;  e  da  ciò  ne  resulterebbe  che  lo 
mura  antiche  d'Italia  fossero  state  forti  fino 
dall'  anno  di  Roma  s^S.,  e  secondo  Omero(2)  56;;. 
anni  prima  che  la  costruzione  delle  mura  fosse 
debole;  assurdità  che  repugna  non  solo  al  buon 
senso,  ma  anche  alla  massima  del  nostro  A-  che 
vuole  deboli  le  antiche  mura  Italiche  ,  e  di  poi 
migliorata  quell*  arte  di  fortificarsi . 

Si  uoti  che  r  A-  riporta  quattro  Tav-  con  no- 
ve disegni  di  mura  che  non  han  fra  loro  quasi 
uessuna  varietà  come  ho  provato.  Qua!  inutile 
profusione  di  Rami  e  di  mura!  Essa  resulta  anche 
maggiore  dal  considerare  che  il  Gori  diede  già 
nel  suo  Museo  Etrusco  (3)  tre  Tav.  di  que- 
ste medesime  mura  di  Volterra  ^  Cortona  e  Fie- 
sole . 

Testo,  Tav.  XIII.  Avanzi  d' un  edifizio  ro« 
mano^  detto  volgarmente  tempio  di  Marte,  si* 
tuato  in -Todi.  Può  notarsi  che  parecchi  degli 
emblemi  scolpiti  nelle  metope  ki  trovan  pure 
sugli  assi  e  le  medaglie  di  Todi .  Vedasi  Tom. 
1.  pag-  6i. 

OssERV.  29.  II  solo  nome  romano  ne  fa  mani- 
festa r  inutilità  in  un'  opera  che  ha  per  titolo 

(l)  V.  rOsserv.  n.  37. 
(•2)  V.  r  Osserv.  n.  27. 
(3:;  Tom.  ili.  Tab.  I.  II.  III. 


HI 

V  Italia  avanti  il  dominio  dei  Romani.  Bramo 
poi  sapere  dal  nostro  À.  quali  conseguonze 
debba  io  dedurre  dal  notare  che  gli  emblemi  scoi* 
piti  nelle  metope  si  trovano  pure  su  gli  assi  e  le 
monete  di  Todi . 

Testo.  Tom,  i.pag.  6i.  n.  i.  Gli  amatori  delle 
antichità  ci  sapran  grado  di  pubblicare  il  di- 
segno d*  un  edifìzio  Romano, detto  volgarmente 
tempio  di  Marte,  situato  inTodi. V.  Tav. XIII. 

OssE&v.  3o.  Gli  amatori  delle  antichità  sa- 
prebber  grado  alV  A.  ,  qualora  coerentemente 
alla  sua  storia  ddV  Italia  avanti  il  dominio  dei 
Romani  avesse  dati  in  luce  edifiz)  di  queir  epo- 
ca; come  sono  i  temp)  di  Pesto ,  1' Anfiteatro  di 
Gapua,  la  Cloaca  massima  e  tante  altre  fabbriche 
Iraliane  antiche  tuttavia  esistenti  e  delle  quali 
TA.  non  dà  alcun  saggio,  mentre  è  prodigo 
di  monumenti  estranei  al  suo  te  ma,  perchè  il  csi- 
so  soltanto  porge  ad  esso  l'occasione  di  arric* 
cfairne  il  numero  dei  suoi  Rami.  E^  da  notarsi 
quanto  questa  prodigalità  sia  in  opposizione  al- 
le proteste  dell*  A.  di  aver  dovuto  limitare  la 
scelta  a  quei  che  potevano  meglio  supplire  la  sto* 
ria  dei  costumi  e  delle  arti  d' Italia  avanti  il  do^ 
minio  de*  Romani . 

Testo.  Tav.XlV-  i.  Guerriero  tenente  una 
lancia  nella  destra  e  nella  sinistra  un  fiore,  sa 
cui  posa  un  uccello. 

OssERv.  Si.  Non  è  un  fiore  quello  che  tiene 
nella  sinistra  e  molto  meno  un  ucce/Zo  quel Ij)  che 
sopra  vi  posa.  Lanzi  (i)  lo    descrive  per  ^  un 


(l)  Notizie  prelim.  circa  la  scnlt.  degli  antichi  , 
e  i  vani  suoi  scili.  Operetta  che  trovasi  nel  Sag- 
gio di  Lingua  Etrusca,  e*  di  altre  antiche  d*  I- 
t  :lia  . 


\ 


22 

^  giovane  con  Iniigjt^i  capelli  e  con  breve  tunica 
f^  armato  di  ipicc^  e  di  gladio  con  ornainea- 
^  to  nel  fodero  ^lUfilfB  a  larga  foglia  99.  An- 
q\ì%  in  altri  mon^gi^^ti  d^  questo  genere  vi  sono 
varj  ornati  nei  manichi  delle  spa<fe  (i).  In  fat* 
ti  come  mai  un  guerriero  potrebbe  avere  in  ma- 
no un  fiore  ed  ìf/i  uccello  sopra  di  esso  ? 

Tesato,  Prosegua.  Scultura  del  più  antico  sti- 
lè di  rilievo  assai  basso  in  pietra  arenaria  che 
vedesi  nel  Cortile  del  palazzo  Buona^rroti  in  Fi- 
renze. Vedasi  Tom.  II.  pag.  167. 
'  Os9|£RV.  32.  Dobbiamo  a  Lanzi  (2)  la  giusta 
assegnazione  di  questo  genere  di  monunentì 
alla  prima  epoca  dèlia  scultura  Etrusca  »  ma  il 
nostro  A.  non  si  avvide  che  Lanzi  include  que- 
sto monumento  nella  classe  dei  Toscanici  ;  quin- 
di è  che  r  A;  non  lo  nomina  come  tale, sebbe- 
ne ve  ne  afaimetia  altri  che  meno  vi  han  luogo  ^ 
come  dimostro  alla  osserv.  60. 

Testo.  Tom.  Upag.  1S7.  Alcune  tracce  del- 
r  arte  Egizia,  phe  i  Toscani  potettero  cono* 
scere  ed  imitare  dopo  che  per  ragione  di  traf- 
fico visitarono  l' Egitto ,  si  osservano  ancora  in  al* 
cuni  monumenti  della  più  antica  maniera  (4] 
Ved.  Tav.  XIV.  XV.  XVI.  ) 

G4jS£av,  33.  Il  (iori  (3),  Caylus  (4),  Win- 
chelmann  (5)  cenpeio  questa   opinione  s  ma  do- 


(i)  Ved.  M  Monum.  n.  2.  posto   alla   Tav.    XIV. 
41  quSsta  raccolta . 

(2)  Notizie  prelim.  circa  la  scultura  degli  Ant.  p.  XI. 

(3)  Mus.  Etr.  Tom.  Il  ,  pag   43 r.  487. 

(4)  Recueille  d'  Aotiq.  Egipt.  Etr.  et  Rota,  Tom. 
IV  ,  Tab.  34. 

(4)  Storia  ^eWe  Art.  Tom.  I,  pag.   l5. 


23 

pò  che  Lanzi  (i)  con  tnoUa  dottrina  ne  ha  di* 
mostrata  la  falsità  »  i  più  celebri  moderni  Au* 
tiquarj  han  convenuto  nel.  dì  lui  sentiménto  • 
Perchè  dunque  riprodurre  senza  nuove  ragio- 
ni ciò  che  dal  consenso  dei  dotti  è  rigettato? 
In  fatti  che  mai  vi  è  di  comune  fra  la  scultU'' 
ra  Egizia  e  T  antica  £ttu«ca  se  non  rozzezza 
d^arteì  Questo  è  il  caràttere  di  ogni  arte  na^- 
scente*}  e  divenne  in  certo  modo  proprio  dell* 
£^ia;ia  perchè  qnel  la  scuola  si  mantenne  nell'in-^ 
faazia  e  senza  notabili  progressi  fino  ai  tempi 
di  Adriano, (2)  meotfe  k  Oreea  Ja  Rodiana  e 
r  Etnisca ,  eh*  ebbero  eguali  principj ,  progredirò* 
no  priaia  di  quella.  Non  sappiamo  per  alt|o  ée 
neppnr  T  A*  sia  persuaso  di  (fuanco  ha  detto  in 
quest' articolo  9  mentre  vi  contradice  in  due 
diverse  maniere,  come  si  rileva  da  quanto  dì 
asso  ora  trascriverò. 

Testo.  Tom.  II.  p.  169.  gli  Etruschi  stan- 
ziati nella  Gampauia»  ove  aprirono  nuove  co- 
municazioni coi  Gumani ,  furono  per  avventura 
i  primi  ad  aver  contezza  delle  arti  Greche^ 

OsssAv.  34-  Qual  bisogno  avean  dunque  gli 
Etruschi  di  aver  contezza  delle  arti  di  Canta  se 
Tebber  gìÌLd^ìV Egitto?  Proverò  altrove  che  le 
arti  Greche  a  quei  tempi  eran  rozze  presso  i  Cu^ 
mani  al  pari  di  quelle  d'  Egitto  . 

Testo.  Tom.  Il-  pag-  iSÓ.  Guidati  (  gli  Etru^ 
schi  )  dalla  necessità  e  dal  piacere ,  gettarono  i 


Mi* 


(1)  Saggio  di  L.  Etr.  Tom.  II,  p.  171.  V^. 
anche  Zannani  degli   Ecrus.  Disi^ert.  png.  25. 

(2)  Encyclop.  Mcthod.  Beaux-Arts.  areici.  Potature 
i;hez  ics  Égypc. 


I 

1 


•«4 
«primi   fondamenti  d*  aoa   scuola  nazionale  di 

beile  arti.  E  pag,  i58.  Soverchia  energia  nell^  •  j 

mosse  9  robustezza  di  forme ,  muscoli  fortemente 

pronunziati ,  furono  i  particolari  caratteri ,  che 

senza  soccorsi    stranieri    gli   artefici  d*  Etruria 

impressero  nella  propria  scuola. 

OssBRV.  35'  Letti  questi  quattro  articoli ,  mi 
si  dica  se  si  èomprende  che  gli  Etruschi  fos- 
sero guidati  nelle  arti  dagli  Egizi  o  dai  Cumani 
a  soltanto  dalla  necessità  e  dal  piacere  senza  soc*  ] 

corsi  stranieri  ? 

Testo.  Tav.  XI V-  n-  a.  Guerriero  barbato  ^  !■ 

coperto  d^  armatura-con  lancia  nella  destra  e  spa-  j 

da  ci|ta  sul  fianco  sinistro,  scultura  rozza  anti*- 
chissima ,  di  rilievo  molto  basso  in  tufo  con  Etru-  ^       j 

BCà  iscrizione ,  esistente  nel  Museo  pubblico  di  j 

Volterra.  V.  Tom-  IL  88.  167. 

OsSERV.  36*  ^nficAità  e  rozzezza  d'arte  portan 
seco  certi  distintivi  caratteri,  pé^quali  ravvisia- 
mo i  monumenti  di  questo  genere-  1/ originale  |^ 
di  questa  figura  ne  ha  i  seguenti  che  la  carat- 
terizzano per  antichissima .  La  statura  tozza  e 
eproporzionata  nelle  membra  ,  la  testa  grande ,  il 
volto  informe  »  le  labbra  angolari,  gli  occhi  ad 
angoli  acuti  e  nessuno  indizio  di  notomia.  A  tutto 
ciòvieu  data  nel  disegno  una  miglior  Jorma ,  lo 
che  già  criticai  in  generale  all'osserv.  3-  Infatti 
migliorato  così  dal  disegnatore  il  carattere  roz- 
zo  del  disegno  in  questo  monumento,  piti  non 
vi  si  ravvisa  queìV  anti<.hità  sì  remota  che  do« 
vrebbe  indicare- 

Testo.   Tom.  IL  pag.  88.  Gr Itali  primi  eb- 
bero in  uso  di  portar  luuga  chioma  e  barba  non  ., 
/"asa  ,come  vedonsi  ancora  effigiati  in  antichissi- 
fùì  monumenti  d'  Etruria  e  dei  Volsci  (3]. Vedi 


25 

Tav.  XIV.  fi.  Basiirilievi  Volsci  Tav.  I.  )  Tale 
usanza  era  comuoe  anche  ai  Somani  antichi, 
chiamati  pereto  iirtoirsi  da  Til>ullo  e  da  Orazio  ; 
Osserv.  3^.  Questa  dotta  osservazione ,  che 
Y  A-  pone  qui  come  propria ,  è  del  Lanzi  che 

\  pur  la  produsse  per  illustrare  il  medesimo  monu* 

I  mento ,  e  che  egli  poco  grato  a  questo  grand'  Uomo 

dissimula  ;  e  nonqul  solamele ^ ma  in  moltissimi 
altri  luoghi  delT opera  sua»  alcuni  de' quali  va- 
do notando  all' oocasio ne. ficco  per  tanto  le  sue 
parole  t^y  Quanto  z  monumenti  in  piet^ra»  spetta- 

'  fy  ùoa  quest'  epoca  (antichissima)  i  tre  Soldati  ad- 

99  dotti  nei  Museo  Etrusco  del  Cori  alla  Tav. 
/  99  17.,  che  oltre  a*  predetti  segni,  hanno  barba 
9)  o  capelli  almeno  cosi  lunghi  ,  che  rammea-- 
99  tano  l'uso  de' Pompi]],  de' Bruti,  de*  Gamillif 
99  de*  Cur]  ^,  che  Orazio ,  Tibullo  ed  altri  Lati' 
99  ni  c/Uamano  intonsi-  Questo  era  ne' primi  se^ 
99  coli  di  Roma  V  uso  di  tutta  Italia  ;  come  può 
99  vedersi  ne'  «bassirilievi  Volsci  di  Velletri  99 
^  Qui  è  variata  la  costruzione  del  periodo  ma  le 
parole  sono  precisamente  quelle  del  Lanzi  (i). 
i^rìmaidi  esso  Winckelmann  illustrò  questa  usanza 
nel  Tom.  II,  pag.  154.  della  sua  storia  delle 
arti.  Anche  Antonioli  dichiaratido  la  Gemma 
Stosciana  ne  fa  particolar  menzione,  ed  in  fine 

j  il  nostro  A.  ce  la  ripete  con  quel  potrebbe  sup- 

porsi ,  che  ora  riporterò ,  quasi  che  vi  sia  luogo  a 
dubitarne  ,0  che  producendo  un  suo  parere  non 

i  Ai  arrisch}  di  assicurarlo  per  modestia. 

I  Testo.  Tom.  II,  pag.  88.  tanto  che  Tarte  di 

radersi, spiritosamente  detta  una  menzogna  dei 
nostri  proprj  volti ,  potrebbe  supporsi  introdotta 


(1)  Lanzi  Notizie  prelim.   circa  la  scult.  pag.  XI. 


26 

in  Italia  'soltanto  dopo  l'anno  454.  dell* era  Ro-^ 
mana,in  cui  P. Ticinio  Mena  condusse  dalla  Si- 
cilia barbieri  in  Roma. (4]  Varrò ^ap.  Plin.  VII. 
59.  Geli.  Ili,  4.)  \ 

OssiRv.  38.  L'originalità  della  menzogna  de* 
nostri  volti  è  frutto  assoluto  dei  talenti  del  no- 
stro A.,  perchè  né  Winckelmann  né  Antonioli  né 
Lanzi  occuparonsi  mai  di  sì  fatte  freddure . 

Testo  .  Tav^  XIV. ,  n.  3.  Statuetta  in  bronzo 
molto  antica  di  un  Ercole  giovane  e  imberbe 
rappresentato  con  pelle  Leonina  e  clava  nella 
destra  .  Esiste  in  Firenze  presso  dell*  Autore  • 

OsssKv.  39.  Rappresenta  Jole  e  non  Ercole ,  coi» 
me  il  nudo  non  men  che  il  mento  di  quella  sta^ 
tuetta  chiaramente  lo  manifesta .  Manca  dei  ca- 
ratteri di  remota  antichità  ;  e  secondo  Lanzi 
(i)  non  si  deon  tenere  per  molto  antiche  le  fi- 
gure di  Ercole  coperte  della  pelle  di  Leone , 
poiché  Stesicoro  elle  mori  intorno  al  200.  di  Ro« 
ma  fli  il  primo  che  lo  figurasse  nei  suoi  versi 
coperto  d*  un  vello  Leonino  e  con  clava  ed  ar- 
co .  Perchè  poi  tal  uso  si  divulgasse  e  si  adot- 
tasse quindi  dagli  anisti  vi  voller  più  anni . 

Tbst^.  Tav.  XV.  Statuetta  muliebre  in  bronzo 
di  antico  stile,  coperta  di  alto  tutulo^  con  vCfv 
stilo  stretto  riccamente  ornato  »  ed  armille  alle 
braccia,  esistente  nel  museo  Oddi  di  Perugia. 
Vedasi  Tom.  II,pag.  S^.  88.  e  pili  sotto  il  me- 
nu m.  Tav.  LVII,  n.  i. 

OssERv.  40.  La  credo  una  Dea  e  per  tale  è 
pubblicata  anche  dal  Lanzi  (2)  e  dal  Gh.  Vermi- 


(0  Saggio  di  L«  Ecr.  Tom.  II,  144. 
(2;  Saggio  di  L.  Ecr.  Tom.  II,  Tav.  XL 


flioli  (i).Gori  ne  dàuaa  simile  per  una  Giù- 
none  (2).  Voti  eran  questi» come  rilevasi  dalle 
iscrizioni  che  portano^  ed  hau  tutte  qualche 
simbolo  sacro  allusivo  al  Kume  0  all'  Eroe  che 
rappresentano;  onde  in  essi  più  che  in  altri 
monumenti  sfoggia  la  superstizione  pagana  piut 
tosto  che  il  costume  delle  vestiture  usate  dalle 
donne  Etrusche.  Quanto  mai  dotta  ed  istrutti* 
va  è  poi  la  spiegazione  che  ne  dà  il  (tbstro  A.! 
Statuetta  muliebre. -..con  vestito  stretto  !  C'e«t 
un  coq ,  scrisse  quel  pittore  onde  si  riconoscesse 
-ciò  che  avea  voluto  rappresentare.  A  questo 
genere  d*  importanti  spiegazioni  che  suppon- 
gono soprattutto  profonde  ricerche  e  cognizio^ 
ne  estesissima  dell' antichità  figurata  apparten* 
gou  quasi  tutte  quelle  del  nostro  A. ,  là  dove 
egli  si  è  abbandonato  ai  proprio  talento .  Lanzi 
e  Vermiglioli  che  ci  baft  data  questa  statuet- 
ta nelle  dotte  opere  loro ,  unicamente  per 
istruirci  y  non  la  fecero  incidere  che  dalla  parte 
anteriore  e  dell'  altezza  di  circa  un  Pollice, 
eppure  ci  dieder  contezza  delle  sue  qualità  e 
della  sua  iscrizione  io  particolare,  cbe  più  di 
ogni  altra  cosa  interessa  lo  spettatore.  Il  nostro 
A.  che  la  riproduce  replicala  anche  di  schie« 
Ila»  occupa  CO0  essa  sola  un  magnifico  rame. 
Chi  sarà  pertanto  che  vedendo  così  intento  l' A. 
aiostro  in  darci  questa  statuetta  disegnata  per 
cgDi  parte  non  supponga  che  grandi  osservazio* 
ni  vi  abbia  fatte»  ed  utilissime  conseguenze  ce 
ne  voglia  annunziare?  Eppure  nell'opera  pilli 
non  si  ragicyia  di  vestite  stretto  né' di  armillc 


(l)  Antiche  iscrizioni  Pefug.  Tom.  I,Tav.  I. 
(2j  Mud.  Eu.  Tom.  I ,  Tab.  XXVII. 


28 

fiè  <i*  iscrizione  uh  ài  quanto  altro  »  tede  nei 
due  disegni  delia  statuetta  ,  ad  eccezione  di  una 
osservazione  sul  tutulo  che  ben  potea  farsi  an-^ 
che  su  d'un  disegno  soltanto  della  medesima. 

Testo.  Tom.  IL  pag.  8^.  88.  Se  però  i  pre- 
dominanti costumi  d'  Etruria  produssero  colà  i 
viz)  tutti  deir  incontinenza  e  della  lussuria, 
▼ediam  che  i  dolci  nodi  dell*  amore  coniugale 
erano  ovdnque  accompagnati  da  riverenzial  con^ 
certo,  e  che  la  rispettabile  qualità  di  madre  di 
famiglia  ant^unziavasi  alla  pubblica  estimazione 
con  particolari  distintivi  d*  onore  ,  qual  era  il  tu- 
tulo sorta  d'ornamento  piramidale,  proprio  d* 
Italia  che  acconcia vansi  in  testa  (i],  Matresfa- 
milias  crines  coti'wolutos  ad  verticem  capitis 
quos  habent,  uti  velatos  duunt  tutulos .  Varrò 
L.  Lat.  VI,  3.  Tal  sorta  d'ornamento  vedesi 
frequente  in  statuette  muliebri  d' Etruria,  € 
nei  bassirilievi  Volsci  .  Vedi  i  monumenti  Tav 
XV.  LVII,  I.  e  Mus.  Cort   Tav.  5.  ec.  ) 

OssERv.  41.  Un  donarlo  rappresentante  Dcitìt 
non  è  un  esempio  atto  a  provare  un  postume 
delle  madri  di  famiglia  Etrusche,  tanto  piti  che 
il  donario  è  dell'Umbria  e  non  dell' Etruria: 
così  quella  statuetta  simile  riportata  dal  Gori 
e  l'altra  del  Museo  Gortonese  si  trovarono  ìq 
vicinanza  dèi  Trasimeno,  che  fu  nell'Umbria. 
Al  b.  r,  di  Felletri  che  fu  dei  Volsci  si  oppone 
quel  di  Fiesole,  in  pietra  antichissimo  che  con- 
servasi nel  bel  Museo  Etrusco  de' Sigg.  Peruzzi 
all'Antellae  che  è  d'egual  soggetto,  e  quivi 
la  donna,' sebbene  Etrusca,  manoa  di  tutulo. 
E  quando  anche  si  conceda  che  il  tutulo  fosse 
in  \xso  presso  le  matrone  Etrusche^  l'opinione  è 
male  appoggiata  al   passo  di    Varrone ,   perchè 


^9 

egli  parla  delle  matrone  Romane  e  non  delP 

Etnische  9  e  meotté  dice  habent  e  non  habuerunt 
Intende  di  parlare  di  un  costume  del  suoi  tem- 
pi ycioè  dell'anno  di*Koma  2^0, in  cui  può  sup- 
porsi  che  scrivesse  quel  trattato ,  vale  adire  354 
anni  dopo  che  i  Romani  aveano  conquistata  T 
£truria3  mentre  qui  si   esaminano  o   almen  si 
debbono  esaminare  i   costumi    anteriori   a  tal 
conquista.  Finalmente  è  da  osservarsi  che  il  tu* 
tuia  della  statuetta  e  della  donna  dei  b.  r.  Voi" 
sci  à   molto  differente  da  quello  che  descrive 
Varrone^  il  di  cui  passo  così  va   interpetrato  : 
f)  Chiamano  tutuli  i  capelli  come  velati  (  elevati 
fy  secondo  corregge  Scalìgero  ) ,  che  le  matrone 
fy  tengono  avvolti  alla  sommità  del  capo .  jj  Var* 
ione  dunque  paria  di  capelli  e  non  di  berretto. 
TssTO.  Tav.  XVI.  Frammento   di   un  ara  in 
pietra  arenaria   di  antico  stile,  in  cui  la  figu- 
ra d*un  Fauno  barbato  che  tiene  in  capo  il  pe- 
taso  o  cappelletto  con  tesa  comparisce  la  pri- 
ma volta  in  scultura  EtPusca.  Esiste  a  Chiusi  in 
casa  del  Sig. Lorenzo  Paoloazi.VedasiTom.il, 
pag.  St,  n.  2.  e  pag.  iS^. 

OssEjiv.  42.  La  figura  accennata  come  Fauno 
barbato  dee  tenersi  per  un  Satiro .  Non  so»  con- 
fusi quei  sacri  mostri  ma  tiene  ognuno  di  essi 
il  suo  particolar  carattere .  Il  Fauno  antico  d' Ita- 
lia che  fu  lo  stesso  che  il  Fan  de' Greci ^i)  in- 
trodotto in  venerazione  da  Rvandro  Arcade ,  avea 
piccole  corna  ed  era  per  lo  più  figurato  dal  mezzo 
in   giù   simile   ad  un   irco.  (2)  Il  Satiro  ebbe 


(1)  Lanzi  Vasi  Antichi  Dissert.  II.  cap.  VII.  p.  99, 

(2)  Erod.  Eucerp.    p,    47.  Hymn.  Hom.  ia  Pana. 
Nacal,  Comic,  p.  339. 


So 
iempm  figura  umana,  alla  quale  aggiungevanfi 
piccole  corna  e  coda  di  cavallo  (i) .  Il  breve  usber* 
go  di  cui  va  cinto»  il  cappelletto /^l^  barba, oT- 
tre  la  coda  di  eavallo  e  la  ridicola  mossat,  io  cui 
ci  viene  rappresentata  la  figura  del  b.r.^ce  la 
fan  rìconoscerer  per  un  satiro  barbato;  maschi* 
ra  che  ai  dire  di  Polluce  {n)  •*  totroducera  nei 
drammi.  //  cappelletto  ci  vieta  riscontrare  ir 
piccole  corna  che  pur  deve  avere»  ma  è  distin- 
tivo ancd'esso  di  questa  maschera  (3)  Nel  se- 
col  d'Augusto  furon  confusi  i  Fauni»  Satiri». 
Sileni  e  Panìschi  ^  sebbene  non  da  ogni  scrit* 
tore;  ma  il  b.  r.  si  manifesta  per  più  antico^ 

TtsT#.  Tom.  II ,  pag.  5i.  Celebre  sopra  tutta 
era  V  cK'acolodi  Fauno» Nume  altamente  misterioso 
e  indìgene  del  Lazio .  (2]  Varrò  »  L.  Lat.  VI  »'  3.  Il 
Dio  Fanno  non  fu  punto  conosciuto  dai  Greci . 
Tulliano  Gotta,  benché  Pontefice» dovette  dire 
(  Ap.  Gic.  de  Nat.  Deor.  III.  6.  Faanas  omni^ 
no  quid  su\  nescio .  ) 

OsbCAv*.  43.  La  nota  è  tdlta  per  quante  misem» 
bra  da  un  articolo  del  Lanzi» ma  molto  alterata 
e  male  appiccicato  al  testo  :  eccone  i  precisi 
termini :^I  Greci  non  conobbero  i  Fauni; e  non 
9)  ne  parlarono .  Ne  parlarono  i  Latini  ma  con 
^  tanta  oscurità ,  che  quel  Tulliano  Cotta  benché 
fy  Fontefice  do'^ette  dire  Faunus  omnino  quid  sit 
ff  nesició.  (Bte  nar.  Dkor.  III.  5.)  ^(4)  E' chiaro 
che  Cicerone'»  Ciotta  e  Lanzi  nou  palliarono  di 
qnel  Dio  Fauno  della-  stirpe  di  Saturno  che  in- 


(i)  Nonn.  Dionys.  Lib.  XXXVI,  v.  l3S- 

(2)  Onomast.  L.  IV,  segni.  142. 

(3)  Ibid.  e.  18. 

(4.)  Lanzi  Vasi  Ant.  dip.  Dissert.  II  ,  pag..98< 


3i 
legnò  ai  Latini  V  agricoltura  ;  ma  dei  Fauni  che 
più  seqoli  dopo  si  riconobbero  come  Dei  de' 
Latini  f  figli  di  Fauna  o  Fauta  che  è  la  Dea 
Bona  (i)  ^  ^^®  Varrone  dice  essere  chiamati 
Fauni  da  Fando  (2).  La  favola  dei  Fauni  è  si 
'  poco  dichiarata  dagli  scrittori  antichi ,  come  ha 
dimostrato  il  Lanzi  (3)  >che  fece  dire  a  Gotta  di 
non  intendere  che  fossero  quei  Numi.  Frattanto 
il  nostro  A.  confonde  questi  dcon  quello  nel  te- 
sto e  nelle  note»  e  vi  confonde  anche  il  Satiro 
del  monumento  . 

TxsTo  Tav.  XIX.  Urna  cineraria  in  pietra  di 
lavoro  molto  rozzo  rappresentante  un  sacrifizio 
espiatorio . 

Ossaav.  44.  Dopo  che  Lanzi  pubblicò  un'  eru- 
dita dissertazione  (4)  sopra  un'  altr'  umetta  dei 
medesimo  soggetto  vi  deve  ognuno  ravvisare  il 
sacrifizio  d'Ifigenia^  come  egli  lo  dichiara. 

Testo  prosegue.  Uno  degli  assistenti  al  sa- 
crifizio tiene  il  vaso  col  quale  s' infondeva  il 
vino  0  il  sangue  della  vittima  nella  patera  del 
Sacerdote 

Osssnv.  45.  L' assistente  non  infonde  né  vino 
né  sangue  »  ma  le  acque  sacxe ,  le  quali  sai^tifi- 
cavansi  immergendovisi  un  tizzone  preso  dall' al- 
tare di  Diana .  Il  supposto  sacerdote  è  Agamen- 
none, e  Tatto  di  esso  è  una  lustrazione  che  so- 


(0  L^ Italia  av.il  dom.  de'  Botnani.Tom.  II,  p.  Sy. 

(2)  Dei  Latinorum  .  . .  ..in  silvesci-ibus  loceij»  ri^i- 
ditum  est  aolìcos  fari  »  a  quo  fando  Faunos  diccos. 
Varr.  De  L.  L.  Lih.  VI ,  p.  78. 

(3)  y.  cattala  Disscrt.  Il,  dell* opera  del  Lan- 
zi intitolata:  Va*i  antichi  dipinti^  e  speciaLmente 
il  .(,  ove  tagiojia  io  particolare  dei  Fauni  • 

(4)  Dissest.  sopra  un'  umetta  Tosoamca . 


32 

lea  pf€€edere  il  sacrifizio  pel  quale  %  preseotaw 
la  giovine  Ifigenia  che  un  servo  conduce  all'al- 
tare^ e  dopo  di  essa  è  figurata  Diana  con  una 
cerva  in  mano  che  essa:  vuol  sostituire  alla  vergi- 
ne in  sacrifizio y  come  si  narra  in  Euripide. 

Testo  prosegue .  un  altro  di  loro  porta  V  ac- 
cetta del  sacrifizio,  due  altri  suonane  le  tibie 
e  la  lira,  T  ultima  finalmente  canta  l'inno  sa- 
cro che  tiene  in  mano.  Esiste  nel  Museo  Fio 
Clementine  .  Vedasi  Tom;  II.  pag.  69.  noi.  i.  e 

Ossfinv.  46.  La  figura  che  tiene  in  mano  il 
volume  spiegato  rappresenta  il  coro  de' Greci", 
che  al  dire  di  Euripide  (i),  canta  vano  ripetendo 
le  altere  parole  della  verginella ,  mentre  appel- 
lava se  steèsa  distruggitrice  d'Ilio  e  de'Frigj. 

Testo  .  Tom.  II.  pag.  69.  L' Etruria  stessa , 
indulgente  per  ogai  sorta  d'espiazione  (ij.  Tu- 
scorum  placala .  Apule),  de  Deo  Socr.  ) 

OssERV.  42.  Non  intendo  che  cosar  voglia  di- 
re il  testo ,  che  cosa  confermi  la  nota  e  qua!  re- 
lazione abbia  col  testo,  e  colla  nota,  il  sacrifizio 
d'  Ifigenia. 

.  Testo  Tom.  II.  pag.  70.  71.  piii  monumenti 
delle  arti  Toscaniche  in  cui  vedonsi  rappresene 
tate  sacre  funzioni ,  danze  e  canti  di  voti  con- 
fermano lo  splendore  del  culto  e  il  gusto  do^ 
minante  per  la  pompa  delle  cose  di  religio- 
ne (i]  Vedi  i  monumenti  Tav.  XVII.  XVIII. 
XIX.  ) 

*  Ossero.  48.  Ilai:u>re8entaado  questo  b.  r.  it 
sacrifizio  d'Ifigenia  non  può  formare  lo  splene 
dorè  del  culto  dei  Toscani.  Osservisi    il  oobile 


^l)  Iph.  in  Aul.  ver.  1474- 


33 

ardire  dell*  architetto  che  fabbrica  8u  tali  fon* 
damanti  ! 

Testo  Tom.  II.  pag.  210.  Veramente  le  tram" 
te  e  i  corni  furono  invenzione  degli  Etrugchi , 
nella  cui  musica  ebber  luogo  anche  le  cetre  e  le 
lire»  chevedonsi  spesso  figurate  su  i  monumen- 
ti dell'  arte  (3].  Vedi  i  monumenti  Tav.  XVII , 

XVIII ,  XIX,  XXXIV ,  XXXV  ;  xxxviii  ) 

Osserv.  49.  La  cetra  è  introdotta  nel  sacriii« 
zio  d*  Ifigenia  come  ìstrumento  usato  dai  Greci, 
onde   nulla  prova  a  favore  degli  Etruschi. 

Testo  Tav.  XX.  !.  Frammento  d* una  statuetta 
in  bronzo  di  lavóro  toscanico  trovata  in  Tar- 
quinia: esìste  pressoTA.  Ved.Tom.  IL  pag.  i58. 

Ossea V.  So.  Per  ben  intendere  la  natura  di 
questo  lavoro  Toscanico  è  necessario  esaminare 
ì  principi  della  scuola  Toscanica  datici  dalPA. 
al  Gap.  27.  del  Tom.  II,  ove  parla  delle  belle 
arti  y  scuola  Toscanica  ,  e  sua  pnopagazione  in 
Italia . 

Testo  Tom.  IL  pag.  iSS.  Mentre  la  Grecia 
dopo  la  guerra  di  Troja  era  lacerata  da  inter- 
minabili fazioni  e  guerre  civili ,  gli  Etruschi,, 
potenti  per  stabile  dominio^  trovavansi' nelle^ 
circostanze  le  più  propizie  per  svegliare  la  loro 
industria ,  e  più  atti  renderli  a  coltivare  le  arti 
del  disegno^  Guidati  dalla  necessità  e  dal  pia- 
cere ,  promotori  naturali  dell'  ingegno  ,  gettarono 
forse  allora  i  primi  fondamenti  d*una  scuola 
nazionale  dì  belle  arti 

Osserv.  Si.  Per  istabi lire  questo  principk)  eoa 

qualche  fondamento  bisognerebbe  provare  che  gli 

Etruschi  non  ebbero ,  né  poterono  aver  le  arti 

d'altronde:  il  che  repugna  alla  storia,  che  di  essi 

ne  dà  l' A.  stesso  ,  comef  ora  dimostro . 

3 


04 


Testo  Tom.  I.  pag.  19.  Gli  Etruschi  potei»-- 
ti  in  mare  fino  dai  tempi  eroici ,  furono  si- 
curamente tra*  primi  a  scorrere  con  le  loro  navi 
il  Mediterraneo  al  par  dei   Carj,  dei  Fenicie 

degli  Egizj «.  In  somma  la  massima  parte 

de*  nostri  popoli  frequentando  insieme,  quasi 
chiamando  a  se  uomini  d'ogni  paese,  potettero 
accelerare  in  piìi  e  \nxx  modi  T  opera  della  ci- 
vilizzazione col  commercio  di  popoli  più  colti 

OssF.RV.  5*2  Gli  Etruschi  poteron  dynque  esser 
guidati  alla  cultura  delle  arti,  più  facilmente  dal 
commercio  di  popoli  più  colti ,  che  dalla  necessi- 
tà e  dal  piacere  — .  Chi  è  che  in  mezzo  ad  arti 
o  scienze  adulte  si  perda  ad  investigarne  di 
nuovo  ì  prinrìpj,  e  non  adotti  i  già  sviluppati 
per  progredirvi?  Nessuno  al  certo.  Perchè  dun- 
que si  dovrà  ammettere  che  lo  facessergli  Etru- 
schi? 

Testo  Tom#  I.  pag.  65  Altre  tribù  provenienti 
dalla  Tessagliaa*  tempi  di  Deucalione  si  stanzia- 
rono al  pari  tra  noi  ;  e  finalmente  coloro ,  che  sotto 
la  condotta  di  Evandro  vennero  ad  abitare  i  con- 
torni del  Tevere.  A  questo  modo  tutta  quasi  T 
Italia  sarebbe  statj  occupata  dai  Pelasghi 

OssERv.  53.  I  Pelasghi  poterono  portar  seco 
le  arti  di  Grecia  in  Italia  .  Plinio  avvalora 
la  mia  opinione  col  tiire ,  che  fino  da  quei  tem- 
pi fu  in  Italia  familiare  l'arte  statuaria,  co- 
me io  dimostra  una  statua  d*  Ercole  consacrata 
da  Evandro  e  varie  statue  sparge  per  i  paesi  d' 
Italia«ch'  erano  Toscanicbe  (i).  Si  noti  che  es- 

(l)  Fuisse  autem  statuariatn  artem  familìarem  Ita- 
lìae  quoque  et  vetustam  indkant  Hercules  ab  Evan- 
dro sacratas,  ut  produnt..  signa quoque  Tuscanica 


35 
irado  le  arti  familiari  mltalia  ai  tempi  d'Evan- 
dro vuol  dire  che  si  conoscevano  già  sessanta 
anni  prima  della  guerra  àtTroja^  mentre  domi* 
navano  in  Italia  questi  forestieri;  e  se  ne  de* 
duca  r  impossibilità  che  gli  Etruschi  fondassero 
una  scuola  di  arti  dopo  la  guerra  di  Trcja  e 
guidati  soltanto  dalla  necessità  e  dal  piacere . 

Testo  .  Tom.  L  pag.  <$6.  Cotanta  fortuna  non 
ebbe  pe'Peiasghi  lunga  durata ,  perocché  aiBitti 
da  calamità  e  divisioni  intestine ,  la  miglior 
parte  di  essi  abbandonò  le  sue  dimore ,  e  me* 
diante  la  molta  perizia  che  avevano  acquistata 
sul  mare  per  la  pratica  avutane  con  gli  Etru* 
sebi ,  si  dispersero  in  lontane  provincie .  La  loro 
caduta  comincia  circa  settant*  anni  innanzi  la 
guerra  Troiana;  tanto  ohe  mancati  tutti  i  lor 
stabilimenti ,  que'  che  rimanevano  in  Italia  di 
sazza  Pelasga  si  confusero  coi  nativi  del  paese» 
e  fecero  ^on  essa  loro  unpopoi  solo.  All'ultimo 
i  luoghi  abbandonati  dai  Pelasghi  furono  tosto 
€)ccupati  dai  vicini ,  e  singolarmente  dagli  Etru» 
schi  . 

OssBRv.  54.  Il  metodo  del  nostro  A.  nell'espor* 
re  la  sua  storia  si  aggira  principalmente  in  da- 
re  ai  primi  Italiani  una  provenienza  tutta  ori* 
ginaria dal  paese,  e  co^ particolarmente  scrirer 
di  essi  ciò  che  si  potrebbe  applicare  alla  storia  di 
lotti  i  popoli  della  terra.  Fissata  questa  strana 
massima  lesiva  della  Filosofia  e  della  Storia ,  egli 
ha  dovuto  attribuire  ad  essi  soli  le  invenzioni 
d*  arti  e  scienze  ,  e  di  tutti  i  soccorsi  delT  indù* 
stria;  il  che  fa  piii  con  isforzo  d"" ingegno  che 


fer  tems  dispersa»  quae  ia  Etruris  faccitata  nea 
est  dubiom  .  PlÀa.   Hist.  Nu.  L.  XXXIV,  e.  ?. 


3(5  •         • 

coD  sussidio  d* antica  storia.  Un  tal  principio 
tanto  lontano  dalle  vere  regole  usate  dallo  sto- 
rico imparziale  e  veridico  lo  costrìnge  a  suppli- 
re con  immaginarie  ii)0te8Ì  al  silenzio  degli  an- 
tichi scrittori,  a  screditare,  e  combattere  la 
loro  autorità  quando  si  oppongono  al  suo  siste- 
ma. La  storia  delle  arti  e  delle  lettere  in  Ita- 
lia è  si  nota  e  sì  chiara,  dopo  che  Lanzi  (i) 
ne  ha  scritto  tanto  diffusamente  ,  che  il  voler 
senza  il  presidio  dei  Glassici ,  senza  veruna  di- 
scussione critica,  ma  solo  con  un  ablativo  asso* 
lucoo  cogliendo  nebbia  nelle  vaste  regioni  della 
Metafisica  fondare  un  nuovo  sistema,  è  un  sosti- 
tuire ^rti/i  sogni  deir  immaginazione  alla  verità 
della  storia  cnedesima;  il  che  sarà  provato  anco 
di  più  nelle  seguenti  mie  osservazioni. 

TfeSTO.  Tom.  L  pag.  i3.  Mentre  però  sprel- 
z^ndo  i  disegni  della  natura  ,  la  civiltà  delle  no- 
stre contrade  vuoisi  da  smoderati  disputanti  osti- 
natamente  reputare  come  straniera ,  noi  possia- 
mo con  tutta  ragione  maravigliarci ,  che  la  sola 
barbarie  debba  esserci  attribuita  quabi  nazional 
]>atrimunio. 

OssERv.  55.  In  opposizione  a  quanto  disse  1*  A4 
nella  sua  prefazione  si  annunzia  in  queste  prime 
pagine  come  panegirista,  piuttosto  che  come 
imparziale  Istorino:  quindi  si  diffonde  a  provar 
sospetti  tutti  quei  tratti  di  storia  che  ci  dan  lu- 
ce a  congetturare  che  dalle  colonie  venute  di 
Cirecia  p4i8sa  l'Italia  aver  ricevuti  dei  lumi  di 
civiltà,  e  specialmente  di  arti  . 

Tèsto.  Tom.  Lpag.  64. 1  primi  Pelasghi,  chesul- 


^0  Saggio    di  Lìngua  Ecrusca  e  di  altre  antiche 
d' Italia. 


37 

la  fede  drtarde  non  aien  che  sospette  narradouria- 
ficiarono  1*  Arcadia  sotto  la  condotta  d*  Enotro  e  di 
Peucezìo,  figli  di  Licaone,  presero  terra  nella 
bassa  Italia  ec.  E  Tom.'  L  pag.  loo.  L'origine 
degli  Etruschi  era  inviluppata  in  grandi  incer- 
tezze presso  gli  Antichi,  e  fu  tema  di  nuove 
questioni  pe' moderni.  Erodoto,  il  quale  nar- 
rava le  cose  che  si  dicevano  senza  esser  tenuto 
a  crederle  totalmente ,  scrisse  che  vennero  di 
Lìdia  condotti  da  Tirreno  figliuolo  d'  Ati ,  di- 
scendente d'Ercole. 

OssERv.  56.  Riprendo  il  testo  esaminato  supe- 
riormente  all'osservazione  64,  e  dico  che   ai 
Pelasghi  partiti  d'Italia  sessanta  anni  avanti  T  a^^- 
sedio  di  Troja  succedettero    immediatamente  i 
Lidi  che  poi  furono  Etruschi  :  sopra  di  che  Pli- 
nio è  chiarissimo  ove  dice;  Umbros  inde  exegere 
antiquitùs  Pelasgi ,  hos Lidi  (i) .Non  furono  dun- 
que i  vicini  che  occuparon  le  terre  lasciate  dai 
Pelasghi ,  ma  altre  Greche  colonie  che  vicende- 
volmente si  succedevano.   Que«te  doveano   per 
necessità  essere  istruite  nelle  arti  ,  benché  roz- 
ze, che  in  Grecia  si  esercitavano   fin   da'  tempi 
di   Dedalo.   Se  non    si  distrugge  la  tradizione 
che  i  Lidi  sian  venuti  in  Italia,  non  sì  può  nep- 
pure ammettere  che  le  arti  fossero  inventate  in 
Italia  colla  sola  scorta  della  necessità   e   del  pia- 
cere  ^  senza  soccorsi  stranieri  e  dopo   la  guerra 
Trojana.  Quindi  il  nostro  A.  si  sforza  a  distrug- 
gere ogni  prova  che  assicura  la  venuta  delle  colo- 
nie Greche  in  Italia.  Ma  quanto  sian  deboli  i 
fondamenti  a  cui  s'appoggia,  lo  vedreipio    dalT 
esame  di  quanto  segue . 


(i)  Plin.  Lib.  Ili  ,  e.  i5 


38 

Testo  Tom.  I.  pag.  i«q.  prosane.  II  di  Ini 
iracconto  (  cioè  di  Brodoco  )  accoppiato  a  circo- 
stanze iocredibili  troppo ,  se  non  affatto  favolosa  , 
può  presuppotsi  tolto  dalle  frivole  uarsazioni 
dei  suoi  pred^ecessori  I  i  t]uaii  eoo  spiritò  tutto 
poetico  cercarono  loltanto  nella  mitologia  la  ra« 
jgiooe  dei  fatti  (2]  •*  Espreasamente  dice  Dionisio 
(  I.  aj.  )  che  la  notizia  di  Tirreno  era  presa 
•dalle  narrazioni  dei  mitologi  ). 

OssEiv.  57.  Benché  nn  fatto  sia  narrato  eoa 
spirito  poetico  che  è  quanto  dire  ornato  di  poq* 
tici  abbellimenti  ed  anche  misto  colla  miu^ 
già,  ciò  non  ostante  può  avere  un  fondo  di 
vere.  Cosi  le  tragedie  ed  i  poemi,  ove  tanta 
afoggia  la  poetica  immaginazione,  han  sempre 
per  base  un  qualche  fatto  veramente  accaduto  • 

Testo.  Tom.  I.  pag.  101.  prosegue.  Non  0- 
atante  ciò  l'opinione  messa  avanti  dal  padre  del* 
laOreca  storia  «trovò  di  leggieri  ripetitori  e  se- 
guaci in  tutte  r età /specialmente  tra*  poeti 

Oasaar.  58.  Non  'deve  prendersi  V  opinione 
di  Erodoto  per  nna  invenzione  meramente  poeti* 
ca  perchè  seguita  dai  poeti  specialmente,  poiché 
Timeo,  Straboue,  Plutarco,  Appiano  Alessan- 
drino, Yellep  Fatercolo,  Valerio  Massimo, 
Giustino ,  Plinio ,  Feste  e  Servio  che  han  se» 

Suita  r  opinione  di  Erodoto  sulla  venuta  d«'  Li* 
i  in  Italia ,  non  son  poeti . 
Testo.  Tom.  I.  pag.  101.  Jla  Dionisio  d*  A<^ 
licarnasso,  critico  giudiziosissimo,  che  avea  a 
fondo  esaminato  con  imparzialità  «  e  col  con- 
fronto di  molti  autori  a  noi  sconosciuti  questo 
punto  d'istoria  interessante,  non  volle  ammet- 
tere cotesto  passaggio  di  Lidi  in  Italia ,  addu* 
cendo  le  contradizioni  degli  scrittori ,  ed  il  si* 


^9 

lenzio  di  Xantodi  Lidia,  uno  de*  pia  dotti  nel- 
la storia  antica  ed  in  quella  del  suo  paese ,  il 
quale  nou  fece  nessana  menzione  di  Tirreno  » 
né  di  alcuna  colonia  diMeoni  dedotta  in  To- 
scana »  ancorché  non  avesse  tralasciato  di  ricor* 
dare  cose  di  molto  minore  importanza  (2]  L.  I  » 

OssERV.  S9.  Oppongo  a  quanto  dice  V  A. 
un  passo  di  una  dissertazione  del  Gh.  Ab. 
Zannoni  Antiquario  Imperiale  io  Firenze. 

^  Si  oppone  Dionisio  d'  Alicarnasso ,  ma  io 
yy  son  d'avviso  che  non  se  gli  debba  in  ciòpre- 
fy  star  fede ,  giacché  pare  il  suo  raziocinio  va- 
fy  cilli.  Dionisio  primiqfamente  dal  non  trovar 
9)  traccia  veruna  di  colonia  Lidia  venuta  in  £-^ 
9)  truria  in  Xanto  diligentissimo  storico  di  que* 
,9  sto  popolo,  si  determina  a  crederli  iudigeui 
fy  (a]  Lib.  I.  n.  3o.),  nome  che  gliautichi  hall- 
yy  no  dato  alle  nazioni  quando  non  ne  han  sa- 
yy  puto  rintracciar  il  principiò,  e  vale  lo  stesso 
jy  che  Aborigeni,  nella  cui  etimologia  si  ètan- 
yy  to  ed  in  special  modo  a'  di  nòstri  freneticato 
99  (b]  Fabb.  deriv.  e  cult,  degli  antichi  abitanti 
9,  d'Italia  pag.  4.  )  Bla  Erodoto  che  al  riferire 
yy  di  Ateneo  (e] «Lib.  12.  pag.  5i5)  avea  letto 
99  le  storie  di  Xanto,  non  dubita  d'asserir  ciò 
jy  appoggiato  alla  tradizione  degli  stessi  Lidi . 
,)  Ajunt,  sono  le  sue  parole  al  Lib.  I.  et  ipsi 
yy  (Lydi  )  se  Ludos  iuvenisse,  qui  etiam  nuuc 
9)  apud  Graecos  et  ipsos  obtinent:  simul  antem 
99  hos  in  suìs  cerris  invenisse  et  in  Tyrreniam 
„  colonos  dednxisse  (d]  N.  94  )  Se  *ad  Erodoto 
„  si  volesse  dare  la  solita  taccia  di  romanzie- 
f\  ro ,  tae<na  da  cui  ogui  giorno  piÌ4  è  purgato 
„  da'  dotti ,  non  potrà  tuttavia  negarsi  aver  do- 


40 
r,  minato  queste  tradizioni  tra*  Lidi  ;  giacché 
„  abbiam  da  Tacito ,  che  ai  tempi  di  Tiberio 
>»  tra  gli  oratori  spediti  a  Roma  dai  diversi  pò- 
,j  poli  dell'Asia^  quando  era  da  decidersi ,  in 
y,  quale  delle  loro  Città  alzar  ^i  dovesse  ii  già 
„  decretato  tempio  ad   onor   dell'  Imperatore, 
,f  della  madre  di  -lui,  e  del  Senato,  comparve- 
f,^ro  quei  dé'Sardianiche  per  aver  la  preferenza 
„  lessero  un  decreto  d'  £truria,che  provava  es- 
,,  ser  loro  del  medesimo  sangue  (e)  Tacito  an. 
,y  L.  4.  §.  56.);  e  Seueca  nei  libro  della  Gon- 
,^  solazione  asserisce  ,  che   Asia  Etruseos  sibi 
9,  vìndicat  (a]  Gap.  6  ).  Dal  silenzio  adunque 
^,  di  Xanto  non  può  t|^rsene  alcun  profitto;  e 
,,  senza  far  onta  al  buon  senso  non  si  rifiutano 
^  le  tradizioni  d'  un  popolo ,  sapendosi  che  fi- 
^  no  i   popoli  d' America  ritengono  fra  la  lo- 
,,  ro  barbarie  qualche  memoria  di  quei,  da  cui 
derivarono,  quantunque  lontani  da  essi,  e  di- 
venuti di  diverso   dialetto  (b]  Laiìzi  Saggio 
Tom.  II,  pag>   12.  ) 
Testo.  Totìi.  I.  pag.  104.  Si  adduce  da  al- 
cuni, die  gli  stessi  Toscani  ricoii(»bbero  in  certo 
modo  la  loro  provenienza  dalla  Lìdia,  quando 
84)tto  il  governo  di  Tiberio  scrìssero  ai  Sardiani 
come  ad  agnati  ;  ma  dacché  nel   suo  servaggio 
non  rimaneva  all' Etrurìa  altro  che  la  vanità,  può 
credersi   facilmente  che  que'  vantati  legami  di 
parentela   fossero  meramente   vanagloriosi  e  in- 
sussistenti ,  poiché  non  trovarono  né  fede  ^  né  gra- 
zia davanti  il   Senato. 

OssKRv. 'óò.  Glie  non  trovassero  JeJe  nessu- 
no lo  dice;  che  non  trovassero  grazia  non  prova 
che  quanto  esposero  non  fosse  vero . 

Testo. *Toip.  I.  pag.  loS.  Noi  addurremo 


finalmente  un  nuovo  argomento  dell'  orìgine  I- 

talica  dei  To.scani  ponendo  mente  »  che  qualora 

quelle    genti  fossero  venute  per  mare  dalla  Li-   . 

dia,  o  da  altre  lontane  regioni ,  ^arebbonsi  fissa-  \ 

te  sulle  coste  come  fecero  i  Greci  nel  Mezzodì 

deir  Italia;  invece  che  le  città  princijìali   d' E-  j 

truria  furono  tutte  mediterranee  ,  ed  a  bello  «tu-  ' 

dio  situate  in   luoghi   eminenti  ,  qualor  se  ne  j 

eccettui  Populonia  la  sola  fra  le  antiche  prossi-  '  ] 

ma  allido  {2]Strab.  Fypag.  iS^.Plin,  JJJ.5,):  '   j 

riprova  non  equivoca  forse  che  dovettero  in  prin*  l 

cipio  esser  fondate  dai  naturali  del   paese   con  -  | 

cui  gli  estranei   non  ebbero  comunicazione   se  j 

non  in  tempi  molto  posteriori. 

OssERV.  .61.  I  G reci  fermatisi  nelle  coste  del 
mezzodì  delV  Italia  vi  trovarono  colline  amenis- 
sime,  mentre  nelle  spiagge  d*  Etruria  non  vi 
erano  che  paludi  ^  stagni^  pianure  soggette  alle 
inondazioni  e  air  aria  cattiva  :  come  dunque  visi 
potevan  fermare?  Questo  è  quanto  adduce  T  A. 
in  difesa  del  suo  sistema  che  sembrami  confuta- 
to abbastanza ,  perchè  prevalga  la  mia  opinione 
sulla  probabilità  della  venuta  dei  Greci  in  E* 
truria.  Chi  ne  bramasse  maggior  contezza  esa* 
mini  il  Saggio  di  Lingua  Etrusca  del  Lanzi ,  ove 
troverà  altri  argomenti  dedotti  dalla  somiglian- 
za e  di  lingua  e  di  costumi  fra  quei  due  popo- 
li ,  non  meno  che  la  Dissertazione  degli  Etru- 
schi pubblicata  dal  Ch.  Zannoni  che  sì  chiara- 
mente prova  la  loro  origine  dai  Lidi  contro 
Dionisio  d*  Alicarnasso. 

Testo,  Tom.  IL  pag.  i56.  la  quale  (scuo- 
la nazionale  di  belle  arti  )  perfezionandosi  con 
una  più  studiata  imitazione  della  natura,  me- 
ritò che  i  suoi  mosumeuti  fossero  ricercati  % 


4« 
sparsi  per  tutto  il  mondo  conosciuto  (2]  Signa 

Tuscanica  per  terras  dispersa  quae  in   Etruria 
factitata  non  est  dubiam  PI  in.  XXXIV.  7.  ) 

OssERv.  éa.  Ho  dimostrato  che  le  arti  po- 
teron  esser  portate  in  Etruria  dalle  Colonie  ve- 
nutevi di  Grecia:  me  ne  convince  appunto  il 
vedere  che  in  Etruria  non  fecero  verun  pro- 
gresso notabile  ;  ne  si  studiò  d*  imitare  con  mag'^ 
gior  verità  la  natura  affine  di  rendere  pia  per- 
fetta quest' arte  d'imitazione 9  fintanto  che  non 
furono  dai  Romani  introdotte  per  tutta  V  Italia 
le  arti  Greche  già  perfezionate  ;  ad  imitazione 
delle  quali  gli  Etruschi  eseguirono  la  maggior 
parte  dei  monumenti  che  tutt'  ora  ci  restano  . 
Se  dunque  gli  Etruschi  non  furoa  guidati  dal 
piacere  e  dall*  imitazione  della  natura  per  pro- 
gredire nelle  arti  come  lo  furono  i  Greci  a' tem- 
pi di  Pericle  e  gì*  Italiani  a*  tempi  di  Leone ,  co- 
me mai  potevano  esser  guidati  da  tali  impulsi  per 
inventarle?  A  tutti  è  nota  la  massima  che  facil 
cosa  ò  r  aggiungere  0  megliorare ,  dovecchè  diffi- 
cile è  r  inventare . 

I  monumenti  Toscanici  erano  sparsi  per  i  pae- 
si d'Italia  al  dire  di  Plinio:  egli  parla  d'Ita- 
lia (i)  e  non  di  tutto  il  mondo  conosciuto  come 
gli  fa  dire  T  A.  Finalmente  Plinio  dice  soltanto 
che  i  monumenti  Toscanici  erano  sparsi  per 
V  Italia ,  e  non  ne  rileva  la  supposta  perfezione , 
né  il  merito  che  gli  Etruschi  acquistarono  per 
una  studiata  imitazione  della  natura  \  oltre  di 
che  termina  lo  stesso  periodo  maravigliandosi 
del  poco   valore  che  ebbero  quei    monumenti 

(i)  Fuisse  autem  statuariaiu  arccm  fìtmiliarem  I- 
taliae  quoque  et  vetustam.  Plifl.  Hisc.  Nat.  XXXIV.  7. 


43 
fitrascbi  perchè  faceTanti  di  creta  6  di  legno 

fino  air  epoca  della  conquista  dell' Asia  (i)  Qua! 
j>erj€zione  Sì  potea  dunque  trovare  io  quelle  sta- 
tue, i  cui  materiali  furon  banditi  dalle  scuole 
di  Fidia  ai  primi  passi  ch*ei  fece  verso  il  mi* 
glioramento  dell*  arte  (2)?  Un  altro  argomento 
a  mio  favore  è  lo  stato  d'ignoranza  nel  quale 
si  trovò  r  Etruria  dall*  assedio  di  Troja  fino 
air  invasione  dei  Romani  nella  Grecia ,  spo- 
cialmente  ingenore  di  letteratura,  rela^ivamea* 
te  ai  lumi  che  gode^ra  la  Grecia  dai  tempi  di 
Pericle  a  quei  d'Alessandro, nel  qual  periodo 
sviluppò  quella  nazione  tutto  il  suo  gusto  per 
le  belle  arti  ;  e  da  ciò  oe  deduco  che  ove  non 
si  sviluppa  il  gusto  per  la  poesia  e  T  eloquen- 
za, non  si  sviluppa  neppure  per  lo  arti  del  di- 
^gno  che  si  partono  da  eguali  princip).  Alcuni 
periodi  sparsi  neir  opera  del  nostro  A.  indiche* 
ranno  qual  era  lo  stato  di  cultura  degli  antichi 
Etruschi  dair  epoca  della  guerra  di  Tro^  fi* 
00  alla  conquista  fatu  dai  Romani  di  tutta  la 
Grecia  . 

Testo.  Tom.  IL  pag.  i83.  Il  seoso  arcano 
che  caratterizzò  TEtrusche  dottrine  ci  svela 
bensì  le  tracce  d'una  celebre  istituzione ^  che 
ha  avuta  la  bassi  ma  influenza  sulla  sorte  della 
specie  umana «'  la  creazione  cioè  d'un  ceto  di 
primati  custodi  della  religione,  o  insieme  del- 
le scienze  e  delle  arti  ...»  Dalla  propagazio- 
ne d'un  tale  istituto  in  Asia,  in  Egitto,  sic* 

(i)  Mirumquemibi  videtur  cum  statuarum  origo 
Cam  vetus  in  Italia  sit,  lignea  potiuf  aut  fictili'a 
Deorum  iìmulacra  in  delubris  dlcata  nsque  a4  da^ 
victam  Atiam  ,  unde  luxuria  . 

(3;  Val.  Max.  lib.  L  e  l.  $.  ;. 


44 
come  presso  tutti  i  popoli  ch'ebbero  qualche 

sorta  di  commercio  scaoibieTole  può  ragionevol- 
mente dedursi  un*  estesa  comunicazione  d*  idee 
morali ,  per  le  cure  de*  propri  sapienti  e  di  una 
dose  di  scienza  presso  a  poco  eguale  ....  pag. 
i85.  I  ministri  del  Sacerdozio ,  tenuti  in  altis- 
sima stima  e  venerazione,  erano  pertanto  i  ve- 
ri custodi  e  grinterpetri  d'  ogni  capienza,  la 
quale  si  comunicava  soltanto  a  coloro ,  chp  per 
nascita  ed  agiatezze ,  trovavanii  meglio  in  gra- 
do di  profittarne  ....  pag.  i86.  Il  popolo  con- 
tinuamente impiegato  in  faticosi  eserciz)  dell'a- 
gricoltura o  della  guerra,  o  in  lavori  industri 
ed  utili,  era  costantemente  rimosso  dallo  studio 
delle  lettere  e  da  qualunque  sorta  d'  istruzione 

Or  mentre  pel  corso  delle  cose  civili 

era  T ignoranza  tenuta  come  un  utile,  se  non 
lodevole  strumento  della  sommissione  del   po- 
polo ,  r  ordine  sacerdotale  ,  che  solo  investigava 
ì  segreti  della  Toscana  filosofia,  occupavasi  in- 
defessamente in  sottili    ragionamenti  e  curiose 
esperienze,  tendenti  al  progresso  delle  .scienze 
ed    arti.    Principal   fondamento  della  filosofia 
teoretica  degli  Etruschi ,  che  aveano  per  mas- 
sima di  riferir  tutto  a  Dio,  era  la  dottrina  ec. 
OssERv.  63.  Sommando  il  senso  *  di  relazionÌQ 
che  hanno  fra  loro  questi  periodi  staccati  se  ne 
deduce   che    il    popolo    fra    gli   Etruschi     era 
ignorante  edi  sacerdoti  nei  quali  stava    riposto 
ogni   sapere  della   nazione  ^   non   si    occupavano 
di  ricercare    il   bello  nelle  arti.  Anzi    io  sup- 
pongo che    a    similitudine   dei    sacerdoti   Egi- 
ziani ,  quei  d'  Etruria  avranno  assegnate  ai  roz- 
zi artisti  o   piuttosto  meccanici    manifattori    le 
dimensioni  e  le  attitudini  dettate  da  religiosa 


45  I 

iuperstlzione  per  eseguire  quei  loro  simulacri 

di  terra  o  di  legnose  da  ciò  arguisco  che 
anche  in  Etruria  »  al  pari  che  in  Egitto,  le 
opere  di  genio  fossero  talmente  inceppate  da 
suj)erstizìose  regole  e  depresse  da  tale  igno- 
ranza »  da  non  aver  mai  potuto  slanciarsi  o  far  ; 
nrogressi  notabili.  All'  incontro  i  Greci  arti- 
sti y  che  furono  i  primi  a  scuotere  il  giogo  dei  I 
pregiudizi  9  lasciandosi  guidare  soltanto  dalla  vi- 
vacità della  nazione  ridondante  d'  Eroi,  con- 
cettosa nella  Mitologia  ,  e  tutta  poesia  nella 
storia 9  nella  religione,  neir eloquenza  ,  e  per 
fino  nella  stessa  filosofia,  trasfusero  il  sentimen- 
to del  piacere ,  del  bello  e  del  sublime  nelle 
opere  delle  arti  che  da  indi  in  poi  chiamaronsi 
belle.  Agelade  fu  quel  felice  genio  che  circa 
gli  anni  23o  di  Roma  fece  in  Grecia  i  primi 
tentativi  per  togliere  dalla  scultura  il  carat- 
tere di  rozzo  meccanismo  ,  atto  soltanto  a  ri- 
chiamarci alla  memoria  la  preesistenza  d'  un 
Nume  o  d'un  Eroe, e  sostituirvi  quello  di  arte 
imitativa  della  bella  natura.  Pensò  che  il  moto 
è  una  delle  più  belle  caratteristiche  della  na- 
tura vivente,  e  volle  imprimerne  V  idea  nelle 
sue  statue  non  facendole  posare  piìi  su  due  pie- 
di .  Nel  3oo  di  Roma  Fidia  con  più  maravi- 
glioso  ingegno  seppe  dare  ad  ogni  figura  uh  ca- 
rattere il  più  bello  ed  insieme  il  più  espressivo 
che  convenisse  all'  indole  della  persona  che 
rappreseutava.  La  Grecia  segnò  con  quest'epo- 
ca fortunata  il  vero  principio  delle  arti  belle 
che  servono  ad  imitare  la  bella  natura,  il  cui 
scopo  è  di  destarne  piacere  pel  sentimento  della 
bellezza  .  Questo  passo  cosi  importante  nello 
sviluppo  dell'umano  ingegno  dovea  necessaria- 


45 
aieme  e«8er  segnato  eoo  particola^  disti nziono: 
ne* fasti  della  storia  degli  uomini.  la  fatti  quanti 
mai  scrittori  contemporanei  e  successori  a  tale 
avvenimento  sì  Greci ,  che  Latini  ^  ed  Egiz)  ci/ 
ban  lasciate  chiare  memorie  dei  prodigj  delP 
arte  che  in  quei  tempi  si  videro  io  Grecia  !  £^ 
da  riflettere  che  da  quell'Epoca  in  poi  abboq^ 
dando  noi  di  notizie  istorìcbe  sì  della  Grecia 
come  d' Italia  e  d'Egitto,  ove  furono  eserci* 
tate  le  arti  ,  pure  tutti  gli  scrittori  ci  dicono- 
e  tutti  concordemente  convengono ,  che  l'arte  fé* 
ce  in  Grecia  soltauto  i  primi  passi  ver»o  la 
perfezione.  Come  dunque  si  puè^  accordare  al 
nostro  A.  che  f  arte  perfezionandosi  in  Etruria. 
con  una  più  nudiata  imitazione  della  natura  me* 
rito  che  i  suoi  monumenti  fossero  ricercati  r 
sparsi  per  tatto  il  mondo  conosciuto  ?  Perchè  tan* 
to  silenzio  di  tutti  gli  autori  sul  perfezionamen* 
to  delle  arti  in  Etruria  e  tanta  fama  di  quel 
de'  Greci  ?  Perchè  tanti  nomi  di  artefici  Ure*^ 
ci ,  tante  opere  loro  rammentate  con  lode ,  e  nes- 
sun nome  né  d'  artefice  né  di  lavoro  Etrusco  au« 
teriore  al  dominio  de*  Romani  lodato  con  distin** 
zione  da  veruno  scrittore  ?  A  tale  obiezione  li* 
sponde  il  nostro  A. 

TfsTo  Tom.  II.  pag  164.  Plinio  in  vero,  che 
distese  questa  parte  delia  sua  opera  su  le  com« 
pilazioni  de' Greci)  non  dette  il  catalogo  degli 
Artefici  Etruschi ,  come  fece  degli  stranieri ,  i 
quali  meritamente  provarono  il  vanto  a' tempi 
suoi  ;  ma  deesi  perciò  argomentare ,  conforme 
vorrebber  taluni ,  che  nulla  trovasse  da  lodare 
nella  scultura  Tosca nica?  Pur  troppo  accade  che 
la  fama  d*  uomini  eccellenti  con  esso  loro  pe- 
risca '9  senza  che  sa  ognuno ,  come  la   gelosia  e 


47 
r  invidia  si  portano  di  leggieri  gopra  gli  oggetti 

vicini ,  mentre  e'  inducono  ad   ammirare  quelli 
che  vengono  di  lontano. 

OsSERv.  64.  Questa  rancida  difesa  proposta 
dal  Guarnacci  (i)  e  seguita  da  pochi  (2)  am- 
miratori dell*  ingegnoso  ma  falso  suo  sistema 
sulle  Origini  Italiche ,  e  rintuz7.au  ormai  da* 
moderni  scrittori  delle  Etrusche  antichità ,  non 
dovea  ora  formar  nuovamente  T  appoggio  del 
nostro  A.  in  difesa  del  suo  sistema  ;  0  almeno 
dovea  egli  annullare  le  obiezioni  dottissime  fat* 
te  a  questa  difesa  dagli  Abb.  Lanzi  e  Zannoni^ 
le  quali  mi  piace  di  riprodurre  preferendole 
alle  mie  osservazioni.  ,»  Alcuni  han  tacciato  d* 
,/invidia  elui  (  Plinio)ei  Romani  tutti ,  quasi 
cospirassero  con  affettato  silenzio  a  deprimere 
le  glorie  degli  Etruschi  :  supposizione  ingiu- 
riosa a  quella  magnanima  nazione  ^  che  stimò 
sempre  la  virtù  di  qualunque  patria  ella  fos« 


99 

u 

9Ì 
9Ì 

fy  se.  Roma  antica,  che  inalzò  statue  ad  Anni- 
,^  baie  il  suo  più  fiero  nemico ,  che  fece  i  mag* 

» 

99 
» 
99 


giori  encomj  della  Grecia  unica  sua  rivale 
non  ebbe  questa  vile  debolezza ,  né  questa 
piccolezza  di  cuore  verso  TEtruria.  Tutti  i 
suoi  storici  r  han  lodata  dopo  la  Grecia  :  tutti 
i  suoi  poeti  rhan  celebrata  sopra  ogni  mitra 
nazione  d'Italia:  che  più?  non  fu  scritta  co* 
piosamente  la  storia  di  lei  da  Claudio  AugU'* 
,,  sto  ?  (  Svet.  in  Glaud  e.  411  )  E  poi  qual  mo- 
9»  tivo  avea  Roma  d*  invidiarla  ?  Benché  tanto 
>f  più  giovane  non  T avanzò  in  tutto?   o   uoa 


(i)  Orig.  Ital.  Tom.  II.  pag.  Sip. 
(i)  Carli  delle  Ancichitk  IcaI.  Tom.  I»  pag.  |3. 
Tavanti  Uu  d'Etr.  p.  Xll,e  XIIL 


4»  ... 

avviene  tra  le  nazioni  quei  che  tra*  partico- 
lari, ove  il  sospetto  d'invidia  non  cade  nel 
più  forte,  ma  nel  più  debole?  (i)  „  Sei 
Bomani  avessero  sparso  nei  loro  libri  d'es- 
sere stati  maestri  di  tutto  il  genere  umano, 
sarebbe  plausibile  il  sospetto;  ma  non  può 
ammettersi  tosto  che  reggiamo  fare  i  piìi 
grandi  elogj  alla  Grecia  loro  rivale  da  cui  sì 
protestano  essere  stati  istruiti  .  Questa  inge- 
nua confessione  ci  muove  a  credere  che  avreb- 
bero fatto  lo  stesso  per  gli  Etruschi;  anzi  con 
più  ragione  giacché  sarebbe  ridondato  a  loro 
maggior  gloria  Tessere  stati  istruiti  da  una  na- 
zione Italiana  da  cui  si  gloriavano  di  discesi*  S 
dere ,  auzi  che  da  htrauieri ,  e  stranieri  sng^ 
giogati.  (2)  Ma  Quintiliano  che  scende  al 
particolare  sulle  arti  dei  Toscani  dei  tempi 
anteriori  alla  presa  di  Siracusa  cidk  una  chiara 
idea  delio  stato  di  esse  a  quei  tempi.  Riporto 
le  parole  del  nostro  A.  sul  passo  di  questo  scrit- 
tore per  csiaminarlo  anche  nelle  sue  difese.  V 

Testo.  Tom.  II.  pag.  159.  Quintiliano  (  L. 
XII ,  IO.  )  il  quale  paragonò  in  cefro  modo  V 
eloquenza  Attica  e  V  Asiatica  con  la  statuaria 
Toscanica  e  Greca,  potè  dire  con  verità,  che  ognu- 
no (fl  questi  generi  avea  le  sue  particolari  bel- 
lezze ed  i  suoi  ammiratori  ;  onde ,  secondo  il  giu- 
dizio di  si  gran  critico ,  la  durezza  che  vedevasi 
nelle  opere  Tòscaniche  rassomiglianti  molto  a 
quelle  di  Gallone  ed  tegefiia.(i]  JJtiriora  , et  tu- 
scanich  proxima  Callon  ,  atque  Uegesias  Jece- 
re .  Gallone  d'Egina,  scolare  di  Tetteo  ed  Au- 


(i)  Lanzi  Notizie  prelim.  pag.  VHI. 

(2)  Zannoni  degli  Etruschi  Dissert.  pag.  38. 


gelìone,  fiorì  intorno  V  Olimpiade  LXXXVIIL 
À.  G.  433.  )  non  diminuiva  puoto  il  lor  pregio, 
come  la  severa  eloquenza  dei  Lei),  dei  Catoni, 
dei  Gracchi  nono6Curava  la  forza  dei  loro  gran» 
dì  ingegni,  malgrado  i  difetti  del  secolo  in  cui 


vissero.   ^ 


OssERV.  65.  E'  mirabile  Tartifiziochc  usa  Quin- 
tiliano per  trovar  motivo  di  lodare  le  opere  di 
ftcuitura  Tos(!anica  ove  per  se  stessa  meritavan 
l>en  poco .  Ma  egli  però  intanto  ci  spiega  qual 
fosse  il  vero  carattere  di  ejssa  come  ci  vien  con- 
fermato da  altri  Scrittori  (1).  Eccone  le  sue  pre*- 
cibe  parole  :  Duriora  et  Tuscanicis  proxima  Ca* 
lon^et  Egesiasijam  minus  rigida  Calamis:  mol' 
liora  adhuc  supradictis  Myron  fecit  (2) .  Miroaa 
fu  tra'  primi  che  desse  alle  sue  statue  una 
qualche  espressione  significativa .  Gontuttociò 
tebben  si  avanzasse  oou  poco  verso  i  urogrea* 
si  che  facea  Fidia  suo  contemporanea ,  riten- 
ne  tuttavia  gran  parte  di  quella  rozzezza  e  ri- 
gidezza che  avea  T  antica  scultura^  prima  che 
dallo  stato  di  semplice  meccanismo,  atto  sol- 
tanto a  richiamare  alla  memoria  il  sogget- 
to rappresentato ,  passasse  a  quello  d' un*  arte 
che  fosse  capace  di  risvegliare  V  idea  del  sog- 
getto che  dovea  esprimere  »  unitamente  al  sen- 
timento piacevole  della  bellezza  nella  perfetta 
imitazione  della  bella  natura.  Galamide  gli  re- 
stò indietro  nell'arte,  onde  poca  essendosi  scch 
stato  dalla  rozzezza  deir antica  scuola,  merita- 
rono le  sue  statue  che  da  Fabia  fossero   dette 


(i)  Strabon.  Lib.  XVII.  pag.  806.  PUn.  Lib.  XXXI V> 
7.  Cic.  de  Art.  Orat.  Fab.  Max« 
^2;  <2uiatii,  Lib.  XII.«io. 

4 


5o 
tigide/e  dure  da  Gicerone  (i).  Sappiamo  da 
questi  due  autori  che  Eges'ia  e  Catone  ebbero 
uno  stile  anclie  più  rigido  e  più  dufo  di  Ga« 
lamide.;  che  è  quanto  dire  che  essi  appena  si 
scostarono  dalia  prisca  infanzia  dell'  arte.  Quel 
proxima  Tuscanicis  di  Quintiliano  ci  assicura  cho 
sebbene  la  scultura  di  questi  due  artisti  fosse 
così  rozza, ed  incolta,  ed  appena  difetta  veiso 
lo  stato  d*  un* arte  bella,  pur  non  ostante  fu 
alquanto  meno  imperfetta  della  scultura  To- 
scanica,  la  quale  dovea  per  conseguenza  essere 
in  uno  stato  del  tutto  rozzo  e  nascente .  Quin-  - 
tiJiano  nacque  sotto  l'impero  di  Claudio,  al 
qual  tempo,  lo  stile  Toscanico  era  già  termina* 
to,  come  è  provato  dal  Lanzi  (2),  e  più  anco- 
ra lo  provano  i  monumenti  di  quel  tempo,  fra 
i  quali  le  urne  Etrusche  di  Volterra ,  Perugia , 
Todi,  Chiusi,  e  le  pitture  di  Tarquinia  che 
nulla  ritengono  dell' antico  stile;  tantoché  il 
carattere  che  egli  ne  fa,  comprende  tutto  in- 
tiero il  periodo  di  quello  stile ,  che  senza  mi- 
gliorare cpnsiderabiloiente ,  si  mantenne  in  queUo 
stato  fino  al  repentino  ed  assoluto  suo  cangia* 
mento  seguito  al  venir  de' Greci  in  Italia  dopo 
il  dominio  dei  B-omani  nella  Grecia;  ond'  è 
che  Quintiliano  ebbe  notizia  d'  ogni  miglior 
monumento  di  quella  scuola,  e  vedutala  termi- 
nata al  venir  dV  Greci  potè  giudicare  quale  ella 
fosse  stata  in  tutto  V  inten>  suo  periodo .  Fu  al- 
lora che  ad  eccezione  della  Magna  Grecia  tutta 
r  Italia  ricevè  le  nuove  arti>  mentre  era  stata 


^> 


(i)  De  arte  orar. 

(2)  Notizie  prelim.  circa  la  scultura    degli  Ant. 
p.  XVIII. 


5t 
assolutamente  rozza  ed  incolta  fino  a  quell'e» 
poca;  come:  oltre  tanti  autori  che  V  attestano, 
chiaramente  lo  dice  Orazio:  Graecia  capta  fe^ 
rum  victorem  cepit,  et  artts  Intulit  agresti  La* 
tio  (i).  Lo  confermano  finalmente  i  soggetti 
dei  monumenti  iche^empre  grecizzano  ove  1*  arte 
ha  qualche  forma  di  buono>  stile .  Anzi  da  queir 
epoca  in-  poi  le  arti  d*  Italia  possono  dirsi  Gre* 
che  piuttosto  che  nazionali,  come  appunto  le 
nomina  Cicerone  (a) ,  mentre  dice  :  Er^t  Italia 
tane  piena  Graecarum  artium  »  ac  disciplinarum  . 
Se  tutta  la  terra  pertanto  dovè  cedere  alla  Gre- 
cia il  primato  neir invenzione  e  perfezione  delle 
arti  belle ,  perchè  V  Etruriti  sola  deve  reputarsi 
a  scorno  il  subire  la  sorte  comune?  perchè  si 
deve  inveatare  il  piano  d'  una  scuola  di  arti 
nata  e  perfezionata  in  Etruria ,  in  opposizione  a 
tutti  gli  scrittori  che  han  parlato  delle  arti  e 
dei  monumenti  che  di  esse  ci  rimangono  ?  Quan- 
to dissi,  basti  a  provare  cheli  monumento  della 
Tav.  XX.  N.  I. ,  per  esser  di  scultura  troppo 
perfezionata y  non  può  dirsi  distile  Toscanico, 
potendo  convenire  anche  ai  tempi  d'Adriano. 

Testo  Tomi  II.  pag.  i58.  Soverchia  energia 
nelle  mosse,  robustezza  di  forme,  muscoli. for« 
temente  pronunziati ,  furono  i  particolari»carat* 
tori ,  che  senza  soccorsi  stranieri  gli  artefici  di 
Jltruria  impressero  alla  propria  seuola  ,  in  cui 
scorgiamo  ^sempre  un*  espressione  risentita ,  un 
esuberante  sfarzo  di  parti  scientifiche  ed  una 
tal  qual  severità  e  rigidezza  di  conterni ,  di- 
stintivo della  maniera  Tòscanica  ,  come  se  que« 

(0  kib.  II.  Epist.  I.  v.  i56-i57. 
-^2)  Pro  Archita. 


5i 
ara  volge«?8c  a  trarre  il  fonte  della  bellezza  dalla, 
gola  aotomia(i].  Vedi  i  monumenti  Tav.XX. ,  i. 
XXI  LIV.  LV.  ) 

OssERv.  66.  Brevemente  rispondo  colle  parole 
del  Lanzi  (i),  che  una  cosa  è  stile  Toscanico, 
e  una  diversa  cosa  son  le  ope];e  degli  artefici 
Toscani.  Lo  stile  Etrusco  detto  Toscanico,  die* 
egtifè  quello  che  regaò  io  questa  scuola  dalla 
sua  fondazione y «fino  ad  un  certo  tempo;  che 
io  estendo  fino  al  dominio  dei  Romani  su  i  Gre* 
ci;  e  che  dai  Latini  propriamente  fu  chiamato 
ToscanLus,Dà  quelT  epoca  in  poi  le  opere  dei 
Toscani  non  son  più  Toscaiiiche ,  come  già  dis- 
si »  ma  di  greca  scuola ,  sebbene  abbiano  i  ca- 
ratteri de^icrittici  dall'  A. 

Testo  Tav.  XX.  a.  Argilla  ricavata  da  una 
stampa  in  creta  trovata  in  Ardea  ,  esistente  nella 
copiosa  raccolta  di  terre  00110»  del  Sig.  Seroux 
d' Agincourt  in  Roma.  Vedi  Tom.  II  pag.  16^. 
uum.  2. 

Ossbrv.  67.  I  caratteri  di  questa  scultura  > 
per  quanto  apparisce  dal  disegno  che  veut:si  in 
questa  Tav.  y  sono  i  -eguenti:  finitezza  e  regolarità 
nelle  teste  e  n«ir  e.'^rrcnjiià;  notomia  maestre- 
volmente indicata;  figure  bene  aggruppate,  ma 
alquanto  tozze;  armature  de'  te.mpi  Romani  . 

Testo.  Tom.  IL    pag.- 167.  n.    2.  Un  fram- 
mento trovato  ad  Ardea  può^  venire  in   pmva, 
che  dominava  in  quella  scuola  io  Itile  Tosca- 
.nico.  V.  Tav.  XX. 

OssERv.  68.  Se  questo  è  stile  Toscanico ,  qual 
sarà  dunque  lo  stile  non  ToscanìA)  ?  me)ìtre  i 
sopra  descritti  caratteri  di  esso  monumento  con- 
vengono ai  più  avanzati  tempi  Romani . 


"••<^«»" 


(ij  Notizie  prelim.  pag.  VI. 


55 
'  Testò.  Tav.  XXI.  Gaerriero  di  bronzo  dì  stile 
Toécanico  armato  d'elmo  eoo  alte  pennacchie- 
re,  scudo  rotondo  e  corazza  di  squame  ,  set* 
to  la  quale  vedesi  una  tonaca  di  lino  che  toc- 
cava la  carne  ,  volgarmente  detta  camicia  :  le  ' 
gambe  sutio  coperte  di  stinieri;  esiste  net  mu* 
seo  Imperiale  di  Firenze .  Vedasi  Tom.  II.  pag. 

OssKRv.  69.  Probabilmente  è  un  Marte,  con 
elmo  crinito.,  e  non  con  alte  pennacchiere.  La 
misura  ,  la  materia  »  la  forma  di  quest'  idolett«> 
lo  caratterizzano  per  uno  di  quei  tanti  Dei  La-- 
ri  ,  ebe  dai  gentili  tenevansi  custoditi  nelle 
proprie  case.  Fra  questi  Virgilio  nomina  pria- 
ctpalmeRte  li  Dei  magni  (t);  e  fino  dai  tempi 
di  Ennio  si  cotitava  Marte  nel  numero  di  es^ 
si  (2).  Dice  Lanzi ,  diligente  osservatore,  che 
tali  statuette  di  bronzo  di  forma  umana  hao  sem- 
pre o  soggetto  o  simbolo  o-  altro  indizio  che 
accenna  religione  (3) .  Le  ragióni  che  mi  fan 
credere  questa  statuetta  nou  essere  di  stile  To* 
scanico^le  addussi  estesamente  nelle  superiori 
osservazioni  ,  onde  qui  soltanto  faccio  notare 
a]  mio  lettore  che  la  regolarità  e  purezza  dei 
cofìtorai  di  quel  volto,  di  quelle  braccia,  di 
quelle  gambe ^  di  quelle  estremità,  e  la  svel- 
tezza di.qpella  figura  non  convengono  al  pri-- 
SCO  far  dei  .Toscani .     . 

Tbsto.  Tom.   IL  pag.  194.   Non   altrimenti^ 


(1)  Cum  sociis  natoque  penatibus  ,  et  magnis   Dìs. 
Virg.  Enei'^.  IH.  ,12. 
(2,)  luoo-rV^ta  j  Minerva ,  Ceres  ,  Diana  ,  Vcnus  , 

(3)  Saggio  di  Lingua  Ecriis.  Tom.  IL>  pag.  470. 


le  corazze,  i  dorsaletti,  gli  stinieri,  edmltre 
consimili  salde  difese  di  rame,  facevano  parte 
della  grave  armat ara  :de' Toscani;  (6]  La  sta- 
tua d*uu  guerriero  (  Tav.  XXI.  )  dà  una  beli* 
idea  dell' armatura  Etruaca.I  bassirilievi  delle 
urne  citati  dal  Buonarroti  (  ad  Denip^ter.  e.  *12-  ) 
sono  una  scorta  meno  sicura.  Vedi  i  monu- 
menti Tav.  XXIX.  XXX.  XXXI.  XXXII.  XXXIIL) 
OsssRV.  70.  In  tutto  il  corso  «datoci  dal  no- 
stro À.  della  storia  degli  Etruschi  non  si  trova 
mai  iatta  menzione  eh*  essi  usasser  corazze  di 
metallo  prima  d,*. esser  soggetti  ai  Romani .  Egli 
qui  lo  dice  senza  provarlo;  la  sua  affermativa 
vacilla,  trovandosi  appoggiata  soltanto  air^sem**' 
pio  della  prodotta  statuetta,  che  in  sostanza 
dee  tenersi  per  uii  Marte  o  altro 'simulacro  teli*» 
gioso.  Il  donarlo  d' argento,  della  Real  GaU 
leria  di  Firenze,  la  pietra  Maflfeiana  ed  i  b.  r. 
Yqlsci  di  Velletri ,  monumenti  sicurameatO'To* 
«cantei ,  e  che  "ContengoBO  dei  guerrieri,  ce  li 
mostrano  difesi  da  pelli  e  da  panni  ,  q  non  da 
corazze  e  corsaletti  di  rhetallo  .  Quindi  i  Ro- 
mani che  guerreggiarono  con  varie  nazioni  ^ 
appresero  altresì  da  esse  le  diverse  armatore  di 
difesa  che  poi  propagarono  per  tutta  1*  Italia , 
già  loro  soggetta.  Dello  armature  Sannitiche 
ci  resta  tuttavia  una  descrizione  lasciataci  da 
Livio,  fra  le  quali  ei  rammenta  una  certa  pia- 
stra di  rame  che  nonina  spongia  (  i  )',  usata  per 
coprire  il  petto  ,  che  il  nostro  A.  a  pag,  laS. 
del  Tom.  II.  spiega  pettorale  di  maglia,  ma  che 
in-  sostanza  secondo  Giusto  Lipsie  (2)  dev'è  pren- 


T    ■ 


(1)  Spongia  pectoris  tegumentnni  .  Liv.  X.,  4^. 

(2)  Saturn.  Serm.  L.  II. ,  Dialog.  XI. 


55 

derri  per  una  certa  piastra  di  rame  chr.  tene- 
vano i  Sanniti  sul  petto ,  e  non  ripetuta  dietro 
le  spalle,  come  era  usata  dai  Greci;  e  ciò  af^ 
finché  i*  uomo  armato  potesse  difeadi^rsi  pugnan* 
do  e- non  fuggendo. 

Testo  Tav.  XXII.  Urna  cineraria  in  terra 
eotta  di  stile  Toscasico^  rappresentante  una 
Deità  marina  con  ali  ai  capo  ed  agii  omeri , 
tenente  due  ancore  nelle  mani;  esiste  nel  mu- 
leo  Imperiale  di  Firenze.  Ved.  Tòm.II.  pag.  tSp. 

OsheAv.  ^r.  Anche  Strabone-  ci  fa  noto  qutA 
fosse  r  idea  che  ai  mioi*  tempi  A  aveva  dello 
astile  To^ciiiuco ,  senza  scostarsi  daqiial  cb«5  ce' ne 
dice  Quintiliano.  *EccO  le  parole  del  Geogra-^ 
fo  ^  quesn  muri ,  (  posti  avanti  gli  atrii  dei 
9)  temp)  %iz)  )  hanno  sculture  di  grandi  si- 
jy  mulacri  ,  molto  simili  a  quelle  dei  Tirreni, 
9^  ed  alle  antiche  opere  dei  Greci  (i)  99  tanto- 
ché lo  stile  Ttìscanico  ,  secondo  questo  scritto- 
re y  è  simile  air  Egizio  ed  al  Greco  antico .  In 
quest'  umetta ,  oltre  il  non  esservi  tràccia  ve* 
runa  di  Egizio  o  di  amico  Greco  «  che  è  quan- 
to dire  di  stile  rotzo  e  primitivo  ,  vi  si  vede 
tutto  il  carattere  della  scultura  simile  a  quello 
deHe  urne  Volterrane,  che  dal  nostro  A.  son 
giudi(^ate  del  settimo  e  aitavo  Siecól  di  Roma  (ti)/ 
JDeità^  marine  cori  ali  al  capo  non  si  videro  w^ì  P 
né  si  trova  che  alcun  mitologo  ne  fìic'cia*  men- 
zione.'Sé  fossero  ancone  quelle  che  ha  inmano^ 
la  presente  figura,  sarebber  guarnite  d'anel- 
lo, ove  attaccavasi  la  gomena^come  si  vede  in 


(i)  Strab.  L.  XVII ,  pag.  8c6.       ;- 
(2j  L'Italia  ava'ui  il  aofrii'hio  ie  Itòmani  T.  Il, 
pag.  177. 


55 
Jtutte  le  vere  ancore  delle  int)nete  Etro«cbe  di 
varj  paesi  (i).  Come  poi  si   potrebbe   interpe- 
irare  la  figura  e  ciò  che  tiéue  ia  maiio,  si  ve* 
drà  air  osserv.  24- 

Testo  Tom.  II.  pag.  iSp,  Dal  vedersi  poi 
fatta  pa^rtìcolare  menzione  dell'ancora  presso  i 
Toscani ,  s'accrésce  pur  anco  il  sospetto  che  )or 
si  appartenga  il  merito  del  trovate ,  non  senza 
xagione  scorgendosi  queir  utile  ferro  tante  volte 
S4)olpito  sulle  loro  monete  (4]  L'  ancora  qual 
Tedesi  sulle  monete ,  si  osserva  anco  in  un  mo- 
numento Toscanico.  V.  Tav.  XXII.) 

OssiERV.  712.  Altro  è  un  simbolo  d'  una  moneta , 
altro  quel  d*  un'  urna .  Spesso  nelle   monete  si 
rappresentò  il  simbolo  di  quel  popolo  al  quale 
appartenevano,  onde  per  tale  poteasi  prendere 
una  qualche  sua  invenzione;  ma  ie  urne  con* 
sacrate   unicamente   agli  estinti    noo    sogliono 
avere  altri  siiDboli  che  di  religione .  Non  com- 
prendo poi  cornei' A«  nostro  creda  che  il  sospetto 
d*  essere  i  Toscani  inventori  delT  aucora^ai  possa 
accrescere  dati*  osservazione  di  queir  urna ,  men-^ 
tre  né  egli  uè  altri  haa  Cinqui  mai  parlato  della 
nascita  di  siffatto  sospetto .  In  certe   note   fatt« 
recentemente   (2)  ad   una   versione  dell'  Argo- 
nautica  di  Apollonio  Rodio  (3),  T  invenzione 
delTancora  che  dalla  figura  del   gomito  riple* 
gato  ebbe  il  nooie  di  olyxvpet  per  meglio  attac- 
carsi ai  fondo  del  mare,  pare  attribuirai  agli 

*  (l)  Ved.  Lanzi  Totn.  IT,  pag.  26,  ove  ne  rana- 
meata  tre  »  ed  altre  tre  ne  riporta  alla  Tav.  I^  e 
III.  del  Tom.  II. 

(2)  Di  JVfons.  Flangini . 

(3>  Lib.  I.  T.  I4i3. 


Sì 

£^iz),  i  quali  ebbero  una  città  dcìtta  delle  an- 
^ortf,  perchè  era  vìciaa  ad  una  cava  di  pietr^^l* 
aud^e  traevansi  quella  ancora  die  erano  di  pietr.'% 
curvata,  usate  p()co  dopo<iuelle  di  Fatfsi  infor-. 
mi  nominate  anche  da  Omero.  In  fatti  chi  mai 
negherà  agji  Egizj  ii  primato  nella  naviga- 
zione? Se.  le  ÌD\ren7Ìoni  son  per  lo  più  figlie 
del  bisogno,  gli  Egizi  ebber  bisogno  prima  de- 
gli Etruschi  di  tale  invenzione.  Sfa  queste  soti 
4nere  congetture  che  non  couvengono  alla  soli- 
dità della  storia . 

Testo.  Tav.  XXIU;  Nume  marino   alato  ip 
atto  di  avvolgere  e  tir^e  a  sé 'due  persone  di 
^      .«esso  diverso. Esiste  nel  museo  pubblico  di  Voi» 
terra.  Vedi  T^m.  II.  pag.  i3^.  not.    i. 

QsacftVt  73.  Questo  monjiaiento  ò  riportato 
i^l l'antecedente,  e  ^cqI  sussegAieme  in  eusudio 
del  teisto  al  Tom.  II.  pag.  iS^».  onde  s^rà  pre- 
so in  esame  Dell' osservazione  che  segue  . 
^  Testo  Tav.  XXIV.  Deità  marina  con  ali  al 
^  capo  ed  agli  omeri,  in  mezzo  alle  quali'  si  ve- 
dono due  occhi ,  teoente  una  spada  nella  destra , 
Esiste  nel  «udeo  pubblico  di  -Volterra.  Vedi 
Tom.  II.  pag.  jS^.  n.   i. 

Ossea V.  1^,  Al  capo  della  presente  figura  non 
vi  sono  ali  ^  ma  una  pelle  di  una  testa  ferina 
con  orecchie  ben  distia) te.  J  tre  sopra  indicati 
monumenti  contengono  tre  mo&tri ,  k  cui  gam- 
be sono  serpentine  e  similissime  a  quelle  dei 
PI  mostruosi  Giganti,  con  la   sola  differenza,  che 

i  air  estremità  vi  si  vedo  uua  quasi  coda  di  pe- 

sce, in  luogo  di  una  punta  di  coda  o  di  una 
testa  di  serpente,  òome  ì  Giganti  sogliono  ava- 
re. I  Numi  marini  espressi  nel  SacL*ofagi  por- 
tano quasi  sempre  sullo  loro  schiene  Njaf»  la* 


i 


58 
tcive;  questi  hanno  in  mano  micia iali  strumen^ 
ti  di  tormeiKo  e  di  morte.  La  quantità  dì  fu* 
rie  che  vedonsi  nelle  urne  di  Volterra,  e 'spe^* 
cialmente  nei  loro  laterali,  indica  che  i  numi 
infernali  erano  assai  venerati  nelle  cerimonie 
funebri  (i).  Ma  in  genere  di  furie  mostri  infer- 
nali. Mani  e  Larve, tante  e  sì  varie  sono  led'C* 
scrizioni  dei  poeti  e  mitologi ,  e  le*  rap{)rb8en- 
razioni  degli  artisti ,  che  difficil  cosa  saiìebbe 
il  volere  assegnare  ad  ognuno  di  essi  la  pre- 
cisa figura  e  gii  attributi  che  dieroa.loro  gli 
antichi .  Mi  limito  pertanto-  a  riflettere  che  le 
figure  alate  nel'  capo  »  niegli  omeri  con  faci 
in  mano, e  pugnali  e  martelli , scolpiti  nelle  ut* 
ne  di  Volterra,  Todi  e  Perugia,  vedonsi*  an- 
che nelle  grotte  Gornetane  coi  medesimit simbo- 
li ,  colla  medesima  vestitura  e  con  gli  9t€ssi  or* 
nati ,  in  atto  di  tormentare  le  anime  dei  colpe- 
voli. Quegli  utensili  spiegati  per  due  ancore 
dal  nostro  A.  alla  Tav.  XXII.  sono  in  mano  di 
alcune  di  esse,  mentre  stanno  in  atto  di  stra- 
ziare con  quelle  ritolte  punte  i  corpi  dei  dan- 
nati; aVtre  han'quelle  spade  medesitaie  che  tie- 
ne in  mano  la  figura  della  Tav.  XXIV.  e  so- 
no irl  atto  di  vibrarla  cóntro  di  essi  ;  altre  poi 
li  tormentano  colle  loro  faci  accese ,  come  con 
faci  sano*  espresse  nelle  ul*ne  di  Volterra  e  Pe- 
rugia. Il   mostruoso   Nume  scolpito  neir  urna 


(l)  In  ua>  ms.  ch«  io  posseggo!  lasciatomi  dal: 
mio.  amico  Ab.  Lanzi  ^  e  che- fra  i^on  molto  da^ò 
ail^  luce  ,  trovo  che  egli  tiene  per  furia  Ujia  di 
queste  simili  figure  espressa  in  un'  Urna  di  CHiu- 
sl ,  bve^  rafl^r  esentata  la  morte  di' Partenopeo'.  Ve- 
i9$i  Hn  Dcmpstero  Tom;  t,  f.  38p.  Ta4>.  LXXI.  n.  a. 


6^ 
Tav.  XXIII.  più' manifestamente  $1  mostra  .aDa<- 
logo  alle  figure  delle  grotte  Goruecane  (i)  ed 
air  uffizio  loro:  egli  pure  sembra  toarmentare 
due  persone  di  se«so  diverso,  usando  per^Érme 
un  sasso  a  guisa  di  Gigante.  Il  modo'tennto 
dalle  forie  per  martoriare  i  Tei,i>on  è  di  tina- 
Alme  convenzione  presso  i  gentili.  I  Greci  rap* 
presentarono  Oreste  tormentato  dalle  furie  con 
serpi  (a)  che  vedoii«i  nelle  loro'  mani  anche 
nelle  Grotte  Gorneian#;  i  Ronon»  seguirono 
quella  dottrina  ,  alcuni  Etruschi  sostituirono 
ai  serpi  lo  faci  ^i  martelli,  comedi  vede  in 
irarie  urnette  inedite  di  Volterra  e  di  Chiusi  (S)  ; 
E  quando  anche  le  mostruoso  gambo-  di.  i|uei 
Mtf-mi  fosser  eode  di  pesce  e  non  di  serpente*; 
ixime  è  probabile  >  ed  alcuni  strumenti  che  haov 
no  in  mano  fosser  marini,  non  per  tfumto.deoA 
tjul  credersi  rifetibili  al  mare,  ma  'bensìairin- 
Ssrno  ove  tali  mostri  son  collocati  da>  Virgi- 
lio (4)0  da  Stazio  (5)1  :  Tantoché  ipiegandoli 
al:  nostro  proposito  deon  dirsi  Deità!  infernali, 
e  non  marine. 

Testo  Tom.  IL  pag.  i'32.  Signori:  del  mare, 
(  gli  Etruschi  )  che  con  &stosa.denomsnazioBe 
chiamaron  Toscano  ^  certo  è  che  cow  le  loco^aia* 
vi  sconrevano  tutto  il  Mediterràneo ,  al  pari 
delle  pili  operose  nazioni,  che  tenoepo  ne'pri'* 
achi  tempi  T impero  di  quelle  acque,  (i]  Deità 


.^^■■i.Aa     -<    I.  j. 


{t)  V«  Agìncourt  Histoirò  de  J'  Art  1  fax  lesi  Mo* 
num.  Arch.  PI.  X ,  et  XI.  •///./. 

(2)  HanckalviU  Ancia.  Etr.  jGrecq>  et  Rgm.  Tom. 
Ìl\  PI.  XXX/  V  *       .  * 

(3)  Gori  Mtig.  Ett.  fl>m.  I ,  Tak.  CLf. 

(4)  Aeneid.  Lib.  VI,  v.  28tf.  / 

(5)  Thcb.  Lib.  IV,  T.  534. 


6o 
mariae»  delfipi,  ed  altri  simboli   relativi  alla 
navigazione  9  si  veggono  «frequentemente  scolpiti 
aopra  i  monumenti .  V.  Tav.  XXII  -  XXV.  ) 

OssERV.  2^'  Gi^  provai  che  i  simbuli  delle, 
urne  deon  credersi  religiosi ,  e  non  civili  o  po- 
litici (1)^0  che  quei  Numi  espressi  nelle  urne 
osservate  pOsson  dirsi  piuttosto  infernali  '>  nd 
altri  simboli  vi  trovo  che  sianot  relativi  alla  na^ 
viga^one.  Provai  ancora  che  T  urna  Tav.  XXII» 
e  per  conseguenza  le  altre  due,  perchè  di  si* 
mite  scultura  (Tav.  XXIII.  e  XXIV.  ) ,  possiono 
appartenere  al  settimo  y  e  ottavo  secol  di  Roma 
(a).  Onde  non  voglio  persuadermi  che  allora  i 
Toscani  si  occupassero  di  eternare  colla  scultu* 
ra  la  memoria  della  5Ì^nori(2  e  del  dominio  del  ma^ 
re ,  che  aveaao  miseramente  perduto  più  di  tre 
secoli  acanti. 

Testo.  Tom.  II.  pag.  49.  La  dott-rina  in^e- 
^nata  dai  più  antichi  teologi ,  la  qual  pone- 
va tanto  griddii  che  i  Demoni  a  parte  dei  de- 
stini a  delle  azioni  degli  uomini  »  trovavasi  A 
fattamente  radicata  in  Etruria,  che  in  ciascu- 
no de' suoi  monumeim  figurati  vedonsi  sotto 
«mane  forme  in  sulla  scena,  tutelaci  Gen),  pre- 
star ^aoccorso  ai  pericolanti  mortali,  incoraggire 
0  dirigere  le  loro  imprese. (a]  Tutta  l^iintichi- 
tà  figurata  può  chiamarsi  in  prova  di  tale  as-* 
serzìone.  Molti  di  quel  Gén)  vedonsi  con  occhi 
alle  ali,  simbolo  di  loro  previdenza.  Vedi  Tav. 
XXII,  XXIII,  XXIV,  XLI,  XLUI,  XLIV  , 
XLV,  XLVIII  ). 
Q3SERT.  2^,  Il  nome  di  Genio  sì.  estende  ad 


«^♦• 


(l)  V.  r  Osserv.  73. 
(2;  V.  r  Ossei V.  71. 


•\ 


6i 

vtìx  quantità  troppo  grande  di  spiriti ,  perchè 
eoa  e:9$o  soltanto  restino  chiaramente  definiti  quei 
che  sotto  umane  forme  si  vedono  effigiati  nei 
Monumenti  Etruschi ,  Secondo  V  opinion  di  Pitta- 
gura  (i)  e  di  altri  antichi  Filosofi  (2),  sotto 
questo  nome  si  comprendevano  tutti  quegli  es* 
«eri  incorporei,  ai  quali  l'Ente 'supremo  ha 
confidata  T amministrazione deii' universo.  Que- 
sta moltitudine  inuumerabile  di  spiriti,  è  divisa 
in  varie  classi  (3),  ciascuna  delle  quali  è  suscet- 
tibile di  altre  suddivisioni,  a  seconda  dei  re- 
spettivi lor  nomi  ed  incombenze  che  loro  ven- 
gono attribuite  \  tanto  che  il  Genio  di  Socrate 
uun  è  lo  stesso  che  quel  d*  un*  Amadrìade  0 
della  detestabile  Ate .  Così  nel  genere  dei  Gè* 
i)j  noi  distinguiamo  la  specie  degli  Dei  mag- 
giori e  minori ,  dei  Semidei  ^  delle  Ninfe,  del- 
le Furie  ec.  Riferendo  siffatta  analisi  ai  monu- 
•fnenti  Etruschi^  mi  sarà  facile  provare  nelle 
seguenti  osserv.  che  i  Genj  ivi  espressi  non  so- 
no della  specie  addetta  ^prestar  soccorso  ai  pe-^ 
ricolanti  mortali^  come  son  creduti  dal  nostro 
A.  Le  spade,  le  pietre»  i  graffi  di  ferro  e  le 
faci  ardenti  che  hanno  in  mano  quei  Numi-ef- 
figiati nei  monumenti  Etruschi  indicano  ga«ti- 
go  e  flagello,  non  direzione  e  soccorso, 

TiSTo.  Tav.  XXV.  L*  Aurora  che  sorge  dal 
mare  in  cocchio  tirato  da  quattro  cavalli.  Esi- 
ste   nel  museo  di  Volterra.  Vedasi  Tom.  IL 


(1)  Apud  Diog.  Laert.  Vili,  j5  32. 
{-2}  Talete,  Aristotde,  Cicerone,  Fiatone. 
^ò)  Barchelem.  Voyagc  d'Anac.'Tom.  Ili  >  Chaf. 
LXIV,  p.  4S0. 


62 

OssÈKV,  2Z'  1^'  applicazione  di  questo  monu«- 
fliemoal  testo  ov' è  richiamato,  fa  vedere  quan* 
to  sia  inutile  in  questa  raccolta. 

TksTO.  Tom.  II.  pag.  76.  la»  ^al  maniera  la 
vittoriosa  ioiluenza  delle  Greche  favole  rivesti 
a  poco  a  poco  le  cose  mitologiche  di  fogge 
pellegrine ,  fintanto  che  la  vanità  nazionale  in* 
dusse  tutti  a  credere  d' aver  comuni  con  la  Gre* 
eia  i  Numi  piii  celebrati .  Però  non.  mancavano 
anche  tra  gì'  Italiani  finzioni  eleganti  e  poeti- 
che Gomeec.  Altre  favole  volgari  ricordano  an- 
ch^  esse  più  allegorie  piacevoli  e  ridenti  ; 

OssBRV.  78.  Quali  sono  le  cose  Mitologiche  ?  —* 
iTn  aggregato  di  parole  sì  vaghe,  un  monu- 
mento- addotto  dalla  spiegazione  in  prova  di 
questo  testo,  e  poi  non  altrimenti  rammentato 
nel  testo  medesimo  ;  un  b.  r.  eseguito  in  tem* 
pi  che  conoscevasi  da  più  secoli  per  tutta  l' Ita* 
lia  la  scultura  »  la  letteratura  e  la  mitologia  del 
Greci .  Quai  Lumi  da  tutto  ciò  a  favor  della 
storia  à*  Italia  avanti,  il  dominio  de*  Romani} 

TssTO.  Tav.  XXVI.  Anima  d*un  trapassato 
guidata  dal  Genio  buono  e  dal  Genio  malo. 
Vedi  Tom.  II.  pag.  187.  e  più  sotto  Tav.  LII. 

Ossea v^  79.  L*  Ab.  Barthelemy ,  che  net  suo 
Viaggio  di  Anacarsi  ha  raccolte  da  Plutarco 
(i),  da  Platone  (2)  e  da  Van-Dale  (3)  tutte 
le  notizie  che  abbiamo  relative  al  genio  buono 
ed  al  genio  malo  presso  i  Gentili ,  dice  che  que- 

(1)  EmpedocI.ap.PIat.de  anim.  tranquill.  Tom.  2.^ 

pag-  474. 

(2)  Xenocr.    et  Fiat.  ap.   enmd.  de    orac.   def. 
pag,  419. 

(3j  Van-Dale  de  orac.  p.  6. 


63 
sta  coppia  di  Genj  apcorapagaano  T  uomo  dal 
momeuto  della  sua  nascita  fino  a  quel  della 
morte ,  disputandosi  il  potere  di  dotarlo  di  tut- 
ti i  vantaggi  e  di  tutte  le  diflformità  del  cuore 
e  dello  spirito  nel  corso  della  sua  vita  (i)^ 
Dunque  V  ispezione  del  Genio  buono  e  malo 
aon  è  quella  di  guidare  le  anime  dei  trapassati} 
anzi  dovean  tali  Genj  abbandonare  le  anime 
al  momento  .appunto  del  loro  trapasso.  Emendo 
questo  errore  nel  nostro  A.  colle  parole  dell* 
Anacarsi  ,  per  prevenirlo  eh'  .egli  si  mette  in 
cimento  d'esserne  censurato  anche  dalle  Dame, 
nelle  cui  mani  facilmente  si  trova  questo  libro 
tanto  piacevole  quanto  istruttivo,  mentre  egli 
dimostra  di  non  conoscerlo  .  Se  mi  si  domanda 
perchè  dee  prevalere  V  opinione  del  dotto  Fran- 
cese a  quella  del  nostro  A.^il  quale  non  crede- 
rà duver  cedere  ad  esso  in  dottrina ,  rispondo 
che  il  primo  me^'ita  tutta  la  fede  specialmente 
in  questa  sua  opinione,  perchè  Tappogia  ali* 
autorità  dei  Classici ,  mentre  il  secondo  asse-^ 
risce  la  propria  gratuitamente,  e  senza  prova 
di  sort'  alcuna. 

Testo  Tom.  II.  pag.  iS^.  Principal  fonda- 
mento della  filosofia  teoretica. degli  Etruschi, 
che  ayeano  per  massima  universale  di«  riferir 
tutto  a  Dio  ,  era  la  dottrina  su  la  natura  e 
gli  attributi  d*  un  ente  superiore .  I  lumi  che 
possiamo  trarre  dai  ior  costumi  e  civili  istituti , 
ci  fanno  pienamente  conoscere ,  che  credevano 
ed  insegnavano  siver  Iddio  un  provido  e  rego- 
lar governo  su  lo  create  cose  ;  punire  i  dispre^ 


fi)  Voyage  du  leun.  Anach.  en  Grece  Tom.  Ili 
chap.  LXIV.  p.  4^0. 


giatitrì  delle  leggi  ;  premiare  i  religiosi  e  gti 
ouesti  ;  in  fine  rifiervare  pene  e  ricompense  al)' 
anime  separate  dai  corpi ,  iti  un  mondo  da  que- 
sto diverso,  (i]  la  qual  modo  gli.  («truscbi  ac- 
cordassero la  filosofia  con  la  favola  circa  uno 
stato  futuro,  compreudesi  dalle  antiche  pitturo 
di  Tarquinia.  V.  Tav.  LIl^  LUI,  con  le  spie- 
gazioni ). 

OssxRv.  80.  Qual  differenza  passa  tra  la  fi* 
losofia  Teoretica  ch'egli  attribuisce  particolar- 
meute  agli  Etruschi ,  e  quella  di  tutto  il  restau* 
te  del  paganesimo,  anzi  di  quasi  tutte  le  reli- 
gioni del  mondo?  Io  credo  che  senza  mutare 
una  parola  si  possa  dire  dei  Maomettani,  degli 
iQbrei ,  e  dei  Cristiani  ,  quello  che  V  A.  ha  detto 
degH  Etruschi .  E  il  monumento  come  lega  coi 
teèto  ? 

Testo  Tav.  XXVII.  Cocchio  da  viaggio  tira- 
to  da  mu'i  e  lettiga  sostenuta  da  S(  biavi. E^^iste 
nel  Museo  di  Volterra.  Vedasi  Tom  II.  pag.  86. 

Oss£RV.  81.  Erano  molti  gli  u9Ì ,  ai  quali  fu- 
rono destinati  questi  co*,cki^  che  per  distinguer- 
li da  varj  altri  eran  da'  Latini  chiamati  Car^ 
'pentd\  né  so  perchè  dall' A.  sia  attribuito  il  pre- 
sente ad  uso  di  viaggio .  La  sua  struttura  non  co- 
moda a  starvi  dentro ,  Tessere  scolpito  in  un*  ur- 
na cìfneraria  e  la  pompa  dalla  quale  è  seguito, 
tur  fan  credere  che  possa  essere  un  Carpento  de- 
stinato a  trasportare  le  immagini  dei  defonti 
in  una  pompa  funebre  (1).  La  lettiga  che  pre^ 
cede  il  Carpento  potrebbe  peravveutura  essere 
il  feretro  dell'estinto  che  ivi  si  onora.  Avva- 


(l)  Instituit  matri  Circenses  carpentumque  »  quo 
Iti  pompa  traduccretui. Suet.  CaLC. XV.,n.  o. 


6Ì 

loro  il  mio  sospetto  con  un  passo  di  Storia  Ro- 
mana che  riporta  V  A.  al  Tom.  IV.  pag.  a-^ó. 
ove  dice:  che  99  un  nobile  Romano  facendosi 
y  portare  in  lettiga  fu  incontrato  a  caso  da 
I)  un  boaro  di  Venosa,  il  quale  non  conoscen* 
99  dolo,  interrogò  i  servi  se  portavano  un  mor- 
^  to  99 .  Lo  stesso  passo  mi  fa  conoscere  che 
non  sempre  le  lettighe  eran  portate  dai  schiavi, 
la  simile  soggetto  di  un'  urna  riportata  dal 
Gori  (i)  si  vede  una  Divinità  alata  che  pre« 
cede  il  carpento  con  chiodi  trabali,  ed  un'al- 
tra simile  Divinità  con  ali  e  con  face  in  ma* 
no  che  lo  segue ,  oltre  yar)  altri  non  ben  di- 
stinti simboli  portati  da  coloro  che  formano  il 
seguito  di  quella  pompa.  E'  dunque  chiaro  che 

?[ui  non  si  tratta  di  viaggio,  ma  di  religiosa 
iinzione  e  funzione  funebre .  Il  dittico  o  pugiHa- 
re  che  si  vede  in  mano  del  piccolo  servo  ,  che 
è  dietro  il  carro ,  non  disdice  alle  funerali'  fun- 
zioni: ivi  saranno  forse  i  nomi  dei  defonti  o 
dei  chiamati  al  funerale,  come  solea  costumar- 
si (s).  L*uomo  a  cavallo  può  figurare  uno  dei 
parenti ,  i  quali  dovendo  accompagnare  la  pom- 
pa funebre  fino  agi'  Ipogei  spesso  lontani  dalla 
città,  solevano  andare  o  a  cavalla  o  in  letti- 
ga (3)  :  ond'  è  che  anche  per  questa  ragione 
può  aver  luogo  la  lettiga  in  questo  b.  r.  Il  (rio- 
vine che  precede  i  muli  del  carpento  ,  ha  in 
mano  una  face,  benché  male  espressa  nel  di-^ 


0)  Museo  Etrusco  Tom.  HI  ,  Tav.  XXII. 

(*2)  Wilthem  comm.  ad  Diptycb.  Leodinens.  apud 
Pignor.  de  sefv.   p.   2*21. 

(3)  Meursiug  de  faner.  Gap.  IX:  Pblyd.  Virg.  ée 
inven. JL  VI,  e  X. 


\ 


66 
segdo.  Esse  avean  luogo  nei  fuoecali  secondo 
Servip  in  Virgilio  (i).  Né  può  dirsi  che  anch« 
nel  supposto  viaggio  convenisse  la  face  imma* 
ginandolo  viaggio  notturno  ,  poiché  in  varie 
simili  rappresentanze  di  pompe  funebri  olti:e 
il  giovane  con  face  in  mano  vi  è  quasi  sempre 
un  ori  volo  a  sole  ;  simbolo  che  sarìa  inutile  qualo- 
ra il  soggetto  fosse  notturno .  Neil'  urna  origina^ 
le  d'onde  è  tratto  il  disegno  di  questa  Tav! 
esistente  nel  Museo  di  Volterra  è  espresso  , 
come  nei  la  maggior  parte  delle  altre  di  tal  sog- 
getto ,  un  Genio  portante  i  chiodi  trabali  ,  dai 
quali  può  argomentarsi^  esser  egli  lo  stesso  Fa* 
to,  giacché  appunto,  precede  nell'ur netta  ogni 
altra  Egura ,  come  in  Orazio  è  descxitto  : 

Te  semper   anteit  saeva  necessitas 
Clavos  trabales  et  cimeos  manu 
Gjestans  ahenà  :  (a) 

Perché  dunque  qui  é  tralasciata  una  figura 
che  dà  il  maggiore  indizio  del  soggetto  conte* 
nuto  nel  b.  r.?  Io  credo  che  si  portassero  nella 
funebre  pompa  i  ritratti  medesimi  che  serviva- 
no dipoi  per  Coprire  le  urne  cinerarie ,  veden- 
doli in  questi  carpenti  nella  atessa  attitudine  di 
quelli  »  vale  a  dire  rappresentati  a  sponda  di 
letto  :  costume  anche  romano  come  abbiamo  da 
Tacito (3), allorquando  parlando  dei  funerali  di 
Germanico  dice  :  ubi  illa  veterani  instituta  ?  prae^ 
positam  toro  effigietn  ?  Ciò    basti    per  provare 


(l)  Servius  in   Virg.  Aeneid.  XI.  142. 
43)  Carm.  Lib.  I.  Od.  35.  v.  17. 
(3)  Artnal.  L.  III.  5.  7. 


^2 

che  in  <jiiC8ttyinonQiiiento  noir. pu^* euefiappre- 
tentato  un  cocchio  da  viaggio  . 

Testo  Tom.  II.  pag.  86.  Le  cerimonie  nuzia- 
li, i  sontuosi  eoGchi,  ed  i  soverchi  ornaosenti 
aiufiebri  che  appajooo  in  tanta  varietà  fi  su  rati 
su  ì  moniMnenti  dell'  arte  (3]  Vedi  T:^v.  XXVIL 
XXVIII.  XXXVt  XXXIX.  X ,  ben  confermano 
la  considerazione  e  T  impero  di  cui  godeva  an- 
ticamente im  £truria  questa  bella  parte^del  gè* 
aere  uqianó ,  che  -mai  non  può*  star  senza  pooir 
pa  f  vezzi  e  vanità . 

OssBRv.  ^2.  Le  medaglie  di  Marciana  moglie 
di  Trajano ,  e  giegUo  ancora  un  sarcofago  ripor- 
tato da  Montfaucon  (i),  oltre  var^  altri  moou- 
nenti  ^  ci  mostrano  la  vera  costruzione  dei  son- 
tuosi cocehi  che  usavano  le  antiche  matrone  ,  dei 
quali  parlano  ajiche  gli  autori  antichi  (2).  La 
costruzione  di-  essi  è  ben  div6rsa  da  quella  dei 
carpenti  espressi  nelle  urne ,  1  quali  son  bassi . 
•  par  quanto  apparisce,  atti  al  solo  uso  dei 
tragporti ,  mentre  quelli  sono  atti  e  comodi  a 
potervi  stare  a  sedere .  Né  in  modo  alcuno  pò» 
trebber  darci  un'  idea  dei  èonmosi  cocchi  deUe 
donne  Etrusche  questi  carpenti  di  forma  così,  me- 
schina che  pajono  ceste  da  Procacci.  Se  poi  re^ 
al  mente  quest'urna  rappresanta  una  funebre  ce« 
rimonia ,  come  io  mi  persuado ,  cade  a  te«rai 
tutto  il  galante  ragionamento  del  nostro  A.  sulla 

'  ■■  ■  ■  ■  ■  '  ,      ■■  - 

(i)  Suppl.  au  L.  de  T  Ant  expL  Tom.   5.  pian. 
XLIL  XLlir. 

(2)  Grata  eares,  ut  quae  maxime  Senatut  unquan> 
fuit  :  honoremque  obeam  munifiGentiam.  feruat  ma- 
tronis  habitum,  ut  pilenroad  sacra  ludogqua^  carpei»* 
tìs  festo  profestoque  utexencur.  Liv.  V.  25. 


68 

considerazione ,  impero  t  pompa,  e  vezzi  dcWx  heU 
la  parte  del  genere  umano  in    Etruria. 

Tfsto' Tav.  XXVIII.  Nobile  Cocchio  deatr© 
il  quale  stanno  assisi  un  uomo  ed  uoa  doana  . 
I  servi  si  distinguono  air  abito  con  cappuccio, 
gonadi  vestimento  plebeo.  Nel  museo  pubblico 
di  Volterra .  Ved.  Tom.  IL  pag.  8Ò.  89.   n.  J. 

OsSERv.  83.  Dalla  forma  del  presente  Cocchio 
che  t'  A.  chiama  nobile  a  quella  deH*  anteceden- 
te chiamato  dalT  A.  cocchio  da  viaggio,  non  vi 
è  differenza  alcuna.  Ved.  le  osserv.  81  e  Sa. 

Testo.  Tom.  IL  pag.  89.  Il  «vestiario  che  in 
secoli  di  Tusticale  semplicità  consisteva  in  una 
succinta  e  rozza  veste  con  cappuccio  di  color 
verdiccio  ,  comparisce  ne' monumenti  d*  Etruria 
ampio  e  sontuoso,  per  lo  più  composto  di  tuni- 
ca e  pallio  (2]  Gonientus  illic  veneto  duro* 
que  cuculio.  luvAn.  Sat.  III.  148.  ) 

Osserv.  84.  Gi  dice  V  A.  che  la  saccinta  e 
rozza  veste  con  cappuccio  è  vestiario  dei  secoli  di 
rusticale  semplicità ,  e  che  non  vedendosi  piÌL.tal6 
nei  monumenti  »  comparisce  questo  vestiario  am* 
pio  e  sontuoso  composto  di  tunica  »  e  pallio .  la 
esempio  di  ciò  adduce  il  monum.  delia  Ta^« 
XX VII.  colle  seguenti  contradizioni.  Primiera» 
mente  col  monumento  fa  vedere  non  esser  vero 
che  quel  vestiario  apparterrà  ai  secoli  di  rusti'- 
cale  semplicità  per  due  motivi:  e  perchè  il  mo- 
numento che  lo  contiene  dimostra  secondo  lui 
i  costumi  del  settimo  e  ottavo  stcolò  di  Roma  ; 
e  perché  nel  seguito  dei  sontuosi  cocchi^  e 
pompa  delle  donne  rf'  Etruria  non  si  conviene 
un  vestiario  de'  secoli  di  rusticale  semplicità .  In- 
oltre questo  vestiario  che  nel  testo  viene  attri* 
buito  ai  secoli  di  rusticale  semplicità^  neila  spie- 


gazioile  tion  è  più  tale,  ma  è  vestiario  distintivo 
dei  servi    del  settimo  e  ottavo  secolo  di  Roma . 
Fi  aal  mente  è  da  notarsi  che  mentre  col  testo  ei 
dice  che  nei  monumenti,  comparisce   il  vestiario 
ampio  e  sontuoso  e  composto  di  tunica  e  pallio  ,  iu 
vece  della  succinta  veste  con  cappuccio ,  ne  porta 
poi   r  esempio    che  dimostra  tutto    l*  opposto  ,- 
perchè  ivi   è    la  succinta  veste  con   cappuccio , 
e  non  U  vestiario  ampio  e  sontuoso   composto  di 
tunica  e  pallio.  Si   aggiunga  ancora  che  in  op-; 
posizione  alla  dottrina  del  testo  io  trovo  che  i 
b.  r.  Volsci  i  quali  si    avvicinano  slì  secoli  di 
rusiicale  semplicità  fh^Lnno  i  personaggi  distìnti 
con  lunghe  vesti ,  ed  i  plebei  con   vesti  corte  e 
succinte    In  una  serie  sì  estesa  di  contradizioni 
che  coufondon  la  testa  di  chi  ha  per   le  mani 
siffatti  libri  y  come  mai.  si  potrebbe  aver  corag- 
gio di  promoveroe  e  commendarne  la  lettura? 
A  me  pare  che  in  quelle  figure  coperte  di  cap- 
puccio vi  si  debbano  riconoscere  i   Liberti ,    o 
Manomessi,  o   sia    quei  servi  che   per   la  loro 
fedeltà  avéano  acquistata  la  libertà   non   meno 
che  la  confidenza  del  loro  Signore,  i  quali  so* 
levano  accompagnare  il  cadavere  nelle  funebri 
pompe,  distinti  da  quel  vestiario  .  (i) 

Testo  Tav.  IjCXIX,  La  morte  di  Gapaneo: 
in  luogo  della  porta  Elettride  vedesi  figurata 
dallo  scultore  la  porta  autica  di  Volterra,  det- 
ta oggi  porta  air  Arco.  Può  notarsi  in  questo 
b.  r.  la  cavalleria  di  sagittarj  loricati  di  squam-^ 
me  di  metallo,  oltre  .la  foggia  delle  armature 
tutte  nazionali:  nel  museo  pubblico  di  Volter- 
ra: Vedasi  Tom.  IL  pag.  120,  1 25. 

(i)  V.  Rofiin.  Anciq.  Rem.  Ltb.  V,  e.  XXXIX. 


2^ 

OssERv.  85.    Non  è   provato  che  U  lorica  di 

squamme  di  metallo  sia  realmente  armattira  na- 
ziotiale  degli  Strubbi,   anzi  neppure  dei  Ro- 
mani i  quali  molto  tardi  pare  che  la  introdu- 
cessero nella  loro  milizia  .  trovandosi  in  Fiutar* 
co  (i)  che  Luculloseoo  armò,  allorché  combat- 
tè contro  Tigiraue  circa  Tanno  di  Roma  iS^o, 
mentre  in  Grecia  erano  già  in  disuso  le  arma* 
ture  di  ferro  fino  dair-anno  di  Roma  363.  vale 
4  dire  307.  anni  prima .  Già  provai  che  neppu- 
re la  forma  del  corsaletto  alla  Romana  o  alla 
Greca ,  che  ivi  si  vede^  è  costume  tutto  nazio' 
naie ^  cioè  esclusivo  delTEtrusca  nazione,  per- 
chè Io  vediamo  sempre  rappresentato  nelle  pia 
antiche  sculture  Romane  e  Greche,   non    già 
nelle  più  antiche  d*  Etruria.  Oltre  di  che  le  nu- 
dità, che  si  vedono  in  quei  guerrieri  (2),  mi 
convincono  cbe  lo  scultore  seguisse  in  tutto  il 
costume  Greco  nel  trattare  un  fatto  di  quella 
nazione ,  e  non  si  occupasse  di  mostrarci  la  mi- 
lizia Etrusca  . 

Testo  Tom.  II.  pag.  120.  le  fanterie  si  di- 
stìnguevano sempre  in  gravemente ,  e  legger- 
mente  armate.  Una  spada  breve  cinta  sul  fian- 
co sinistro  (i]Vedi  i  monumenti  Tav.  XXXL 
XXXII.  XXXIII.  ) 

OssERv.  86.  Se  il  monumento  è  del  settimo  ed 
ottavo  secol  di  Roma ,  come  crede  l' A.  (3),  n« 


(1)  Plutarch.  in  Lucull. 'p.  5lo. 

(2)  Dice  Plinio  XXXIV.  5.  parlando  della  manie- 
ra di  rappresentare  i  personaggi  deH e  statue  :Grae* 
ca  res  est   nihil  velare  . 

(3)  Tom.  II.  pag.  17-. 


71 
segue  che  lo  scultore  vi  abbia  dovuto  rappresen- 
tare le  armature  o  Greche  o*  Romane  >  e  Dod 
già  oaziotiali  degli  Etruschi  anteriori  al  nlomi^  ' 
nio  de*  Romani  (  V.  Osserv,  «6.  ) .  Greche  io 
dico ,  se  intese  rappresentarle  analoghe  al  sog- 
getto; Romane  se  analoghe  al  costume  dei  suoi 
tempi,  nei  quali  tutta  V Italia  avea  costumi Ro« 
mani;  ond'è  che  dalle  urne  di  Volterra  non 
si  può  avere  verun  esempio  delle  armi  Etru^ 
sche  anteriori  al  dominio  dei  Romani  in  Italia . 

Testo  Tom.  II.  pag.  124.  Non  altrimenti  le 
corazze  ec. 

OssxRV.  87.  Vedansi  le  mie  ossery,  6^.  85.  e  86. 

Testo  Tav.  XXX.  Combattimento  dei  sette 
contro  Tebe  sotto  la  porta  Elettride.  Urna  in 
alabastro  di  buono  stile  e  alto  rilievo:  nel  mu- 
seo pubblico  di  Volterra.  V.  Tom.  II.  pag. 
120-1125,  e  277. 

Osserv.  88.  Non  so  per  qual  ragione  V  A. 
trovi  espresso  in  quest*urna  il  combattimento 
de*  Sette  contro  Tebe.  Secondo  lui  la  scultura  di 
essa  deve  essere  del  settimo  ed  ottavo  secol  di 
Roma ,  perchè  il  buono  stile  vi  comparisce  al- 
quanto in  decadenza. 

Testo  Tom.  IL  pag.  177.  La  decadenza  del 
buono  stile  può  altresì  notarsi' in  non  poche  ur- 
ne con  epigrafi  Etrusche  e  Latine ,  cBe  pajono 
del  settimo  od  ottano  secol  di  Roma,  talché 
supponendo  che  il  cangiamento  seguisse  a  gra- 
do a  grado ,  dee  a  Iftiona  ragione  stimarsi ,  che 
quella  nuova  scuoia  piii  conforme  al  Greco  sti- 
le ,  maggiormente  fiorisse  nel  corso  de*  due  se- 
coli precedenti. 

OssERv.  89.  Lanzi  ha  dette  quasi  le  stesse  pa- 
role   nel  periodo   seguente  yy  I  caratteri  delle. 


2^ 
^  urne  misti  di  Latino  e  d' Etrusco  pajoao  del 

4j  settimo  o  deir ottavo  secol  di  Roma  fy  (i). 
Non  potea  fiorire  uno  stile  conforme  al  Greco 
nel  corso  dei  due    secoli  precedenti,   cioè  nel 
Soo ,  e  400   di  Roma  ;  poiché  esso    potè  essere 
introdotto    in  Etruria   soltanto    dopo    il  487  ^ 
quando  Roma  avea  assoggettato  tutto  il  tratto 
della   penisola  Italica  chiamata  Magna  Grecia 
(s)  .  Son   dunque    riportate    male   a    proposi- 
to testimonianze  di  urne  cinerarie  di  Volterra 
tutte  conformi  al  greco  stile ,  per  provare  i  co- 
stumi ,  la  religione  e  le  arti  dei  popoli  Italia- 
ni anteriori  al  dominio  dei  Rovani  in  Italia. 
Testo.  Tom.  II.  pag.  176.  Non  sì  tosto  i  Ro- 
mani dettero  ospizio  alle  arti  Greche ,  singo- 
larmente dopo  la  presa  di  Siracusa  (2]Geteruai 
.  inde  primum   initium  mirandi    Graecarum  ar- 
tium  opera.  Liv.  XXV.  40.  Plutarch.  in  Mar- 
celi. ),  par  che  sì  bella  emulazione  facesse  ger- 
mogliare in  Etruria  un  nuovo   stile ,  in  cui  gli 
artefici  compariscono  in  certo  modo  emuli  dei 
Greci .  In  questo  senso  ebbe  ragione  Winckel- 
mann  d'asserire,  che  se  le  arti  Etrusche  noi^ 
debbono  ai  Greci  Y  origine ,  dovettero  loro  pe- 
rò r  avanzamento  (1]  Vedi  i  monumenti  Tav. 
XXX.  XLVI.  XLVli.  XLVIII.  )     . 

OsSERV.  90.  Quel  primum  initium  di  Livio 
apiega  meno  che  avanzamento  ed  emulazione  , 
ed  insieme  dimostra  quanto  poca  stima  si  faces- 
ìse  delle  arti  Etrusche  dette  Toscaniche ,  allor- 
ché si  conobber  le  Greche  . 


(i)  Notizie  prelim.  circa  la  scultur.  pag.  XIX. 
(a)  V.  Micali  Tom.  4.  p.  ic5.  Ved.  le  Osserv.  85. 88. 


23 
TiSTO  Tom.  II.  pag.  i^-j.  A  tal  epoca  •(  do- 
po ]a  presa  di  Siracusa  )  possono  riferirsi  senza 
riprensione  i  lavori  Etruschi  che  più  gareggiano 
col  Greco  stile;  ma  è  da  ripetere  col  MaflTei 
(a]  Ofisenr.  Letter.  Tom.  V ,  pag.  3i6:  )  cheniu- 
no  pu6  sapere  cosa  sia  urte  o  antichità  figurata 
Etrusca,  se  non  ha  veduta  la  doviziosissima 
raccolta  del  museo  pubblico  di  Volterra .  Quivi , 
in  piàcentinaja  d'urne  intagliate  ec. 

OsflKRv.  91.  Chiaramente  dimostra  questo  pas» 
iO  che  r  A.  comprende  benissimo  ,  che  tutte  le 
urne  Etrusche  di  Volterra ,  non  meno  che  quelle 
di  Todi,  Perugia I  Chiusi  e  Tarquinia,  per  es* 
ser  d'  uno  stesso  '^tile,  sebben  condotte  più  o 
meno  perfettamente  »  debbono  reputarsi  poster 
fiori  alla  presa  di  Siracusa  /  epoca  in  cui,  tutta 
r  ItaBa  fu  soggettata  ai  Romani ,  ed  ove  ,  se- 
condo il  titolo  di  quest*  opera ,  deve  aver  fine 
ogni  atoria  e  di  arti  e  di  costumi  nazionali; 
poiché  sebbene  gli  Etruschi  ,  e  gli  altri  po- 
poli Italiani  insieme  collegati  tentassero  in  pro- 
gresso di  tempo  di  scuotere  il  giogo  già  im- 
posto loro  dai  dominanti  Romani ,  e  riprende* 
re  l'antica  lor  forma  di  governo  e  la  perduta 
libertà  per  mezzo  della  guerra  sociale,  non  po- 
teron  per  questo  tornare  indietro  nei  passi  già 
fatti  verso  la  civilizzazione ,  per  oiezzo  delle  arti, 
delle  scienze  e  de'  costumi  stranieri ,  0|;mai  intro- 
dotti per  tutta  T  Italia  per  opera  dei  Romani 
conquistatori.  Dunque  tutto  ciò  che  ha  carat- 
tere di  nazionalità  in  genere  di  scienze /arti, 
costumi  e  lingua  presso  gli  antichi  Italiani, deve 
far  epoca  distinta  nella  storia  loro,  da  inconùn- 
ciare  colle  loro  origini,  e  terminare  alla  presa 
di  Siracusa .  Lo  stesso  nostro  A.  consente  i.n  pia 


74 
luoghi  della  raa  opera  a  tpieita  giusta  ■ani- 
ma, e  specialmente  nei  seguenti  periodi. 

Testo  Tom.  IV.  pag.  247.  La  conquiita  di 
tutta  Italia  produsse  inoltre  V  effetto  di  allarga* 
re  e  reddere  più  agevole  la  via  alle  scambievo» 
li  comunicazioni  de'  popoli ,  fino  allora  limitate 
dalla  gelosi!  e  dalla  politica  di  tanti  stati  divi- 
si f  laonde  se  si  consideri  bene,  per  opera  dei 
Romani  veramente  si  diflftisero  in  ogni  luogo  idee 
corruttrici  di  lusso  e  nuovi  costumi . 

OsscRV.  92.  Queste  idee  di  lusso  e  nuovi  co*' 
stami  introdotti  una  volta  dai  Romani  in  Etru* 
ria  non  potevano  certamente  essere  abolid  dal 
tentativo  della  guerra  sociale. 

Tèsto  Tom.  IV.  pag.  256.  Dalla  Magna  Grecia 
e  dalla  Sicilia  egualmente  provennero  i  primi 
lumi  della  nuova  letteratura ,  la  qual  compì  la 
total  rivoluzione  dell'  intendimento  umano  nelle 
mostre  contrade . 

OssEAv.  93.  Nuovi  costumi  ,  idee  di  lusso  • 
nuova  letteratura  introdotti  in  un  popolo  rozzo 
e  semplice ,  il  quale  si  pone  in  una  totale  rivo- 
luzione  di  spirito ,  non  deon  formare  nuova  epo- 
ca nella  sua  storia  fino  da  quel  momento  ? 

Testo  Tom.  IV.  p.  261.  Cosi  il  gusto  della 
filosofia  e  della  greca  letteratura  distese  la  sua 
ìnffuenza  in  tutta  T  ampiezza  dell'  Italia ,  la  qual 
da  ora  innanzi  cessò  à}  avere  in  pregio  le  serie 
e  circospette  dottrine  de'  Toscani . 

O^fEav.  94.  Qui  non  cade  dubbio  che  TA. 
non  riconosca  l' introduzione  della  Greca  lette* 
ratura  e  filosofia  in  Italia,  come  termine  pre-^ 
ciso'di  tutto  il  periodo  della  filosofia  Etrusca. 

Testo  Tom.  II.  pag.  i^ó.  Non  sì  tosto  i  Roma- 
aì  dettero  ospizio  alle  arti  Greche ,  singolarmente 


dopo  la  presa  di  SRracnsa ,  par  ohe  éì  bella  emu- 
lazione facesse  germogliare  in  Etruria  un  .imo* 
70  stile. 

OssERV.  95. .  Introdotto  una  volta  in  Etruria 
il  nuovo  stile  appreso  dai  Greci  ,  potea  forse 
la  guerra  sociale»  ancorché  avesse  avuto  un  fé* 
lice  successo,  farlo  «parire?  Si  vuole  un*  epo- 
ca precisa  della  caduta  dell'antica  mitologia 
dataci  dair  A.  ?  Eccola  nelle  sue  seguenti  parole. 

Testo  Tom.  ILpag..So.  La  su^riorità  che  le 
dottrine  forestiei^  acguinaronrfra  noi ,  non  può 
adunque  ragionevolmente  fissassi  pniiadel^quinT  . 
to  o  sesto  secolo  ìlelia  Itsepobiilìca ^  quando  le 
aquile  Romane  s^introdusseto nella  Magna -Gre- 
cia, ed  in  Sicilia ....'  Finalmente  il  gusto'della 
iettflpratura  e-  de'  poemi  Greci  che  si  divulgò 
tra  gì'  Italiani  intorno  all'  istess'  epoca ,  non  po^* 
teva  andar  diviso  dalle  cuviose  indagini  della 
mitologia  V  ond-e  d  troppo  naturale  fi  credere  , 
che  allora  solcante  si  propagasse^  con  più  fer- 
vore la  conoscenza  dei  Numi  e  deirli  Eroi  della 

recia . 

OssBRv.  96.  In  tutti  questi  articoK  c'istruisce 
V  A.  che  in  iin  istesso  tempo  furono  introdotti  • 
in  Italia  nuovi  -  costumi ,  nuove  idee  di  lusso» 
nuove  arti,  nuova  letteratura.,  Èuoce  dottrine., 
nuova  filosofia  e  nuova  mitologia,  il  che  compì.' 
U    total  rivoluzione   deW  intendiménto  umano  ; 
che  più  vi  restava  da  rinnovare  pert^bè  quella, 
nazione  fosMr  del  tutto  rigenerata  e  modificaca  * 
con  fogge  tutte  straniere ,  aveado  abbandonate 
in  tutto  le  proprie  e  nazionali  ?  Se  né  concluda 
pertanto  che  ogni  monumento ,  ogni  cogtumé , 
ogni  dottrina  dei  Toscani  posteriore  alla  con- 
quista della  Grecia  e  d^lk  Sicilia^  e'  istruirà 


Z6- 

•olle  pellegrine  maniere  apprtse  da  essi,  e  non 
altrimenti  sugli  usi ,  sulle  dottrine  ed  arti  an- 
tiche e  nazionali  d'Italia.  Il  solo  governo. teo- 
tò  di  ripristinarsi  dopo  quest'  epoca  mediante 
la  guerra  sociale,  sebbene  infruttuosamente^ 
ma  intanto  le  arti  toscaniche ,  V  antica  mitolo* 
già,  la  filosofia  degli  Etruschi  ed  i  nazionali 
costumi  andarono  da  quel  momento  in  dimenti- 
canza*, lanciando  libero  il  campo  ad  un  niiOTO 
ordine  di  cose  tutte  straniere.  Le  urne  cinera- 
rie di  Volterra,  Perugia,  Todi,  Chiusi  e  Tar- 
quinia riferite  dall' A.  ad  un'  epoca  posteriore 
lilla  presa  di  Siracusa  (i),  non  potranno  per 
le  surriferite  osservazioni  essere  addotte  in  prova 
delle  arti,  de' costumi,  della  religione,  e  delle 
dottrine  della  nazione  Étrusca  ,  essendo  esse  il  re- 
sultato di  quanto  l' Etruria  ebbe  a  queir  epoca  da 
estere  nazioni .  Così  mi  pare  abbastanza  provato 
anche  per  mezzo  delle  dottrine  dello  stesso  A. 
che  più  della  metà  dei  monumenti  contenuti 
Deli'  Atlante  sono  affatto  inutili  alla  sua  opera, 
per  ess^r  d*  un'  epoca  posteriore  alla  libertà  de- 
gli Etruschi . 

Sarà  dunque  erronea  ogni  applicazione  che 
r  A^  farà  di  tali  monumenti  al  soggetto  eh*  egli 
ha  preso  a  trattare ,  come  anche  in  particolare 
fo  osservare  nell'esame  di  questi  monumenti  (2). 

TcSTO  Tav.  XXXI.  Altro  combattimeuto  sot- 
to Tebe  ,  ov'è  rappresentato  uu  assalto.  Dall* 
alto  della  porta  vedonsi  i  difeniiori  che  tirano 
dardi  e  sassi  contro  i  nemici  -.  da  un  lato  della 
medesima  scorgesi   certa  finestra   guardata  da 


(i)  Vedi  l'oiserv.  89.  e  91* 
(t3)  Vedasi  1'  08S#rv*  65* 


7Z 
una  sentinella  del  genere  di  quelle  che  i  latint 

chiamavano  mine.  Nella  parte  opposta  ai  vedo- 
no le  mura  guarnite  da  una  torre  quadrata  con 
merli.  Pub  notarsi  negli  assalitori  T  elmo  di 
bronzo  allacciato  al  mento  »  lo  scudo  rotondo  » 
la  spada  breve ,  il  pilo ,  e  la  clamide  o  soprav- 
veste militare  ampia,  allacciata  col  mezzo  di 
una  fibbia  alla  spalla  •  Nel  Museo  pubblico  di 
Vokerra  vedasi  Tom.  II.  pag.  lao-  isS ,  e  129^ 

not.  3. 

OssERV.  97.  Siamo  spesso  invitati  dairA.  a 
notare  non  poche  cose  dei  monumenti  ch'egli 
presenta  nelle  sue  tavole ,  ma  quasi  mai  ci  vie- 
ne  indicato  qual  conseguenza  se  ne  debba  de* 
durre.  Infatti  in  tutto  il  cotso dell' opera  non  si 
rammenta  pia  Y  elmo  di  bronzo  allacciato  at  mena- 
to ,  né  quant'  altro  ei  ci  ^  notare  in  questa 
spiegazione .  Il  dire  che  questo  è  un  altro  com^ 
battimento  fiotto  Tebe ,  non  è  spiegare  il  soggetto 
che  rappresenta  il  monumento ,  come  T  A.  ci  prò* 
mette  nella  prefazione.  Io  credo  potersi  dire 
che  Periclemene  getta  un  sasso  sopra  il  giova- 
ne Partenopeo  figlio  di  Meleagco  e  T  uccide: 
cosi  verrebbe  spiegato  il  principale  tra  i  difen- 
sori; e  dove  TA*  vi  scorge  la  sentinella  mina 
affacciata  alla  flnestfa,  pia  verisimil mente  vi  si 
ravvisa  Antigone  ,  che  secondo  Euripide  (i) 
ivi  stava  annoverando  i  guerrieri  dell'oste  ne- 
mica. Il  guerriero  a  cavallo  che  forma  qui  uno 
dei  principali  soggetti  merita  di  essere  conside- 
rato, potendosi  tenere  per  Polinice,  il  quale 
essendo  a  cavallo  mentre  scorreva  attorno  le 
mura  di  Tebe,  percuotendo  coli* asta  le  chiuse  • 


mr^^m 


(i)  Phoeniss.  v.  iS5. 


78 
porte  di  essa  y  ebbe  luogo  ^l  parlar  eoo  Anti- 
gone (i).  Gli  altri  eroi  non  han  particolari  ca* 
ratteri  per  poter  esaere  spiegati . 

Testo  Tom.  IL  pag^  120.  Una  spada  breve 
pinta*  in  sui  fianco  sinistro  (i]  Vedi  i  monumenti 
Tav.  XXXI.  XXXn.  XXXIII.  l  era  l' arme  più^ 
comunemente  usata  da  que'di  grave  armatura', 
insieme  col  formidabil  pilo  ed  altre  spiccie  di 
aste  armate  di  punta  di  ferro ,  che  scaglia v/insi 
^on  incredibil  forza  da  lontano  innanzi  di  ve- 
Aire  a»l(e  spade. 

Os^BRv.  98.  Quest'Armi  furono- comuni  ai  Gre<^ 
ci  e  agr  Italiani  tutti ,  nel  settimo  ed  ottavo  se- 
colo di  Roma .  Anche  lo  ijcudo  rotondo  (2)  fu^ 
comune  egualmente' ai  Greci  ed  agi* Italiani, 
ed  il  Clìpeo  usato  in  Roma  era  é*egual  figu- 
ra (-S) .  Lo  scultore  volle  dunque  dare  w  questo 
bassorilievo  un  caràttere  non^tm^co  ma  Greco 
Qome  conveniva  al  soggetto. (Vedi  Osserv.  89.92:) 

TESTO^Tom.  II.  pag.  124.  Non  altrimenti  le 
corazze,  i  corsaleni,  gii  stinieri,  ed  altre  con* 
simili  salde. difese  di  arme,  facevano  parte  della> 
grave  armatura  dei  Toscani;  (6]  La  statua  di 
un  guerriero  (  Tav.  XXI.  ),  dh  una-  beiridea^ 
deir  armatura  Etrusca.  I  b:  r.  delle  urnecitate 
dal  Bonarroti  (  ad  Oempstv*  o.  2.7.)  sono  uua^ 
scorta  meno  sicura.  Vedi  i  monumenti.  Tav. 
XXIX.  XXX.  XXXI.  XXXU.  XXXIII.  ) 


(i)  Stat  Thebaid.  Lib-.  XI.  v.  36o. 

(2)  Omnium  Gr^ecorum  senta  rotund-a  cunt  um* 
bonibu^  fuisae.  Scholia^t.  Tkucydid.  ad  1.1.  De  belL 
Peloponn. 

(3)  Clypeum  aittiqui  ob  rotundicatem  etiam  co- 
rium  bovis  appellarunt,^  in  quo  foedua  Gabiorum 
cum  Romania  fuerat  descriptum.  Festus. 


79 
OssERV.  99.  Credo  avere  abbastaiiM  'provatn 

la  difficoltà  di  aaunettere  che  il  bro^j^o  ripor- 
tato alla  Tav.  XXI.  dia   una  beli*  idea  dell*  ar^ 
matura  Etrusca  :    iat«ndo  per  altro  di  quella 
usata  dagli  £tru8ohi  avanti  la  raggwioue  loro 
ai  Romani  ;  onde  sopra  di  ciò  richiamo  il  mio 
lettore  air  OMerv.    70.  Ora    è  da  notare  che  i 
cinque  monumeuti  addotti  in  esempio  delle  air 
mature  Etrusche ,  più  dij£cilmente  digito  stesso 
citato  bronzo  si  possono  ammettere ,  perchè  invece 
di  contener  cose  Etrusche  han  ÙLttì  Greci,   e 
per  tali  sono  spiegati  dal  nostro  A.  che  ora  gli 
confonde  co'  fatti  e  costumi  d' Etruria  •  Egli  ci 
pone  in  diffidenza  sulla  scorta  che  i  mormmenti 
citati  dal  Bonarroti  ci  posson  fare  per  coaoscefe 
le  armature  Toscane .  Ma  è  da  xifletteiire  che  il 
detto  scrittore  psemette  che  tutti  i  h.  r  da  es- 
so citati  in  esempio  rappresentino  combattimenti 
e  fatti  degli  Etruschi  ;  né  siamo  certi  ancora  s* 
egli  erri ,  perchè  a  quei  b.  r.  non  è  stata  da* 
ta  per  anche  diversa  spiegazione;  quindi  Egli 
ha  tutta   la  ragione  di  dedurne  che   se  in  es- 
si si  rappresentano  Etruschi  in  azione  ^  Etru« 
sche  esser  debbano  anche  le  armi  loro ,  e  quao^ 
to  altro  in  quei  b.  r.  è  figuriate.  Ma  il  nostro 
A.  potià  egli  pretendere   maggior  fede  dello 
scrittore  eh*  ei  critica  ?  mentre  dicbiaraodo  che 
i  fatti  espressi  nei  suoi  monumenti  son  Greci  ». 
vuole  nel  tempo  stesso  che  vi  si  riconoscano  le 
armature  ed  ogni  altro  costume  degli  Etruschi. 
TxsTO  Tom.  II.  p.  1129.  Consiste  vaso  le  forti- 
ficazioni nelle  loro  alte  e  forti  mura ,  fiancheg- 
giate da  eminenti  torri ,  distanti    le  une  dalie 
altre  quanto  comporuva  il  tiro  delle  armi  da 
lanciare.  (3]  IT  noto  che  dal  nome  di  cotesti 


X 


«0 

torri  9  di  cui  eran  gaartiite  tutte  ìc  città  To* 
«cane ,  volevasi  derivato  quello  de'  Tirreni .  Ru^ 
tìlio  (  Itii?.  I.  596.  )  chiamò  pure  gli  abitanti 
del  r  Etruria  Turrigenas .  Vedi  la  pianta  di  Gossa 
Tav.  IV ,  e  il  monumento .  Tav.  XXXI.  con  le 
spiegazioni) 

OsijiRv.  100/  Riportai  superiormente  alTos- 
aerv.  28.  la  dottrina  del  nostro  A.  sulle  Torri 
degli  Etruschi  ^  ammessa  come  vera  per  dimo- 
strare la  contradizione  y  che  dalla  medesima  ne 
risulta  f  avendo  egli  addotta  la  presa  dei  Lavici 
per  provare  la  debolezza  delle  mura  antiche  d* 
Italia  :  riportai  parimente  T etimologia  dataci 
dalTA.  della  voce  Tirrenia,  per  provare  che 
in  seguito  fu  migliorata  queir  arte  dì  fortificarsi . 
Ora  esaminandoli  monumento  ch'egli  riporta 
in  testimonianza  di  questa  sua  asserzione ,  troro 
che  non  è  atto  a  sostenerla ,  perchè  rappresenta 
T<^be  e  non  una  città  Etrusca ,  di  che  conviene 
anche  FA.  stesso  (i).  Inoltre  mi  è  facile  il 
provare  inesatta  l'etimologia  della  voce  Tirre- 
nia derivante  dalie  Torri  di  Etruria  ,  poiché 
il  nostro  A.  che  qui  1*  ammette  come  già  nota^ 
li  controverte  anteriormente  al  Tom.  I.  pag. 
106 ,  not.  2.  Aggiungo  ancora  che  Rutilio  Nu- 
maziano  citato  dal  nostro  A.  in  prova  dell'  esi- 
stenza delle  Torri  in  Etruria  ,  scrisse  il  suo 
Itinerario  verso  Tanno  420. dell' era  nostra;  tem- 
po in  cui  le  fortificazioni  d' Italia  doveano  aver 
già  mutato  aspetto ,  né  esser  più  qnelle  de'  tem- 
pi y  in  cui  f  lì  Etruschi  non  erano  ancor  soggetti 
a' Romani  .  Finalmente  servendomi  de*  inonu* 
menti  stessi  pubblicati  dal  nostro  A. ,  (  giacché 

<■  I  I     ■  -  ■  ■  Il  I  »  M  I 

{ì)  V.  r  Oss«rv.  99. 


per  esiO  restano  quasi  sempre  inutili  )  per 
provare  la  falsità»  delle  di  lui  dottrine,  osser- 
vo che  le  piante  delle  città  Etrusche  di  questa 
raccolta  non  indicano  l'esistenza  di  tali  torri , 
ad  eccezione  dì  Gossa,  la  quale  frattanto  dalF 
A.  stesso  ci  viene  indicata  per  una  delle  meno 
antiche  cit^à  Etrusche  (i).  Perchè  dunque  dee 
Tebe  servir  d'esempio  per  le  città  Etrusche? 
L' À.  nostro  nota  che  in  essa  ri  sono  le  mura 
guarnite  d*una  torre ^ed  io  noto  che  anche  Tebe 
ebbe  Torri  fabbricatevi  da  Anflone  e  Zeto^ co- 
me si  raccoglie  da  Apollonio  Rodio  {q)i 

Anfioue  e  Zeto 
I  fondamenti  ambo  a  gittare  accinti 
Per  le  torri  di  Tebe  anco  storrata. 

E  {HÙ  anticamente  da  Omero  (3) 

Che  primiere  gittar  le  foirdamenta 
Di  Tebe  dalle  sette  porte  ,  e  quella 
Torriara ,  che  non  potean  storrata 
Abitar  l'ampia  Tebe  ancorché  forte. 

Sfarebbe  stato  dunque  errore  della  scultore 
l'aver  rappresentata  Tebe  senza  Torri ,  ancor- 
ché nef^Huna  città   Struscia  le  avesse  avute.  * 

TeSto^  Tav.  XXXII.  Urna  in  alabastro  di  no- 
taci grandezza  e  buona  scultura  ^  in  cui'  la  fi- 
gura pvincipale  vederi  rovesciata  da  una  qua- 
driga: forse  Ippolito  assalito  dal  toro  mostruo- 
so mentre  da  Trezzene  incamminato  s'era  verso 
Epidauro:  esiste  in  Chiusi  nel  Vescovado. 

Oss£AV.  loi.  Perchè  dixt  forse  Ippolito},  men- 

(l)  V.  r  osserv.   27. 

^•2)  Argon  Lib    II.  Traduz.  del  Fhngini . 

(3>  Odiu.  lib.  XI.  Traduz.  del  SaKini . 

6 


«2 

tfe  Euripide  (i)  racconta  il  fatto  preci sa-osoou 
come  vieii  rappresentato  neirUnia.  Ciò  prò* 
verebbe  che  V  A.  non  tra,e  le  notizie  incessa  rie 
a  tali  spiegazioni  dai  tonti  originali,  giacché 
scegli  ave^e  letto  Euripide  non  avrebl>^  pestio 
in  debbio  il  soggetto  <}i  ^ue^t'urna.  La  verità 
più  provata  che  resulta  da  questa  apiegaziooa 
priucipaloieote  canfi;onta,tai  ooQ  totte»  le  altee , 
k  che  il  nostrp  Aitfor^  va  seaipre»  al  t^sto 
in  tutta  la  cla^$ica  Antichità:  fors^  • . .  potrebf 

&?  ess^r£i son  queste  le  ft^àfii  co9taoi!emente 

ricorrenti  nella  spìega^^ion.  d/pir  Atla^tiQ  e»  qqI 
testone  alle  quali  TA.  appoggia  le  sue  più 
fondamentali  proposizioni.  Sarà  forse  il  dub- 
bio della  scienza?  ma  a  questa  si  giunge  dopo 
rigorosi  confronti  e  discussioni  dì  autorità  e 
di  sentimenti  y  e  il  nostrio.  A.  aG>  ne.  diapen^a  cor 
stantemente.  Sarà  modestia.?  ma.  el.  non  è  già 
meno  fiero  e  doounatico  in  t;utti  gli  apimirabili 

«viluppi  qhe  egli  sa  trarre  da  PT^4P.^P)  co$i  bea 
provati . 

Testo  Tom.  II.  pag.  124.  Non  altrimenti  le 
corazze  ec. 

OssERv.  io2.Ved.  le  mie  osserv.  69.85.86.  94. 

Testo  Tav.  XXXIII.  Urna  in  alabastro  al* 
quanto  pia  grande  rappresentante  Io  stessa  sog- 
getto,  eccetto  che  T  animale  che  assale  la  qua- 
driga sembra  quivi  un  leone. 

Osserv.  io3.  Era  necessario  che  PA.  avesse 
pienamente  conosciuto  iì  soggetto  precedente  per 
asserire  che  questo  è  lo  stesso  di  quello .  E^  da 
notarsi  la  considerabile  alterazione  che  questo 
monumento  ha  ricevuto  neir  esser  qnì  disegna- 


(1)  Ippolit,   Aa.  V,  Scen.  II. 


<  •  •    ft 


83 
tò^^  me  Atre  il  FasBerì  (r)>,  che  \<y  hi  vedttto  eri 
interpetrato  per  Bnomao  assalito  d'a  Pelope  ^ 
confessa  che  rnma  essendo  molto  guasta  non 
dà  IttOgo  a:  compctadere*  che  bastia' sia  quella* 
Atta  àhìbgn^ife  darL  nòscfo  A',  ceh  form<5  di  leo-^^ 
ne.  Il  D^pMero  ha!-  pnbbiicava  quest'orna  (2)' 
tal  qnale  sr  trovai.&éll*  originalo  ,1  e  molto  div^r^' 
aamente  dal  nostto  Ai  mostraad^t^  il  rao'  rame) 
una  Tigre  piuttosto^  che  uii  Lieene^  iln  sol  uobio 
ha  incapo- la- pél'le di  fiera  e  nOn  gik  due  come* 
vuole  V  A.  Sècemdio  ti  disegno-  dei'  Dempstero^ 
che  io  credo  il  piil  fedole  ^t^hè  Muza'  preién- 
iione  che  la  sculcwii'  rapprésentr  piuttosto  un' 
soggetto  clie  un  altrov  potrei  épiegiire*  quti^c^  uir*- 
na  £0»  là  seguente  favola .  Shik'  spónda^  Dircea* 
sciolse  Babéo  dal*  ffuo  carro  le  Tifgriyfche  Pa- 
vean  condotto  dall'  Indie  e  fatte  mansuete  eran^ 
custodite  ed  alimentate  dalle  Bteeanli.  Buraii* 
té  la  guerra  de^'Sette  a  Tebe,  avvenne  olie  la' 
Furia  sforz6qué8tianìkDali  per  porli  nel  pr^mie-' 
ifo  loti»  stato  di  fi^retàà',  •  se  IL  condttese'diétt^' 
contro  i  Greci  »-  i  qteali  non  sa'peVauo  cfao  c^uel- 
Itf'fossef  le  tigri  di'  BftteO'.  Esse  it>futiai^«et»ron' 
pe*  campi ,  e  trovaijo  V  Infelide  Auri^af  di  Anfia.'-' 
f^o  la^branatoò,  n^euti^  boddut^e  al  fifUm^ibian-' 
chi  cTavalli  del  8tti»<Sigdot»e.' Adouteo^ch'  eraA^r-; 
cado  e  cacciatore;  vedendo  kto'; strage,*  cofre' 
ad  assaltar  le  tigri  e  lè  ìmplirgtf  iniKHodo'di'es* 
se  vaojio  a  cadere  estinte  sotto  le  mura  di  Te-» 
be .  Ma  Tegeo  ^  come  ministro  di  Bacco  ^  volen- 
do vendicare  il  Nume,  assale  Aconteo^  autore 


(t)  Parali  pollala  ad   Dempster.  Tab.  LXXt 
(2)  De  Eiruriattegali.Tom»  I,Tab.  LXXL 


«4 
di  taoto  misfatto  e  T  uccide  (i).  Chi  non  ve- 
de iu  quest'urna  l'Auriga  d*  Anfiarao  sbalzalo 
a  terra  dal  cocchio,  e  vittioia  della  Tigre  che 
già  Tassale.;  la  Furia  che  l;.ba  guidata;  Acoa-^ 
tao.a.destradeir  Auriga  in  Atto  di  uccider  la 
Tigre,  ed  indicato  come  cacciatore  daUa  pelle 
ferina  che  ha  in^  testa;  .e  Xf^g/eo  a  sini«tra  che 
tosto  accorre  hi  vendetta  delJNume? 
i  Tjbsto  .  Prosegue .  In  questa ,  come  i^ella-^pre- 
cctdente  (  urna  ),  son  da  notarsi  i  Geu)  eoa 
veste  fiuocinta »  calzari  e  faci. nella  destra  j^ 

OssBuv.  104.  Quanto. accennai  neir  osserv.  ^6. 
prova  che  col  solo  nome  diG^ea)  non  posson  dirsi 
spiegate  le  figure  accennate  <lal  nostro  A.  in 
queste. due  Orne;.  Poiché  chi  «piega  dee  dirci 
che  la  veste  succinta ^  i, calzari  e  lejaci  nella  ie- 
stra  ci  fan  riconoscere  quei  G^nj  per  Furie.  Se 
il.  nostro  A.  mostiasse;  nel4a:9.ua.  opera  un  poco 
più  di. stima  pei  moderni  dottile!  secolO'^e  veri 
iuterpetri  dell' antichità  figurata ,  avrebbe  tro- 
vato in-essi^e  partioÉlaKaxexita  in  Heeren  (3) 
e  nel  Visconti  (3).  y  Cjh<9.  i  Tragici  fiiigon  le  Fu- 
rie quali  cacciatrici  che  vanno  in  traccia  di  de-, 
littiy.e  di  scellerati,  .e  perciò  non  solo  Iranno 
i  calzari.^  (oa^ancora  .abito  succinto,  in  quella 
guisa  che  ci  j9.oatj:iLn  le.imdagini  della  caccia- 
triee  Diana (jqurà;ii  .Virgilio  descrivendo  Tisi- 
fone  ce  la  rj9ppre«euta  alle  porte  di  Dite 

.  .  .  •  Palla  succincta  cruenta  (4) . 


(l)  -Statit  Thebaid.   L.  VlF-j  v.  664,   et  5eq. 
(2>   Commentatio  in  op.  antiq.  mus.  Pii  Clement. 
Roni.  1786. 

(3)  Bassirilievi  del   Mas.  P.  ClenLent.  Tom.   V  , 
Tav.  XXn. 

(4)  Aeneid.  Lib.  VI,  v.  555. 


85 

Altrove  parlerò  della  face.  E^cosa  dunque  spe- 
ciosa ,  che  mentre  il  nostro  A.  si  dà  la  p«na  di 
far  noto  a  tutti  con  la  sua  opera  che  le  Urne 
han  Genjcoa  veste  succinta ,  calzari  e  faci  ;  tut- 
ti poi  sono  in  grado  d'insegnare  ad  Esso  che 
quei  Geuj  son  Furie  e  che  quella  veste  e  quei 
calzari  lorsi  convengono  appunto  per  #sser  Furie. 
Testo  Prosegue  :  più  (  son  da  notarci  )  la  fog- 
gia delle  armi ,  e  le  celate  su  cui  vedonsi  ac- 
comodate teste  di  fiera:  esiste  a  Chiusi  in  casa 
del  Sig.  Mauro  Paoloz^i .  Ved.  Tom.  II.  pag.  49, 

120-125.  * 

*  Tom.  II.  pag.  T24.  In  capo  taluni  portavano 
celate  di  scorze  tolte  da' suveri  ;  altri  di  pelle 
d'orso  0  di  lupo,  cui  davano  a  diségno  orrida 
foggia ,  adattandovi  le  teste  medesime  di  quelle 
fiere  con  bocche  spalancate. 

OssERV.  io5.  La  pelle  di  fiera  è  posta  sulla 
testa  d'Aconteo  in  quest'urna  per  denotarti  eh* 
egli  era  cacciatore:  infatti  in  quella  più  fe- 
delmente riportata  dal  Derapstero  (i)  vedesi 
Tegeo  senza  la  detta  pelle,  per  quanto  erro- 
neamente sia  posta  anche  sulla  testa  di  questo 
nella  Tftv.  presente  pubblicata  dal  nostro  A. 
Non  dee  dunque  addursi  quest'  urna  in  atte- 
stato dell'  uso  dei  Guerrieri  Liguri  nel  ^porta-  . 
re  in  capo  le  pelli  di  fiere;  oltre  di  che  è  già 
noto  che  non  solo  gl'Italiani  tutti ,  ma  i  Greci 
ancora  Asarono  queste  pelli. 

Testo  Tom.  II.  pag.  49.  La  dottrina  insegna- 
ta ec. 

OssERV.  106.  V.  rOsserv.  76. 

Testo  Tom.  II.  pag.   120.  Una  spada  breve 


(i)  De  Etrur.   Rcgal.  Tom.  I.  Tab.  LXXI. 


$6 
cìnta  in  sul  fiaaqo  einUtro  (ij  V.  i  aonumentl 
T^v.  XXXI.  XXXII  X^Xip.  ) 

OsBEKir.  io2«^^  v,eraQO  ijiei  ti;e  momimenti  ac- 
ceiinad ,  uè  Ì4i  altri  ì^i  4;al  gej^era  si  trova  mai 
cbe  la  spada  sia  cliìt^  In  f^lji(^c,o  di  chi  la  por- 
t^ .  Chfì  ^  pxe,a(jla  uno  sbaglio  oeir  096.erv.  di  uà 
spi  uLf^aumetuo  si  jpotria  perdonare,  ma  ripor- 
tarle tr^  diversi  per  far  valere  Io  stei^sQ  errore 
che  ogAo^AP  può  TÌlevare  per  essere  di  sola  ispe- 
zipoe  oculare,  piò  non  par  coilipatìbile  in  un* 
opera  ^ijella  quale  l' A.  si  protetta  di  avere  fm* 
piegati  molti  artni  di  fatica  e  di  studio. 

Testo  Tav.  XXXIV.  Pompa  trionfale .  Vede- 
gi  il  trionfaitore  in  cocchio  tirato  a  quattro  ca- 
valli riccamente  bardati,  scortato  da  un  Genio 
femipeocon  face  nella  destra:  precedono  il  carr 
ro  ì  buccinatori ,  i  tibicini  ed  i  citaredi  :  lo  ser 
gue  un  soldato  denotante  T  esercito ,  ed  uu  gio- 
vanetto  che  porta  una  cassetta.  Nel  museo  pub* 
blico  di  Volterra .  Vcd,  Tom.  II.  pag.  i3a,  aio, 

OssERv.  108,  Perchè  pompa  trionfale}  Quali 
sono  le  qualità  che  per  tale  la  distinguono? 
La  pompa  trionfale  era  la  processione  d^una 
quantità  di  spoglie  portate  cpn  prdine.  Porta- 
van^i  in  ffssa  principalmente  le  immagini  delle 
proviocieecittà^dei  monti  e  fiumi»  e  le  spoglie 
dei  nemici  superati,  quindi  i  prigionieri  di  qua- 
lità ,  come  vedes^  in  tanti  e  tanti  bassi  rilievi 
che  tutt^ora  ornano  gli  arx;hi  trionfali  c|iRoma: 
xii  che  ho  breve  descrizione  nel  seguept?  passo 
di  Cicerone  {i):Dìsseresdetriumpho.Quid  hfihu 
iste  currus  ?  quid  vinati  aule  currum  duces  ì  quid 
simulacra  oppidorum  ?  quid  aurum  ?  quid  arge^ti^m  ì 

(i)  In  Fison.  e.  6c. 


fuid  legati  in  equis  et  tribuni?  quid  clamor  mi-" 
litum  ?  quid  tota  Ola  pompa  !  la  questo  b.  r.  dal 
carro  ia  {foi  non  si  vedono  né  i  capitani  legati 
avanti  il  carro >  né  i  simulacri  delle  città,  nò 
r  oro ,  Uè  r  argento  »  né  i  tribuni ,  uè  soldati  in 
atto  di  fare  strepito  »  nò  altro  che  alluda  à 
trionfo.  Perchè  Trionfatore  quei  che  si  vede 
nel  cocchio?  era  forse  necessario  trionfare  per 
andare  in  cocchio  ?  Abbiamo  da  Pesto  ch«  ai- 
coni  magistrati  erano  detti  Curnli ,  perchè  ave- 
vano ia  facoltà  di  farsi  trasportare  in  ccfcchio  (  i)  j 
e  altrove  son  chiamati  ctiruli  quadrigali(2).  La 
diitifitione  fra  *1  trionfatore ,  ed  ogni  altro  cu- 
rale nei  monuihenti  suol  èssere  tma  Vittoria  che 
sempre  corona  il  Trionfatore ,  di  che  fanno  fede 
tutte  le  sculture  restate  ancora  intatte  negli  ar- 
chi trionfali ,  non  menò  che  molte  medaglie 
e  familiari  e  Imperiali .  £  la  Puria  con  face  in 
mano  perchè  òhiamarla  col  ridicolo  nome  di 
Oenio  fetnineo  (3)?  Qual  nuorvo  genere  di  mo- 
«iro  è  mai  questo  ?  In  quést'  urna  come  in  molte 
altre  4i  questo  Stèsso  soggetto  esistenti  nel  mu- 
aèo  di  Volterra  ed  altrove ,  nessuno  vide  mai 
biette  il  carré  un  ^àldm,o  che  il  nostro  A.  pre- 
tende spiegare  cernie  denotante  V  esercito  (4).  A 
me  pare  che  questa  figura  debba  riconoscersi 


(1)  Curules  Magigtrdtiis  appellati  sunt  quìa  curru 
vékébantur . 

(2)  Curules  quadrigales  .  Fest.  Cur. 
(3j  V.  Osser.  76. 

(4)  Due  Urne  Etrusche  di  simil  soggetto  riporta 
H  Goti  nel  suo  Museo  Etrusco  Tom.  I ,  Tav.  XXIX. 
CLXXIX. e  Tom.  Ili ,  Class.  Ili,  Tav.  XXVIII  ,ov'e 
ognuno  può  persuadersi  <}eir inesistenza  dd  sognati 
soldati  . 


« 


88 
air  abito  ed  al  modo  di  portare  il  supposto  scu* 
do  per  uu  servo  ^  che  ha  sixììe  spalle  una  spe- 
cie di  forziere.  Non  è  poi  verisimile  cbd  lo 
scultor-e  abbia  voluto  denotare  V  esercito  eoa 
una  sola  figura,  ed  abboadace  Ì4i  Littori  e 
suonau^ri ,  mentre  nelle  pompe  trionfali i  solda- 
ti formaino  la  maggior  parte  della  composizio- 
ne, e. la  musica  vi  è  come  accessorio.  Final- 
mente si  noti  qual  idea  meschina  darebbe  allo 
spettatore  il  pomposo  seguito  di  tal  trionfo  eoa* 
posto  d'uri  soldato  e  di  un  giovanetto  che  porta 
una  cassetta  1  Chi  vide  le  sontuose  pompe  e- 
spresse  negli  Archi  trionfali  ed  in  altri  monu- 

>  menti  antichi ,  <;om poste  d^  innumerevole  segm- 

to  di  gente;  chi  ne  lesse  le  descrizioni  in  Li- 
vio ,  iii  Tacito  ed^in  altri  molti  scrittori  potreb- 
be mai  ascoltar  senza  ridere  1*  asserzione  del 
nostro  A.  che  questa  ancora  sia  una  <:onsimile 
pompa  trionjaleì  Si  osservi  per  ultimo  che  oep- 
pur  la  veste  delia  figura  curul^è  trionfale,  poi- 
ché in  simili  occaàoni  i  trionfanti  avean  sem* 
pre  o  bastone  o   elmo  coronato  o  corazza  o  al- 

«  *  .  tra  militare  insegna,  oltre  la  ricca  sopravveste 

o  clamide  tutta  ornata  d'oro  e  di  ricami.  Il  Gori 
che  prima  del  nostro  A.  ha,  voluto  spiegare  il 
soggetto  eli  queste  urne  (i),  sebbene  erronea- 
mente Io  dia  per  trionfo  anch'esso,  pure  seguen- 
dolo c'indurrebbe  in  meno  errori  che  non  fa  il 
nostro  A.  Dice  servo  (2)  e  non  soldato  quello 
che  sta  dietro  il  carro;  e  sebben  chiami  impro- 
priamente Genia  la  donna  colla  face;  pure  men- 


« 


V' 


l  ^  (1)  Mns.  Etrus.  Tom.  I ,  Tav.  XXIX,  et  C. 

f ';    Àom.  II,  Jag.  073. 


89 
tre  dice  Genia  èeu  Furia  cutn  face  (1)  dimo- 
stra pertanto  intendere  nel  suo  vero  senso  che 
cosa  sia  questa  da  esso  chiamata  Genia.  £  Fu- 
ria realmente  rappresenta,  poiché  non  essendo 
Genio  per  aver  fattezze  di  donna  ^  né   essendo 
Genia  perchè  ,  come  osserva  iJ  Lanzi  (2) ,  gli  anti- 
chi non  le   conobbero  né  nominarono  mai ,  né 
essendo  Genio  femmineo^  perché  per  tale  arbitra- 
riamente detta  soltanto  dal  nostro  A.;  dee  dirsi 
Furia  perché  ne  porta  i  caratteri  distintivi  nel- 
la face  che  tiene  in   mano  e  nelle  ali  che  ha 
alle  spalle  (3).  S'io  dovessi  dire  il  mio  parere 
sul  significato  di  questo  b.  r.    oserei   piuttosto 
spiegarlo  per  una  qualche  cerimonia  funebre. 
Mi  é  di  scorta   il  Lanzi  II  quale   pensa  che  i 
fatti  Greci  scolpiti  nelle  urne  di  Volterra  non 
servissero  di  mero  ornamento.  Fra  le  varie  sue 
opinioni  su  tale  articolo  quella  più  mi  conviur 
ce,   ove  dice  che  9)  gli  Etruschi  vollero  forse 
^  consolarsi    di  quel   fatale' distaccamento  col 
99  rammentarsi  ,  cerne  in  epitaffio  antico  si  leg- 
99  gè,  che  ninno  de*  Semidei  andò  esente  da  mor- 
99  te;  consolazione  espressa  in  tante  lapidi  ove 
99  leggesi  :  Confida  :  ninno  é  immortale  :  Confida, 
jj  ristesso  Brcole  é  morto  »  ed  altrettali  formo- 
9>  '^  fi  (4)  Anche  il  Gori  pensò  che  nelle  urne 
vi  fossero  emblemi  ferali  misti  ad  istorie  (5) . 

( 1)  Tom.  Ili,  pag.  1 80!  *^  ^ 

(2)  Vasi  Antichi  Diiisert   II,  p.  12S. 

(3)  V.  Rosin.  Antiquit.  Roman.  Lib.  fi,  e  III. 

(4)  V.  Lanzi  Saggio  di  L.  Etr.  Tom.  II.  pag.  188. 
e  not.  I.  ove  cita  Morcelli  de  Stil.  Inscrip.  Lat.  p. 
lo5.  Torremozza  Inscr.  Sicil.  p.  ipc.  Marini  Insci*. 
Albane  p.   120. 

(5)  Etruscorum  scpulcra  feralibus  embìematis  cum 
Trojca  H istoria  coniunctia  .  Gori  Mus.  Etrusc.  Tom. 
Ili.  ,  Paia  1,  Clas.  Ili,  Cap.  X. 


■»' 


\ 


9» 
Ed  infatti  le  %ré  noa  sUo  t«tùri«  Greche  ei 

cercan  cerrmoaie  ferali .,  o  dotiriae  di  religte- 
oe  spettami  «ile  aaime  4le*  trapacsati ,  allora  è 
che  ai  trova  via  di  spiegare  ogni  cosa  in  siffatte 
sculture.  Quelle  Furie  cbe  sì  spesso  si  vedono  fra 
gli  attori  dei  fatti  tragici  ivi  scolpiti  ooeilatera* 
ìi  di  queste  urne  o  assistenti  alle  religiose  e  fu- 
nebri cerimonie  e  che  poi  si  trovano  ripetute 
nelle  pitture  di  Tarquinia  ,  ove  manifestamente 
si  mostrano  ministre  della  divina  giustizia,  non 
ci  fan  chiaramente  vedere  che  le  sculture  delle 
urne  h&n  sempre  relazione  o  allusione  coi  de- 
fouti  ivi  sepolti?  Applicando  Iti  massima  gene* 
fale  al  particolare  di  quest*  urna  potrei  suppor- 
re, che  la  figura  nel  coechio  fosse  1*  immagine 
d'un  qualche  nobile  nell'atte  di  essere  traspor- 
tata con  funebre  pompa.  L'abito  l'annunzia  per 
lin  Magistrato,  e  Tessere  nel  coechio  lo  mani- 
festa uno  dei  magistrati  di  prim'  ordine  e  detti 
curali  (i  )  e  curuli  quadrigali  (a) ,  ai  quali  soltanto 
era  concessoli  privilegio  di  avere  statue  esposte  al 
pubblico  (3):  privilegio  i;h.ebbero  alcuni  Magi- 
strati anche  in  Volterra,  ai  tempi  Romani ,  co- 
me  lo  attestano  le  statue  antiche  tuttavia  esi- 
stenti nelle  pubbliche  piazze  di  •queir  antica 
Città.  Sappiamo  ancora  ohe  le  immagini  degli 
amenati  di  alcune  illn&tri  famiglie  si  trasporta* 
vano  in  occasione  di  funerali  (4)  della  famìglia 

(i)  Curales  magistratus  appellati  sunt  quia  curru 
vekebantur  .  Fest. 

(2}  Curules  quadrigales  .  Fest. 

r3)  V.  Pittsc.  Artic.  Migistratus  Curules. 

(4)  Imaglnes  cum  illustris  vir  aliquis  ex  eadem 
gente  vel  familia  dtem  clausic  ultimuni  ad  fummi 
dationem  eas  pioferunt.Polyb.  Lib.  VI .  5i. 


medesimiL  (i).  Con  queeti  «eoiplict  (docnmeim 
chi  può  decidere  se  la  8t»tiaa  che  vmAùA  rappr»* 
sentita  sMlla  iquadriga  «la  i*  Momagioe  del  -de^ 
foqto  sepolto  aall'urfia,  o  la  statua  éi  qualciiA 
8U0  celebre  antenato?  Si  noti  dit  le  li^irre  éi 
queste  qiiadxigbe  nelle  urne  nen  (prcodofi  mai 
parte  nei  governo  dei  cavalli  :  aburo  iodìzi^i»  «che 
rapprAsefiOao  statue  .  A  me  basta  ìa  sesitataza 
9L^(^  pfio^ato  ohe  le  statue  dei  defenct  pertavia^n*- 
si  nelle  fii^neiKÌ  fiomfe  e  qualche  volta  anche 
in  fin  carro,  per  poter  credere.,  che  la  figis/ra 
espressa  nel  carro  di  qciest' «rna  m  r  immagine 
d'  un  defeiit^ .  la  T%v.  LII.  di  ^uest*  opera  >e 
le  piuuM  dì  TaiquiiBÌa  riporiìaiie  dal  Sig.SeTHmx 
d' Agincourt  (2)  del  pari  ehe  «tolte  urse  di  V*oU 
terra  mi  assicurano  «  oHre  gH  scrittori  (3) ,  es* 
s^r^  stato  «uffizio  delk  Fupe  il  tradurre  le  ani-i- 
me  da  questo  aU\altrp  mendio  ^  «d  4(rì  dar  ioro 
il  «ieritai20  destino. Non  i 4uiiqi]e  fiM^ri  di  pt^-- 
posito  ohe  una  Furia  preoeda  rinHOsgifie  dol 
defoQto  SXagistrato  in  questo  b,  f .  Pec  due  mo- 
tivi può  credersi  che  ebbÌMio  lAMgo  in  questa 
pompa  funebre  i  due  littori  :  i.  pefcbè  «e  V  im- 
magine è  d*  un  Magistrato  conviene  cb**  egli  sia 
accompaguato  da  essi  come  da  suo  ipariicolar  di^ 
stintivo  :  2.  perchè  nei  funerali  erano  ammessi 
i  littori  per  una  legge  che  ci  ha  conservata  Ci- 


(i)  Imago  aatenv  eius  cerea,  kaUtn  ftrinmipfaali 
conspiciebatnr  .  Hanc  a  palagio  duoebaitt  €«n«ule« 
designati;  altera  attri?a  ex  curia;  tcrtia  in  ourru 
tr'iumphali  ducebatur .  Post  has  a verum  ipatut  ac  co- 
gnatorum  vita  functetum  .  Dio  de  Auguft.  Lih.  LVI. 

(2)  Hìst.  de  l'Art  par  les  Monum.  PI,  XI.    Arch. 

(3)  V.  Roain.  Antinuìt.  Roraaw.  Lib.  II ,  C  XV. 


cerone  (i)  »  colla  quale  si  concedeva  a  chi  fa* 
ceva  i  funerali  il  servirsi  dei  littori,  affine  di 
tenere  a  freno  la  moltitudine  più  insolente.  Pas- 
sando al  coro  di  musica  mi  si  porge  opportuna 
occasione  di  difendere  lo  scultore  che  lo  espres- 
se: non  fu  errore  di  esso  il  rappresentare  una 
pompa  trionfpde  con  molti  suonatori  e<l  un  solo 
soldato  che  poi  neppure  è  soldato;  fu  sbaglio 
bensì  del  nostro  A.  di  spiegare  per  pompa  trioni 
fale  una  funebre  cerimonia,  mentre  a  questa  si 
convengono  quantità  di  strumenti  musicali,  e 
non  soldati '^  nel  che  Sentica  è  in  difesa  dello  scul- 
tore ,  raccontando  che  aj  funerale  di  Claudio 
erano  tanti  i  ti bicini  e  tubicini  ed  altri  sonatori, 
e  tanto  era  lo  strepito  loro,  che  Claudio  stesso 
benché  morto  avria  potuto  sentire (2). Frattanto 
apprendiamo  dallo  scesso  Seneca  che  gli  stru- 
menti da  fiato  erano  i  più  usati  net  cori  fune- 
bri .  Si  può  anche  render  conto  perchè  in  que- 
sto funerale  e  non  in  quel  de' Carpenti  (3)  sia 
introdotta  la  musica;  ed  è  che  gli  antichi  re- 
putavano a  grande  «onore  il  suono  dì  tali  stru- 
meutì  nei  loro  funerali  (4).  Se  dunque  al  di- 
stinto  Magistrato,  al  cui  onore  è  fatta  questa 
pompa  ftnebre,  si  conviene  la  toga,  il  cocchio. 


(t)  Domìnus  funeris  utatur  accenso  et  lictori- 
bas.  Cic.  De  Lege .  II,  24.. 

(2j  Tibtcìnum  cornicinum  omnitq.  generis  aenea- 
torum  turba  tanta,  tantus  conv«fitus  ut  ettam  Clau- 
dius  audìre  posset.  Senec.  in  Claud  . 

(3)  V.  le  Oaserv.  alle  Tav.  XXVII .  e  XXVIIL 

(4>  Tempocibus   veterum  tibicinii  usus  avorum 
Magnus  et  in  magno  semper  honore  fuit. 

Cantabat  fanis,  cantabat  tibia  ludifl  , 
jCaACabatmoestis  tibia  funeribus.  Ovid.  Fast.  VI. 


9^ 

la  quadriga ,  e  i  littori ,  non  se  gli  converrà  eguài- 

loeute  l'iiioore  del  coro  di  musica?  Il  servo  die- 
tro il  carro  spiegato  dall'  A.  per  un  soldato  ha 
sulle  spalle  a  mio  credere  un  forziere  o  altro 
fardello  di  spoglie  del  «defonto ,  che  uei  fune- 
rali si  portavano  (i>per  quindi  abbruciarsi  nel 
nigo  (2)  o  seppellirsi  nell*  Ipogeo,  o  talvolta 
uei r  urna  medesima  del  murto ,  come  si  vede 
alcune  volte  nell*  aprire  i  sepolcreti  Volterra- 
ni (3)  .  Il  Giovane  colla  supposta  cassetta  in  ma- 
no lo  credo  uno  Scriba  che  tiene  un  dittico  o 
pugilLare ,  come  già  notai  ali*  osservazione  81. 
La  forma  di  esso  è  totalmente  simile  a  quei  pu- 
gi]|;^i  che  ha  pubblicati  iiGori  neHa  sua  grand' 
opera  de' Dittici  (4).  Essi  comprendevano  vario 
tavolette,  in  cui  era  distesa  la  cera  ove  scrive- 
vasi  con  uno  stile  di  ferro  od' osso  com'è  uoto 
agli  (eruditi  tutti.  Che  tali .  pugillari  o  dittici 
fosBtivo  usati  dagli  Etruschi  nelle  cerimonie  fune- 
bri ylu  manifestano  i  molti  stili  che  trovansi  nei 
sepolcreti  di  Volterra^  i  quali  non*  vi  potevan 
esser  portati  e  lasciati  >  ed  in  $1  gran  quantità 
come  si  trovano  »  se  non  fossero  stati  di  quai- 

(1)  Po^pa  illa  qugrura  sit  in  semetipsa  probat  de 
simulacrorum  serie,  de  imaginum  agmine,  de  cur* 
ribus,  de  ,exiiViÌ8.  TcrtuU.  Ed  11  Gcìsostomo  Ho- 
mil.  III.  ad  popul.  Ancloch.  dice  che  non  solo  i 
servi  seguiravano  i  padroni  alla  pompa  funebre,  ma 
anche  i  cavallt  venivano  c<ri  loro  sacchi. 

(2)  Veterej  quae    pulch-^rrirna    et   pretiosissima 

babeb.'ìnt   moacttis   in  honorem   inspergebant   Auct. 
Efymbf.  *     '   '  « 

(,->)  Funebria  defnnctornm  snpellex  inventa  in 
VoIatv»rranis  sppuh.TÌs  quae  a's^rvantur  in  M  H'.ro 
Gnarnfeccio.Gnrì  Mas.  Errusc.Tom.    HI.  Gap.  XVI. 

(4J  Tbeaaur.  Dipticor.  Tom.  I.  pag.  81. 


94 
cHe  ued  no  qnielle  cerimooMS ,  cóme  erano  in  uso 

le  patera  ritrovate  im  quei    sepolcreti,  co»  al- 
tri ^8i  sacri  serviti  per  i  saerific)-  Acherontici . 
Not»  è  ar  mia  notizia*  che  oegF  Ipogei  siasi'  riu* 
venuto*  verone  di talù diitici  o  puf  illari,  ma  bensì 
si  son  trovate  lasnrae  di  piombo  y.  ove  erano  stati 
seri tTtk  con   punta*  di  ferro  i   nomi'  dei  sepolti: 
donde  è  dai  argui^rsi  che  la  SGrittura'  ed   alcuni 
registri  non*  fuSAoro-  aéFatto  stranieri  in^  tali  ceri- 
monie.  Che  poi  li  Scribi  aveseer  parte  ne*  fu- 
ncraJ%  non  è  scatcv  a  notizia  di  ooloro  ohe  han- 
no* sevitto  del  funerali  degli  antichi  (i)».  Il  solo 
Svetenio  pav  che- aoeeniiL  quest' uso  neir  esequie 
di  Ikiiso  y  ove  racoootia  che  9y.Il  corpo  di  lui  fu 
59  pei  prìDOÌ«pa»là^  dei  muÉicip)  e  delle  colonie 
99:  tra^poftaca  nella*  Città ,  faeendosii  incontro  ar 
99  rireverlo  gii  ordini   degli   Scribi  ^,  (2;) .  Il 
vedere  così  spesso*  ripetila  ilei  sarcofagi  e-  cine- 
Kurji  la  figura  di  qtoesto  giovane  ooL  pugillare  iti> 
mana  {Z)  e:  per  lo   più.  presso  il  ritratto   0  ia' 
atat4ia<  del  defoiito'v  ^^  assicura-  infine-  ch'essa^ 
appartien  più  allia  pompa  de'  oMU^tl ctie^  Ae^  trion^ 
finti.  Dìi  tractemii  foree  più  iM.  dovere-  nella 
dichiarazione  di  queato  manumento  per  convin- 
cere' il   mio^  letoore  cbe-  cercando  nei!' urne  di 
Voherfa  cose  ftinebri  e  i<eiigiose  piuttosto  che 
cosrumi  civili ,  si  trova  il  modo  di  spiegare  ogni 
soggetto  in- esse  rappresentato. 
Tksto  Tom.  li.  pag.  i&2.  anche  il  uionfare 


li  », 


(ij  V.  Méurs.  D'eFuner.  Dcmpster.  Paralip.  ad  Ro' 
sin  .  Ao4;iqr  Romt  Kiichm.  de  Fun.  Ropi.  ec. 
.  (2)  Sveton.  in  Claud.  C.  I.  n.  8. 
(3j  Supipl.  «M  Liy.ée  TAntiq.  fixpliq.  par  Mone- 
faucon  Tom*  V^l 


95 

in  cocehk)  dorato  ,  timM  a^  quadro  etivaUì ,  fu 
praticato  in  Roma  ad  esempio  dei  To6C9nv  (arp. 
Vedi  l'apparato  di'ttin  trionfo  ,  Tav.  XXXIV, • 
d'un'  ovazioiie  Tav.  XXXV.  > 

OssBRY.  109.  Ija  pfÌ4oa  voltar  ohe  iiv  Roma  di 
x\à^  pMonJhn  in^  cocchio  ftBL  nell'a^oo  i:40>  dopo, 
la  food^zioM'di  essa  ,^lof€bèTanfuimt>*FH8C0 
v^  iiit{*od%ise&qu€0t'  imo  ;  e  per  provare  coi  mona* 
meati  che  il)  tt>ì^a£o-ws>pfaidcaù^^  in  Tòsfmm  pri»^ 
ma  che  in  Romw  dOv«a  l'\&.  ^servire»  di  monu^ 
memi  anteriori  &  quell* epoca ,  e  in'  quella;  veeo 
ei  si  sefvd  d'  ir&*'Urna  Voltorrana  "Al  buonarsciiU 
tura  che  ha^  dimostrata  esser  posteriore)  airanna 
di  Roma  S45.  rnokre*  V  A.  pone  pop  eseapio 
d*  un  ùrior^o  Etrusco  aoa  scultura  eseguita  dopa 
il  544.  di  Roma ,  mentre  gli  Etruschi  a^i^eani  g'ià; 
perduta  la  Iop  libeìPtà ,  ed^  erano:*  per  eonseguen* 
za  fuori  det  oase*  di  pomi)  trionfaTe.  fino  àilV 
anno  474. 

Testo;  Tom.  H.  pag.  ^10.  Veramente'  le  trom- 
be e  i  corni  furono  invenzione  degli  Etruschi^ 
nella*  cui  musica  ebber  luogo  anche  le  cetre  e 
le  lire^chevedonsii  spesso  figurate  su  i  monu-- 
memi  dell*  arte  (3]  .Vedi  i    monumenta   Tav. 

XVII.  xvwi  XIX.  XXXV.  xxxviri.  ) 

OssERv.  no.  Giustissima  è- T  applicazióne  che 
r  A.  fa*  dei'  comi  del  monumento  a4  corni  del 
testo .  Ma  da'  corni  in-  foi  noir  vi  è*  altra  rela- 
zione fra  il  monumento ,  il  testo  e  la  apiegazione . 

Teoto  Tav.  XXXV.  Ovazione^  o  trionfo  mi- 
nore. Precedono  i  soldati  :  iiùttadinì  veìtgoxto 
a  salutare,  e  porgono  la  mano  in  abito  togato. 
11  condottiere  che  jpena  il  cavallo  tiene  nella 
destra  il  Versilia  trionfale  mancante  in  parte 
nel  monumento;   stgnoiio.i  buccinatori^  e-  altri 


' 


^6 

Boìiiati .  Eaiate  nel  aiuseo  di  Volterra .  Vedi  Tom. 
IL  pag.  i33,  aio. 

Os-^KRv.  III.  £^  difficile  antliz^zare  la  tpiega- 
zione  del   presente  soggetto,  perchè   manca  di 
alcuni  nominativi  .«precedono  i  soldati  ^àìce  1*  A. 
^ma  non  si  sa  chi  precedono,  i  cittadini  vengono 
a  salutare:  ma  nell* orazione  chi  deve  essere  il 
salutato?  Il  b    r.  ci  presenta  un   uomo  vestito 
di  tunica  e  m^nto,  e  non  in  abito  togato.  Esso 
porge  la  mano  io  arto  di  congedo  ad  un  goerrie* 
ro  che  precede  altri  quattro  similmente  armati  » 
un  de* quali  ha  avuxo  uu  vessillo  (  almeno  cosi 
ha  supplito  il  Gori ,  dal  quale  il   nostro  A.  ha 
tolta  la  notizia  )ed  un  altrove  non  il  vessillifero 
regge  un  cavallo.  Succedono  due  buccinatori ^ 
e  due  littori.  Ecco  la  prima  volta  che  sentiamo 
nominare  il   Vessillo  trionfale.  Glianticbi, al  ri- 
ferir di  Vegezio(i),  prevedendo  il  caso  di  essere 
sbaragliati  in  battaglia ,  affine  di  potersi  facil- 
mente riunire  e  riordinare ,  divisero  le  Coorti  in 
centurie ,  e  ad  ogni  centuria  fu  dato  un  Vessil* 
lo  con  segni  o  lettere  che  la  indicavano  ^  affin* 
che  ogni  soldato  vedutolo  si  potesse  ad  es«o  rav- 
vicinare. Qual  relaziona  dunque   fuò   avere  il 
vessillo  coi    trionfare  ?    Dice    Dionisio  che  il 
trionfante  deli' ovazione  entrava   in  città  .dopo 
r  esèrcito  (2);  e  qui  il  militare  che  dà  la  mano 
al  Cittadino  si  vede  stare  avanti  agli  altri   soU 
dati.. Dì  più  abbiamo  da   Sabino  Masurio,  co- 
me ne  fa  fede  Gellio,  che  coloro  che  ovanti  en* 
tra  vano,  erano  seguiti  da  tutto  il  Senato  >  e  non 


ti)  Rosin.  Antiq.  Roman.  Lib.  X ,  e.  V. 
(2)  Dion.  Halicar.  V.  p.  3l4* 


9? 
àz!" Soldati  (i)  soggiunge  Plutarco  (2)  che  nelT 

ovazione  non  si  suonavano  tube  ma  bensì  ^e  ti<- 
bie,  e  nel  b.  r.   le  tibie    non  compariscono.  Il 
trionfante  deve  inoltre  secondo  Plutarco  stes- 
so avere  una  corona  di  mirto  in  testa  e  le  scar- 
pe in  piedi,  e  nel  monumento  il  supposto  trion- 
Jdìite  non  ha  né  scarpe  né  corona.  Io  credo  eh' 
esso  rappresenti  la  partenza  d*  un  qualche  capi- 
tano per  la  guerra^dalla  quale  forse  non  più  tor- 
nato fecero  i   suoi  rappresentare   i*  ultimo  suo 
addio  nelTurna  delle  di  lui  ceneri.  Tali  conge- 
di son  frequentissimi  nelle  sculture  dell'  urne  di 
Volterra  come  noto  all' osservazione   118.  Allor- 
quando un  militare  avea  ricevuta  dal  popolo  la 
potestà  del  comando  delle   armate  0  delle  par- 
ticolari Legioni  o   Coorti  ,    portavasi  al  Cam- 
pidoglio ,  ove  fatti  i  solenni  consueti  voti ,  ri- 
ceveva quei  littori  e  quelle  insegne  che   gli  si 
competevano;  quindi  partitosi  colla  sua  truppa, 
era  accompagnato  dagli  amici  per  lungo  tratto 
di  strada  e  dipoi  salutato  e  congedato  da  essi  (3) 
Intanto   i  tubicini  o.  baccinaturi  suonavano  per 
convocare    i    Soldati   ed    intimare   la   partenza 
per  la  guerra  (4).  Anche  un  guerriero  £tru8(<> 
militando  sotto  le  armi  Romane  potè    avere  si- 
mili onori.  Dal  Vessillo  e  dal  cavallo  che  ve- 
diamo espresso  nell*  urna  se  ne  potrebbe  argo- 
mentare esser  quello  un  centurione  che  parte  per 
la  guerra  e  noa  che  entra  Ovante  in  Città .  Ma 


ri)  V.  Polid.    Virgil.  Lib   II ,  e.  XVI. 

(2;  Nec  tubi!»  conci nenti bus  sed  pcdibus  «  et  cnl- 
ccis  myrtea    rcdimitum  cibiis  modulancibus   urbem 
iniisse .  Fiutare,  in   Marc,  cosi  Plin.  T«8t    Agell. 
.   (3j  Rosin.  Antiquit    Roman.  Lib    X.  .e.  XI. 

(4;Tubicen  ad  bellum  vocat  railites.  Veget.  IL  ii5. 

2 


98 
quel  congedo 9  quella  musica,  quel  cavallo  noa 
men  che  Tessere  tutto  ciò  espresso  in  un  cine- 
rario mi  fan  sospettare  che  ciò  appartenga  a  fu- 
nebre pompa  di  un  qualche  militare  morto  in 
battaglia  (i)  . 

Testo  Tom.  II.  pag.  iSa.  anche  il  trionfare 
in  cocchio  dorato,  tirato  a  quattro  cavalli,  fu 
praticato  in  Roma  ad  esempio  dei  Toscani .  (2] 
Vedi  r apparato  d'un  trionfo,  Tav.  XXXIV, 
e  d'  un'  ovazione  Tav.  XXXV. 

OssF.RV.  II  a.  L*  Ovazione  non  ha  nessun  rap- 
porto col  trionfo  degli  Etrujcki ,  tanta  più  che 
Plinio  ci  avverte  essere  stata  istituita  in  Ro* 
ma  Tanno  2S0.  della  sua  fondazione  da  Postu- 
mio  Tuberto  Console  (2)^  onde  gli  Etruschi 
non  vi  ebbero  pane  veruna. 

Testo  Tav.  XXXVI.  Scena  domestica .  Vedesi 
una  matrona  adagiata  sopra  un  letto  in  atto  c^i 
acconciarsi  :  più  ancelle  le  sono  intCH'no ,  una  delle 
quali  le  presenta  uno  specchio:  la  porta  potreb- 
be indicare  una  divisione  fra  T  appartamento 
delle  donne  e  quello  degli  .uomini.  Esiste  nel 
Museo  pubblico  di  Volterra.  Vedasi  Tom.  II. 
pag.  86,  87. 

OssERv.  ii3.  Dissi  nella  mìa  osserv.  14.  alla 
prefazione,  che  queste  mi  pajono  descrizioni  e 
non  già  spiegazioni.  Dimostrerò  adesso  la  dif- 
ferenza che  passa  fra  la  descrizione  che  di  que- 
sto monumento  ha*data  TA.  e  la  spiegazione  che 

^  (1)  Può  consultarsi  la  bella  spiegazione  data  dal 
Ch.  Visconti  alTurna  di  Protesilao  (  Mus.  P.  Clem. 
T.  V.  Tav.  XVIII,  XIX,  p.  38.  )  ove  pare  che   in 
simili  casi  non  pensi  diversamente  da  me. 
(2;  Firn.  Lib.  i5.  cap.  29. 


99 
dovea  jdarne  ;  posto  peraltro  eh*  egli  aveste  co« 

nosciuto  il  soggetto  ivi  rappresentato .  Erifi}e 
moglie  dell*  indovino  Ànfiarao^  adagiata  sopra 
un  letto  f  sta  in  atto  di  ornarsi  avanci  uno  spec- 
chio f  posto  come  indizio  di  sua  soverchia  va* 
nità.  Sedotta  da  Polinice  s'  induce  a  tradire  il 
marito  svelando  al  giovane  ov'égli  era  nascosto 
per  non  andare  ali*  assèdio  di  Tebe  .sapendoeglt 
pur  troppo  per  le  arti  sue  che  andava  a  sicnra 
morte .  Polinice  (i)  le  sta  accanto  tenendo  ia 
mano  il  ^rnoso  manile  che  aveale  promesso  s*  ella 
aderiva  alle  sue  preghiere.  Anfiarao  trovandosi 
scoperto  dalT  infida  sua  sposa  si  manifesta  in- 
volto nel  sua  manto ,  come  in  abito  viatorio , 
perché  pronto  a  partire  e  prendere  congedo  da 
lei.  Le  due  persone  poste  alle  due  estremità 
della  composizione  sono  accessorie  per  mostrare 
soltanto  ch'esse  pure  restano  sorprese,  come  una 
donna  per  sola  ambizione  ed  avidità  d'un  monile 
possa  divenire  così  disleale  col  suo  marito .  La 
piccola  porta  indica  stanza  internar  o  cenacolo  ^ 
come  in  altre  urne  meglio  si  comprende  ;  per- 
chè essendo  in  quest'urna  rappresentati  uomini 
e  donne ,  e  non  sole  dcfnne  come  creée  V  A.  sa* 
ranno  essi  a4unati  Iti  luogo  atto  a  tal  uopo .  La 
colonnetta  opposta  al  letto  sostiene  la  cortina  di 
Apollo  Nume  tutelare  di  Anfiarao  di  cui  era 
sacerdote  e  indovino .  Questa  spiegazione  adat* 
tata  ad  altro  tipo  di  «soggetto  quasi  eguale  mi 
fu  trasmessa  in  un  Ms.  d^l  celebre  Ab.  Lanzi 
col  quale  ebbi  sempre  particolare  amicizia  men-. 


(l)  Secondo  alcttni  scrittori  questi  è  Adrasto  ere 
duto  autore  del  dono. 


lOO  • 

tre  visse  in  Firenze.  Aofiarao  e  Polinice  son 
presi  dall'  A.  per  donne  ed  indicate  come  an- 
celle  delja  m^rona. 

Testo  Tom.  II.  pag.  86.  8^.  Le  cerimonie 
nuziali ,  i  sontuosi  cocchi ,  ed  i  soverchi  orna- 
menti mulièbri  che  appajono  in  tanta  varietà 
figurati  su  i  monumenti  dell'arte  (3]  Vedi  Tav. 
XXVII.  XX vili.  XXXVI.  XXXIX.),  ben  con- 
fermano la  considerazione  e  V  impero  di  cui  go- 
deva anticamente  in  Etruria  questa  bella  parte 
del  genere  umano, 

OssERV.  114.  Sebbene  Erifile  sia  qui  orna- 
tìssima^  ciò  nulla  prova  a  favore  delle  antiche 
doline  d* Etruria,  perchè  ella  è  Argiva  e  non 
EtruscB.  Forse  1*  A.  non  sarebbe  caduto  in  tale 
inavvertenza  se  avesse  conosciuto  che  il  b.  r. 
rappresenta  un  fatto  Greco  e  non  una  scena  do* 
mestica  Etrusca, 

Testo  Tav.  XXXVII.  Convito:  si  vedono  i 
commensali  adagiati  su  i  letti  triclinarj  con  ve- 
sti ce.natorie:  il  re  del  convito,  che  Impone 
agli  altri  il  bere  0  il  non  bere,  tiene  in  mano 
un  piccol  bastone'.  Urna  in  tufo  nel  Museo 
pubblico  di  Volterra.     *   ^ 

OssERv.  II 5.  Credo  che  rappresenti  piuttosto, 
una  cena  familiare;  perchè  il  convito  non  sole- 
va eseguirsi  senza  le  cerimonie  delle  corone  con- 
viviali t  servi  ,  musica  e  sfarzo  .  Colui  che  ha 
in  mano  il  piccol  bastone  non  dovrà  spiegarsi 
per  il  re  del  convito,  pojchè  osservo  che  ha  bar- 
ba non  rasa  :  costume  già  abbandonato  ai  tem- 
pi in  cui  furon  fatte  tali  sculture  delle  urne, co* 
me  rilevasi  dai  loro  coperchi.  La  barba  ed  il  ba* 
stane  0  sia  scettro  convenivano  ad  un  principe 
0  altra  tale  persona  di  grande  autorità  presso  i 


IO! 

Greci  (i),  non  già  ad  un  re  del  convito  che 
tirandosi  a  sorte  poteva  esser  giovane  come  vec- 
chio ,  re  come  suddito  (2) .  Egli  presedeva  sol- 
tanto al  modo  di  bere, ed  esponendo  le  sue  leg- 
gi con  preghiere  e  non  con  impero  (3)  ,non  avea 
bisogno  per  esse  di  bastone  o  di  scettro.  La 
semplicità  della  composizione  non  permettendo- 
mi di  sapere  a  qual  fattc^alluda  il  monumento , 
osservo  soltanto  eh*  essa  si  assomiglia  non  poco 
ad  altre  urne  corredate  di  piìi  figure  oltre  que- 
ste; dajle  quali  tutte  si  potrebbe  forse  argo- 
mentare la  significazione.  Alcuni  littori ,  al- 
cuni armati  ed  alcuni  cavalli  ,  che  sono  nelle 
anzidette  urne,  oltre  i  commensali  ,  ed  alcune 
figure  spaventare  mi  accertano  che  ivi  non  già  si 
volle  rappresentare  uà  convito  ordinario,  ma  un 
qualche  fatto  accaduto. 

Testo  Tom.  II.  pag.  86.  Pia  delicati  costumi 
accennano  non  pertanto  tra  i  Toscani  V  urba-  , 
nità  e  la  delicatezza  d*un  popolo  molto  prima 
incivilito,  come  dimostra  T uso  d'ammettere  le 
donne  ne* conviti,  tenendole  su  ri8te«so  Ietto 
triclinario  insieme  con  gli  uomini ,  coperte  dal 
medesimo  strato  (2]  Ved.  i  monumenti  Tav. 
XXXVII.  XXXVIII.  ) 

OssERv.  Ilo.  Ancorché  il  monumento  che  csa- 


(1)  Quando  il  Lanzi  trova  nelT  urne  tali  figure  che 
han  barbae  sci'ttro  li  tiene  per  antichi  Hegi  de]  Gre- 
ci guidato  in  questo  giudizio  dalle  dottrine  di  Ot.io- 
ro.  Dissert.  sopra  un' urnetra   Toiicanica  .  *  * 

(•2)  Nec  regna  vini  sortiere  taiia .  Horat..Od.  I.  4.  18. 

(•^)  V03  omnes  Verres  certìores  facit  ,  quid  opus 
esset,  mature  veniunt,  discumbitur ,  fit  scrmo  Inicr 
eos  y  et  invltatio  ^  ut  graeco  m^^rc  bibaictur  bospes 
hortatur  etc  Cic  Act.  3.  in  Verr. 


102 

mìuo  rappresenti  uà  Convito  come  crede  V  À. , 
pure  non  di  mostrerebbe  V  aso  tra  i  Toscani  d*  am- 
metter le  donne  ai  conviti ,  tenendole  neW  istesso 
letto  y  poiché  i  quattro  recombenti  nei  letti  sono 
tutti  uomini  ,  e  la  donna  sta  assisa  dopo  i  Tri- 
ciinj  separatamente  da  toro.  B  quand'  anche  su  i 
letti  vi  fossero  uomini  e  donne ,  pure  nulla  prò* 
verebbe  a  favore  delP  asserto  del  nostro  A.suir 
uio  dei  Toscani ,  perchè  manca  la  prova  che  in 
quel  b.  r.  sieno  rappresentati  Toscani .  E  con- 
cesso iinalmente  alP  A.  che  ivi  sien  espressi  !Fo« 
scani ,  provai  già  che  non  potevan  esser  quelli 
anteriori  al  dominio  dei  Romani  in  Italia  (i) 
dei  quali  VA.  vuol  descrivere  i  costumi.  Fi- 
nalmente si  noti  che  1'  uso  del  re  del  convito  è 
tutto  Greco ,  come  ce  ne  istruisce  Gicerone'(2) 
onde  non  può  addursi  in  testimonio  di  uso 
Toscano . 

Testo  Tav.  XXXVIII.  Niun  moaumento  pro- 
va meglio  tii  questo  la  delicatezza  delle  mense 
Etrusche^ed  il  costume  di  assidersi  le  donne 
sul  medesimo  letto  insieme  con  gli  uomini  :  vi 
si  vedono  introdotte  delle  senatrici  per  diletto 
de*  convitati  :  un*  ancella  versa  il  vino  :  due  al- 
tre stanno  in  disparte  conduceudo  un  nudo  gio- 
vanetto :  tutti  sono  coronati  di  rose .  Esiste  nel 
Museo  di  Volterra.  V.  Tom.  U.  pag.  86,  8^. 

OssERv.  1 1 2'  Come  mai  questo  b.  r.  prova  la 
delicatezza  delle  mense  Etrusche  y  se  appunto  in 
esso  non  vi  son  mense?  Chi  ha  pratica  delle  urne 
di  Volterra  ben  distingue  che  questa  è  dell'ul- 
tima epoca  di  quella  scultura;  tantoché  potreb- 

(i)  V.  Osserv.  S(^. 

(2)  Ut  Gracco  more  biberetux  .  Ciò.  Act.  3.  in  Vcrr. 


/ 


io3 
be  esser  di  quei  tempi  ,in  cui  i  Romani,  al  dir 
dì  Valerio  Massimo^  cominciarono  contro  1' 
u«^anza  dei  maggiori ,  ad  assidersi  con  le  donne 
nello  stesso  letto .  Poteva  in  quella  età  (  cioè  da 
Au<rusto  in  poi  )  essersi  diflTaso  un  tal  uso  per 
tutta  r  Italia,  sulla  quale  dominava  già  la  po- 
tenza Romana,  onde  vedendolo  qui  espresso  non 
potrà  dirsi  Etrusco ,  ma  bensì  Ritmano,  e  adot- 
tato dagli  Etruschi  come  ogni  altro  costume  dei 
loro  vincitori.  L'essere  in  un  cinerario.,  e  il 
non  vedere  le  mense  mi  fa  credere  che  lo  scul- 
tore abbia  voluto  esprimere  il  termine  d'un  con- 
vito funebre  ,  al  quale  solea  succeder  la  musi- 
ca (i).  La  cena  funebre  era  l'ultimo  degli  ono- 
ri ,  che  rendevansi  ai  defonti  ,  ed  era  chiamata 
dai  Latini  silicernium.  L'oggetto  di  essa  era  di 
consolare  imparenti  (a)  e  perciò  vi  è  introdotta 
la  musica  e  i  pantomimi  o  buffoni  (3) .  L' An* 
cella  noo  versa  il  vino ,  perchè  il  bere  è  termi- 
nato,  non  essendovi  più  le  mense  che  si  porta- 
vano soltanto  avanti  i  lettisterni  quando  i  con- 
vitati mangiavano  e  bevevano»  e  mutavansi  al 
mutare  delle  vivande  (4).  Ella  versa  dell'acqua 
in  grandi  tazze  perchè  i  convitati  si  lavino  le 
mani,  come  era   costume  di  fare  terminato  il 


(i)  Cui  nocturnus  hnnos ,  funalia  darà,  sacerquc 
poscepnlas  tibicen  adest .  Sii.  Italie.  L.  VI.  Punìcor. 

C'i)  P09C  omnia  haec  stlicerninm  superest  ;  iamqne 
adsunt  necerfsatii  y  ut  parcntes  consoientur  .  (  Lu- 
cianus  de  Luctu  ) . 

(3)  Sveton.  lui.  e.  84.  n.  3. 

(4)  Parasi ti^  in  secunda  mensa  saepe  ceream  eoe- 
nam,  sacpe  eburneam  aliquando  fictilem,  nonn'un- 
quam  vel  marmoream,  vei  lapideam  exhibuit .  (Laih- 
prid.  Heiiogab.  e.  3o.  ) 


104 
banchetto  (i).  Infatti  nell*  urna  originale  che 

esiste  a  Volterra,  vedasi  il  gruppo  dei  tre  re- 
coinbenti  a  sinistra  del  b.  r.  che  tengono  la  detta 
tazza  e  vi  han  dentro  le  mani  come  in  atto  di 
lavarsele.  Non  so  poi  a  qual  fine  il  disegnatore 
abbia  qui  espresse  le  loro  mani  fuori  di  essa 
tazza .  Go4  dietro  i  mimici  vedesi  nei  b.  r.  uà 
gruppo  di  altr«  persone  che  mancano  nel  dise- 
guo. Anche  ai  conviti  funebri  era  costume  in- 
tervenir coronati  (2)  ;  ma  non  sempre  di  rose 
che  non  si  potean  trovare  in  ogni  stagione. 

Testo  Tav.  XXXIX.  Facce  laterali  di  un'  ur- 
na in  alabastro  9  che  nella  faccia  di  mezzo  ha 
il  combattimento  dei  Centauri  e  Lapiti. Tutti  o 
tre  i  b.  r.  alludono  alle  nozze  di  Piritoo.  Nella 
prima  faccia  Piritoo  riceve  Deidamia  dalle  mani 
di  Teseo ,  neir  atto  di  permutare  i  contratti  : 
nella  seconda  Piritoo  in  abito  militare  condu- 
ce seco  Deidamia  nobilmente  vestita  ^  esiste  nel 
Museo  pubblico  di  Volterra . 

OssERv.  Il 8.  Due  Centauri  simmetricamente 
disposti  r  uno  opposto  all'  altro  che  tengono 
due  donne  seminude  sedenti  sul  dorso,  con  le 
braccia  legate  dietro  le  spalle,  coronati  di 
pino  e  con  pelli  di  tigre  che  loro  cingono  i 
fianchi,  ed  in  mezzo  di  essi  una  figura  sedente 
con  gladio  in  mano:  ecco  ciò  che  forma  la  com- 
posizione di  questo  b.  r.  che  non  mi  sembra  post>a 
rappresentare    il    combattimento  de'  Lapiti  coi 


(1)  Pinariis  ,  qui  novìs.simi  comeso  prandio  ve- 
ni 9sent,..cum  man  us  prananres  lavarenc  ,  praecepif- 
«e  Herculem  .  .  .  etc.  Macrob.  Sat.  III.  6. 

(2)  Sequebancnr  epulaeL  quas  inirent  propinqui  co- 
ronati. Cic.  II.  de  Leg. 


V 


Centauri.  Molto  meno  rappresenteranno  le  noz- 
ze di  Pititoo  le  facce  laterali  di  esso ,  ove  1'  A. 
ha  creduto  di  ravvisare  questo  soggetto,  nelT 
opinione  che  il  combattimento  dei  Centauri  fosse 
espresso  nella  facciata  di  mezzo.  Fa  poi  vera- 
mente pietà  la  piccolezza  d'immaginare  ai  tem- 
pi di  Piritoo  l'uso  della  permuta  dei  contratti 
mastri moniali  ,  nella  stessa  guisa  che  si  prati- 
cherebbe in  Firenze  o  in  Parigi  nel  iSit.  fra 
due  sposi  di  famiglie  distìnte.  Vivendo  lo  scul- 
tore avrebbe  -diritto  di  lagnarsi  del  nostro  A., 
per  averlo  creduto  capace  di  rappresentar  Pi- 
ritoo  vestito  alla  Romana  e  Deidamia  ornata 
é  alla  foggia  da' tempi  d'Augusto.  Restano  dun- 
que iuatili  pel  nostro  A.  te  osservazioni  fatte 
dal  Lanzi  (i)  e  dal  dh.  Visconti  Antiquario 
dell'  Imp.  Museo  di  Parigi  (-2)  e  da  altri  mo- 
^erni  sul  costume  mitologico  quasi  costante  della 
nudità  negli  Eroi:  tanxo  più  che  a  scanso  di 
!  errore  d' iuterpetrazìone  volle  lo   scultore    me- 

i         é        desimo,  allato  di  ciascuna  delle  due  fi<yure,scri- 
%'ere    il  nome  loro ,  che  si  trova  iuterpetrato ,  e 
j  pubblicate   dal   Lanzi    nel  Saggio  di  L.  Etru- 

sca  (3) .  I  Centauri  che  han  corone  di  pino  in 
testa,  pelli  di  tigre  cinte  ai  lor  fianchi , anfore 
vinarie  rovesciate  ai  piedi,  mani  legate  dietro, e 
seminude  ninfe  che  loro  stanno  l€;ggiadramen- 
tesul  dorso,  rappresentano  a  mio  parere  con  chia- 
ra allegoria  i  piaceri  di  Venere  e  di  Bacco  (4) . 


(i)  Dissert.  sopra  un' umetta  Toscanica,e  Difesa 
del   Saggio  di  L.  Etr. 

(2)  Mu8.  Pio  Clem.  T.  V ,  pag.  3S. 

(3)  Tom.  II.  pag.  353. 

U)  Il  Museo    Borghege:  il  Miis.  Capitolino  e  le 


/ 


V 


io6 

Volgono  entrambi  le  spalle  air  uojuo  che  sta  se- 
duto nel  mezzo  di  essi  con  gladio  in  mano  de- 
notante com*  io  credo  la  Morte ,  dalla  quale  cre- 
diamo allontanarci  e  fuggire  dandoci  ia  preda 
ai  piaceri.  L*atto  poi  di  assidersi  della  figura 
esprìmente  la  Morte,  ìndica  a  meraviglia  eh*  ella 
ci  aspetta  con  sicurezza  ed  inevitabilmente  ,  an- 
corché tentiamo  fuggirla ,  come  la  fuggono  quei 
due  Centauri .  Non  altrimenti  ce  la  rappresentò 
Stazio  in  quel  suo  verso: 

In  scopulis  Mors  saeva  sedct. 

Le  mani  dei  Centauri  legate  dietro  indicano 
in  quest'allegoria  che  la  forza  della  ragione  si 
è  lasciata  vincere  dalla  seduziondel  piacere  (i). 
Ecco  perchè  si  vedono  le  donne  sedenti  sulla 
groppa  e  le  anfore  già  vuotate  dal  vino  gettate 
ai  piedi  di  questi  mostri  di  dissolutezza.  In  una 
delle  facce  laterali  un  militare  nobilmente  ar- 
mato dà  la  mano  ad  una  àorma  riccamente  vestita 
in  atto  però  di  prender  da  essa  V  ultimo  'fatai 
congedo  di  morte.  Il  cavallo  che  è  dietro  di 
esso  esprime  il  passaggio  agli  Elisi,  che  secondo 

pitture  d'  Ercolano  contengono  Centauri  con  mani 
legate  dietro,  parte  de' quali  hanno  in  groppa  un 
Amore.  Queste  figure  sono  state  spiegate  dai  re- 
spettivi loro  illuatratorì  per  T  allegoria  dell*  Amore 
che  ha  forza  di  domare  ogni  fierezza  .  E'  poi  no- 
to che  i  Centauri  furona  consacrati  a  Bacco ,  onde 
si  vedono  spesso  nei  monumenti  attaccati  al  suo 
carro  i  V.  Bonarroti  Medaglioni  ec. 

(i)  Il  Lanzi  nel  suo  Saggio  di  L.  Etr.  T.  II.  p.  1H7. 
credè  potere  spiegare  il  soggetto  di  quest'  urna  per 
un'  Eroina  rapita  da'  Centauri ,  ma  non  avvertì  cha 
essi  han  le  mani  legate . 


k  credeaza  degli  Etnischi  egtialoieiite  che  dei 
Romani  e  dei  Greci  facevasi  a  cavallo,  oome  m 
rileva  da  alcuni  monumenti  e  igcrizioni  riportate 
dal  Fabbretti  (i  )  e  notate  dal  Gori  (2)  ed  altre  os- 
servazioni fatte  dal  Gh.  Visconti  (3)  a  questo  pro- 
posito .  Tali  congedi  vedousi  replica tissi mi  nei 
sepolcri  di  Volterra.,  i  quali  fino  al  presente 
si  tennero  erroneamente  per  matrimonj .  Quei 
due  personaggi  che  hanno  il  nome  loro  scritto 
lateralmente  alle  respettive  lor  teste  sono  i  ri- 
tratti dei  defonti  sepolti  in  quest'urna.  E  men- 
tre il  Lanzi  gli  ha  spiegati  per  tali  con  le  iscrizio- 
ni che  vi  si  leggono  »  io  non  so  perchè  vi  si  debba 
ora  dal  nostro  A.  veder  Piritoo  con  Deidamia  sen- 
za prima  provare  erronea  la  spiegazione  datane 
da  qneir  accreditato  Antiquario .  Oltre  di  che ,  se 
il  Lanzi  spiega  quei  nomi»  il  Gh.  Visconti  di- 
chiara con  pari  erudizione,  sebbene  applicata  ad 
altro  monumento, quelle  due  figure  e  la  ragion 
del  cavallo  e  dell* abito  militare;  e  perchè  la 
verità  non  è  moltiplico,  così  questi  due  seme- 
mi uomini  perfettamente  s' incontrano  in  uno 


(i)  Inscrtption.  Domesc.  Gap.  Ili ,  num.  XXIX,  pag. 
161.  162. 

(2)  Le  dotte  indagini  del  Gori  lo  feeero  accorto 
che  quelle  iscrizioni  e  monumenti  del  Fabbretti 
potevano  «piegar  l' arcano  della  figure  a  cavallo, 
che  vedonsi  ripetute  molto  nelle  urne  Volterrane. 
Perchè  dunque  il  nostro  A.  rinroéuoead^  alla  TaVr 
XXVI.  l'umetta  già  spiegatale  pubblicata  dal  Goti 
alla  Tav.  XXIV.  del  T.  III.  Class.  III.  del  Mus. 
Etrusco ,  sebbene  in  un  tipo  diverso  ,  se  ne  appro-  « 
pria  la  spiegazione  usurpandone  il  merito  a  chi  si 
dovrebbe  ? 

(3)  Mus.  Pìq  Clem.  Tom.  V ,  pag.  38. 


io8 
stesso  parere,  ancorché  1*  urlo  di  essi  non  pren^ 
da  norma  dai  detti  dell'altro.  Perchè  dunque 
rigetteremo  dottrine  così  provate  seguendo  le  az- 
zardate spiegazioni  del  nostro  A.  guidato  sem* 
'^-  pre  dair  amore  di  novità  piuttosto  che  da  quello 

^  del  vero,  e  che  per  conseguenza  le  di  lui  spie- 

gazioni dei  monumenti  pubblicati  nella  suaope* 
ra  non  resistono  alTanalki  neppur  di  un  solo  dei 
suoi  concetti  ?  Se  in  ogni  scienza  si  passasse  egual- 
mente che  nel  libro  del  nostro  A.  dalla  verità 
air  errore,  lo  spirito  umano  non  farebbe  con  sif- 
fatti libri  che  dei  passi  retrogradi.  Nell'altra 
faccia  vi  sono  gP  Innologi  che  insieme  con  la 
superstite  moglie  del  defonto  cantano  inni  in 
di  lui  onore  ^  o  sivvero  recitano  l'elogio  nel 
modo  che  costumavasi  fino  da*  piìi  antichi  tem- 
pi ,  e  che  si  pratica  tutt'  ora  per  le  persone  di 
qualche  considerazione  (i)  . 

Testo  Tom.  II.  pag.  86.  Le  cerimonie  nuzia- 
li y  i  sontuosi  cocchi ,  ed  i  soverchi  ornamenti 
muliebri  che  appajono  in  tanta  varietà  figurati 
su  i  monumenti  dell'  arte  (3] .  Ved.  Tav.  XXVIL 
XXVIII.  XXXVI   XXXIX.) 

OssERv.  119  Non  si  videro  mai  nei  citati  mo- 
numenti rappresentanze  di  cerimonie  nuziali  . 
Dimostrai  in  che  consistevano  i  così  detti  ^son- 
tuosi  cocchi  \  ora  noto  che  i  soverchi  ornamenti 
muliebri  che  vi  si  vedono  sono  molto  posteriori 
al  dominio  dei  Romani  in  Italia ,  e  perciò  deoa 
riguardarsi  come  costumi  più  Romaniche  Etru- 
schi ;  0  almeno  fuori' del  periodo  istorico  fissata 
^  dal  nostro  A. alia  sua  opera. 


(1)  La  cerimonia  di  oantar  inni  ai  defonti  si  vede 
ripetuta  fra  i  soggetti  delle  Urne  Volterrane  spie- 
gate dal  Cori  Mus.Etr.  Tom.  III.  Clas.  IIL  Tab.  XII.  2* 


Tbsto  Tav.  XL.  Magistrato:  precedano  i  lit- 
tori con  piccole  verghe,  e  altri  ministri  che 
portano  la  sella  curule,  lo  scrigno  per  le  scrit- 
ture y  le  tavolette  da  scrivere  ec.  Esiste  nel  mu- 
seo pubblico  di  Volterra .  Vedasi  Tom.  II.  pag. 
21 ,  not.  I. 

OssERV.  I20.  Anche  il  Gori  ,  che  riporta  lo 
stesso  soggetto  (i),  lo  spiega  col  titolo  di  ma- 
gistrato  (a) .  Osservo  peraltro  che  non  pos- 
siamo intieramente  assicurarci  della  data  spie- 
gazione se  non  in  parte  s  poiché  sebbene  la  sc" 
dia  curale  portata  insieme  ^on  quella  specie  di 
modio  e  le  verghe  e  le  sportule  o  pugillari  o 
tavolette  siano  cose  che  possono  appartenerli  ad 
un  qualche  magistrato ,  pure  la  rappresentanza  di 
quest"  urna  dev*  essere  a  parer  mio  piuttosto 
una  pompa  funebre  d' un  qualche  magistrato 
che  un  magistrato  in  funzione.  Un'altr'urna 
di  questo  genere  pubblicata  dal  Gori  (3)  me 
ne  pei'suade  vedendovi  scolpita  nna  iutiera  fa- 
mìglia »  in  atto  di  afflizione  e  mestizia  ^  stare 
avanti  una  quasi  simile  processione  di  magi- 
strati .  Anche  quel  letterato  sospettò  che  ivi 
potesse  essere  espressa  qualche  funebre  cerimo- 
nia y  ma  egli  s'  inoltrò  forse  troppo  in  voler 
dare  una  diffusa  spiegazione  della  qualità  della 
cerimonia  medesima,  mentre  dai  diversi  passi 
degli  scrittori  non  si  raccolgono  che  notizie  ge- 
nerali di  questi  riti,  e  non  già  un  dettaglio 
continuato  di  una  intiera  cerimonia  funebre 
spettanta  ad  un   particolar  magistrato  . 


(:)  Mas.  Etrus.  Toip.  III.  Class.  III.  Tab.  XXVIL 
{•>)  Ivi   pag.  I7  8^p. 
{3)  Ivi  Tab.  XV. 


iia 

prova  che  atr  DBmooio  e  doq  un  Genio  tutelare 
viene  invocato  dal  sacerdote.  £^  lunga  la  se- 
rie delle  Ombre  e  degli  Spiriti  infernali  che  Sta- 
zio (i)  fa  chiamare  aTiresia  acciò  visibilmento 
si  manifestino  nel  tremendo  oracolo .  Manto  le 
vede  e  ne  avverte  il  cieca  padre;,  e  questa  è 
la  vera  scena  che  lo  scultore  volle  rappresene 
tare  in  questo  b.  r.  ;  poiché  la  Sibilla  conduce 
il  padre  con  una  roano,  mentre  con  1* altra  ac- 
cenna il  già  comparso  Spìrito  infernale  larvato, 
con  occhi  spaventati  9  con  aJi  scontraffatte  ed 
orecchi  lunghi  ;  cose  tutte  omesse  in  qu:e8to  dì- 
segno,  ma  esistenti  nell'originale,  ed  essenziali 
alla  rappresentanza  di  uno  Spìrito  infernale  , 
molto  diverso  dal  supposto  Genio  rute/are  delT  A. 
Testo  Tom.  IL  pag.  5i.  Antichissiffl<i  vera- 
mente furono  i  Numi  fatidici  in  Italia .  Le  no- 
stre Ninfe  vaticinavano  molto  prima  della  sup- 
posta venuta  d*£nea,  e  della  Greca  Sibilla  in 
Guma  .Celebre  sopra  tutto  era  l'oracolo  di  Fau- 
no, Nume  altamente  misterioso  e  indigeno  del 
Lazio,  il  quale  rendeva  dal  profondo  della  sel- 
va Albunea  carmi  profetici  (3] 

Ordcula  Fauni 
Fatidici  genilorxs  adit ,  Lucosque  sub  alta 
Consuìit  Albunea.     Virg.  vii. ,  8i  -  83. 

OssERV.  K23.  Quando  TA.  prova  il  suo  as- 
sunto con  un  passo  di  Virgilio  ^  ciò  basti ,  né 
8*  inoltri  a  volerlo  anche  affermare  con  un  mo- 
numento che  non  ha  relazione  veruna  con  queir 
oracolo.  Infatti  come  mai  potrà  dimostrare  la 
celebrità  de'  Numi  fatidici  in  Italia  e  il  vaticinio 

(1)  Theb.  IV.  473. 


dette  nostre  NmfieOìX  U  mpilMrearatanui  di  Blantio 
e\k%  vaticina  col  cifoo  TìstM,  l  %i|aU  a^a  fu*^ 

Tbi^o  Toi^  Ih  f«^.  $9.  I  nomi  rispettablU 
dì  Bacchnl^  e  4eiÌ4  Nioft  Bigoe ,  ieouù  p^ 
•spesiDori  delle  4o$ma9  4egU  A£iuqpi<ù  Tot^;^* 
.ai^  servirofii»  ^conj^i^e  quelU  ficieai^  jm^- 
j^nera  coi  iptwtigy  d^l  wirayi{JiMO..     . 

OsfiBitv.  1^  Uo  fatto  febeoa  090*4^  oeMUfi 
kuiL6  relativo  alle  .dp^trm  4$gli^  SkìM^  Qons 
già  più  volte  bofife$ut^>  , 

Testo  Tav.  XLU.  ij^guracioloa^ft^fi  aiajMstrQV 
•be  aerviva  f^r  <3/pf^fiìùo  Ai  «n'itroe-  oinefaria  r 
{è  queste^  il-  xmu»  4el  defiuuu»  iiMiigi^fto  di  ci^ 
40ona  tpioQfale  ^  «(»Uaaa  d'es(^r^i^neUo  y^^e^icK- 
.80  aella  unistfa,  eoa  «m.;tieiie  «a  iKitiAo  ove 
era  scritto  a  iiieù  cacatfteei  «e  Siiwfco  epitaf- 
fio ;  esiste  oel  faus0e  p^bbUeo  idi  Volterra  «  Ve- 
dati Tom.  II.  pag..  i3i. 

.  Osssav.  I  eS.  Ai  jquadtoo  «Kributi  di^^iMMa  figi»» 
»L  il  aoitro  À«  d^-quattro  spiegaatioiu  arbitrarie  • 
Tatti  icope^cbi  delle  useedi  Volikevra .  oonmi- 
^oe.  wrairti »  ed  i  v^iriH soa^tuitli  vronaM, pernia 
tittti  .i?iM  rapf^eeeatana  come  awaeMiairiCtef- 
«0  Q^Qvico  dieilia  fmuira  vitaliBatt;jtaatocbè  ^ 
corona  conviviale  si  eoa  viene  egualmente  a  tut- 
ti .  Sfa  il  supporre,  d^  fiiteeqde  cbie  tutte  ^jueste 
corone  sìAuotrionféUp^  icbe  per  cMseg«eaza  iOgai 
Volterranoestiato  e  ritrattato  oei  coperchi  dell' 
urne  abbia  trionfato  »  è  piuttosto  erudizione  da 
sauevere  a  riso  ebe  da  istruire .  Torque  e  no^ 
collana  d*  oro  èquella  che  pende  dal  .collo  dell^  n- 
gura  che  si  esamina  :  la  collana  è  quella  che  sta 
intorno  al  collo  »  menàe  il  .torqu^  pende*  fino 
al  petto .  Perchè  poi  dir  preziosa  V  anello  ci» 


%&  nel'la  siiìistraì  Gli  antichi  avevano  anelli^n* 
che-  triviali  e  di  ferro,  eoi  qua  H  segnavano  te  an- 
foreda  vino(i).I  musei  son  pieni d*  antichi atleili 

idi  ferro,  di  ambra  ^  di-  piombo  e  d'altre  materie 

'4ion  prezióse;  perchè  dunque  ancor  questo  non 
può  esser  di  qùeUi?  Nel  jRoeofosono  stati  scritti 

'Circa  dodici  versi  (  che  ora  più  non  si  leggono 
perchè  disrrìitti  da)  tempo  ^  essendovi  stati  sol- 
tanto dipinti  ),  il  che  si  pub  riscontrare  daU 

^la  forma  stéssa  del  rotolo,  dalla  piccolezza  del 
carattere  e  dalle  tracce  de'  versi  rimastevi;  men- 

«tré  tutto  era'  scrìtto  ^  Il  Saggio  di  Lingua  Etru- 

'8Da(2)  ci  moì»tra  abbastanza  che  tutti  gli  epitaffi 

'non  consistono  che  nelle  poche  parole  denotanti 
iinomedeldefoQtoe  di  ^uel  della  madre /e  spes- 

"SO  del  padre  o  d'altro  parente,  e  gli  anni  di 
esso  defonto  :  come  dunque  doveano  dodici  versi 

-di^  scrittura  contenere  un  sol^  epitaffio?  Nella 
Tav,    XXXVH.   di  quest'  opera  vi  è  un  com- 

'fiien^isiletibeba  in  mAuo  un  rotolo  per  leggerlo 

•a- mensa',  ove  cootengoosi  gl'inni  o  altre  leg* 
geode  cto' usa vansi  nelle  mense  {3).  CSosi  nei 
coperchi  ;<»ltre  coloro  che  hanno  in  mano  i  cia- 
ti ,  le  patere  e  le  tazze  vi  sono  anche  quei  che 

<han  dei  rotoli  ^^  tutti  utensili  della  mensa  o  con* 

-vito .  .....* 

Ts6T0  Tom.  II.  pag;  i3i.  Noi  dobbiamo  ol- 
tr'aciò  lodare  il  saggio  intendimento  con  cui 


(ijVeteres  non  ornatus  sed  signandi  causa  annu- 
lum   lecain    circumfeiebanL.    Atteias  Capito  apud 
Macrob.  Saturn.  VII.  i3. 
(2)  Lanzi   Tom.  II. 

(3;  Parva  est  caenula 

Nee  crasium  dominos  leget  volumen  . 

Man.  V.  8o  -82. 


/ 


it5 
eglino  seppero  riaiure  a  tonte  utili  iavenziom 
e  leggi  di  milizia,  quanto  Je  forze  morali  pò- 
teaoo  impriinere  . d! energìa. agli  spiriti.  Con  tal 
d4segno  immaginarono  onori  militari  e  rìcom* 
peose  t  tra  le  quali  fu  per  certo  quella  ragguar?» 
devole  corona  d*  oro,  denomi  nata  Etrusca. 

OssERV.  i2d  Altra  era  la  corona  d*  oro  che 
davasi  per  premio  di  virtù  ;  altra  era  la  corona 
conviviale  che  tenevasi  io  testa  dai  convitati. 
Inunto  r  A.  ha  confuse  queste;  due  corone  pei 
avere  occasione  di  corredare  la  ;siia  opera  di  bei 
rami  ,  sebbene  non  sempre  a  proposito.  Cosi  lo 
spiritoso  Galiani  per  mostrare  il  ridicolo  di  chi 
sfoggia  in  erudizione  malamente  appropriata , 
fece  dire  al  suo  Poeta  e  filosofo  ali*  improvvi- 
so ^  mi  è  stato  rubato  un  mazzo  di  radici: 
9>  et  in  electis  meis  mkte  radices  (  i  )  .  n 

Tbsto.  Tav.  XLIII.  Urna  in  alabastro  di  buo- 
na 8i:uUura,  trovata  in  un  ipogeo  di  Voltej»a, 
di  soggetto  incerto.  Una  delie  due  &gure  prin« 
cipali  assale  V  altra  con  la  rota  di  un  carro  ^ 
ambo  sono  assistite  da. Geo)  alati,  ed  uno  di 
questi  barbato  ha  anche  gli  occhi  alle  ali .  Nel 
coperchio  sta  colcata  una  figura  muliebre  ricca- 
mente vestita ,  con  specchio  nella  destra.,  e  un 
pomogranato  nellasinistra:  tutti  gli  adornamenti 
dei  vestiario  hanno  vestigj  di  doratura;  esiste 
presso  dell*  A.  Vedasi  Tom.  II.  pag.  49,   86 , 

Ossaav.  121,  In  cinque  luoghi  della  sua  ope«* 

"^'■^«•^■iwwB^-^»  ^•mmm^a^^^^^^m^rm  ^^m^^am^^^mm^^  ..  »^^»^— i— %    m^^mmm^a^^m^immmm^'^^^^'^» 

(i)  Vedasi  la  lepida  operetta  dell'  Ab.  Galiani  suH^ 
Erazione  del  Vesuvio  ,  intitolata:  lo  spaventoso  spa- 
venco  che  spaventò  tucci  con  V  Eruzione  del  Ve- 
••uvio,  opera  d' un  Poeta,  e  Filosofo  all'  improvviso. 


1 


\ì6 
te  chiaom  T  A.  m  sussklio  questa  scultura  e  in* 
tanto  è  costretto  a  confessare  di  non  conoscerne 
il  soggetto.  Qual  $ussidio  sarà  dunque  per  una 
^oria  p«co  nota  un  monumauo  ignoto  del  tutto? 
Sioa  è  mìo  scopo  r^amìnare  in  queste  osservar- 
zioniii  merito  dell*  opera  del  nostro  A.  ma  posso 
Ipofisi  riflettc^re ,  c^e  se  i  »niedtUneàti  son  pii  in- 
lelligibili  per  gli  a;ltri  ohe  per  tssso,  l^e  indup 
zioni  oh'  egli  ne  trae  per  tessere  la  sua  storia 
dovranno  esser  ben  pioco  stimate  dagli  eruditi . 
Dico  torBa«ade«l  mounoieiKO  che  TÌè  certanieB- 
te  espressa  H  aeguente  Avola .  Avendo  Enomao 
inteso  dall'Oracolo  che  verrebbe  messo  a  morte 
dal  suo  genero, non  accordava  la  sua  figlia Ippo- 
damia  ad  alcuno  di  quei  che  la  chiedevano ,  se 
non  a  condizione  che  )o  devesftero  vincere  «1 
corso  delle  carrette  e  restando  vinti  :perissero^ 
Molti  giovani  eran  già  stati  uccisi  per  ma;no  di 
esaoalhoFcbè  Petope  figlio  di  Tantalo  si  presentò 
al  cimente.  Prima  4»eiuhro  «di  entrare  in  Kzza 
aveva  avuta  la  destrezza  d' indurre  Mirtillo  Au* 
figa  di  Pelope  a  togliere  un  accìaTino  dall' tusse 
della  ruota  )  perchè  il  carro  di  Pelope  si  rove* 
sciasse  nel  corso,  lo  che  accaduto,  Pelope  rac* 
colta  la  ruota,  la  gettò  sul  misero Eoomao ,  « 
cosi  potè  sposare  Ippodamia  .  Qui  il  vec*ohio 
barbato'genufiessoèBDOmao ,  che  cerca  soctrarfii 
dal  cólpo  <the  gli  prepara  lo  spietato  suo  gene*" 
IO,  il  quale  vibra  già  sa  di  esso  la  ruota  del 
carro  .  La  quadriga  è  in  disordine  per  il  rove- 
sciamento del  carro.  Questa  è  la  spiegazione  che 
il  Lanzi  mi  ha  comunicata  verbalmente,  allor- 
quando abbiamo  ragionato  insieme  sulle  urne 
di  tal  soggetto.  Frutto  è  questo  dell'estese  sue 
cognizioni  non   meno  che  del  pcrsnadente  si^ 


ftema  d»  esso  tenuto  nello  ispiegare  i  menu* 
menti  Etruschi ,  seguendo  il  quale  (  come  qui 
Y  esperienza  lo  prova  )  si  spiega  tutto  ciò  cbe 
resta  oscuro  col  sistema  pr^i^posto  dal  nostro  A. 
L' uomo  barbato  con  le  ali  alle  spalle  ed  al 
capo  è  il  Destino,  come  spesso  si  T«de  figurato  o 
qualche  volta  con  chiodi  trabalt  in  mano.  £gU 
giunge alPimpreteribil  momento  vaticinato  dall* 
Oracolo  aè  Enomao .  Indicano  le  ali  che  nulla 
pu6  ostare  al  suo  arrivo ,  a  la  barba  dimostra  che 
lino  da'  remoti  secoli  ogH  esiste  per  tutti  senza 
che noppur Giove  il  possa  far  cangiare.  Ball' al- 
tra parte  la  Furia  agita  ^1  fiero  Pel^pe  a  far 
Vendetta  èet  giovani  ohe  caddero  misere  vittime 
dei  crudo  Enomao.  Così  tutta  Tiarna  reità  chia- 
»a mente  spiegata. 
:  Testo  Tom.  II.  pag.  49^  ^96.  8^.  97.  204.  n.  2. 

OssBKV.  1^8.  In  alcune  di  queste  pagine  non 
si  fa  che  moltiplicare  esempj  per  predire  ì  Geni 
fimlnel,  gli  ornamertti  muliebri,  sn^di  c8e  mi 
riporto  alle  osservazioni  antecedentif^  o\^6  si  parla 
de*  varj  articoli  di  queste  stesse  pagine .  Relati- 
Tamentffi  alla  lingua  Etnisca ,  per  la  quale  è  pa.- 
sifliente  Imitato  il  presente  monumento ,  n«»n  è  mio 
assuRto  l'esaminare  quanto  ne  ha  detto  T  A. 
•  Testo  Tav.  XLIV.  Urna  in  alabastro  di  buono 
stile  trovata  a  Todi ,  il  cui  soggetto  potrebbe 
aver^  allusione  col  precèdente  .  Due  Genj  ala- 
ti sono  scolpiti  nelle  facce  latetrali,  e  nel  co- 
perchio due  figure  colcate  di  sesso  diverso  :  si 
Vede  nel  Museo  Pio  dementino . 

•  G^SERV.  129.  Siccome  l*  A.  non  ha  saputo  spie- 
gare il  soggetto  precedeute  cosi  nou  ci  d^  irru- 
zione veruna  dicendoci  che  il  presente  può 
avere  allusione  con  quello:  In  sostanza   confessa 


ifS 
di  non  conoscere  né  Y  «no  né  V  altro  .  I  due 
Genj  da  esgo  co«ì  detti  per  e«8er  molto  nudati 
non  lasciano  equivoco  a  riconoscerli  per  dona- 
ne ,  che  avendo  iu  mano  le  faci  si  deon  teaere 
per  due  Furie  ^  e  siccome  è  loro  ispezione  di 
condurre  le  auimedei  defonti  ai  regni  d^  Acte- 
ronte  (i),  vedonsi  perciò  scolpite  in  quasi  tutti 
ì  laterali  delie  urne  di  Volterra  e  di  Todi .  Nel 
mezzo  di  questo  mou omento  è  espresso  Pelope 
che  uccide  Enomao:  Ippodamia  ohe  anch'essa 
correva  nelle  carrette  è  qui  spaventata  dair  ac- 
caduto: Mirtillo  è  caduto  per  terra  e  finge  sor- 
presa benché  sia  complice  dell' attentato . 

Te8to  Tav.  XLV.  Polifemo  rappresentato  con 
due  occhi ,  in  atto  dì  scagliare  dalla  sua  caver- 
na un  gran  sasso  contro  la  nave  d'  Ulisse;  uà 
Genio  vi  si  frappone* per  la  salvezza  dell'eroe: 
esìste  in  casa  Giorgi  di  Volterra  .  Vedasi  Tom. 
II.   pag.  1^3»  not.  I. 

OssERv.  i3o.  Se  il  nostro  A.  avesse  conosciuti 
i  soggetti  delle  urne  antecedenti ,  gli  avrebbe 
immediatamente  accennati  come  fa  nell'  urna 
presente.  La  spiegazione  peraltro  non  é  sua, 
ma  del  Decano  Giorgi  di  Volterra,  il  quale  ne 
gerisse  una  Dissertazione  (i).  Il  solito  preteso 
Genio  tutelare  lo  credo  una  Furia  che  sta  inci- 
tando Polifemo  a  fare  ogni  sforzo  per  vendicarsi 


(1)  Oltre  quanto  ne  dissi  alPosserv.  ic8.  lo  pro- 
va ancora  1*  urna  d'  Anfiarao  condotto  nella  vora- 
gine da  una  Furia  con  face  in  mano  come  può 
vedersi  nel  Goti  al  T.  Ili,  Class.  Ili,  Tav.  XII. 
del  Mus.  Etr. 

(2)  Dissertazione  occadcmica  sopra  un  Monu- 
mento Etrusco  ritrovato  negli  antichi  suburbani  di 
Volterra  V  anno  17^6. 


1^9 

deir  oltraggio  fattogli  di  Ulisse  »  pòlche  Je  Fune 
sogliono  esser  ministre  di  vendetta  .  Infìitti 
coinè  si  può  supporre  che  vi  sia  bisogno  i  d*  un 
Genio  per  liberare  Ulisse  da  una  sassata  d' uà 
cieco  ?  air  incontro  per  solo  prodigio  d'un  Ge- 
nio quel  cieco  poteva  colpire  T  illuminato  sca-i. 
gliandogli  una  pietra. 

Testo  Tom.  Il.pag.  i^S.  Dai  monumenti  figu- 
rati a  Greca  mitologia  ^  in  cui  vedonsi  modiftcati 
alcuni  fatti  riferiti  dai  poeti  ^(t]  Tali  per  esemr 
pio  sono  il  destino  d' Ettore  e  d'  Achille  pesato 
non  dal  Giove  Omerico,  ma  da  Mercurio  :  Polife- 
mo  con  due  oociti  :  le  Sirene  in  forma  di  vaghe 
giovani  riocameute  vestite  ec:  Vedi  i  Monu-- 
menti ,  Tar.  XLV.  Vinck.  Mon.  ined.  i33.  Go-4 
ri,  Mua  £tr.  Tom.  I,  Tav.  147  )  trasse  risto- 
rico  delle  arti  ragion  di  credere,  che  gli  arte- 
fici in  scolpire  queUe  favole  fossero  diretti  dal- 
la tradizione  orale,  se  meglio  non  seguirono  a: 
bel  diletto  autorità  diverse  dalla  narrazione  àv 
Omero. 

Ossaav.  i3i.  Gli  Etruschi  artefici  non  ebbero 
bisogno  d*  esser  diretti  dalla  tradizione  orale  peri 
rappresentare  ciò  che  vediamo  nei  loro  monu» 
menti  figurati  a  Greca  mitologia ,  giacché  quan- 
to ivi  hanno  espresso  quasi  tutto  sì  trova  negli 
antichi  scrittori .  I  tre  esemp)  addotti  dal  nostro 
A.  luugi  dal  provare  la  modificazione  dei  fotti 
o  la  tradizione  orale ,  prova  anzi  che  gli  Etru- 
schi han  seguita  la  vera  dottrina  degli  antichi . 
L'equivoco  di  tali  congetture  consiste  nell'avere 
il  nostro  Autore  supposto  eh'  essi  avesser  tolto 
da  uno  scrittore  ciò  che  in  sostanza  avean  toU 
to  da  un  altro;  come  pure  dal  non  avere  il  no** 
stro  A.  piena  cognizione  dei  monumenti  che  cita 


iva  H  dotila  Iiilosi  (i),  cjto  SXeccucio  pesa  i  de« 
Mini  noa  già  d'  Eoior^  «  4*  Aubill«,  conte  fa 
C^iio'te  ..preafo  Om&ro  (a) ,  aia  d*  Achille  e  di 
Sfóihiioae ,  coinè  kf gevaai  i&  uoa  tragedia  d* 
JiBokito,  dìcui.OgginOttsiiiiafigoao  seaon  firaiii: 
menti  »  ch6  posson  leggersi  presso  Favv.  L*  arti^ 
MavBttuM^  tvasie  i«eittaiiiep«e  da  Escbilo  il  suo 
aggetto  9%nziimoàMMth ,  Errò  Winckelmann  (3> 
Bel  eroderti  «oloo  d^  Ooieto  eie  che  era  tolto  da 
£scbik)'i  ma  6ott  errare  peggior  del  primo  il  no* 
Kro  A^riprodttce  lo  diaglio  di  WÌDckeloiana ,  e 
ance  la  cerresBione  del  LaMÌ:.  Anche  Polifiino 
è  figurato. reo  due  ecchi  dallo  scultore  Etra- 
tao  y  iioa  già  pet  modificace  la  desoffì^looe  che 
ce  ti6  fa  Ornare ^  .ma  pdr  sfcgmire  la  storia  che 
ce  ne  ha  lasciata  Tucidide  parlando  dei  Ciclo* 
pi  ^  è  i  lumi  che  ce  ae  dà  Servio  (4)  mentre 
si  oceupa  a  separarne  il  favoloso  dal  vero .  Ma 
chi  ha  letta  la  dotta  Dissertazione  del  Gior^ 
gi  suir  urna  riportata  qui  dal  nostro  Aurore» 
«ve  con  plausibile  erudizione  dichiara  in  parti- 
colar  modo  que/&t*  articolo  p  noii  pu&  €ei;cament(| 

(i)  Vasi  antichi  drp.  Diasert»  I.  pag.  72« 

(2)  lUad.  liò/XXlr,  V.  3Ó0.  . 

(3)  Il  nostro  A.  nel  citar  Winckel.  nella  sua  no- 
ta mi  fa  tre^ete  clie  parli  defl' Achille  riportato 
da  esso  alte  Tav.  i33.  dei  suoi  Mon.  iaed. 

(4)  Multi  PolyphemuiEi  dtcunt  unum  fcafouisse 
pculum  9  flii  duos  f  tiii  tries  :  sei  totum  fabulosum 
f st .  Nam  hic  vir  prudentissimus  fait:  et  ob  hoc 
^culvm  in  gapite  habuìsse  dicitùr  :  idest  iuxta 
cérebruih ,  G^uia  prudeiìcia  plus  videbat .  Verum 
Ulissós  eurii  pHidentla  superavit  et  ob  hoc  eum 
calcasse  fingitur .  Serv.  in  Virg.  Aeneid.  Kb.  Ilf . 


:J2t 

«gtiìr  Tepintoneifli  MatM  A.lio  stéisa Serrid 
unitasaente  ad  altri  avùicbiisefUton  (i)  ci  av^ 
ireste  che  le  Sirene  sou  figucate  in  forma  di  va* 
gbe  giovani,  perchè  in^realtà  eoo  furono  che 
tre  donne  incantatricìeen  le  loro  seduzioni  (a). 
Cosi  Edipo  sebben  da  Earipida  sia  delbricte 
mcciecarsi  da  se  medcsial»,  fio  ve  nelle  «r  ne  lo 
▼edìamo  acciécato  da'  mxvi  di  Jjajo ,  pecche  dal^ 
lo  Scollaste  d'Euripide  (3)  come  osserva  il  Gk 
ZannooÀ  «iawo  àtf vermi  -^esAer  questa  la  verità 
dalla  «tarila. 

Tasre  FfùHgM.  Ma  non  ebbero  forse  gli 
iEtrusobi  i  lor^  eroi»  ed  ana  mitplogia  catta 
propria  e  nazionale! 

Osssav.  i3s$ii.  Riproduco  un  passo  delle  stesta 
A.  ove  si  concradice ,  per  dioiostrare  che  neppa* 
re  egU  nesso  ò  persuaso  di  quanto  espone  in  né 
luogo,  giacché  la  revoca  pei  in  un  akro^  sab« 
ben  dello  stesso  voltt<o>e. 

Testo  Tom.  II.  pag.  41.  Il  sistema  taologioè 
«era  in  ogài  parte  lo  stesso»  ma  cifscua  popolo 
ebbe  Numi  domestici  e  locali ,  il  cai  culto  i%^ 
ramente  oltrepassava  il  termine  de'  propr]  suoi 
benefit). 

•  Q^Kv.  i33.  Ecco  ciò  che  sembra  piìi  proba- 
bile; ecco  Q\iy  che  il  LaD2Ì(4)  ha  procurato  di 
dimostrare  con  riflessioui ,  ragioni  e  dottrine  da 
{^rsuadere  ognuno  che  f(^se  anche  di  parere 


»^>— ^— *»'^>'^^^— *^M^^«^»^i»  <«|É«I         <p  ■     ««»»^fc^— ^p^^ 


(1)  V.O^rid.  Metam.  Lib.  V.  Euripid.  ia  Heien.  Acr. 
V.  V.  \66,  He<aclic.  e.  XIV.  Ausoa.  £idyL  Xh  v.  21. 

(2)  Sirenes  secundam  fabulam  parte  viiginas  fuo» 
runt ,  part^  volucres  ».  *  ^  •  Secnadum  veritatiem  mere* 
trices  fcerunt.  Scrv.  in  Virg.  Aeneid.  lib.  V»  v.  864. 

(3)  ScHol.  Euripid.  Pho€n.  v.  61. 

(4)  Saggio  dji  L.  Etr.Tcm.  IJ.  Clas.  I.  $  Vili. 


122 

che  gii  Etruschi  abbiano  afuta  una  mitologia 
tutta  propria .  Resta  ora  da  sapersi  a  quale  del« 
le  dtte  opposte  opinioni  dovremo  attenerci  per 
seguire  il  nostro  A.  che  à.  cortesemente  e'  invita 
nella  prefazione  della  sua  Opera  (i);  giacché 
in  siflhtti  biviì  non  vedo  un  corso  sì  libero  come 
ci  esibisce  nella  strada  ch^  Egli  ci  ha  aperta. 
Riprendo  pertanto  V  esame  deli*  articolo  an- 
tecedente . 

Tbsto  Tom.  II:  pag.  170.  Bisogna  non  aver 
mai  considerato  i  monumenti  figurati  di  quella 
scuola  (  Etnisca  ),  per  poter  dubitare  della  novi- 
tà di  molti  tipi  ;nitologici  che  vi  s' incontrano , 
impossibili  a  spiegarsi  col  solo  sussidio  delle 
Greche  favole.  E  su  qual  fondamento  vorreb- 
besi  asserire  che  un  popolo ,  il  quale  tanto  pri- 
meggiò nei  secoli  dell* allegorìa,  fosse  privo  di 
stòrie  e  favole  sue  proprie ,  atte  a  somministra- 
re gli  ornamenti  dell' imitazione  poetica  e  del- 
le arti? 

OssERV.  184.  Mira  o  cortese  Lettore  in  quai 
labirinti  vien  condotto  il  nostro  A.  per  la  vìa 
eh*  egli  nuovamente  s*  è  aperta  :  Egli  s' è  già  smar- 
rito ,  e  costretto  a  confessare  1*  impossibilità  di 
giunger  per  quella  via  a  spiegare  i  tipi  mitolo^ 
gici  ne*  quali s*  incontra  :  eà  avrai  tu  coraggio  di 
seguirlo?  Io  ti  richiamo  a  miglior  sentiero  ,  e 
più  sicuro  perchè  già  battuto  con  felice  succes- 
so. La  storia  Patria,  e  le  favole  Greche  ti  deon 

(2j  Se  con  troppa  fiducia  ho  deliberato  entrare 
per  una  via  non  ancora  da  alcuno  aperta  non  mi 
dovrebbe  la  difficoltà  dell'  impresa  arrecar  biasimo , 
qualora  premio  arrecarmi  non  possa  ....  ^r'Oi  che 
vorranno  seguirmi  troveranno  libero  il  coiiio  ec.  . . 
L' Italia  avanti  il  dom.  dei  Romani .  T.  I.  Prof 


IIè3 
trasformarre  io  ud  novellò  Bdipo:  còA  supere-» 
fai  ogni  Sfinge  che  tu  incontri  per  questa  via . 
Non  vedi  che  il  nostro  A.  traviato  dalla  vera 
Storia  de' primi  abitatori  d'Italia,  lontano  dal- 
le favole  Greche  si  perde  ad  ogni  enigma  che 
gli  vien  proposto  nella  nuova  sua  stradai  Se 
qualche  rappresentanza  degli  antichi  monumeu- 
ti  ci  resta  tuttavia  impossibile  a  spiegarsi  col 
solo  sussidio  delle' Greche  favole  che  abbiame^ySÌ 
attribuisca  allo  smarrimento  di  gran  parte  di 
Autori  antichi  i  quali  trattaron  quelle  favole 
che  non  abbiamo  ,  o  sivvero  ad  imperizia  di 
chi  applica  T  erudizione  al  monumento  per  ispie* 
garto ,  «  non  già  alla  Mitologia  e  Storia  Etru- 
fica  o  a  tradizione  orale  degli  Etruschi  ;  diver- 
samente facendo  si  cade  nelli  stessi  sbagli  *del 
sottro  A.  li  quale  prende  per  un  Nume  o  Eroa 
SÉusco,  ciò  che  per  altri  è  Pelope  che  ucci- 
de Enomao;  per  una  sccfna  domestica  Etrusca 
cib  che  per  altri  è  Ànfiarao^che  parte  da  Erifi- 
le  :  come  pure  è  per  esso  tradii&ione  orale  Etra* 
flca  o  modi£caziokie  della  favola  d'Omero  il  de^ 
«tino  d' Ettore  e  d' Achille  ,  pesato  da  Mercurio , 
quando  pei  dotti  non  è  che  la  rappresentanza  di 
quello  che  intorno  ad  Achille ,  e  Memnone  ci  ri- 
mane nei  frammenti  d'  EschUo  .  Ammettendo 
l'antica  venuta  di  colonie  Greche  in  Italia  non 
possiamo  rigettar  dagli  Etruschi^  la  cognizione 
della  Greca  Mitologia  ;  e  vedendola  rappresen- 
tata costantemente  ne' monumenti  anche  i  più 
antichi  rimastici.,  non  possiamo  dubitare  ch'es- 
sa non  prevalesse  ad  ogni  altra  nelle  nostre  con*- 
trade;  così  mentre  l'erudizione  e  la  storia  si 
prestano  a  spiegar  gli  antichi  monumenti ,  i 
monumenti  stessi  ci  erudiscono  e  ci  confermano 


"4 

della  veUltìt  delta  snerbi  eheabbiMio  degli  ant 

ticbi  pcrpoU  luUaai,  gia^chèi  daziai  cenii«oanza 
dal  culto  fra  i  Grecie  gV  Inaliani  me  possUme 
dedurre  ì  legami  di  ipshne<iteiii v  II  nostro  A.  al 
eapo  YigeaiiyQiecQiido  diolla  aia  prima  parte 
di  storia  (i)  fiAe  MtgQe  eoi  titol»  di  Jteligionei 
fHreceode  daceì.  W  culeedam  dei  Nimii  naziOfiA'^ 
ii  id*  lt$ìkk  »  fisi  i.  ^uaii  tengono  U  prioio  posto 
Baterno,  Gineo»  F^uua.  Ha  obi  iios  aa  che 
SaturtkO  fu  Vie  di  Greta ,  peAve  d%  Giove  e  da 
questo  perseguHaiio  e  costretto  a  refugiarsi  in  Ita- 
lia (2)1  Aoche  Giaee  secondo  quel  che  ne  ab^ 
biamo  da  aiewii  aetiobi  aedttori  (3)  &  nativo 
di  Tessaglia»  q  seeoqdo  ikiii(^},  nato  daCreu- 
sa  figlia  d*  ftratteo  Re  d' Atene .  £  il  Fauno  d' 
Italia  non  ^  fonse  lo  steiso^cbe  r  Arcadicso  Pan 
4e'  Gceei  (5)  introdotio  ie  vodeffazione  in  Ita« 
lia  fin  4ai  tempi  d-  Bandire  9  Si  conceda  arlte* 
stro  A.  ebe  molti  paesi  deir  antica  Italia  aves-i 
aero  Numi  naaiouili  »  ma  per  esser  questi  ee<» 
cendar) ,  e  come  egli  dice ,  demeHici  e  loca* 
li  non  alteravano  il  sistema  totale  della  mito^ 
Jogla  in  Italia,  che  fu  Oreca  e  non  nazionale . 
Il  Heyoe  (6)  e  var)  altri  eruditi  tennero  in 
•akri  tempi  1*  opinione  del  nostro  A.  accordando 
agi* Italiani»  e  apecialmeate  agli  Etruschi  una 
mitologia  tfttta  propria^  e  nazionale ,  ma  dopo 
che  il  nostro  Lanzi  ebbe  pubblicata  la  sna grand' 
<ipeni  del  Saggio  di  lingua  £tru8oa ,  V  Keyae 

^M<         \        mi     ■■  I   i<       ~y  li  ■■■■■■   pi ^        iif.^tn     IH     I  I  ì  I  I  p«.iB^|My»i».»^i^ 

.  (i)  Tom.  U«  pag.  33. 

(2)  Nata!.  Comic.  I^.  II.  p.  i. 

(3)  Placare.  Quaest.  Rom.  p.  26p. 

(4)  Victor ,  O.  G.  R.  2.  ' 

(5)  V.  Horac.  Od.  I.  17.  Qvld.  Fast.  IL  280,  ce .. - 

(6)  Excors.  V.  ad  Aeoaid.  VII,  < 


135 

stesso ,  questo  >  gran  Genio  d'  enidiaione  e  di 
scienze  non  ebbe  Aifiio(ylt^  di  abbandonase  Ja  pro- 
pria etjttmonevfltiiaiajìdo  che  lika  quella  del  Iianvi 
incofainciavasi  tei  teviluppabte  quaic^è  Jane  nxlla 
-flteria  dog  liaMehriBtrosGki  { i  ) .  Ancbé  ì  l  Vìacoa- 
ti  ci  avf«ihrteidie€gat<aikrr  vnia  cbeVi  tea^foo- 
fi  di  qiiclia  apeÉrtai  dal  :LaB;d  «eu  ci  coiidnoe 
^Ua  cogoieiomedel  (»ero(i2).  Odtra  di  che  «ed  ìdotti 
.Eckliel ,  Bairtbcteflly^  Titaboicbi  yCIttrli  y  Eabbro- 
ni^  Borgia )  Meneldi \,  iRoegi»  Marini, "é  tanid 
altri  di  boatuio  niente  (3i)'rhaa  facce  eoe  sei  lo*- 
ro  scritti  al  pihvofo  suèceisdafto  dai  rdaevprimr  so» 
pra  indicÉti  ri:>sisociiui  attuato  ebi  ÀSOstsoliaiEÙ, 
che  più  «^  tapda  aisegtirdo  ^ancornoiv.'^S^ttan^ 
do  ogdi  aitro  «tateimi  meo  fpenniadeMe  o  itoMV- 
carote  offatao  idi  previe., "oome  è  Queste-  d«l  tto» 
trp  A.? 

1)08^  Tafp.  XLrVS.  (Bdifo  vccacato*  dai  sèrvi 
di  Jjajo.  Vedi  su  qufcsoa  aeggetto  lo  Bcokiiiste  d' 
Euripide  (Scbed^E^rìp. fbeen.  6t.  )làns»  nel 
sDoseo  ImpeDÌale  dd  Fireni». 
.  Ossea V.  1 36.  ili  Qmì  (4)'anreagià  pubblicata 
cpMet'urna,  e^spvegata  perda  mertedd  ^Polimne^ 

t  H    I     (    I  liti  I  ■  I      M       I  iHi..>i*>.É»  I  >w*ii*i     ■   a.  ■  >    .Ili»     ■      I  j  »■■    !■< 


(li)  Nunc^^aifB  HOiden)  alif^uliDdo  jvob  yì^o'^eli- 
^id  in -ancifit^ìcate  etnisca  eenveo^c.in. una  lettera 
ma.  $lelr  Heyne  air  Ab.  taijil  del.^ó.  Gennajo 
1^J)2. ,  e  riportata  in  barte  nella  Difesa  del  Sag- 
gio di  X.  Etr. 

(2)^£gli  (  Ltfnai  )  è  «cato  il  primo  a  segnare  il 
Tero  cammino  pet  gtutiigiefe  a  qualòhc  piassibùle  int 
telllgenza  «delie  cose,  Toffsaiiicl^e  »  Vi^AiV^ti  .Mua, 
P    Clem.  T.  VI.  p.  -«a. 

t3)  Nella  difesa  del  saggio  al  5-  ^^-  »'*  trova 
fegisfiiaco  ir  gi^diaio  ohe  ^ticsti  letterati  bau  data 
di  queir  opera.  ' 

(4)  Mas.  Etru^  Tom.  I.  Tkb*  OXLII. 


i   • 


126 
^tore  dopo! èssergli  stati  cavati  gU  occhi.  Son^ 
tre  anai  compiti  cbié  il  Gh.  Ab.  Zanno-oi  Anti* 
quario  Ifliperiale  leggendo  Eurifàdt  ed  il  suo  Sco* 
liaste  trovò  che  il  fatto  di  Edipo  acciecato  dai 
servi  di  Làjo  era  ili  vero  soggetto  di  queir,  ur- 
na,  e  uon  già  PoUomeBtore  ;  sudi  che  compo* 
•sta  una  erudita  Disseitazione  la  lesse  all'  Acca*- 
demìa  Golombaria;  e  lacitò  quindi  nella  Rac- 
colta d*  Opuscoli  scientifici  ejettérar)  at  Tom.  7. 
pag.  89,  che  si  stampa  in  Fireneé.  Si  Q<H:iehe  ri 
nostro  A.  non  ha  aiti  citato  d*  onde  ha  tratto 
lei  notizie  con.'  le  quali  ha  •  spiegate  le  urne , 
Mentre  f spiegando  questa  cita  Èurìpide^  eppure 
non  sempre  ha  dimostrato  di  aver  pratica  di 
queir  autor  e,  alt  ri  menti  non  avrebbe  dubitato 
del  soggetto  d*  Ippolito.^' né  avrebbe  presaper 
sentinella  Mina  Antigone  affacciata  alle  mura 
di  Tebe'(i')»  né  preso  per  similloggettala  morte 
dell' Auriga  d'.AnfiaraOi  (2). 

Tjtsfo-Tom.;  II.  pag.  177.,  Belle  proporzioni 
dei  corpi  ,  nudo  segnato  con- verità,  mosse 
naturali,  buoni  panneggiamenti,  e  perfino  una 
certa  premura  dell' icteale ,  che  in  più  monn* 
meati  s'  osserva,  aM>stran0  ad  evidenza  quanto 
r Italia  valesse  allora  in  be]4e  arti  (ij.  Vedi  i 
Monumenti  Tav.  XXX.XLVI.XLVII.  XLVIII. 

OssERV.  176.  F  indubitabile  che  introdotte  le 
arti  Greche  in  Italia ,  sì  Mia  emulazione  facesse 
germogliare  in  Etruria,un  nuovo  stile  ^  in  eui  gli 
artefici  compariscono  in  certo  modo  emali  ai  Greci , 
come  scrive  FA.  alla  pag.  176.  del  Tom.  II,  e 


.   (0  V.  Eurìp.  Phoenis.  Act.  I.  Scea.  IL  V.  anche 
r  osser.  97. 

(3)  V.  r  psserv.  io3. 


12T 

percODsegueoza  quella  scuola  dovea  dar  buone 
proporzioni  ai  corpi,  segnare  il  nudo  con  verità.^ 
' muovere *con  naturalezza  e  panneggiar  bene.  "Non 
ò  però  accordabile  all'  A.  che  V  urna  della  quale 
-ora  sì  ragiona  ne  sia  un  esempio,  poiché  nudo 
-qui  non  .comparisce  che. nelle  braccia  e  nelle 
gambe»  le  proporzioni  alterate  dal  disegnatore 
per 'migliorarle  sono  nel!' originale  tozze  e  pe- 
santi ,  triti  i  panneggiamenti ,  e  le  mosse  alquanto 
forzate  ed  espresse  «m  qualche  durezza .  Buona 
è  la  composizione  dell*  insieme  evie  dell'  espres- 
sione adattata  molto  al  soggetto»  il  che  può  far- 
ci credere  che  il  b.  r.  sia  una  mediocre  copia  di 
un  buon  originale. 

Testo  Tav.  XLVII.  Urna  in  alabastro  molto 
guasta.  Oreste  in  atto  di  uccidere  Glitemnestra  » 
e  r  espiazione<di  Oreste  e  Pilade  :  sono  inseguiti 
*dalle>  Furie  ,  una  delle  quali  tiene  un  martello 
nella  destra; -e  l'altra  una  face;  la  terza  è  figu- 
rata da  UH  serpente:  sotto  di  esse  sta  scritto 
Carun .  Esiste  nel  museo  pubblico  di  Volterra  . 
•Vedi  Tom»  II.  pag.  177. 

OssEav.  tS^.  Le  lettere  che  sì  vedono  uel  con- 
torno di  quest'  urna  indicano  il  soggetto  ohe  essa 
contiene .  Esse  furono  interpetrate  dall'  Ab.  Lanzi 
dopo  che  il  Miiseo  di  Volterra  fece  sì  beli'  acqui- 
sto ,  tantoché  non  si  dee  dubitare  che  il  no- 
stro A.  nel  riportarne  la  spiegazione  si .  sia  in- 
gannato. Non  so  peraltro  s'egli  sia  esatto  nel 
chiamar  Furia  quella  figura  larvata  che  tiene  il 
martello  nella  destra,  perchè  in  tutte  le  urne  ove 
questa  stessa  figura  è  ripetuta  intiera  si  vede 
sempre  con  forme  virili . 

Testo  Tom.  II.  pi^g.    i^^.  Belle    proporzlo- 
m  ec.  V.  il  testo  dell' osserv.  i36. 


T28 

OssEttV.  tSS.  <J^em  icAltiira  è^  ribbiainata  in 
.dissidio  ^el  testo  iiMàeinecofi  la  priccedente  per 
provare  uao   stesa»  «tale.  Eppure  io  «tìle  ééìV 
uoa  è  sì  diverso  4ja:  (jueUo  deir  altra  ^  che  se  una 
ei  giiudicasee  del  pr»ei{M  di  quella  «caeia ,  V  al- 
tra dovria  teaerm  peropeoa  della  sua  decadeo-- 
sa .  Quai  luiai  diiAque  dàraaoe  alia  atoria  del  lei 
«r|i  la  dottnoe  e  le  esser vasieni  del  nostro  A.? 
^uale  i  OHMMunaÈnti  »ciie  lie*  adduce  per  prova  > 
éi  nati  che  4>*ve  oeirurigiioait. il  earattece   del 
*nttdi  è  igempUcissiino  ed  appena»  sentito  nei  eoli 
-musooii  piriooipati  eoa  dolci  paesaggi ,  qui  nel 
idìsegno  tacuo  «è  lohusso  .e  notottii&zaiie  »   quasi 
che  fosse  segnato  uella   SGUola  di  Michel  An- 
«glolo.  Geme  duaqae.si  pésseu  iac  4>aragoaL  fra 
liassorilievto  e  Jntssor ilòeyo  ^  fta  mefeod-o  le  metodo 
tèe  tutco  sente  :la  oianiera  aoltanto  e  la  bravura 
di  chi  ne  iha  fatti  i  disegai?  Tejmiao;  questa 
-mia  osserv.  coli'  avvertire  che  VA.  tcascufò   di 
«descrivere  ia  £gDra  che  SiOvrasta  all' jiUra  quasi 
fidfajata  rn  tesrau,  ia.quale  è  Pilade  nelFatfeo  di 
uccidere  Egisto:  omissione  oh'rei  ìuondoyea  faro^ 
qualoca  >non  ai  U>BSà  lasciato  guidane  aJU'iater- 
fietraaiooe dei  aonumentodallersoie  parole  Etra- 
sche  ivi  sciatte  ^  e  gftk  interpetrate  dal  Ijanù ,  il 
'quale  non  raameatò  agiste*  perabft  uoa  Tide  la 
«cultnra,ma  soltanto  ^esseJe  «casemtB^i  paro»- 
le  (i.) .  .      .     •  i  .      •    , . 

Tfisra  Ta(«.  Kt^ltl.  Olente  in  Delfi  ^  rifug- 
;ito  fiu  Tara 'dei/Kaio*  Vxaa  sa  alabastri»  di 


gito 


H      I    ■  I    I  ■  >l 


(i)  Avverto  che  se  aleiinó's' ini  pelasse  a  légg-eie 
r  iscrizione  data  daU'  A.  delta  patte  lacerale  deli' 
urrna ,  .nea  potrà  faclo^oonassicteaaa-^cillic'  essa  noa 
è  fedele  .         .v  ,  .  • .    / > 


-^ona  scultura  delle-  pi&.  avvicinanti. al  Greco« 
stile;  esiste  nel  museo  pubblico  di  Volterra.  V.. 

T.  IL  p.  it^Z- 

OssERv.  iSp.  Non  comprendo  quali   sieno  le- 
vagioni  che   indussero  il  nostro   A.  a  credere- 
Oreste  quel  giovane ,   che  ha  pilea  fripo  in. 
lesta  ,  e  palma  nella  4ini8tra..  ]^i  ci  ba  indi- 
cato neirurna  antecedente  cOjBerappresentavasi 
Oreste  rifuggito  air  ara ,  perchè  dunque  battez- 
zar per  Oreste  aoche  questo  rosi  diver.so  da  quel* 
lo  ?  Io  lo  «piego  diversaniencc .  •Quantunque  Pa* 
rid")  fosse  allevato  tra  i  pastori ,  pure  anche  da 
fanciullo  occupa  vasi  io  cose  molto  sapértori  ad 
una  tal  conditone:,  quindi  d  che  divenne  uop 
de-  più.  famosi  Atleti  del   suo   ceaipe .  «Segnala- 
vasregliin  tutti  ì  giuochi  e  combattimeoti  che- 
si  facevano  in  Troja,  ed   in  cesi   riportava  la 
palma  sopra  tutti  ^  eoncorreati ,  aoehe  sopra  lo 
•tesso £ttore  e  gii  altri  suoi  fratelli,!  quali  sde- 
gnando d'  esser  vinti  da  un  pastore ,    trassero 
fuori  la  spada  pec  ferirlo  :  allora  Paride  per 
epera  di  Venere  si  diede  a  eenoscere  per  loro 
fratello  .  Nel  tempo  stesse  venue  parimente  ri-- 
conosciuto  da  Priamo  suo  padee  càe  lo  ristabilì 
*nei  suo  rango.  Dunque  il  -suppesDO  Oreste  ^ 
Paride» eoi  pi lee frigio  comepastMe  Idee,  colla 
ipalma  come  vitwrioso  nei  giuochi  ,  eoi  ginoo- 
chio  sull'ari  di  Venere  «eoe  figurato  sotto   la 
•protezione  di  quella  Dea .  Venei^e  stessa  gli  sta 
allato  per  difenderlo  dai  fratelli  efae  hai)  gladio 
in  mano  per  assalirlo.  Priamo  iu  diaparte  con 
scettro  in  mano  è  V  ulti  aio  nella  composizione 
per  indicare  che  sopravviene  all' accaduto,  ed 
alza  la  mano  onde  si  arrestino  i  figli  dati*  attentate 
fracicidio.  Anche  le  sorelle  vi  sono  introdotte^ 

9 


ove  una  ove  piagnei  replicati  tipi  di  tal  sog^ 
getto .  • 

Testo  Tom.  II.  |ìag.  177.  Belle  proporzioni, 
'(  vedi  il  testo  dell' osserv.  i36.  ) 

OssF.Rv.  140.  La  poca  esattezza  e  gli  abbelli- 
menti e  miglioramenti  del  b.  r.  notati  nelle  antece- 
denti Tavv.  relativamente  al  carattere  del  dise- 
gno ,  sempre  diverso  da  quello  degli  originali , 
dee  porre  in  diffidenza  ogni  lettore  sul  paragone 
che  dair  A.  ci  vien  proposto  fra  le  sue  tavole 
e  le  sue  massime,  ed  indurli  infine. a  non  farne 
alcun  caso. 

Testo  Tav.  XLIX.  Urna  in  alabastro  molto 
guasta  I  che  potrebbe  rappresentare  la  costruzione 
della  nave  Argo:  merita  d'esser  notata  là  for- 
ma della  «ega  a  mano  e  dell'ascia;  esiste  nel 
museo  pubblico  di  Volterra . 

Altr'  urna  in  tufo  assai  rozza:  in  questa  il 
ferro  dentato  della  sega  vedesi  fermo  in  un 
telajo  dsi  legno:  esiste  in  casa  Giorgi  a  Volterra . 

Ossee V.  141.  Non  vedo  in  questi  due  b.  r. 
parte  alcuna  di  nare ,  Piccoli  dettagli  che  vi  si 
•lavorano  da  questi  artefici  non  possono  spetta- 
re al  macchinoso  edifizio  della  nave  Argo.  Di 
pinchi  sta  sedente  in  siffatti  lavori?  L'uomo 
e  la  donna  che  si  porgon  la  mano  qual  rela- 
zione hanno  colla  nave  degli  Argonauti  ?  In  un 
b.  r.  pubblicato  da  Winckelmann  (*i)  è  rappre- 
sentato un  tal  soggetto,  ma  con  una  intiera  pro- 
ra di  uave,  sulla  quale  si  vede  Argo  che  la  la- 
vora; il  resto  della  nave  si  nasconde  dietro  ad 
altre  figure,  né  tutta  Intiera  potrebbe  entrare  nel 
b.  r.  ;  Minerva  e  Tifi  vi  adattano  le  vele ,   co- 


(l)  Monum.  ined.  Voi.  I.  nel  Frontespizio  . 


li  non  resta  dubbio  sulla  vera  rappreseDun^K' 
di  quel  soggetto.  Oltredichè  è  da  notarsi  che* 
quella  nave  fu  famosa  per  esser  la  prima  che 
fosse  co5tratta.ca pace  di  contenere  cinquanta  per- 
sone ,  mentre  al  dir  di  Plutarco  »  ogni^  nave  non 
ne  potea  contener  picucbe  cinque -^  tantoché  la 
grandezza  è  la.  principal  sua  distinzione.  Io  cre- 
do'cbe  ivi  sia  espresso  Dedalo  che  dà  la  mane- 
a  Pasifae,  in  atto  di  assicurarla,  eh* egli  è  per 
adempir  la  promessa  di- edificare  una  vuota  vacca 
di  legno*»  colla  quale  Pasifae  avrebbe  goduto 
deir amato  suo  Toso.  Perdeste  lavora  sono  in 
aaione  diversi  artefiei  :.  chi  con-  la  sega  prepara 
le  tavole  per  il.  cavo  costato  :  chi  con  V  aspia 
ne  abbozza  gli  esterni  membri:  chi  con  lo  scar- 
pello ne  termina  la  testa .  Il  Cori  che  ha.  pub- 
blicata quest'urna(i)'9  fedele  all'originale,  ha 
espresso  in  nno-di  quei  banchetti  la  testa  della 
vacca,  per  quanto  n«I  b.  r»  sia  tra  poco  rosa  dal 
tempo .  In.  questo  rame ,  non  solo  è  stata  tolta 
la  testa  della  vaeoa,  ma  vi  è  stata  sostituita  aW 
tra.  fi'gxira  informe  nelle  mani  di  queir  artefice^ 
che  neir  originale  si  occupa,  a.  scolpirla.»  né  s^q 
per^^bè  V  A.  abbia  arbitrato  tal  oangiameilto  ohe 
altera  tutta  la  rappresentanza  dell'  urna..  La  ^e* 
ga  ,  oltre  l'avere  immediata  azione  nel  sogget- 
to, non  vi  è  stata  trascurata  per  meglio  distia* 
guere  che  ivi  ò  Dedalo*  inventore  di  essa .  L' altr^ 
nrna  inferiore  rappresenta,  con  pia  semplicità  lo 
stesso  soggetto.  Gì  avverte  l'A*  di  notare  al  so^ 
lito  la  sega  che  si  trova  in  questi  due  monumen- 
ti, quindi  più  non  si  parla  né  di  essi  né  della 
sega  notata .  £  chi  non  sa  che  quelle  due  seghe 
rappresentano  due  seghe  ^  senza  che  1*  A.  ce  la 

(i)  Mtts.  Ecr.  Tom.  I,  Tab.  iS^.   n.  2.. 


i3a 
faccia  particolarmente  ogservare?  Qual  sussidio 
danno  a//' opera  questi  due  b.  r.  se  in  essa  noà 
86  ne  parla  neppure?  il  questa  dovrà  dirsi  ^Cff/ta 
limitata  Ji'a*  monumenti  de*  musei  d*  Italia  e  d*ol- 
tramoTiteì 

Tksto  Tav.  L.  Aratore  di  bronzo  deiia  gran- 
dezza deir  originale,  esistente  nel  museo  del 
Collegio  Romano.  Si  vede  la  vera  forraa. dell' 
aratro  etrusco  con  la  stiva  comodamente  tra- 
versata da  una  caviglia ,  ove  A  poteauo  apporre 
le  due  mani .  Il  buris  è  formato  d'  uno  stesso 
pezzo  cól  temo,  probabilmente  fiitto  par  pia 
solidità  d'una  grossa  radica  dell* albero,  il  vo- 
nier  era  uno  strumento  concavo  di  ferro  ohe  s* 
incastrava  neli'  aratre  per  mezzo  di  due  cerchi 
dello  stesso  metallo.  Può  anche  dedursi  da  que- 
sto monumento,  che  fosse  In  uso  di  tagliare  «le 
corna  dei  buoi  o  delle  vacche  che  servivano 
airaramento.  Vedasi  Tom.  TI ,  pag.  loS» 

OssERv.  142.  Resto  sorpreso  come  il  nostro  A. 
che  tanto  superficialmente  ha  esaminati  i  monu- 
menti rappresentanti  Anfiarao,  Ttresia,  Ippoli* 
to ,  Pelope ,  Acenteo ,  Paride,  e  Dedalo,  ed  aU 
tri  non  avendoli  neppur  conosciuti ,  ora  si  dif- 
fonda sì  eruditamente  in  nn*  aratro  attaccato  ad 
un  pajo  di  buoi!  Io- credo  che  questo  monumen«r 
to  sia  dei  buoni  tempi  Romani  ^  perche  Virgi* 
lio  che  ci  dà  una  minuta  descriz  ie  dell*  ara- 
tro dei  tempi  antichi  (t)  non  paria  di  vomere 
di:  ferro  :  né  da  Esiodo  si  raccoglie  che  fesse 


(i)  Caaiiaue  in  Sylvìs  magps  vi  4exa  domatur 
|n  burini  e^  curvi  formism  accipit  ulmus  aratri 
Hiiio  a  stirpe  pcdos  temo  protentus  ih  occo  ; 
Binaeaures,  duplici  aptantur  dentalia  dorso. 

Virg.  Georg.  I.  vers.  169.  172. 


i33 
Uiato  io  af^tico:  forge  fu  aggiunto  nei  tempi  po« 
steriorì  •  Le  corna  corte  dalle  quali  V  A.  senz'  al* 
tro  appoggio  deduce  /*  uso  di  tagliarle ,  indica  a 
parer  aio  l'eleganza  o  reale  o  convenzionate. di 
tener  piccola  tutte  le  parti  estreme  o  acceasorie 
dei  corpi ,  lo  ebtf  si  costumò  costantemente  nei 
buoni  tempi  della  sculima  Romana  e  Greca .  Gusi 
nelle  figure  umane  ai  Tidéto  alcune  parti  atte- 
nenti air  nomo  piiì  pi«)cole  in  scultura  che  in 
natura  -,  così  nei  più  vigoroai  Tori  furono  fatte 
corna  brevissime  ^  ed  anche  in*  Roma  ore  la 
razza  di  quelli  animali  ha  ^orna  molto  elevate  : 
così  le  criniere  dei  cavalli  non  si  espressero  mai 
molto  proiisse.  Qual  meraviglia  dunque  che  uno 
strumento d*  agricoltura  foste  perfezionato  in  se* 
coli  di  tanto  lume?  Dì  pari  leggerezza  son  le 
notizie  cb'ei  dà  n&ll* opera»  al  cui  sussidio  ri- 
chiama questo  monumento  y  onde  io  trovo  inu- 
tile il  riportarle,  perebè  nulla  impariamo  né  da 
esse  né  dal  monumento . 
•  Tèsto.  Tav.  LI.  Sepolcri  di  Tarquinia,  voU 

garmente  detti  Grotte  Gornetane tutto  ci6 

che  ora  seopresi  perisMo  si  disperde,  tiilchè 
malgrado  le  diligente  da!  me  ns^te  sul  tuogof 
•nel  1809. ,  non  posso  dare  contezza  se  non  di  due 
seie  grotte  allora  aperte ,  che  vedonsi  in  questa 

tavola  intagliate  ^tc 

OssiRT.  143.  Come  mai  può  l'A.  darci  Con^ 
tezza  di  due^grotte  malgrado  le  diligenze  da  lui 
usate  éul  lìMogo  nel  1809,  mentre  si  trova  che  i 
disegni  di  èsse  compariscono  lucidati  dai  rami 
dell'  Opera  di  Mr.  Agiacourt  (i)?  Ciò  si  deduce 
dal  soprapporre  uà  disegno  lucidato  da  una  stam« 


1^*1 


(i)  Histpire  de  V  art  par  Ics  Menum. 


i34 
pa  sopra  l'altra  «tampa  e  dal  vedere  in  tal  goi- 

sa   che  «ono  perféttacnente  eguali.  Inoltre  ogni 
rame  dell'opera  porta  il  nome  del  disegnatore* 
ad  eccezione  del  presente ,  dunque  esso  è  stato 
fatto  soltanto  incidere  é  non  disegnare  dall'ori» 
^iuale .  Si  noti  frattanto ,  con  lod^e  '  del  Sig.  di 
Agincourt ,  cou  qual  tratto  di  modestia  ed  in- 
genuità egli  oe  4ie  dà  i  disegni  nella  sua  opera  ' 
colla  seguente  protesta,  non  volendosi  far  merito 
delle  altrui  ^produzióni.  ^^  Io  devo,  die' egli  ^ 
jy  i  disegai  ed  i  dettagli  di -questi  sotterranei^ 
jy  interiMsanti  per  tanti  rapporti,  a  M.  Byres 
99  Architetto  Scozzese  e  dotto  antiquario,  istmi- 
99  to  per  lunga  dimora  in  Roma  :  che  conoscen-* 
99  do  tutta  r  iraportahza  di  tali  anticàglie  le  ha 
99  fatte  disegnare  con  esattezza  ed   incidere  da 
99  varj  auni  in  qua  in  un  gran  numero  di  tavo- 
99  le ,  fra  le  quali  mi  ha  gentilmente  permesso 
99  di  scegliere  quelle  che  io  pubblico  qui.  Io 
99  né  ho  verificata  T  esattezza  sul  luogo  mede*^ 
99  Simo  e  l'ho  trovata  intera  in  quanto  ai  sog- 
99  getti',  ma.  io  stile  del  disegno  mi  t  parso  mi- 
99  gliorato  e  non  del  carattere  proprio  degli  Etru- 
99  schi  99  (i) .  Questa  ingenua  confessione  mi  fa 
'  sospendere  qualunque  giudizio  sulle  pitture  che 
ci  presenta  l' A.  nelle  due  ^seguenti  Tavv, ,  giac*- 
che  non  avendole  io  vedute  nel  suo  originale 
potrei  restare  ingannato  seguendo  la  sola  scorta 
di  tali  disegni  sempre  alterati . 

Testo  Prosegue .  Sopra  una  grossa  intonaca- 
tura di  calce  bene  spianata  ,  ricorre  al  sommo 
delle  pareti  una  linea  di  dentelli  bianchi  in 
prospettiva  che  ne  fingono  la  cornice  . 


(i)  V.  r  introduzione  ove  tratta  della  pittura. 


iS5 
OsSERV.  144.  Punque  gli  Etruschi  usarono  iV 
tonaca  e  calce,  il  che  sta  in  opposizione  con  V- 
altra  opinione  dell'  A.  ove  dice  che  la  calce  nari 
vedesi  mai  adoperata  in  edijizi  (U  vera  costru' 
zione  Etrusca  (l). 

Testo  Prosegue.  A  pie  delle  pareti  si  alza  un' 
gradino  che  rigira  tutt*  all'  intomo ,  sopra  cui 
si  posavano  le  casse  sepolcrali  simili  a  quella  che 
vedesi  figurata  nella  Tavola  in  rame;  maniera 
la  piii  antica  di  seppellire  i  morti  presso  gli 
Etruschi ,  che  può  anche  chiamarsi  in  prova  della 
grande  antichità  di  questi  ipogei. 

OsSERV.  145.  Contro  il  sentimento  dell' A.  ri- 
porterò quello  delStg.  d*  Agincourt^che  mi  pa- 
re meu  prevenuto  e  piìi  ragionato  (2).  ^  Non 
yy  è  credibile  che  simili  lavori  sieno  opera  di 
^  abitanti  di  una  Città  recentemente  fondata  : 
fy  né  sono  quei  neppure  dell'  urte  nascente .  Per 
jy  convincersene  basta  gettare  uuo  sguardo  ai  sof- 
yy  fitti  di  questi  due  ipogei.  L'intelligenza  che 
fy  ne  ha  ordinate  tutte  le-  parti,  la  loro  distri* 
,)  buzioue  in  grandi  comparti  menti  quadrati ,  che 
^  per  i  loro  aggetti  presentano  l'immagine  dei 
^  cassettoni  9  di  cui  i  soffitti  degli  edifizi  sono 
fy  ordinariamente  formati ,  tutto  persuade  che 
fy  gli  Etruschi  allorché  destinarono  questi  luo- 
^  ghi  alle  sepolture  loro  fossero  già  pervenni 
jy  ad  un  alto  grado  di  civilizzazione  e  di  abilità 
fy  nelle  arti  jy .  Il  Lanzi  (3)  scrisse  con  più  precisio- 
ne del  tempo  che  si  può  assegnare  a  quest'ipogei. 
99  Benché   (  die'  egli  )  opera  dei  tempi  Romani 


mU 


(1)  V.  r  oflserv.  23.  v    * 

(2j  Agìno.  Hiscoirede  TarC  par  les  Monum.  PI.  X. 
XI.  Arch. 
(.?Ì  Sasi!»io  di  L.  Etr.  Tom.  Il,  pag.  263. 


t3« 

•^  non  buoia  di  por|0re  aa*  id«a  deL  gatta  m^ 
^  zioaale  19  .  Naa  esiterei  a  conveaire  col  sen- 
timeatd  di  questi  due  degni  soggetti  contro  il 
parere  addotte  dal  nostro  A.  »  qualora  fossero 
bastanti  appoggi  per  giudicare  dì  tali  materie  i 
diieg0i  6  la  descrisHmi  6he  di  questi  oioauniea- 
ti  si  vedono  ia  varie  opere  ^  Aggiuago  in  prova, 
4elle  surriferite  opiAioai*  il  sapersi^  che  non 
sempre  né  dappertutto  fu  adottato  il  costume. di 
liruciare  i  cadaveri  (<).  Anche  in  Volterra  vi 
sena  urne  sebben  rare  >  che  han  contenuti  i  cada-- 
veri  non  bruciati  (a)  »  eppure  quell'  urne  soa 
reputate  de*  tempi  Romani.  Pisa  conserva  molti 
Sarcofagi  de'  tempi  anche  bassi  Romani ,  ove  fu- 
fon  seppelliti  gì*  in^tieri  còrpi  dei  defonti  (3) .  la 
tutta  la  Magna  Grecia  ò  rarissimo  V  oso  di  bru- 
ciare 1  i^orpi,  trovandoli  sempre  nelle  lor  casse 
inrieme  coi  più  bei  vasi  dipinti  indicanti  i  mi* 
gliori  tempi  dell' arte. 

Tbsto  Tom.  IL  pag.  96.  La  maniera  più  an- 
tica era  di  seppelire  i  morti  fuori  dell' abitato , 
circondando  il  cadavere  di  lastre  di  pietra  o 
grandi  tegoli ,  0  pur  ponendolo  in  casse  sepol- 
crali .  Iodi  vedesi  abbracciato  più  tardi  l' uso 
di  bruciare  i  cadaveri,  e  custodire  le  ceneri 
in  vasi  o  urnette  quadrangolari ,  rinchiuse  cauta- 
mente in  grotte  incavate  nella  rupe  a  modo  di 
camere,  adorne  talvolta  di  travi,  fregj  e  rosoni 
artificiosamente  scolpiti >  e  dipioti,  (i]  Vedi  i 

(i)  Plin.  Hist.  Nat.  1.  Ili,  e.  2.  Cic  de  Legtb. 
p.  345. 

(*i)  Dissert.  iscorico  Ecrasca  sopra  T  orìgine  della 
nazione  Etnisca  e  della  Citta  di  Volterra  del  Cav. 
Giuseppe  M.  Rfccobaldi  del  Bava.  Firenze  1758. 

(3)  Morrona  Pisa  illustrata. 


"Sepolcri  di  Tarqiiiaia»  Ter.  LI,  LII ,  LUI, 
*e  la  figura  di  altri  aepolm  Geotiiiz),  Mas.  Etr. 
Tom.  IIL  Tav.  i-io.  ) 

OsS£RV.  146.  ManUréL  Im  più  antica  i  grande 
antichità:  più  tardi:  anticamente^  dipoi:  molto 
prima....  queste  ed  akra  coAsimìU  sodo  Its  ci- 
fre delle  quali  il  aostro  ▲.  oettanteoieote  si  ser-* 
ve  per  segnare  f  epoche  più  importanti  della 
sua  opera  essenzialmente  istorica.  Cosi  egli  à« 
atuta Oleata  si  esenta  da  ogni  censura ,  qualora 
«nishe  ponga  un  fatto  istorke  pia  secoli  pri- 
lla 0  dopo  del  suo  vero  ordine  cronologico. 
Quantunque  abbiam^chiaroDOCiaie  dagli  antichi 
scrittori  che  V  uso  di  bruciare  i  cadaveri  sia 
antichissimo»  pure. non  vedeudoai  sempre  adot* 
tato  da  Ogni  famigliarne  da  ogni  popolo,  non 
possiamo  tenerlo  per  indizio  di  maggiore  o  mi- 
nore antichità  nei  sepolcreti^  nientedimeno  pia- 
ce al  nostro  A.  di  sostituire  a  tali  verità  1^ 
storicbe  un  suo  piano  ideale  e  disporre  consecu- 
tivamente i  var)  ttii  di  seppellire ,  non  piacen- 
do ad  esso  quel  disordine  di  inumare  e  di  ab- 
bruciare alternativamente  i  cada  ve  vi .  Ma  ri* 
flettasi  che  fino  da' tempi  d'Omero  fu  in  uso  1* 
abbirnciare  i  cadaveri,  per  cui  da  Achille  fu  ab- 
bruciato quello  di  Patroclo  (i):  quindi  alle  co- 
lonie venute  di  Grecia  a  quei  tempi  in  Italia 
non  dovea  essere  ignoto  questo  cottum^ .  £d  in- 
fatti noi  lo  vediamo  praticato  anche  in  Italia 
fino  da' primi  anni  delU  fondazione  di  Roma., 
poiché  Numa  secondo  Plinio  (fi)  proibì  che  nel 
suo  corpo  si  versasse  il  vino,  solita  cerimonia 


(i)  Iliad.  1.  XXIII. 
(2i  Lib.  XIV ,  e.  12. 


/ 


138 
usata  a  quel  corpi  eh*  eran  gài  rogo  per  abbru* 
(Aarsi;  e  Plutarco  (i)  espressamente  raccoota 
che  Numa  vietò  nel  suo  testa  man  tocche  il  suo 
corpo  dopo  la  sua  morte  fosse  abbruciato  col 
fuoco:  il  che  non  avrebbe  sicuramente  potuto 
vietare,  come  osserva  l'Arduino (2),  se  in  Ro- 
ma non  fossero  state  in  uso  le  due  maniere  di 
seppellire  e  di  bruciare.  Io  son  d'opinione  che 
siccome  Omero  ci  descrive  l*us6  di  bruciare  i 
cadaveri  come  uno  dei  maggiori  onori  recati 
agli  estinti  di  gran  distinzione ,  ed  introdotto 
soltanto  nei  funerali  i  pih  sontuosi,  qual  fu 
quello  di  Patroclo  celebrato  da  Achille»  così 
quest'  uso  venuto  in  Italia  fosse  riserbato  nei 
primi  secoli  ai  soli  personaggi  distinti.  Virgilio' 
ce  ne  dà  un  esempio  nelle  sontuose  esequie  di 
Pallante  (3)>  e  Numa  lo  vieta  per  sé  come  uo- 
mo frugale  e  filosofo,  è  lontano  perciò  dalla 
sontuosa  pompa  del  rogo,  che  indicava  a  mio 
credere  fasto  e  grandezza.  Così  resterebbe  in 
certo  modo  difesa  la  supposta  contradizione  di 
Plinio,  che  ammette  Tuso  del  rogo  destinato 
per  Numa,  sebbene  dai  Romani  tutti  non  co- 
stumato che  alquanto  posteriormente .  Dalle  di 
lui  parole  che  sono  le  seguenti:  Ipsam  cremai 
re  apud  Romano s  nonjuit  veteris  instituti  :  at 
postquam  Un^inquis  bellis  obrutos  erui  cognovere , 
rune  institutum  (4)  si  raccoglie  a  mio  credere 
che  Plinio  parla  della  generalità  dei  Romani, 
alla  quale  tal  usa  non  si  estese ,  se  non  dopo  i 


(i)  In  Numa. 

(12}  Adnotat.  in  Piin.  Lib.  VII,  e.  LIV. 

(3)  Acneid.  1.  XI,  v.  83. 

r4)  Piin.  Lib.  VII,  e.  LIV. 


i39 
4e  lai  accennati  inconvenienti  della  guerra  :  e 
quel  tane  institutUm  pare  spiegare  anche  dichia- 
ratamente che  quest*  uso  fu  adottato  come  per 
generale  convenzione ,  che  poteva  aver  forza  di 
disciplina  e  precetto  convenzionale  sebbene  non 
comandato  con  leggi  scrìtte  (i). Plinio  dunque 
pare  che  parli, non' tanto  dell'origine  di  tal  co- 
stume, quanto  dell*  adozione  tlt  esso  generaliz- 
zata presso  tutti  i  Romani.  Sta  siccome  soggiun- 
ge che   tal  costume  non  fu  adottato   da   varie 
famiglie  y  le  quali  mantennero  r  antico  loro  mo< 
d^  di  seppellire  iutieri  i  cadaveri ,  ne  segue 
che  neppurre  negli  altri  paesi  d'Italia  si  dee  te- 
nere per  generalizzato  quest'uso  del  bruciare  ; 
molto  più  che  altrove  non  ebbero  le  ragioni  di 
guerre  che  aveano  in  Roma  per  abbracciarlo 
generalmente.  Or  io  dico  che  se  nei  «epolcri 
di    Tarquinia  si  trovano  intieri  cadaveri  ap- 
parterranno forse  alle' famiglie  <>he  uon  ebbero 
1*  uso  dì  abbruciarli,  non  già  alle  famiglie  più 
antiche;  così  dietro  "gli  esemp)  di  Patroclo,  di 
Pallante^  di  Nuraa ,  e  perfino  se  si  vuole  dello 
«tesso  Ercole  (2),  non  si  potrà  dire  che  V  uso  di 
abbruciare  i  cadaveri  è  abbracciato  più  tardi  ;  ina 
dovrà  dirsi  che  questi  due  usi  furono  alternati 
dalle  circostanze  non  meno  che  dalla  volontà 
degli  antichi. 

Testo  Tav.  LII.  Benché  le  pitture  della  grot- 
ta sopra  mentovata  sieno  per  la  massima   parte 

U)  Il  Porcellini  dichiara  la  voce  Institucum  coi 
seguenti  termini:  speciatim  dìcitur  de  puhlicis  mo- 
ribus  Consilio  et  ratione  sumptis ,  ec  civili  disci- 
plina, qaae  licterìs  non  mandantur  sed  observan** 
tur  communi  opinione. 

(2)  SchoL  in  Homer.  lUad.  L»  I ,  v.  52. 


14» 
cadute  ò  smarriter  a  cagiona  dell*  ucnìd ita,  si 
rappresentano  solo  in  questa  uvoia  e  nella  se- 
guente le  più  conservate^  delineate  da  un  abi- 
lissimo artista  < 

OssBRV.  14'^.  Dopo  che  queste  grotte  e  le  lo- 
ro pitture  ci  sono  state  fatte  gìk  tante  volta  co- 
noscere e  con  disegni  e  con  illustrazioni  e  go|i 
descrizioni  da  M.  d'Agi ocourt,  Byres,  Faciau- 
di  f  Gayltts,  Piranesi,  Winckelmann  ,  Pasi|eri» 
Dempstero  »  Gori ,  Lanzi  ed  altri ,  anche  negli,  at- 
ti di  accademie  diverse ,  trova  superfluo  cbe  il 
nostro  A.  le  riproduca  eon  copiose  descrizioni , 
con  io  sfarzo  di  tre  Tavole  e  con  figure  grandi 
più  del  bisogno ,  senza  poi  aggiunger  nulla  a  ciò 
che  tanti  altri  bau  detto,  seoza  far  gran  conto 
di  tali  rami  in  sussidio  dell'  opera ,  e  con  la 
precedente  nullanteria  di  dar  monumenti  per  la 
maggior  parte  inediti ,  e  con  altre  proteste  della 
prefazione  I  tutte  opposte  alla  esposizione  di 
quesrì  monumenti  dei  tempi  Romani  ovv)  ed 
inutili  air  opera .  Vedansi  inoltre  le  mie  osserv. 
alla  Tav.  LI.  e  servano  per  la  presente  Tav.  LIL 
e  per  la  susseg.  Tav.  LIIL 

Testo  Tav.  LIV.  Agata  oniciaa  ia  forma  di 
scarabeo  eccellentemente  lavorato* ....  Vedesi 
in  questa  belle  pcoporzioni  della  figura  »  vero 
ed  espressivo  1'  atteggiamento ,  bene  intesa  la 
musculatura  anche  nelle  membra  in  moto,  gra- 
ziosa la  composizione ,  ed  uno  scile  che  molto 
si  accosta  alla  bella  imitazione  della  natura  resi- 
ste presso  dell'autore;  Vedi  Tom.  IL  pag.  i58. 
r^a,  net.  i. 

OssEar.  148.  L' A.  si  esprìme  poco  felicemen- 
te; poiché  anche  il  ritratto  d' Esopo  eseguito  con 
precisione  può  esser  bella  imitazione  della  natu^ 


ra  ma  natura  trutta:  Volea  forse  dire  imitazio^ 
:^one  della  bella  natura^  dmintivo  speciale  del- 
le scuole  di  arti  del  miglior  gusto.  L'atteggim- 
mento  della  figura  die  si  ?ede  nel  disegno  non 
corrisponde  alla  bella  descrizione  che  ce  ne  vieu 
data  dair  A .  »  poiché  pare  che  non  pianti . 

Testo  Tom.  II.  pag.  168.  Soverchia  energia 
nelle  mosse  ,  robustezza  di  forme ,  museoii  for*- 
temente  pronunziati ,  furono  i  particolari  carat- 
teri ,  che  senza  soccorsi  stranieri  gli  artefici  d' 
Etruria  impressero  alla  propria  scuola,  in  cui 
scorgiamo  sempre  un'  espressione  risentita ,  uu 
esuberante  sfarzo  di  parti  scientifiche ,  ed  una 
tal  qual  severità  e  ri^dezza  di  conterni ,  distin- 
tivo della  maniera  Toscanìca,  come  se  questa 
Tolgesse  a  trarre  il  fonte  d^lla  bellezza  dalla 
sola  nocomia.{i}  Vedi  i  monìimenti  Ta^.  XX ^ 
not.  I.  XXI,  LIV,  LV.  ) 

Ossea V.  149.  I  particolari  caratteri  che  ilno^ 
stro  A.  attribuisce  alla  scuola  Toscanica  non  son 
coerenti  all'  4dea  d*  una  scuola  rozza  e  primitiva 
come  ci  vien  descrìtta  da  Fabio ,  Quintiliano , 
Strabene ,  Cicerone  e  Plinio  (i). Egli  stesso  do- 
vrebb'  essere  informato  della  descrizione  che  i 
sopraccennati  autori  ci  danno  dello  stile  di  quella 
scuola ,  mentre  ne  riporta  nella  sua  opera  la  se* 
guente  dottrina^  come  se  tutti  gli  avesse  letti  e 
ben  ponderati  :  « 

Testo  Tom.  II.  pagi  167.  (i]  Lo  stile  Etrusco 
chiamossi  propriamente  Tuscanicus  dai  Latini: 
però  parlando  delle  opere  delle  arti  dicevasi 
signa  et  opera  Tuscanica  .  ) 


'"  .—  ■■!..        ^  ilia^  Il  ■!  ■         ■!  J 

(i)  Parlo  estesamente  di  questa  scuola  all' ossarv 
65.  e  scg. 


OssERv.  i^o.  Ho  motivo  peraltro  di  credere 
cfa*  egli  abbia  raccolta  questa  dottrina  ooa  gì^ 
dai  citati  scrittori  Latini ,  ma  dalle  seguenti  pa- 
lmole del  Lanzi.  ^  I^o  stile  etrusco  ò  quello  che 
9).. regnò  in  questa  scinola  dalla  sua  fondazione 
9)  fino  a  un  certo  tempo; oche  i  Latini  propria- 
.99  nuente  chiamano  tuscanicus-.  Non  dicean  essi 
jy  honiìnes  né  agri  tascanicii  ma  bensì  opera,  e 
jy  sigila  tuscanica  9».(i).  La,  difTei^nza^  fra  l'ori- 
ginale e  la  copia  si  è ,  che  il  Lanzi  seende  im- 
aiediatameote  ad  indagare  quale  idea.  i.  Latini 
avesser  legata  a  questa  voce  toscanico-  e  a-  quali 
segni  lo  ravvisassero:  quindi  lo  descrive  roz.zo 
e  primitivo;  ma  il  nostro  A. ,  lungi  dal  copia- 
re anche  in  questa  parte  ^*  esattezza  del  ciuto 
scrittore  in  siiFatta  indagine ^^^uole  essere,  origi- 
nale y  e  dimentico^  di.  aver  citati  i  Latini  »  oompor 
ne  a  capriccio  le  qualità  che  attoibnisce  alla 
scuola  ^  quali  sono  la^  soverchia  energia  nelle  mos- 
se ^  la  robustezza  di  forme ,  e  di  muscoli  for-'^ 
temente  pronunziati',  qualità  che  i  Latini  da^  lui 
citati  non  diedero  mai  alio  stile  Toscanico. 
Un  mista  di  sentimenti  strappati  or  qua  or  la  da 
varj  autori,  ed  un  aggregato  d'  invenzioni  e 
fantastiche  asserzioni  potranno  dunque  formare 
la  vera  storia  delle  arti  Toscanìcheì  Come  potrà 
egli  .mai  renderci  conto  della  vantata  sua  dili- 
genza di  tener  J'armo  il  piede  sopr^  fedeli  e  sin'» 
cere  citaziom ,.  (il)  mentre  ci  dà  a  nome  degli 

(!)  Notizie  prel.  circa  la  sculr.  p.  VI. 

(2j  II  df^siderio  nondimeno  che  fii  in  me  di  ope- 
raie virtuosamente  9  potrk  riconoscerai  dalla*  mia  di- 
ligenza a  tener  fermo  il  piede  sopra  fedeli  ,  e  sin- 
cere citazioni.  L'Italia  avanti  il  dom.  de' Rom» 
Tom.  I.  Pref. 


scrittori  Latiai  le  qualità  «della  scuola  Tosca  nicav 
totalmente  inventate  da  lui?  E  quando  anche 
dai  citati  scrittori  non  si  raccogliesse  qual  era 
lo  stile  Toscanico,  puf  e  lo  stesso  nostro  À.  mi 
somministra  i  dati  per  provare,  che  lo  studio  della 
notomia  »  la  bene  intesa  muscolatura  ,  la  grazia 
neìla  composizione,  ed  uno  stile  che  molto  si  ac* 
costa  ali*  imitazione  della  bella  natura  (i)  non 
posson  essere  i  caratteri  dello  stile  Toscanico  an* 
teriore  allo  stile  Greco ,  introdotto  in  Italia  dopo 
essere  stata  occupata  dai  Romani .  Imperocché 
se  fossero  state  in  vigore  le  sopraccennate  qua- 
lità costituenti  gran  parte  della  bellezza  nella 
scultura,  e  pittura ,  perchè. mai  se  ne  doveva 
quindi  ignorare  l'applicazione  alla  poesìa,  alla 
musica  ,  ali*  eloquenza  ,  ed  alle  arti  insomma 
che  diconsi  liberali  ?£  mentre  non  ci  è  noto  per 
la  storta  che  gli  Etruschi  di  que*  tempi  avessefo 
alcun  poeta  ,  alcun  oratore,  alcun  tragico  di 
grido  da  paragonare  agi' infiniti  che  n'ebbero 
i  Greci ,  dovremo  noi  supporre  che  nelle  sole 
arti  della  scultura  ed  incisione  avessero  sì  gran^ 
di  uomini,  e  cognizioni  sì  estese?  Eppure  que^ 
ste  egualmente  che  il  resto  delle  arti  liberali  si 
partono  da  eguali  principj.'Fu  lo  sviluppo  del  sen- 
timento della  stessa  bellezza  che  nutrito  nel  petto 
de'  Greci  si  trasfuse  in  tutte  le  loro  opere  di  ge- 
nio, e  si  manifestò  ad  un'  epoca  stessa .  Con  tal  ge- 
nio animatore  le  fabbriche  presso  i  Greci  divenne- 
ro architettura  ,  i  simulacri  divennero  scultura, 
ì  racconti  ideali' divennero  poesia,  il  sermone 
divenne  eloquenza.  Tofno  dunque  a  ripetere 
che  se  questo  genio  avesse  animato  gli  Etruschi 


(r)  V.  la  ^pìegaiione  della  Tav.  LIV.  n.  l. 


per  la  5cuUara,è  impcmilìile  cbe  non  gli  aVesM- 
anìonati  anche  per  tutto  il  resto  delle  arti  li- 
berali. Basti  leggere  la  mia- osserr.  6'3*  per  vede- 
re quanto  poco  gli  Stìruschi  eraoe  istruiti  in 
tutto^f  basta  leggere  la  aùa  osserv.  pòi  per  cou vin- 
cersi che  ogni  ^wgnizione  scientifica  lora  venne 
4i  Grecia.  Game  dunque  la  sola  notomia^ dovea 
essere  coltivata  in  un  grado  eaùneate  fra  loro?' 
Sebbene  dalla  stom,  che  il  nostro  A.  ci  dà  degli 
Etruschi ,  io  abbia  tratti  tutti  t  dati  che  provano 
la  ro£zetza  loro  oelle  scienze  e  nelle  arti  (i), 
pure  egli  à  lascia  sorprendere  in  contradizione  » 
volendo  produrre  altreve  delle  prove  sulla  dottri' 
na  degli  Etruschi,  nessuna  delle  quali  perai tro^ 
resiste  al T analisi  che  ora  ne  &ceio. 

Testo  ToB;  H.  pag.  t&i.  Ecco>  come  «-  det^ 
tedi  Livio ,  r  Etruria ,  sopra  tiKtr  I^altre  nazioni 
dottissima,  avea  trovato  q«el le  Of^lte  arti^  che 
con  liberal  proponimento  applicò^  aliar  coltura 
degli  animi  e  dei  corpi  {if  Xultas  artes-  ad  ani^ 
morum  €0rporumque  cultura  nobis  Etruria  erudi' 
tissima  omnium  gens  invexit .  Liv.  XXXIX,  8: 

OssaRv^  iSi.  Il  nestro  A.  alterando  il  passo  di 
Livio  fa  dire  a  quella  storico  ciò  che  non  disse 
certaonente  nelle  vere  3ue  parole  dello  stesso- 
passo ,  eh'  io  ri  porro  con  la  dovuta  buona  fede*, 
come  ognuno  pu&  riscontrare .  Graecus  ignobi" 
lis  in  Etruriam  printum  venit ,  nulla  cum  arce 
earum ,  quas  muitas  ad  animoram  corporumque 
cuUam n^bis  {2)  eruditis^nfa  omnium  gens  invexit  ; 

(i)  Vedansi  U  mie  osserv.  dalla  5i.  fino  alladS^ 

(2)  Le  aote  adu3um  Delpbini  portano  Usegtiearc 

osscrv.  (  Eruditissima  omnium  gens  invexit .  )  Fuìc 

quidem  eiui)mo4i  G^aeca  gens  cum  Lacinia  compa« 

fata . 


t4^ 

sacrìfieutiu  et  vates*.  TI'  Nardi  ooilÌtrafloce(i>«. 
y^  Un  certo  greco  di  vìi  condizione ,  venne  da  prin- 
99i:ipio  in  Toscana;  non  perèdisciplinatoinalcii!- 
fyXOL  dì  quelle  arti  »  lo  quali  molte  quella,  nazio- 
9^ae  sopra  le  a^ltse  dottitsima ,.  ha  trovato ,  alla 
9>cttra.e  culto  degli  animije  de' corpi:  ma  dava 
fyjài  aeaembiauza  di  sacerdote  e  indovino.  Il  pas» 
so  medesÌEBO  riportato  dal  nostro  A.  né  manifesta 
la.falsità/,  poiché  se  quel.  Classico  avesse  voluto 
dire  che  V  £trnria  era  dottissima  in  molte»  arti 
iK>o  si  sarebbe  espresso  in*  una  maniera  cosi  im- 
propria e  confusa  come  lo  fa  esprimere  l' A.  Si 
aggìooga.  a  questo-,  che  pochi  versi  pia  sopra 
Jo  scesso  Livio  dice,  che  dairAsia  vennero  ìa< 
£oma  molte  arti  e  niok^  riti ,  e  molte  magnifi* 
che  suppellettili ,  fra.  le  qiiali  la  preziosa  veste 
stragula.,  l  tappeti ,  ed  altri  drappi  e.  ricami 
e  mobili  di  lussa  (a)/i  lo  che  sarebbe  in  coa- 
tradiaione  se  dipoi  Livio  attribuisse  agli.  Etrut^ 
schi  e  non  ai  medenmi  Greci  la.  cosi  detta  dufe- 
trina  in  queste  arti.  Di  più.  se  gli  Etruschi  fos^ 
sero  stati  eccellenti  in,  moUe  arti  i  Romani  le- 
avrebbero  prese:  da  loro  anticipatamente  »  e  non 
da  stranieri,  né  oo(à  tardi.  Se  poi.il  noKso  A», 
aoc'iutese  Tito  Livio,  e  credè  che  quel  che  ci 
'  dice- dei  Greci  dovesse  attribuirsi  agliBiruschi., 
perché  non.  saocbiuse  tra.  due  parentesi  la  pa*» 
rola  EtrÀiria.  da  lui  aggiunta  »  o  non  stampolla 

f(i>  Delhi  Deca  VL  Lib.  IX. 

(2)  Lururlac  enim  peregrinae  odgp  ab-  exercitu. 
Asiatico  invecta  in  nrbem  est  ;  \\  primum  lectos^ 
aeracos ,  vetitem  sttagulam  pcetiosam ,  plagulas  , 
et  alia  tenti lia ,  et  quae  tum  magnificas  supclle-^ 
ctilis  habebantur»  manopodia,  et  ahaoos  Romaia 
adduxerunt/ 


1 4^ 
in  altro  carattere?  Se  si  ha  compassione  del  sue 

poco  valore  io  lettere,  come  potrà  scusarsene 
la  così  poca  sincerità  ? 

*  Testo  Tom.  II.  pag.  169.  Gli  Etlru^chi  stan* 
fcia:ti  n«Ha  Campania,  ove  aprirono  tiuore  co- 
municazioni coi  Guinani ,  furono  per  avventura 
"i  primi  ad  aver  contezza  delle  arti  <3^reche ,  ed 
1  più  solleciti  ad  ammirare  le  bellez^se  deireroi- 
*ca  mitologia  ,  sì  cònfacente  alia  loro  iadole 
guerriera . 

Ossskv.  l5i.  La  Mitologia  eroica  considerata 
piresso  gli  Anftichi  come  parte  integrate  delle 
belle  arti  nel  presentare  i  temi  che  devon  trat- 
tare la  scultura ,  la  pittura  «  la  poesia ,  fermò 
con  esse  un  articolo  di  lusso  e  di  civilizzazio- 
ne presso  quelle  nazióni  che  vi  si  applicarono. 
Eppure  gli  Etruschi  non  ebbero  questo  lusso 
di  scienze ,  lettere  ed  arti ,  se  non  comunicato 
'loro  da*  Romani ,  di  che  T  A.  stesso  pienamente 
conviene ,  come  ora  dimostrerò:  dunque, se  ^/x 
Etruschi  fossero  BVàti  istruiti  dai  Ciimam,  per- 
chè mai  la  ^tori^  ed  i  mono  menti  gli  mostrano 
costantemente 'ammaestrati  dai  Greci  per  opera* 
de'Romani? 

TgsTo  Tom.  IV.  pag.  24'^.  La  conquista  di 
tutta  Italia  prodtrsse  inoltre  V  effetto  di  allar- 
gare e  rend^ere  più  agevole  la  via  alle  scam- 
bievoli comunicfaziòni  de'  popoli  »  fino  allora  li- 
mitate dalla  gelosia  e  dalla  politica  di  tanti  sta- 
ti divisi  >  laonde  ,  se  si  consideri  bene,  per  ope- 
ra dei  Romani  veramente  si  diffusero  in  ogni 
luogo  idee  corrottrici  di  lusso  e  nuovi  costumi. 

OssERv.  i53.  Oc  chi  non  vede  la  manifesta 
contradizione  fra  questo  periodo  e  V  altro  da  ma 
notato  disopra  relativamente  a*  Cumani  ?  Altra 


^4Z 
pia  manifesta  ccHitradizione  si  ricava  dal  segueo»- 

te  pas80  del  nostro  A. 

Testo  Tom.  II  pag.  8.  La  superiorità  che  le 
dottrine  forestiere  acquistarono  tra  noi,  noe  pujy 
dunque  ragionevolmente  fissarsi  prima  dei  quin- 
to e  sesto  secliolo  della  repubblica,  quando  le 
aquile  Romane  s*  introdussero  nella  Magna Gre« 
eia  ed  in  Sicilia,  (i]  La  liturgia  ^-Romana  noa* 
era  per  anco  infetta  di  culti  pellegrini  al  prin* 
cipio  del  quinto  secolo-,  come  appare  dalla. for* 
mula  della  celebre  consenraùooe  di  Dacie  :  Jane , 
Jupiter,  Mars  Pater,  QiMrine^  Bellona,  L»- 
re»,  Dii  Noireusiles ,  Dii  indigeces  ec. .)  final- 
mente il  gusta  delia  letteratura  e  de'  poenu 
Greci  che  si  divulgò  tia  gl'Italiani  intorno  air 
istessa  epoca ,  non  poteva  andar  diviso  dalle  ci^ 
riose  indagini  della  mitologia. 

Osssav.  1 54.  £^  chiaro  che  1^ A.  qui  non  am^ 
mette  anteriorità  di  dottrine  apprese  da'  CurìKk" 
ni .  Il  male  si  è  dunque  che  quanto  dice  alla 
pag.  8.  non  lo  sostiene  alla  pag.  16^  dello  stes- 
so volume.  Ma  non  ternrinan  qui  le  contradizio» 
ai  del  nostro  A.  sopra  questo  punto  *. 

Testo  Tom.  III.  pag.  11 3.  n.  1.  .Ga^aa  fu  ab» 
bandonata  dagli  Etru^lu  verso»  V  anno  ZSa»  ài 
Roma  .•  * 

OsssKV.  rSS.  E8Bmaiiao4o^  Io  stato  delle  arti 
di  quei  tempi  si  treva  che  gli  «scrittoti  ed  i 
monumenti  ce  le  mostrano^  tuttavia  soaze ,  ptì^ 
mitiveed  incolte,  tanto  in  Grecia  ed  in  Egitto^ 
quanto  in  Btruria  (i)  enelF  Italia  tutta  .  li  80«- 
lo  Fidia  che  fiorì  circa  quei  tempi ,  vale  a  dire 
negli  anni  3oo.  di  Roma ,  fondò  le  leggi  del 

(i)  Vedasi  la  mia  osserv.  ti- 


À 


148 
bello ,  per  cui  le  arti  preser  forma  e  nome  di 
belle.  Le  sue  opere  dovettero  dunque  rendersi 
celebri  nella  Grecia,  e  farvi  desiderare  la  fon- 
dazione d*una  scuola  dirò  quasi  d'un  nuov^ 
genere  di  arti;  questa  doyea  propagarsi  presso 
i  Greci  che  abita van  1*  Italia ,  e  da  questi  tra- 
smettersi agli  etruschi ,  i  quali  per  la  loro  su- 
perstizione non  doveano  sì  resto ,  ma  molto  len- 
tamente lasciarsi  indurre  ad  abbandonare  le  an- 
tiche lor  maniere  /e  di  pensare  e  di  agire 
per  prenderne  delle  nuove  e  noa  proprie:  se 
tutto  questo  non  pu6  essere  accaduto  nel  breve 
periodo. che  passar  tra  il  fiorir  di  Fidia,  ed  il 
cader  di  Capua  dalV  Etrusco  potere  »  io  tengo  pu* 
re  per  impossibile  che  gli  Etruscld  abbiano  im^ 
parate  le  arti  e  la  mitologia  da*  Cumani .  Infat- 
ti i  monumenti  Etruschi  che  abbiamo  di  queir 
epoca  non  rappresentano  quasi  mai  Greci  Eroi , 
ma  si  raggirano  per  ordinario  sopra  le  cerimo- 
nie di  Religione ,  senza  che  in  essi  vi  si  veg- 
gan  tracce  considerabili  di  bellezza  Greca.  La 
G^mma  de' cinque  Eroi  di  Tebe,  riguardata  da 
Winckeimann  come  una  delle  più  antiche  (i), 
oon  può  essere  anteriore  air  anno  454.  di  Roma^ 
secondo  le  dotte  osservazioni  del  F.  Antonio- 
li  (2);  ma  non  si  sa  di  quanto  gli  sia  posterio- 
re .  Gusi  Cleofanto  di  Corinto  trattò  in  Etruria 
fatti  di  greca  mitologia  insieme  con  gli  altri  arte- 
fici venuti  in  Etruria  con  Demarato  nel  secon- 
do secol  di  Roma  :  poco  per  altro  era  in  uso  a 
quei  tempi  il  trattar  nelle  arti  la  mitologia  Eroi- 


(1)  Gem.  Schosc.  pag.  344- 

(2)  Spiegazione    d'  un'  antichissima   gèmma  del 
Museo  Schosciano  • 


149 
•agì  ìù  Grecia  come  la  Etrurìa,  nella   quale 

Demarato  e  le  altre  anteriori  colonie  vi  avean 
portato  ogni  Greco  sapere  in  quel  genere ,  fin* 
che  la  scuola  di  Fidia  non  ne  diffuse  il  ve- 
ro gusto  :  quindi  senza  far  derivare  le  arti  . 
in  Etruria  dai  Camani  io  particolare,  si  dica 
piuttosto  che  gli  Etruschi  stando  in  camunica- 
zione  coi  Greci  loro  confinanti  mentre  tennero 
la  Campania  ,  e  riceverono  colonie  di  quella  Na« 
aione^ebber  campodi  livellarsi  ad  essa  aellear- 
ti  :  ed  ecco  nuova  ragione  perchè  Strabene  tre* 
va  le  arti  dei  Greci  antichi  simili  a  quelle  dei 
Toscani.  Ma  quando  i  Greci  nella  scuola  di 
Mirone  e  di  Fidia  cominciarono  a  dare  alle  ar* 
ti  la  forma  di  belle ,  allora  fu  che  gli  Etruschi 
ritirati  dalla  Campania ,  né  più  ricevendo  colo- 
nie Greche  restarono  indietro  nell'arte^  e  non 
si  videro  ulteriori  progressi  nelle  opere  loro 
fintantoché  non  ebbero  coi  Romani  nuove  istru- 
zioni e  nuovi  lumi  di  scienze  ed  arti  dal  Gre- 
ci vinti  dalle  armi  Romane .  Ecco  perchè  lo  stil- 
le Toscanico  non  è  che  primitivo  in  tutto  V  in- 
tiero suo  periodo ,  mentre  il  Greco  si  vede  tan- 
to avanzare  ai  tempi  di  Fidia  da  divenire  tut- 
t*  altro  da  quel  di  prima ,  del  quale  son  sì  no- 
ti per  via  della  storia  i  passi  progressivi  (i). 
Dalie  monete  incuse  che  sebbene  antichissime» 
pure  bau  buone  proporzioni  e  buoni  contorni 
•d  anche  vivace  atteggiamento  nelle  lor  figu- 
re, ne  dedussero  Barthelemy  (a),  Dutens  (3)  e 
Lanzi  (4)  argomento  di  credere  che  le  arti  in 

(i)  Vedi  Plinio  Itb.  XXXIV.  e.  8. 
(a)  Memoires  de  Litcerat.  Tom.  XXIV.  pag.  3o. 
(3)Explica^ion  de  quelques  Medailles  greq.^c  fenic. 
(4)  Saggio,  di  L.  Etr.  Tom.  II    pag.  5p4. 


I 


i5» 
Itklia  ed  in  Scilla  falserò  ia  uno  ttato  di  qnaU 
che  perfezione;  mentre  dal  vedersi  in  Atene  ^se- 
de delle  arti  Greche,  le  monete  di  quei  tem- 
pi più  rozze ,  può  arguirsi  che  le  arti  vi  pro- 
gredissero posteriormente.  Io  credo  peraltro  che 
riducendo  le  figure  Toscaniphe  le  quali  abbia- 
mo noi  b.  r.  del  MafFei  e  del  Bonarroti  e  del  Fe- 
ruzzi  e  di  Velletri ,  e  nel  donarlo  d' argento  di 
Todi  ad  una  piccolezza  simile  a  quella  dello 
monete  incuse,  si  troverebbero  i  difetti  di  que« 
ste  sì  pocQ  manifesti  per  la  ristrettezza  di  molo 
che  tien  1*  intiera  figura  da  sembrare  un  lavoro 
molto  perfetto,  specialmente  a  chi  non  ha  .oc- 
chio estremamente  assuefatto  a  tali  paragoni ,  ed 
anche  a  chi  le  riguardasse  con  qualche  favore- 
vole prevenzione .  Si  noti  frattanto  che  le  figu- 
re delle  monete  incuse  di  Pesto  riportate  dal  no» 
0tro  A.  (i)  hanno  una  mossa  simile  in  tutto  ai 
pugili  del  donarlo  d'  argento  (2)  a  non  po- 
che figure  incise  nelle  muraglie  dei  Tempj  E- 
gìz)  (3)  e  specialmente  ai  cacciatori  dell'  an- 
tichissimo vaso  Hamiltoniano  pubblicato  nella 
raccolta  di  Hancberville  (4) .  Lanzi  osserva  ch« 
il  disegno  delle  figure  espresse  nelle  medaglie 
.  incuse  di  Pesto  non  meno  che  quel  lavoro.  &i  av- 
vicina molto  al  Toscanico  (5):  tantoché  tutti 
questi  lavori  si  rassomigliano  senza  che  fra  lo- 
ro vi  sia  notabile  differenza.  Ecco  dunque  avve- 
rate Tosservazibui  di  Straboae  che   le   figuro 


.  (i)  Tav.  LVII.  II.  I.  2.  3. 
(2;  Dempster.  Tom.  I.  Tab.  LXXVTI. 
(3;  Denon  Viaggio  nell'alto  e  basso  Egitto, Tav.  122. 
ii)  Reciieil  d' Antiquit.pl.   24.-2S. 
(5)  Saggio^  di  L.  Etr.  Tom.  II.  pag.  654. 


iSi 
Egizie  somiglitvano  quelle  degli  £tru3chi  e 
de* Greci  antichi  (i).  Noq  possiamo  pertajQ^oìa- 
tierameate  convenite  coi  sopraccitati  Autori,  che 
ai  tempi  nei  quali  si  coniarono  in  Pesto. le  mo- 
nete incuse  Jearti  fossero  più  rozze  in  Grecia 
che  in  Sicilia,  e  in  Italia,  ma  piii  ragionevol- 
mente potrebbe  dirsi  che  in  q^ei  tempi  in  Egit- 
to ,  in  Italia  »  in  Sicilia  e  in  Grecia  fioriva  uh  cer- 
to stile  simile  al  dimostrato  Toscanico,  le  cui 
opere  per  causali  circostanze  e  di  arte  9  di  ar- 
tisti erano  dove  più  dove  meno  imperfette,  sen- 
za che  per  altro  vi  passasse  fra  loro  una  diffe* 
renza  tanto  notabile,  da  argomentarne  che  in 
Sicilia  0  in  Pesto  1*  arie  fiorisse  più  che  in  Gre- 
cia 0  in  Egitto  o  in  Etruria»  e  specialmente  con 
la  sola  testimonianza  di  alcune  medaglie  tanto 
prossime  nello  stile  al  resto  dei  monumenti  sud- 
detti. Il  vaso  Agrigentino  del  Minotauro,  illu- 
strato dal  Lanzi  (a),  e  molto  più  r  erudita  dissert. 
che  di  esso  ci  ha  lasciata ,  fan  vedere  io  qual  gra- 
do eran  le  arti  nel  primo  seco!  di  Roma  anche  in 
Sicilia,  ove  si  è  costante.mente  creduto  che  fio- 
rissero di  buon*  ora ,  quantunque  quel  la  pittura  sia 
rozza  air  estremo ,  e  mostri  tutta  l'infanzia  deU' 
arte .  Dopo  V  età  di  quel  vaso  se  progredì  V  ar- 
te in  Sicilia,  non  restò  indietro  anche  in  Etru- 
ria,  e  nella  Magna  Grecia,  e  in  Egitto,  ma  in 
niun  luogo  fuorché  nella  Grecia  si  avanzò  ai 
seguo  di  mutare  stile,  e  rendersi  capace  di  far- 
si maestra.  Dunque  n6  da  Cuma  in  particolare 
appresero  le  arti  gli  Etruschi ,  uè  molto  men  dalP 
Egitto  (3),  ma  dalle  colonie  venute  in  Toscana 


(1)  Vedi  r  Oaserv.  71. 

(2)  Vasi  Ant.  dipinti  Diss.  III. 
(3j  Vedi  rOsserv.  71. 


i5a 
'6  general  mente  da  quei  Greci  col  quali  ista* 
Tano  in  cemuàicaziooa .  Mi  giova  qui  riportare 
un  articolo  del  nostro  A.  il  quale  distruggereb- 
be ogni  mia  opiaieoe  qualora  fosse  degno  di 
fede . 

TtSTo.  Tom.  IH.  pag.  276.  Lo  studio  delle 
medaglie  ci  ha  guidaci  a  scoprire^  che  le  arti 
liberali  erano  di  gi^  perfezionate  non  poco  ìit 
Cicilia  e  nella  Magna  Grecia  intorno  air  anno 
5oo.  avanti  V  era  volgare  »  epoca  in  cui  compa- 
riscono su  le  monete  della  Creda  propria  mi- 
seramente trattate  (ij.  Ved.  Bianconi ,  parere 
intomo  a  una  medaglia  di  Siracusa.  Dutens,  Explie.  ' 
de  quelques  med.  Greques  et  Phenic.  ) .  Basta  esser* 
vare  le  belle  medàglie  di  Greloue  e  d^  lerone  di  lui- 
fratello,  eseguite  con  ottimo  gusto  e  scelta  •ele- 
ganza, per  dar  fede  a  quella  ragionevole  opi«- 
nione  ^  che  vuole  le  arti  del  disegno  giunte  allo* 
ra  in  Sicilia  a  una  invidiabil  perfezione,  men- 
tre in  Gxecia  cominciarono  pia  tardi  a  farsi 
luminose  per  opera  di  Fidia. 

OssBEv.  1S6.  Ammiro  il  coraggio  del  nostre 
A.  neir  annunziarsi  guidato  dallo  studio  delU 
medaglie ,  mentre  col  fatto  dimostra  d' esser  to» 
talmente  all'  oscuro  di  questo  studio .  Aprire  un 
libro  di  numismatica  ,  e  leggervi  un  articolo 
per  averlo  forse  trovato  citato  in  altro  libro  di 
materia  diversa,  come  pare  che  V  A.  abbia  fatto: 
in  Date ns,  ciò  non  vuoi  dire  esser  guidato  dallo 
studio  delle  medaglie.  Scegli  avesse  Ietto  lo  Spa- 
nemio  (i),  avrebbe  trovato  che  alcune  osserva- 
zioni di  questo  gran  letterato  sulle  teste  coro* 
nate  delle  medaglie  antiche  ci  fan  chiaro  vedere 

(i)  De  praestantia  et  usu  Numismat.  antiq.  T.  I 
p.   54^. 


ì53 
die  ìe  medagtìe  citate  da  eiwo  iron  possono  at* 
trìbuirsi  a  quei  Re  Siracusani ,  dei  quali  il  no- 
stro à.  intende  di  descrivere  le  medaglie  nelki 
nota  ch*egH  ha  apposta  all'articolo  superiore . 

Testo  Tom.  HI.  pag.  276.  noe.  2.  Aria  nobile 
nel  volto  di  quei  Re ,  occhio  vivace,  faccia  mor- 
bida»  bei  capelli  :4iel  rovescio  biga  0  cocchio 
a  quattro  cavalli,  retto  da  una  Vittoria.  Tutto 
òesegaìto  con  gran  diligenza  spirito  e  rara  mae* 
stria .  Gelone  mo^  neir annoterzo  dell'Olimpia- 
de 7S ,  di   Roma  a^^. 

OssBRV.  157.  Sappia  il  nostro  A.t^be  due  furo- 
no gli  leroni  che  regnarono  in  Siiracusa ,  al  primo 
dei  quali  furono  erroneamente  attribuite  da  Du- 
tens,  e  da  Bianconi  le  medaglie  che  appartengono 
al  secondo  ierone, che  mori  nell'anno  di  Roma 
539.  tantoché  dall'uno  air  altro  di  questi  due 
.leronì  vi  fono  piil  di  due  secoli  e  mezzo  di  di- 
stanza ^  nel  quale  spazio  dì  tempo  le  arti  ebber 
campo  di  progredire  al  segno  da  non  dover  piò: 
recar  maraviglia,  se  nelle  monete  di  Siracusa  si 
vede  ì^  faccia  morbida  e  V  occhio  vivace ,  e  V  aria 
nobile  che  osserva  il  nostro  A.  Cosi  vi  fu  un 
Gelone  avo  di  lerone  II.  ,  al  quale  possono 
attribuirsi  quelle  monete  che  finora  si  crede- 
vano attinenti  a  Gelone  fratello  di  lerone  I. 
Se  il  nostro  A.  si  fosse  occupato  dello  studio 
delle  medaglie ,  non  avrebbe  sicuramente  potuto 
trascurar  la  lettura  tanto  istruttiva  delle  ope- 
re ^el  celebre  Eckhel  (i) ,  il  quale  è  stato  il 
primo  a  dimostrare  con  erudite ,  non  meno  che 
convincenti  ragioni  doversi  attribuire  ai  secondi 
Gelone  ed  lerone  quelle  medaglie  che  fin  ad 

(i)  Doctrina  Nuramoram  vèternm  .  P.  I.  Voi.  L 


i54 
«ra  8Ì  attribuivano  ai  prioii  due  fratelli  e  tiran* 
dì  di  Siracusa.  Goa  queato  errore  1'  A.  nostro 
€Ìk  principio  e  fondamento  alla  eoa  storia  delle 
arti  neir  Italia  occupata  da*  Greci ,  la  quale  oom! 
io  credo  non  dovrà  essere  attesa  da  coloro  al- 
meno che  leggendo  queste  mie  osservazioni  re- 
steranno convinti  che  non  può  esser  vera  una 
storia  basata  sopra  principj  falsi  ed  erronei. 
Quindi  ^  che  quanto  egli  asserisce  sul  proposito 
delle  arti  si  degli  Etruschi  »  che  dei  Greci  Ita* 
lioti  e  dei  Siciliani  essendo  tutto  erroneo»  non 
potrà  ostare  alla  mia  già  esternata  opinione  ehe 
le  arti  non  furono  di  veruna  pregievole  perfe- 
zione» nò  in  verun  paese»  finché  Fidia  non  sorse 
a  dar  loro  e  vita  e  considerazione.  Sospendo 
il  mio  ragionamento  per  osservare  la  spiegazio- 
ne che  il  nostro  A.  dà  al  rovesciò  della  meda- 
glia da  lui  citata . 

TssTO  Tom.  III.  pag.  276.  not..  (2] ..... ,  nel 
rovescio  bigao  cocchio  a  quattro  cavalli,  retto 
da  una  Vittoria . 

OsssRV.  i58.  Biga  a  quattro  cavalli  \  oimè!  si 
manca  nelle  prime  concordanze  dell*  Antiqua- 
ria che  non  può  ammetter  la  voce  biga  ove  sono 
attaccati  quattro  cavalli  :  Ne  soffre  molto  anche 
V  etimologia  delia  parola  biga  proveniente  come 
ognun  sa  da  bis  e  iugum  »  tanto  che  quel  bis 
spiegando  sempre  il  numero  binario  non  può 
adesso  per  singolare  interpetrazionedel  nostro  A. 
indicare  il  numero  quadernario.  In  vece  di  occu- 
parsi a  stampare  queste  sue  spiegazioni  poteva 
il  nostro  A.  con  miglior  suo  prò  istruir  se  stes- 
so del  significato  di  queste  voci  »  si  estranee  alle 
sue  cognizioni  »  e  si  comuni  a  tutti  »  ed  apren-^ 
do  almeno  i  dizionarj  avrebbe  imparato  ,  che 


i55 
-alla  vooe  Biga  del  dizioBarlo  della  Crusca  è  il 
seguente  articolo 99 c^rro  a  due  cavalli,  Borghiol 
^Orig.  Fir.  180.  Il  xu>me  di  biga  e  di  quadriga 
^ era  dal  numero  de' cavalli  e  oob  delle  ruote  99* 
Così  nel  Forcelliui  avrebbe  trovato  alla  voce  biga 
r  interpetrazioue  di  carro  a  due  cavalli  cioò 
duo  equi  ad  currumjuncti  sub  uno  iugoi  due  ca* 
valli  sotto  il  carro  .  Si  prende  anche  adiettiva- 
meute,  come  in  Manilio  neir  Astronom.  lib.V. 
V.  3.  si  trova  :  Quadryugis  et  Pkoebus  equis  » 
et  Delia  bigis  meant  .  Qui  è  opportuno  ripor- 
tare altro  esempio  ia  cui  il  nostro  A.  la  vuol 
far  da  maestro  insegnandoci  ciò  che  non  sa. 

TiSTo  Tav.  XXXI.  Altro  combattimento  sotto 
Tebe 9  ov' è  rappresentato  un  assalto.  Dairalto 
della  porta  vedinisi  i  difensori  che  tirano  dardi 
e  sassi  contro  i  nemici  :  da  im  lato  della  me- 
desima scergesi  certa  finestra  guardata  da  una 
«entiqella»  del  genere  di  quelle  che  i  Latini 
chiamavano-  minae . 

OssBRV.  169.  I  Latini  chiamavano  mi/iae  nou 
già  le  sentinelle  mai  merli  delle  mura  ronde  non 
fu  male  a  proposito  eh*  io  vi  ravvisassi  piuttosto 
Antigone  (i)  che  una  sentinella  mina  che  poi 
è  un  merlo o  pinna  del  muro. Non  ci  vuol  magia 
per  saper  queste  cose.  Minae  è  un  vocabolo  La^ 
tino:  chi  non  T intende  facilmente  apre  un  les? 
iico  (2)  e  vi  trova  :  Minae  sunt  eminentiaje  muro^^ 
rum  pinnae ,  merli  delle  mura  ;  a  minando ,  b.  e. 
tminendo .  \  ìrg.  4.   Aeneid.  v.  88.  Fendent  o* 

gira  interrupta  ;  minaeque  Murorum  ingentes. 
e  la  Gerda  in  Virg.  IV.  Aeneid.  v.  88.  iatcr- 


(l)  Vedi  rOsserv.  97. 
{flj  For«elUni. 


i56 

petra  eoa  queno  vocabolo  quella  parte  delle 
mura  dove  stavano  i  soldati  in  difesa  della  cit- 
tà, minacciando  i  nemici^  Ognuno  che /voglia 
istruirsi  sulla  storia  dell'Italia  prima  che  fosse 
dominata  dai  Romani  dee  presumersi  che  abbia 
la  triviale  idea  della  biga ,  e  della  corrispon* 
denza .  alla  voce  minae  nel  nostro  volgare  Ita- 
liano. L'affettare  istruzione  spiegando  termini 
sì  ovvj  »  e  spiegarli  con  uno  sproposito  mi  sem- 
bra che  offenda  chi  è  istruito ,  e  inganni  chi  non 
è  istruito.  Ma  si  torni  al  sospeso  oggetto  di  esa- 
minare quanto  l'A.  prosegue  a  dire  a  favor  de- 
gli Etruschi. 

Testo  Tom.  I.  pag.  40.  Sottomessa  al  tempo 
di  Pirro  la  potente  nazione  degli  Etruschi, che 
fu  la  pili  letterata  d'  Italia ,  si  comprende  fa- 
cilmente come  in  un  periodo  di  furor  guerriero  ^ 
r  orgogliosa  e  barbara  non  curanza  de'  Romani 
spregiasse  il  sapere  d' un  popolo  rivale . 

OsssRv.  160.  Quest' articolo  proverebbe  la  dot- 
trina degli  Etruschi  in  opposizione  a  quanto  io 
dico  di  sopra,  se  per  altro  non  io  trovassi  invi- 
luppato in  varie  contradizioui .  Primieramente 
non  è  vero  secondo  lo  stesso  nostro  A.  che  i 
Romani  spregiassero  il  saper  degli  Etruschi  dopo 
averli  soggiogati  poiché  nella  stessa  pagina  si 
trova  quanto  appresso . 

Testo  Prosegue .  Vero  è  che  i  Romani  conti- 
nuarono a  fare  ammaestrarci  lor  figliuoli  nelle 
lettere  e  discipline  Etrusche ,  singolarmente  per 
le  cose  di  Religione. 

Osserv.  iói.  Infatti  è  confermato  da  Livio 
quanto  qui  dice  T  A.  cioè  che  i  Bomatii  s' istrui- 
rono nelle  lettere  Greche  come  avean  fatto  fino 
allora  (  cioè  fino  alla  presa  della  Magna  Gre- 


eia  )  nelle  lettere  Etrusche  (i).  E  siccome  Ora- 
zio ben  descrive  che  cos*  era  Roma  a  quei  tem- 
pi dicendo  agresti  Latio  (2) ,  così  è  da  dednrno 
che  nulla  impararono  i  discepoli  perchè  nulla  o 
ben  poco  sapevano  i  maestri .  Non  è  poi  vero 
neppure  che  gli  Etruschi  fossero  i  più  letterati 
(V  Italia  a  tempo  di  Pirro ,  perchè  i  Greci  del 
mezzo  di  dell'  Italia  superavano  in  quei  tempi 
in  dottrina  tutte  le  altre  popolazioni  della  Pe- 
nisola f  come  lo  provo  col  seguente  art.  dell'  A. 

Testo  Tom.  I.  pag.  41.  £a  vanità  »  che  va 
del  pari  con  la  potenza  *,  accese  ne'  Romani  la 
brama  di  dirozzarsi ,  tosto  che  dilatarono  il  lor 
dominio  verso  la  bassa  Italia. 

OssERv.  i6a.  Dunque  i  Romani  furon  rozzi 
benché  istruiti  dagli  Etruschi  datici  dall' A.  per 
la  nazione  più  letterata  d*  Italia^  Che  mai  sa- 
pevan  dunque  i  Toscani  maestri  se  i  discepoli 
Romani  impararon  si  poco?  E  se  i  Romani  per 
dirozzarsi  doveron  volgersi  ai  Greci  della  bassa 
Italia ,  non  è  altrimenti  vero  che  a  quei  tempi 
V Etruria  fosse  la  nazione  più  letterata.  Quali 
maggiori  prove  debbo  io  dunque  addurre  per 
dimostrare  la  rozzezza  delle  sinenze  e  delle  arti 
in  Etruria  prima  della  conquista  della  Magna 
Grecia?  Si  rifletta  ora  come  mai  a  differenza 
delle  altre  scienze  la  sola  notomia  e  la  scultura 
deve  aver  fatti  tanti  progressi  da  divenir  emula 
a  quella  de*  Greci  senza  soccorsi  stranieri}  Se  nei 
Greci  si  videro  avanzamenti  notabili  nella  scul- 


(i)  Habeo  auctores  vulgo  tam  Romanos  pueros 
sicuc  nunc  Graecis,  ita  Ecruseis  litteris  erudir!  so- 
litos  Liv.  IX.  36. 

(2)  Lib.  IL  Epist.  1.  V.  léj. 


i58 
tura  ho  già  dimostrato  come  essi  aadarM  del  pari 
con  qvteì  della  letteratura ,  e  di  ogai  altra  scien- 
za e  d'  ane  bella.  Tornando  per  tanto  all'os-^ 
serv.  1 49.  Io  tengo  per  certo  che  la  soverchia  ener^ 
già  nelle  mosse  e  quante  altre  qualità  trova  l' A. 
negli  scarabei  fShno  i  particolari  caratteri  che  gli 
artefici  d*  Etruria  impressero  nella  propria  scuola 
col  soccorso  de'  Greci  soggetti  a'  Romani  e  non 
già  senisa  soccorsi  stranieri .  -Prima  di  tal  epoca 
come  già  dissi  fu  in  vigore  Io  stile  Toscanico 
ove  poco  o  nulla  ii  rappresentò  dell'eroica  Mi- 
tologia  Greca  ^  ove  non  fu  conosciuto  studio 
particolare  di  notomia ,  ove  in  fine  la  bellezza 
ideale  non  era  considerata  per  qualità  inerente 
allearti  d' rmitasHone  ;  e  questa  stile  non  era  del 
soli  Toscani ,  ma  degli  £giz|  ancora  e  de'  Greci 
antichi.  Il  Dèmpsteto ,  il  Passeri,  il  Gori,  il  Guar- 
nacci,  non  meno  che  il  BIaffei,ilGaylus,ilBo- 
sarroti,  il  Carli  ed  altri  loro  eontemporanei che 
noti  fecero  tale  distinzione  di  epoche  fra  i  mo- 
•numenti  Etruschi ,  «ttribueudoli  tatti  a  tempi 
remotissimi  ed  anteriori  al  fiorir  de' Greci ,  pen«- 
«arono  che  gli  Etruschi  prima  di  quelli  fossero 
già  maestri  nelle  arti  ed  inventari  della  eroica 
«nitolpgva  (i).  Quindi  in  ogni  monumento  in- 

(l)  .11  Gori  non  ebbe  diflicoltk  di  dire.  Huc  spe- 
ctant  pervulgata  ab  Homero  in  Ullssis  peregrina*^ 
tione  ,  praesercim  i^  Tyrrheno  mari  pericula  et  erro- 
res ,  fabirla  Sirenuiii  Scyllae  ,  Ci'rces,  Calypsus  ,  Cyw 
cloputn  ,  Jasonis  et  Medeae  ;i|ju«e  summus  ilie  Poe- 
ta vel  ex  vetugtissimis  Tuscocum  traditronibus ,  et 
commentis  vel  ex  bisce  omnium  antiquis  monumen- 
tis  et  sculptnris  (  parlando  delle  urne  di  Voker- 
sa  )  quas  nane  primum  inlacem^edimu»  peccepic  et 

diligenter    collegit Quum   igicur  haec  quae 

Homerus  probavit   scripsirque  in  paterit  et  in   se* 


i59 

distintamente  videro  tenitura  Etrusca ,  usi  e  dot^ 
trine  di  quella  nazione.  Il  nostro  A.  segue  in 
gran  parte  costoro  e  cade  miseramente  in  si  fatti 
errori ,  trovando  anch'egli  ovunque  in  quei  mo- 
tiumenti  nazionalità  aelìe  arti  Knche  perfezionate , 
negli  usif  e  perfino  io  tutti  quei  fatti  che  ad  es- 
-io  restano  oscuri  ed  impossibili  a  spiegarsi .  Ma 
come  potremo  tollerar  con  pazienza  ohe  in  mez- 
zo a  tanti  lumi  di:Sana  critica  dei 'nostri  tem- 
pi sian  riprodotti  così  assurdi  metodi  di  esame 
sugli  Etruschi  monumenti  dal  nostro  A.  mentre 
fino  da  trent'anni  addietro  l'Antonioli^  Win- 
ckelmann  e  più  diffusamente  Lanzi  nel  1789 ,  scris- 
sero con  argomenti  incontrastabili  contro  si  erro^ 
neo sistema?  E  da  quel  tempo  in  poi  Vermiglioli 
e  quanti  ahri  ho  nominata  all'osserv.  134.  tut- 
ti uomini  sommi  ^  han  seguita  la  dottrina  pro- 
posta con  qualche  fondamento  dal  Lanzi.  £^ 
per  altro  impossibile  confutar  con  metodo  quanto 
scrive  il  nostro  A.  perchè  ad  ogni  passo  della  sua 
opera  sta  in  opposizione  con  se  stesso.  Il  Gori  ed 
i  suoi  partigiani  creìlendo  erroneamente  che  le 
urne  di  Volterra  fossero  di  un'  epoca  anteriore  ad 
Omero, ed  alla  Guerra  Troiana  ebbero  inquesto 
sistema  ragione  di  vedere  in  esse  arti  costu- 
mi, e  dottrine  della  nazione  Etrusca ,  perchè  la 
Grecia  uon  poteva  aver  insegnato  nulla  agli 
Etruschi  a  quei  tempi  che  nulla  sapeva;  ma  il 
nostso  A.  che  confessa  di  riconoscer  le  urne  di  , 
un'  epoca  posteriore  alla  conquista  della  Grecia , 

pulcralibus  urnis  veterum  Etruscorum  ut  videbimus 
flculpta  repertancur  facile  credi  potest,  ex  bis  quo- 
que monumentis  divinum  Poetam  eas  fabulas  de- 
ccipsisse .  Gori  Mus,  Eu.  Tom.  II.  pag.  236. 


rffo 
quando  in  Italia  tutto  spirava  ellenisflio  (ì')>  per- 
chè mai  attribuisce  ai  nazionali  quella  scultura 
quei  fatti  e  quei  cottumi ,  ehe  in  tutto  si  cono- 
scon  per  Greci  ?-  Gessi  dunque  una  volta  si  fatto 
barbarismo,  e  la  cronologia  principale  scorta  della 
storia  entri  a^  classare  i  monumenti  dell'arte. 
Con  siffatto  prtoeipio  restano-  inutili  per  la  stor- 
na delle  arti  e  dei  eoscumi  le  sessanta^  tavole 
pubblicate'  dal  nostro  A.  quando  abUano*  per 
ìscopo  d' illustrare  la  storia  dell*  Italia  avanti  il 
dominio  de'  Romani ,  qualora  se:  ne  eeeettuino 
i  due  monumenti  n.  r.  e  n«  4.  dei  quattro  poni 
alla  tav.  X.  che  dimostrano  la  costrucione  delle 
mura  Etruscbe  :  il  monumeuM>  m  3*  dei.  tre  pò* 
sti  alla  Tav.  XX.  che  dà  un  piccol  saggio  dei 
bi  r.  Volsci  i  i  due  monumenti  n.  i,  e  n.  a:  della 
Tav.  XIV.  per  saggio  dei  b.  e  Etruschi  ed  al?» 
cune  medaglits. 

Testo  Tav..  LIV.  n-.  2:  Gòrniola  di  finissimo 
intaglio ,  iu  cui  si  rappresenta  una  figura  seduta 
dinanzi  uua^  tavola  ia  forma  di  tripode ,  sulla 
quale  son  collocati  tre  piccoli  globi  :  sostiene  colla 
sinistra  U4ia  tavoletu-  ove  sooo  scritte  delle  cifre , 
che  sta  in  atto  di  considerare  attentamente  ;  ve-^ 
desi  nel  Museo  Imp.  di  Parigi.. 

Ossea v.  i63.  Questoò  runico  monuiiiento che 
V  A.  trasse  dai  Musei  d*  OUranwnte  e  che  ha  date 
luogo  alle  maguifijche  frasi  della  sua  prefazio^ 
se  {a}.  Perchè  lo  faà  egli  preferito  alle  eenti* 
naja  che  ne  abbiamo  in  lulia  ì  Gì  dà  fosse  qual- 
che lume  particolare  per  le  arti  o  per  la  storia 

d*  Italia  ?  Se  ne  esamini  la  spiegazione .  Sostiene , 

» 

(1)  V.  r  ossei- V.  Ss^ 

(2)  V.  r  oflserv.  6. 


i6i 

diee-r  A.  fCon  la  sinistra  una  tavolétta  con  cifre. 
Questo  già  ognuno  lo  vede  :  ina>  quali  conseguea* 
2e  se  ne  debbon  dedurrei  L'  A.  fion^  ce  ne.  dic^ 
di  più  :  e  per  colmo  d*'erudizione  egli  ci  add^ 
ta  che  la  figura  sta'  in  atto  di  considerare  atten^ 
tamente.  Che  frivole  riflessioni  !  £  quale  è  mai 
quella  figura»  che  rappresentata  in  qualunque 
azione,  non  rassecnbri  di  considerare  attentamente? 
Volendo  avventurare  uua  spiegazione  puraùieute 
congetturale  di  questa  Gemma  »  si  potrebbe  sup- 
pore  Piuagora  o  altro  Matematico,  il  quale  si 
occupa  nell'esame  della  quantità  numerica  sim- 
boleggiata*nei  treg/obi  relativamente  alla  quantità 
escenci  va  rappresentata  nelle  figure  della  tavoUh 
ta.  Questo  filosofo  traeva  dai  numeri  l'origine  di 
tutte  le  cose  (i),  quindi  è  che  le  quantità  numer 
ricbe  posson  formare  un  suo  special  distintivo  . 
Il  mantello  nou  disconviene  al  fiJoeofa.  Né  i 
filosofi^^  son  rari  negli  scarabei  e  nelle  gemme ,  co- 
me si  rileva  da  quei  che  ha  pubblicati  il  Gay^ 
lus  (2).  Se  questo  nome  non  combina  perfetta- 
raeute  con  \e  lettere  che  vi  si  vedono ,  ciò  può 
derivare  dall'  esservi  scritto  piuttosto  quel  dell* 
jartefice»  solito  trovar»  nelle  giraime,  o  dalla 
po<*a  esattezza  nel  disegnar  cose  di  tanta  picco* 
lez'za  impossibili  a  trascriversi  cou  precisione  da 
chi  non  conosce  quella  scrittura. 
'  Tfc8Ti>  Tom.  II.  pag.  i^o.  La  rinomata  geni* 
ma  di  Tideo,  ed  altri  scarabei  anulari  noumeno 
pregevoli  e  rari ,  possono  q.uìndi  riguardarsi  co- 
me opere  originali  di  stile  ToscanicOy  di  cui  fan 
conoscere  appieno  le  bellezze  e  i  difetti. 


fi)LMc8U«  av.il  dominio  dei  Rom.  Tom.  Ili  p.264. 
(•2j  ttecueil  d'  Anu^.  Egypt.  Etr.  Greoq.  Rom.  et 
Gdul. 

II 


irta 

OssERV.  164.  Ho  dimostrato  nelle  os^rv.  su- 
periori quanto  sia  erroneo  il  decidere  del  me- 
rito dello  stile  Toscanico,  che  è  l'Etrusco  ante- 
riore alla  conquista  della  M agna-Grecia ,  con 
esemp)  di  opere  Etrusche  posteriori  ^  quell  epo> 
ca ,  fra  le  quali  sono  anche  gli  Scarabei . 

Testo  Tom.  II.  pag.  173.  Non  pertanto  i  no* 
mi  aggiunti  in  lingua  Etrusca  alle  rappresen* 
tanze  degli  eroi  ci  fanno  ben  conoscere  »  quanto 
la  mente  avesse  bisogno  d'essere  assistita  per 
giungere  alla  conoscenza  di  personaggi  poco 
noti,  e  forestieri  alla  nazione. 

OsSBRV.  i65.  Quest'articolo  è  in  opposizione 
all'altro  del  nostro  A.  al  Tom.  II.  pag>  i^S.  ove 
dice  che  gli  Etruschi  ebbero  i  lofo  eroi  »  ed  una 
mitologia  tutta  propria  é  nazionale.  IVomi  isolatici 
Eroi  forestieri  non  potevano  impegnarla  nazione 
a  bramarne  le  loro  immagini ,  e  farsene  delle  pre- 
ziose suppellettili  i  del  vaghi  ornamenti .  La  lettu- 
ra dei  Poemi  e  la  rappresentanza  delle  Tragedie 
•dovea  preparar  gli  animi  a  tal  desiderio  .  Già 
provai  nelle  superiori  osservazioni  che  la  nazio* 
ne  Etrusca  »  come  la  Romana,  non  fu  in  grado 
di  gustare  e  uen  gustò  le  bellezze  della  Greca 
letteratura  »  se  non  dopo  la  conquista  della  Ma* 
gna^-Gnscia.  Chi  potrà  dunque  supporre  che  le 
incisioni  di  quelle  gemme  rappresentanti  gli  Eroi 
dei  Poemi  e  delle  Tragedie  dei  Greci, si  fa- 
cessero in  Btruria  prima  che  vi  si  conoscesse  la 
Greca  letteratura?  Sono  pertanto  1  nomi  degli 
£roì  scritti  nelle  Gemme  che  ci  assicurano  della 
data  di  esse  i  perlochè  vengono  affatto  escluse 
dai  monumenti  spettanti  ai  tempi  anteriori  al 
dominio  dei  Romani  in  Italia. 

TsSTO  Tav.  L^.  n/  i.  Corniola  io  forma  dì 


r6S 
scarabeo  trotatir  a  Chiosi .  n.  9v  Agata  oqicìihi 
di  belIÌ8sii]H>  intaglio:  preiSodelT  A.  o.  SiGornio^ 
la  di  rozzo  intaglio  presso  dell' A.  Vedi  Tom.  II. 
pag.  198. 

OssEav.  166.  Nel  disegno  4i  quest^mm^/è  noa 
passa  ilifFt^reaza  alcuna  fra  V  Agata  detta  dalT 
A.  di  finissimo  intaglio  e  la  Corniola  di  roz^ 
imaj^ f IO,  duAqtte  i  rami  non  aappresentanu  coi^ 
esattezza  l'originate,  l^^x  il  resto^  vp4^si  1^  mi9^ 
^sserv.  f5o. 

TaSTo  Tav.  LVI.  N.  1.  Sti^tpettst  in  bronzo^ 
delia  grandezza  deir  origina  le,  che  rappresent^f 
iHi  giocolatore  tenente  in*  ainte  1&  maai  ano 
strumento  sì  guisa  di  oaccb^»;  osiate  pressa 
dell' A. 

OsssAv  ìó^.  Fra  ì  lavori  fatti  a  tempo  di  Co* 
•taqtino  perchè  non  si  potrebbe  numeraria  an^ 
cor  questo?  Qualità  che  lo  caratterizzano  per 
£trus(*o  io  non  ve  ne  scorgo ,  nò  T  A.  ne  ai-cen* 
«a  veruna  :  perchè^  dunque  inserirlo^  fxa  i  lavori 
£trusc*hi? 

Testo  Tom.  II.  pag;93.  La  oHisica  finalmen^ 
te,  che  conforme  al  suo  primo  ìi^tituto   ebbe 

Jran  parps  neU*  amimaestrameqto-  de*  popoli ,  ve- 
esi  raccomandata  iu  Etruria  da  leggi  positive 
e  dal  costume»  frno  nelle  cose  doine^pcbe,  se 
è  vero  che  i  Toscani  iin^pas^avano  il  pane,  e 
battevano  i  loro  servi  cou  miàurati  polpi  a  suo- 
no di  flauto. 

OssEEV.  168.  La  Nacchera  4^  i^n'idca  bei^ 
aiescbtna  della  miisica  Etrasc(^  quanto  ancora 
la  notizia  dell*  impasto  del  pane  a  suono  di  flou* 
$0,  Se  poi.  il  mouu mento  è  dei  tempi  Romani^ 
perchè  anteporre  le  nacchere  alle  «retre  usate 
in  Etruria  eome^  vedasi  uella  Tav.  XXXIV  ^  ^ 


1^4 

XX K vili ,  e  che  danno  della  musica  Etrusca 
tanto  miglior  concetto?  * 

Testo  Tav.  LVI-  a.  Saltatore  in  bronzo,  nel 
museo  Imperiale  di  Firenze.  3.  Scarabeo  in  Cor- 
DÌoìa  y  in  cui  si  rappresenta  un  ballerino  di 
corda,  alla  quale  stanno  sospesi  sei  vasi,  forse 
di  metallo,  che  rendevano  suono;  tiene  nelle  ma- 
tìi  due  contrappesi  di  foggia  singolare  .  4.  Ma- 
gcher.a  comica  :  piccolo  scarabeo  in  corniola  ,  nel 
museo  de'  Sigg.  Venuti  a  Cortona .  5.  6j  Due  sal- 
tatori in  bronzo  nel  Museo  del  XSoUegio  Roma- 
no .  Vedasi  Tom.  II.  pag.  92.  93* 

Ossee V.  169.  Quattro  saltatori  per  conferma* 
re  ciò  che  segue  son  troppi. 

Testo  Tom.  II.  pag.  92.  98.  Dell*  abilità  de* 
Toscani  in  uua  specie  di  ludi  scenici  a  suono  di 
flauto  ,  siccome  in  altri  giuochi  d*  agilità  pro- 
fessati sempre  da  persone  servili ,  ne  fanno  fede 
gli.  scrittori  del^  pari  che  i  monumenti ,  i  quali 
frequentemente  figurano  istrioni,  saltatori,  bal- 
lerini, in  attitudini  singolari  e  nuove: 

OsSERV.  170.  Essi  nulla  provano  a  favore  dell* 
abilità  dei  Toscani  nei  ludi  scenici.  L*  Etruria 
era  già  Romana  quando  tali  statuette  furono 
fatte  ,  né  si  sa  se  fatte  iu  Toscana  per  quanto 
ivi  trovate.  II  Gaylus  ne  riporta  diverse  (i)  :. 
tutte  come  quelle  di  questa  Tav.  ;  eppure  son  Ro- 
mane. Intanto  quel  dotto  antiquario  meglio  e' i« 
struisce  col  dirci  esser  questo  ?un  Atleta  cono* 
f cinto  sotto  il  nome  di  Cubista  (12).  Le  masche» 


(i)  Recueil  d'  Antiq.  Egypt.  Etr.  Grecq.  Rom.  et 
Gaul.  Tom.  V.  PI.  LXXXVI. 

(-3)  Ivi. Di  una  simil figura  il P.  Paciaudi  ha  fat- 
ta una  dissert.  che  ha  intitolata  de  Athletarum  xc^/9f( 


i6S 
re  furon  pure  di  Greca  istituzione  e  noa  Ecru^ 
sca ,  perchè  esse  servirono  per  la  Tragedia  ciie 
ci  venne  di  Grecia. 

TkssTO  Tav.  LVII ,  i.  Statuetu  muliebre  ia 
bronzo  di  antico  stile  »  coperta  di  tutulo  ;  esiste 
presso  dell'  A.  A.  Guerriero  coperto  di  armatura 
con  visiera  abbassata ,  inatto  di  lanciare  un'  asta 
velìtare,ed  altre  tre  tenendone  sotto  il  braccio 
sinistro .  Statuetta  in  bronzo  presso  dell*  A.  Ve- 
dasi  Tom.  II.  pag.  ii5.  n.  4.  3.  Testa  di  Guer- 
riero barbato  d'  antico  sfile  coperto  di  celata 
detta  Casside:  frammento  in  bronzo  del  m.  pubb. 
di  Volterra .  Vedi  Tom.  II.  pag.  88.  not.  3.  e 
pag.  124. 

.  OssERv.  171.  Relativamente  alla  Statuetta  mu- 
liebre coperta  di  tutulo  rimetto  il  mio  Lettore 
a  quanto  ne  dissi  all'  esser v.  40. ,  come  pure  potrà 
vedersi  V  osserv.  69.  per  ciò  che  spetta  al  Guerrie- 
ro coperto  di  armatura.  In  proposito  poi  della  te- 
sta di  Guerriero  barbato  posta  al  N.  3.  è  da  no<* 
tarsi  ,  che  Mons.  Guarnacci ,  il  quale  adunò  i 
monumenti  del  museo  pubblico  di  Volterra ,  ne 
portò  aleuni  di  Roma ,  fra  i  quali  non  si  sa  se 
vi  fosse  ancor  questo .  Dunque  non  si  può  ad- 
durre con  certezza  per  Etrusco. 

Testo  Tav.  LVIII,  LIX,  LX,  Medaglie 
Etrusche , 

OsSBRV.  172.  Gran  parte  di  esse  per  esser  pub- 
bliciue  da  altri  non  spetta  a  me  esaminarle  : 
limito  pertanto  le  mie  osserv.  alle  des%.rizioni 
che  uè. fa  l'A.,  ed  all'articolo  di  Numismatica 

pag.  33.  Romae  12S6.  in  4*  Una  simìi  figura  è  sta- 
ta trovata  a  Nimes.  Il  Paciaadi  l'ha  cavata  dal 
Gabinetto  de*  Ge:fuiti  di  Roma. 


t66 
èì  qnefsCbpéri.  tié  tìKédhffW^  Mii  hàti  fdraoft 
ordinata  dispòsieiose  uelle  tre  Tavole ,  poiché  vi 
sono  tre  medaglie  dì  Pesto  alla  Tav.  LVIIf.  ed 
lina  alla  Tàv.  LX.  Tre  luedaglie  di  iPopuloaia 
sono  ^lla  Taf.  LIX.  Od  una  alta  Tav.  LX  Non 
fanno  serre  péf*  cotioscere  lo  teocbo  dell' Italia 
antica»  poictò  mancano  quelle  della  maggior 
parte  delle  antiche  città,  mentre  éon  troppe  sei 
diedaglie  di  Pcptìtonia  e  quattro  di  Pesto  .  Non 
sono  di  vetljina  istrOztouO  numismatica!  potcbè 
oltre  tinello  già  èdite  «da  altri  e  cognitissime,  0 
perciò  fntttili»  non  ve  n'è  alcutia  che  sia  Ouo* 
iramente  illustrata  dàU*  A.  Alcune  incognita  co^ 
mele  otto  del  m.  di  Volterra  poste  alla  Tav.  LiX. 
son  riportato  àenzà  vofén  oggetto  e  don  illu- 
strate: venendo  cobi  tolto  il  pioòere  di  pubbli*» 
carie  inedite  a  qualche  erudito  che  volesse  il* 
lustrarle.  Non  sono  di  notabil  sussidio  alTope^ 
Tà ,  percliè  appena  alcune  di  «se  vi  si  trovano 
nominate.  Il  Lanzi ,  che  tratta  delle  Aiotìetédeir 
Etruria  media  »  (i)  dà  tutta  la  serie  di  quellt 
conosciute  fino  al  suo  tempo:  Gioito  ne  illustfm- 
e  varie  ne  emenda:  co4  quel  libro jci  è  Utile. 

TkiTo  Tom.  II.  pag  146.  La  denortiioatioiio 
data  in  origine  atta  moneta  indicava  la  precisi. 
Quantità  di  mOtalKo  che  ^nteneva.  Asse  e  li- 
bra di  dodici  once  erano  sinonimi  e  regolavano 
in  parti  eguali  la  divisione  del  denate.  L^  Asse 
oiFettivo  era  una  moneta  di  rame  fu»a .  £^  trtaté 
tredutu  che  la  sua  prima  f^rma  fosse  qu^draa^» 
^ota^,  poi  ovale,  indi  rMooda>  c?occbè  paro 
«  fioi  troppo  sistematico. 

Ossia V.  i^S.  Se  sei  T  opera  del  nostro  A.  ooa 


«««Mi^h 


(ij  Saggio  di  L.  Ecr.  Tom.  IL  pag.  94-  •  aeq. 


\ 


»^7 
è  mai  nomiaato  il  dotto  Lanzi  (i)  vi  è  per  al- 
tro seguito,  anzi  copiato  alla  lettera,  come  a 
questo  proposito  dimostra  T  articolo   originale 


(l)  Sebbene  quel!' illustre  nome  non  si  trovi  co- 
lile io  dico  neir  opera ,  pure  i  citaui  in  alcune  no* 
te  che  sono  le  seguenti  : 

Tom.  IL  pag.  69.  Anco  i  bronzi  Eugubini ,  insi* 
gne  monumento  dell* antica  liturgia,  ci  mostrano 
tuttora ,  a  traverso  la  loro  oscurità ,  notabili  trac- 
ce della  poflipa  con  la  quale  apprestavansi  i  sacri- 
iizi.  (4)  V.  Lanzi  ,  Saggio. Tom.  II,  Part.  IH. 

Tom.  II,  pag.  216  (1)  Air  ultimo  dei^besi  al  Ch. 
Lanzi  il  miglioramento  dell'  Alfabeto  Goriano  • 
Sanie  ,  Part.  II ,  2.  ) 

Tom.  IL  pag.  23i.  Le  tavole  di  Gubbio,  il  più 
copioso  monumento  di  quelle  lingue  ,  includono 
r  ultima  dimostrazione  d*  analogia  e  somiglianza  in 
esse  „  per  una  parola  Greca  nis  troviamo  venti  del- 
le Latine  „  (i)  Lanzi,  To«).  I.  p^g.  12) 

Tom.  IL  pag.  235.  Il  parlare  Etruscp  fu  ppo  de- 
gli ultimi  a  perdersi,  per  quello  può  dedurai  dai 
caratteri  di  più  iscrizioni,  e  da  alcuni  rari  esem- 
p)  del  loro  scrivere  alla  Latina,  da  sinistra  a  de- 
stra (2)  Vedi  Lanzi  pag.  221 ,  e  gli  esempj  addot- 
ti nella  Tav.  Ili,  10.  u«  12.) 

Dunque  il  nostro  A.  «on  apprezza  il  saper  di 
quell'uomo  se  noi)  in  alcune  particolarità  della 
lingua?  Eppure  mi  piacerebbe  aggiungere  una  nò- 
ta all'  opera  del  nostro  A.  la  quale  apporrei  volen- 
tieri al  fcontespizio  di  essa  per  renderla  più  utile 
a  obi  la  leggesse.  Ivi  direi:  Cortese  lettore,  brami 
conoscere  la  vera  storia  dell'  Icalia  prima  che  fos* 
•e  dominata  dai  Rt>mtni  ?  abbande^a  la  pericolosa 
opera  che  tieni  avanti  di  te ,  la,  quale  t*  indurreb- 
be leggendola  in  molti  e  gravi  errori,  e  leggi  at- 
tentamente r  aureo  libro  che  V  A.  per  modestia  in- 
titolò :  Saggio  di  lingua  Etrusca  e  di  altre  aatiihe 
d' Italia  per  servire  alla  Storia  de*  popoli  ,  delle 
lingue  ,  e  delle  belle  arti . 


99 


T«8 

del  dotto  Lanzi ,  che  io  trascrivo,  f^  Fa  gili  un 
f^  tempo  in  Italia ,  che  Asse  e  Libra  di  dodici 
9  once-eran  voci  sinoH-ime,  e  regolavano  la  de- 
,,  nominazione,  il  conteggio»  la  divisione  della 
„  moneta.  L'asse  eflTettivo  era  una  moneta  di 
rame  non  già  battuta  ma  fusa;  di  figura,  co* 
me  credesi ,  prima  quadrilunga  (2]  v.  Olivieri 
91  fondazione  di  Pesaro  pag.  18.  ),  indi  ovale, 
,1  poi  rotonda  ^  (t)  Si  riscontri  ogni  parola  del 
nostro  A.  e  si  troverà  esser  copia  di  ogtM  parola  del 
Lanzi  ;  la  diiFer«nza  fra  loro  cade  soltanto  sulla 
parola  quadrangolare  e  quadrilunga.  Il  termi- 
ne (a)  quadrilungo  è  tecnico  della  geometria  se- 
condo le  Glerc,  che  lo  definisce  per  una  superfi- 
cie rettangola  ,  vale  a  dire  che  ha  gli  angoli  r.etti  » 
ma  non  i  lati  uguali  ,come  appunto  sono  le  figure 
delle  monetei  primitive  dateci  dalPOlivieri  (3), 
e  dair  £c khel  (4) .  Il  termine  quadrilatero  non  è 
tecnico  della  geometria,  per  quanto  sia  usato 
nella  volgar  lingua  nostra,  ed  indica  a  mio  pa- 
rere una  superficie  rett^gola ,  i  cui  lati  possono 
essere  uguali  rome  disuguali,  il  che  non  danna 
esatta  idea  della  figura  di  quella  antica  moneta 
che  costantemente  fu  quadrilunga,  o  sia  della 
figura  d'  un  paralellogrammo  rettangolo .  Perchè 
dunque  1*  A.  copiando  il  Lanzi  ha  tolto  un  termi- 
ne esatto  per  sostituirne  uno  inesatto  ? 

Testo  Tom.  II.  pag.  146.  Quel  ^iano  che  ve- 
desi  scolpito  su  le  più  antiche  monete  Italiche, 
non  significò  forse   se  non  alleanze  o  confede* 


(1)  Lanzi  Saggio  di  L.  Etr.  Tom  II.  pag.  33. 

(2)  Pratica  di  Geometria  Tav.  9. 

(3)  Fondazione  di  Pesaro  pag.  18. 

[iH)  &]rlloge  I.  Namor.  Vetec.  Anecdot.  Tab.  IX. 


ì6^ 
razioni  di  popoli  »  le  quali ,  conformo  ad  un  vec- 
chio simbolo^  81  iìguravano  per  mezzo  di  simu- 
lacri bicipiti,  (ijlpse  (  Janum  )  facieiulis  foQ- 
deribus  praeest  ....  Sotv,  Xll.  198.) 

OsITerv.  124'  Questa  interessantissima  scoper- 
ta che  si  è  appropriata  T  A.  allettando  quel 
Jhrse  quasi  che  dubitasse  di  sé  ste^o,  la  dolv 
biamo  orìginatmcnte  al  Lanzi  ,il  quale  pose  (lue 
con  essa  alle  infiDite  congetture  che  sopra  tal 
fimbolo  sognarono  il  Guarnacoi  ed  i  seguaci 
tuoi  (i) . Confuta  egli  doctaokente  Ateneo  (2) ,  che 
scrisse  essere  stato  Giano  il  primo  impressore 
della  moneta  di  rame^  e  vi  sostituisce  la  dot- 
trina di  Servio  con  le  seguenti  parole  (3)  f^  Ma 
^y  esso  (  Ateneo) don  fu  creduto  da  Plìnio,co« 
99  me  si  notò  y  né  da'  miglior  critici  :  ed  io  tengo 
99  piuttosto  ^  che  se  le  cor^ederazioni  de^  popoli 
^  dieder  luogo  da  principio  sformare  dei  si- 
f^  mulaeri  bicipiti^  per  la  stessa  ragione  si  stam- 
pi passero  nelle  monete.  Dobbiamo  a  Servio  que? 
fy  sta  parte  d'istoria:  i|^ce(Janus)  faciendis  foe- 
9)  deribus  praeetst  ;  nam  postquam  Romulus ,  et  T. 
iy  TatÌDS  in  foedera  coaveneruut ,  Jano  simula- 
la crum  dupliois  frontis  eflTectum  e^t ,  qnai»i  ad 
yy  imaginem  duorum  po[)uIorum  (1}  .  Aeneidj 
fy  lib.  XII.  vera.  147.  )  99  Di  sì  fatti  ptagj  abbonda 
quest*  opera  in  modo  che  troppo  lungo  sarebbe 
individuarli.  Piacerai  qui  di  far  conoscere  al 
nostro  A.  come  i  grandi  uomini  e  di  vero  me- 
rito si  servono  delle  altrui  notizie.  Ne  sia  un 
escomio  il  grand*  Eckhel ,  che  parlando  appunto 


(!)  Orig.  Ital.  Tom.  II.  pag.   141. 

(•2)  Lib.  XV.  pag.  69-2 

(3)  Saggio  di  L.  Ecr.  Tom.  II.  97. 


tto 


delle  monete  bicipiti  dice:  „  Ad  explirandum 
,  varium  Jani  in  bis  nuinia  scultuoi  utitur  Lanzìus 
,  dictatis  Servii  (  Sagg.  Tom.  II.  p.  97.  ).  Ipse 
,  (  lanus  )  etc.  .  .  .  Addit  Lanzius  ,   non  tan- 

,  tum  foederatos  hoc  etc Hoc  vir  eruditus 

,  ingeniose  etc. .. ,,  Quindi  scende  il  citato  Eckhel 
al  particolaje  di  alcune  obiezioni,  su  tale  arti- 
colo, alle  quali  facile  sarebbe  rispondere.  An^ 
che  qui  il  nostro  A.  sostituisce  ad  una  voce  dei 
Lanzi  una  sua  correzione  che  io  non  so  quanto 
sia  plausibile.  Le  precise  parole  di  Servio  sono 
le  seguenti.  Rite  hunc  quoque  invocai:  quiaìpse 
facietìdis  foederibus  praeest .  Il  Lanzi  aggiunge  al 
pronome,  ipse  il  nome  Janus  fra  parentesi  per 
indicare  di  chi  si  parla.  Eckhel  imita  il  Lanzi 
ripetendo  V  Ipse  (  Janus  )  Ma  che  dico  Eckhel! 
ogni  scolaruccio  che  apprende  le  concordanze 
latine  avrebbe  fatto  lo  stesso. Non  cosi  il  nostro 
A.  che  per  un  suo  particolar  modo  di  latinizzare 
scrive  Ipse  (  Janum  ).  Supposi  a  prima  vista 
che  questo  fosse  un  errore  di  stampa,  ma  dipoi 
mi  son  convinto  che  il  nostro  A.  usa  nella  lin- 
gua latina  una  particolare  gramatica,  che  tfoi 
non  conosciamo,  perchè  ne  ho  trovati  i  seguenti 
esemp)  sparsi  nella  metà  della  sua  opera. 

Al  Tom.  I.  pag.  io.  sembra  non  potersi  dubi- 
tare esservi  stato  anticamente  un  secolo  felice 
per  qualche  bontà  di  governo  e  di  costumi. 

Saturni  geutem,  haud  vinaio  nec  /e^zhu^  aequa m. 
Sponte  sua  veterisque  Dei  se  moretenentem  . 

Virg.  VII ,  3o3.ao4.* 

.    Ivi  a  pag.  3i.  not.  (i).Diouys.  I,  i6-38Strab. 
^»  P^g-  *7^'  Sisenua  ap.  Nonius  ^  XII,  18. 

Ivi  a  pag.  35.(6)  Caliia  Siracusano  (ap.  Dio*- 
nys.  I,  22,  et  Fesius ,  in  Komam  } 


Ivi  a  pag.  T23.  Livio  chiamò  capi  delle  ori* 
gini  (3)  Capita  oriprinis  h,  V,  33. 

Ivi  a  pag.  i65.  (6)  Strab.  V»  p.  i6i.  DioGoc- 
cejanus  ap.  Tzetzes  ad  Licophr.  v.  44. 

Ivi  a  pag.  182.  (1)  Sisenna  y  ap.  Nonius. 

Ivi  a  pag.  242.  (3)  Ipsi  de  ea  (  Italiae  )  ju* 
dira  vere  Graeci  genus  in  gloriam  suam  eflfusis- 
simum; 

Ivi  air  ultima  pag.  (i)  Eouias  et  Luci I.  ap. 
Festus  in  Bilingues. 

Tom.  II.  pag.  60.  (*2)  Eam  (  Haruspicina  )  ^staa 
crevisse  rebus  novÌ8  cogooacendis.  Gicer.  de  Di- 
vin.  II,   23. 

Ivi  a  pag.  i56.  meritò  che  i  suoi  monumenti 
fossero  ricercati  e  sparsi  per  tutto  il  mondo  co- 
nosciuto. (2)  Signa  Tuscanica  per  terras  disper* 
sa .  Plin.  XXXIV  ,  7. 

Questi  errori  oltre  quei  di  stampa  ,  e  quelli  suU* 
2uter|)etrazione  del  tutulo ,  delle  mura  dei  Lavici, 
degli  Etruschi  dottissimi  nelle  arti  e  della  senti* 
nella  Mina  da  me  altrove  notati»  e  compresi 
nei  soli  due  primi  volumi  che  ne  suppongono 
altrettanti  negli  altri  due  dell'  opera  del  nostro 
A.  sono  una  sufficieute  prova,  anche  per  quei 
che  non  conoscessero  la  lingua  latina,  eh* egli 
non  solo  erroneamente  corregge  il  Lanzi  ove 
disse  ipse  (  lanu^  )  ,  sostituendovi  il  suo  ips€ 
(  Janum  ) .  ma  che  neppure  è  in  grado  di  giu- 
dicare dell* antica  lingua  d* Italia,  e  suoi  diffe» 
remi  dialetti .  (1)  In  quel!'  articolo  egli  pretende , 
ancorché  senza  prove,  ammaestrarci  contro  1' 
Opinione  del  Lanzi ,  che  V  BtruscQ  non  sia  un 

(i)  Questo  è  il  titolo  del  Capo  vigesimonono  iella 
prima  parte  della  sua  «ptra» 


ìAìotittL  tÉisto  4ef  QttGo  Mtlca,  ^urndi  pam  a 
sostenere  Tanalogia  AeirEtrtrscd  con  l'antico 
)aiirt<>.  ila  c5bi  pub  ragionate  dell'antico  La- 
tino senza  seppur  cottoécér  le  regote  del  Latino 
moderno? Che  diremo  poi  del  Qrcco?  Lo  stesso 
fifoio  del  capitolo,  ove  il*  nostre  A.  vool  decidere 
delle  Kngufé,  contenendo  imo  sbaglio  d*in69Qttet^ 
za  Grammaticale  y  dimostra  abbastanza  eh'  egli 
tieppuré  ddta  thia  propria  è  pienamente  istruì* 
to.  Infatti  l' articolo  (fe//a  non  può  reggere  a  oH 
f^mpO  la  voce  àntUa  singolare  femminina,  d  la 
voce  suoi  pli^rale  mascolina:  né  di  simili  errori 
va  esente  il  resto  della  sua  opera.  Se  il  dotto 
Lan£)  nel  suo  Saggio  di  Lingua  Etrusca  si  fece 
atbifronel  giudizio  delle  lingue  Etrusca  ,  Greca 
e  Latina  poteà  ben  farlo  con  fondamenti  non  con^ 
trastabili.  La  sua  storia  Pittorica  Ja  raccolta  delle 
sue  ìdcrittoni  Latine ,  la  sua  versione  d'Esiodo 
son  certa  prova  di  quanto  quel  grand*  uomo  va- 
lesse nella  sn^  propria  lingua  non  meno  che  nelle 
dotte.  Il  nostro  A.  ha  da  opporre  altrettanto 
in  prova  del  suo  sapere?  Poche  parole  abbiamo 
per  v<5ro  dire  scritte  in  Latino  da  esso,  ma  già 
si  è  veduto  da  quanti' errori  sono  imbrattate.  Cosi 
tA  dida  del  resto.  £  dovremo  noi  bilanciare  sulla 
preponderanza  indottrina  di  questi  dueconfron^ 
tati  scrittori  ?  Inoltre ,  letto  qufcst'  elenco  di  errori 
grammaticali ,  non  dee  piti  sorprendere  se  l' opera 
da  me  ósaminatal  si  mostri  cost  piena  di  sbagli  nel 
confronto  dei  monooienti  noi  cIbsIìcì  i  quali  sono 
ordinariàfnente  scritti  in  latino  o  in  greco.  Essi 
hfan  bisogno  d'esser  motto  studiati  e  bene  intesi. 
Sottoquesto  rapporto  non  oserei  garantire  il  mio 
lettore  sull'esattezza  delle  spiegazioni  che  ho 
tentato  dare  ai ,  monunooti  qal  ieialniuàti ,  non 


f 


iZ3 

meno  che  mila  storia  del1«  arti  che  ho  procu- 
rato sviluppare  io  queste  mie  osservazioni ,  poi- 
ché non  v'è  chi  ancor  sapendo  aon  trovi  chi 
più  sappia  e  conosca.  E  da  costoro  appufitJ  io 
bramo  d*  esser  meglio  istruito  sulle  materie  che 
tratto  f  pronto  sempre  a  ridirmi  ove  sia  con- 
vinto d'  avere  errato,  se  tion  qui,  almeno  cer- 
tamente in  altro  lavoro  eh*  io  preparo  per  puh- 
blicare  4e  piò  interessanti  sculture  delle  urne 
cinerarie  che  ti  son  ritrovate  finora  nei  con- 
torni di    Volterra. 

Testo  Prefazione  alla  spiegazione  delle  Ta* 
vote.  La  pubblicazione  di  questi  Monumenti  ; 
per  la  più  parte  inediti, 

OssERv.  1^5.  Ho  promesso  nell*  osserv.  i.  d( 
d«ar  conto  dei  monumenti  inseriti  in  questa  rac- 
colta ^  e  già  pubblicati  da  altri,  ai  quali, men- 
tre  gli  noto ,  aggiungo  anche  quei ,  che  sebbene 
di  diverso  tipo,  pure  p^r  esser  d'egual  sogget- 
to, e  di  simile  scultura ,  essendo  egualmente  ri- 
portati anche  dal  nostro  A.  possono  considerarsi 
come  repliche  di  monam^nti  pubblicati  da  altri. 

Carta  Topografica  dell'  Italia  antica .  D'  Anville. 

Tav.  I.  Pianta  di  Volterra .  Inghirami  Etruscarum 
autiquitatum  fragroenta  . 

Tav.  VII.  Porta  antica  di  Volterra  detta  all' Ar- 
co. Gori  Mus.  Etr.  Tom.  III.  Clas.  I.  Tab.  VI. 

Tav.  Vili.  Li  «tessa  porta  dalla  parte  della 
città. Gori  Mus.  Etr. Tom. III.  Clas. I. Tab.  V. 

Tav  IX.  iyiura  di  Volterra. Gori  Mus.  Etr.  Tom. 
IH.  Clas.  L  Tab.  I. 

Tav.  XI  Mura  di  Fiesole. Gori  Mus.  Etr.  Tdm. 
III.  Clas.  L  Tab.  IIL 


»?4 
Tav.  XIV.  N.  I.  Guerriero  tenente  una   laocift 

nella  destra.  Gori  Mus.  Etr.  Tom.  III.  Glaa. 

III.  Tab.  XVIII. 
Ta7.  XIV.  N.  2.  Guerriero  barbato  Gori  Mus. 

Btr.  Tom.  III.  Clas.  III.  Tab.  XV III.  DemfH 

sten  De  Etrur.  Regal.  Tom.  I.  Tab.  LXXII. 
Tav.  XV.  Statuetta  muliebre  in  bronzo.  Lanzi 

Saggio  di  L.  Etr.  Tom.  II.    Tav.  XI.  Ver- 

miglioli .  Ant.  iter.  Perugine  Tom.  I.  Tav.  I. 
Tav.  Xyi.  Frammento  di  un'ara  in  pietra  are* 

caria.  Dempster.  de  Etrur.  Regal-  Tom.  II. 

Tab.  LXXX. 
Tav.  XVIII.  Ara  rotonda  in  pietra. Gori  Mus. 

Iltr.  Tom.  I.  Tab.  CLX. 
Tav.  XXX. Combattimento  de' sette  contro  Tebe. 

Gori  Mus.  Etr.  Tom.  I  Tab.  CXXXII. 
Tav.  XXXIII.  Urna  di  alabastro  rappresentante 

lo  stesso  8og.  Dempster.  de  Etrur.  Regal.  Tom. 

I.  Tab.  LXXI. 
Tav.  XXXV.  Ovazione  o  trionfo  minore.  Gori 

Mus.  Etnisc.  Tom.  I.  Tab.  LXXVIII. 
Tav.  XL.  Magistrato.  Gori  Mus.  Etr.  Tom.  III. 

Tab.  XXIII. 
Tav.  XLIV.  Urna  trovata  a  Todi.  Gori  Mus. 

Etrusc.  Tom.  I.  Tab.  CXXXV. 
Tav.  XLV.  Polifemo  rappresentato  con  due  oc* 

chi.  Giorgi  Dissert  accad. sopra  unmon. Etr. 
Tav.  XLVI.   Edipo  accecato.  Gori   Mus.  Etr. 

Tom.  I.  Tab.  CXLII. 
Tav.  XLIX.  La  costruzione  della  nkve  Argo.  Go- 

ri  Mus.  Etr.  Tom.  I.  Tab.  CLXXXIX. 
Tav.  LI.  Sepolcri  di  Tarquinia.  Agìncourt  Hi- 

atoire  de  l'Art  par  les  Monum.  depuis  sa  de- 

cadence  au  IV.  Siecle  jusque  a  son  renouvel- 

lement ,  au  XV.  Siecle  FL  X. 


175 
Tav.  LII.  Sepolc.  di  Tarquinia .  Àgincourt  fii- 

stoire  de  l'Art  par   les  monumenu.  FI.  XI. 
Tav.  lAlL   Sepolcri  di  Tarquinia.   Agincoort 

Hiatoire  de  F Art  par  lea  mooumeats.  PI.  XL 
Tav.    LVIII,  LIX  ,  LX.  Medaglie  Etruscbe. 

Molttdi  diversi  autori  notati  nelle  spiegazioni. 

OssERv.  170.  Monumetiti   Etruschi  di  sog- 

fatto  e  «cultura   simile  a  quei    delle  sessanta 

Tavole  del  nostro  A. 

Tav.  XfV.  Convito.  Gerì  Stus.  Etr.  Tom.  III. 

Clas.  IH.  Tab.  XIV. 
Tav.  XV.  Statuetta  muliebre  voltata  di  scfaieoa . 

Gori  Mus.  Etr.  Tom.  I.  Tab.  XXVfl. 
Tav.  XVII.  Ara  a  quattro  facce  •  Gori  Mus.  Etr. 

Jom.  I.  Tab.  CLX. 
Tav.  XIX.  Urna  rappr. un  sacrifizio  espiatorio. 

Gori  Mtis.  Etr.  Tom.  I.  T«b.  GLXXII. 
Tav.  XX.  N.  ni.  Frammesto  d'un  b.  r.  volsco 

di  terracotta.  Bassirilievi  Tolsci  di  Velletri. 
Tav.  XXI.  Guerriero  ii  bronzo  di  antico  stile. 

Gori  Mus.  Etr.  Tom.  I.  Tab.  CIX  GX.  etc. 
Tav.  XXIli.  Nume  marino  alato ,  in  atto  di  av« 

volgere,  ec.  Gori   Mus.  Etr.  Tom.  I.  Tabi 

CXLVIII.  e  Tom.  ili.  pag.  109. 
Tav.  XXIV.  Deità  marina  con  ali  al  capo  ed 

agli  omeri  tenente  una  spada  nella  destra.  Go* 

ri  Mus.  Etr.  Tom  MI.  ClIILTab  XXVIII. 
Tav.  XXVI.  Anima  diun  trapassato  guidata  dal 

Genio  buono .  Gori  Mìis.  Etr.  Tom.  III.  Glas. 

III.  Tab.  XX.  e  Tab.  XXIV. 
T^v.  XXVII.  Gocchio  da  viaggio.  Gori  Mus. 

Etr  Tom.  III.  Class  III.  Tab.  ZXII. 
Tav.  XXVIII.  Nobile  GiMxbio.  Gori  Mus.  Scr. 

Tom.  I.  Tab.  GLXIX.  N.  a.  t 

Tav.  XXXIV.  Pompa  trion&Je .  Gori  Mms.  Etr. 

Tom.  III.  Clas.  III.  Tab.  XXVIII. 


\Z6 
Tar.  XXXVI.  Scena  domisitica.  Gori  Mub.  Etf/ 

Tom.  III.  Clas.IlI.Tab.XIX.  Tom.I.  et  Tom. 

I.  Tab.  CXXXIII. 
Tav.  XXXIX.  Facce  laterali  di  uq*  urna .  Gori 

Mus.  Etr.  Tom.  III.  Glas.  IH.  Tab.  XIL  et  XXI, 
Tav.  XLII.  Figura  colcata  .  Goti  Mus.  Etr.  Tom. 

III.  Clas.  III. Tab.  XXV,  XXVI,  XXVIII. 
Tav-  XLIII.  Urna  in  Alabastro  di  buona  Seul* 

tura .  Gori  Mus.  Etr.  Tom.  I.  Tab.  CXXXV, 
Tav.   XLVII.  Urna  in  alabastro  molto  guasta  ; 

Oreste  in  atto  dì  uccidere  Glitennestra.  Gori 

Mus.  Etr.  Tom.  I.  Tab.  CXXV. 
Tav.  XLVIII.  Oreste  in  Delfi.  Gori  Mus.  Etr. 

Tom.  III.  Clas.  III.  Tab.  XVIII.  XIX.  Dem- 

pster.  Etrur.  Regal.Tom.  II.  Tab.  LXXXl.Na. 
Tav.  LIV.  Agata  onicina  in*  forma  di  Scarabeo .' 

Winkelmann  Mus.  Stosch.  Descript,  pag.  348. 
Tav.  LV.  N.  t.  Coraiola  .2.  Agata .  3.  Corniola . 

Gaylus  Ree.  d*Ant.  Grecq.  Etr.  Egypt.  Kom. 

Gaul.  Si  trovano  sparse  per  V  opera  di  questo  A*. 
Tav.  LVII.  N.  I.  Statuetta  muliebre  in  bronzo. 

Gori  Mus.  Etr.  Tom.  I.  Tab.  IX.  N.  2. 

Testo  Tom  I.  Prefazione  :  Quei  che  vorran- 
no seguirmi..  ..Nuove  e  importanti  scene  nel- 
la Storia  dei  genere  umaao  potranno  meritare 
l'attenzione  de' miei  lettori.  Gì'  Italiani  in  spe- 
cie vi  apprenderanno  a  sentire  ec. 

OsSERv.  127.  Per  mezzo  di  queste  mìe  esser* 
.vazioni  se  ne  dovrebbe  a  mio  parere  piuttosto 
inferire  che  Quei  che  vorranno  seguirlo  vi  ap- 
prenderanno dèi  gravi  errori  e  non  pochi . 

Come  al  Beroso  non  mancò  un  RafFael  Vol- 
terrano,  agli  Scaritti  un  Leone  Allazio,  allfe 
Origini  Italiche  un  Antonioli^  al  Museo  Etru* 
SCO  un  Lanzi,  che  ci  mostrassero  le  falsità  e 


177 

i  traviamenti  di  qaelid  opere  .  « . .  Ma  perchè 

cerco  eseinp)  si  lamiaosi?  meglio  dirò  al  mio 
caso,  sì  pel  critico  che  pel  criticato  »  che  siccome 
alla  curiosa  Dissertazione  sul  Re  Scorpione,  e 
sulla  Regina  Tana  nuovamente  scoperti  dal  se- 
dicente Teconianitico  Canonico  Seilari  (i)  non 
mancò  un  Avviso  al  Pubblico  che  ne  fac^se  rileva- 
re il  ridicolo  non  metxo  che  l'immaginario ,  co^- 
sì  air  opera  dell*  Italia  avanti  il  dominio  dei 
Romani  erano  inevitabili  le  Osservazioni  che 
ho  scritte  ^  disinganno  del  Pubblico ,  e  spe- 
cialmente degli  Artisti  degli  Antiquari  e  degli 
Storici ,  non  meno  che  a  giustificazione  di  quei 
sommi  Uomini,  e  veri  benemeriti  della  Patria 
comune ,  da  me  nominati  all'  occasione  in  queste 
mie  osservazioni  ,  alle  dottrine,  e  verità  dei 
quali  sarebbe  di  troppo  grave  danno  che  fosse- 
ro sostituite  le  nuove  scene  del  nostro  A.  Pro- 
testo per  altro  tutta  la  dovuta  considerazione  al 
nostro  A.  ad  esclusione  soltadto  della  di  lui  sin- 
goiare erudizione . 


(i)  Antologia  Romana  Voi.  HI.  N.  42. 

F.  Inghirami 

Direttore  del  Museo  ,  e  della 
Libreria  di  Volterra. 

9 

IRRORt  CORREZIONI 

« 

Pag.  16.  Testo        ^.  Testo  Prosegue . 
p.  ip.  Osserv.  23.  Osserv.  28. 

p.  (zi.  V.  Otfserv.   H6.)  Osscrr.  85.) 

p-  116.  Auriga  di  Pelope.  di  Enomao  . 

p.  125.  Osserv.  ijd.  Osserv.  l3(J. 

p.  i58.  Ulisiis  Ulyssis 


S  Q  H  M  A  R  I  O 
DELLE    aSSERVAZIONf 

Dalle  ^fiali  «•  na  gai  deditm  guanto-  appretto-. 


M 


olti  moniHnenti  fono  gik  acati  pubKlicati  dir 

altri.  Osserv.  1^5. 
Altri  monomeAct   concengon*  aoggecti  gik  pabbli*^ 

catt.  rx6. 
1  monumenri  dei  Mnaei    d*'0}trainonte  coosistono 

in  ufia  ao'lft   contioU  di   aoggetco  incognito .  5* 

i6.  ì63. 
La  profuaione  dei  monumenti  è  floperiore  «1  btaogno  ^ 

anoarchè    eaai  foasero  utiH  air  opera.  28*.  40.  Ì2^ 

Ii5.   141.  140-  14?-  169..  179; 
Le  tavole-  di  nunriamatica  aono    all'  aggregato    da 

medaglia  poace   aert%'  ordine ,  •  aenza    oggetto  ^ 

172. 
Alcuni  disegni  dei  ntontimenti  mancano  del  carao* 

tere  dell*  originale ,  d^onde  aoA  trKti'.3^  ri.  36^ 
.     i3d.   i38.  140.  166. 
Altri  mo»innenti  aono  mutilati,  a  trarfatt  nel  dise» 

gno.  3.  ti.  iSK  81.  1*03  117.  i3fr.  141. 
I  monumenti  aon  malr  rnterpetsati .  l5  4*i;  44.  79» 

81.  io3vio8.i{i.  n3.  ir?.  118.  12*1*.  idp.  141.  1S5K 
I  monumenti  aon  male  adattati  af  auasidio  del  te- 

ato.  2.  41.  43.  4Z  96.  100.    ir3.  118^  129.    i39i 

170.  172. 
I  monumenti  reatano  inutili  all'opera,  perchè  iioit 

banndlcon   esaa   veruna   relazione.  4.  5.   tf.  i3* 

fi.  i<oo.  410.  uà.  114.  ri8. 120. 131.  122.  126.  127^ 

141.  143.  171    172  ^ 

Alcuni  anonuHMrnti  aono  inutili  all'opera  per  eaae- 

re  male  apiegati.  4.  7.  ijk  25r-  3l.  81.  108.  ii3. 

118.  127. 
Alcuni  monumenti  aono   inutili  air  opera  per  non 

eaaervi mai  nomintti.  2^.  3o«  40. 16.  i%u  141.  id3. 


f 


^?9 

Mentre  abbondano  troppo  i  monamenti  della  Na-* 
zionf?  Etru^ca ,  mancano  del  tutto  t  monumenti 
delle  altre  nazioni  che  esistevano  in  Italia  avan- 
ti il  dominio  de'  Romani ,  non  meno  cht  i  miglio- 
ri degli   Etraschi.  6.8.   12.  a8.  3o.  172 

Qaeati  monumenti  pubblicati  in  sussidio  della  sto* 
ria  dei  costumi  d'  Italia  avanti  il  dominio  de'  Ro" 
mani  son  tutti  scolpiti  posteriormente  àquest'  epo- 
ca a  riserva  di  due  o  tre,  e  di  alcune  medaglie,  l. 
6S.  78.  86.  89.  96.  111.  117.  119.  143.  164. 

Alcuni  monnmenti  ^ono  stati  spiegati  da  altri,  e 
sebben  qui  sien  riprodotte  le  loro  spiegazioni ,  se 
ne  tai^e  l'Autore  vero.  118.  i3o.  i35.  i32. 

L'A.  appoggia  la  storia  dei  cosrumi  degli  Etru- 
schi a  dei  fatti  Greci  perchè  espressi  nei  monu» 
menti  scolpiti  dagli  Etruschi .  48.  49.  85.  86.  f^» 
98.  pp.  100.   icS.  124* 

L' A.  manca  di  alcune  cognizioni  nelle  belle  arti ,  on- 
de trattare  e  ragionare  so  i  monumenti  anti- 
chi .  67.  68»  fi.  82.  84,  i36.  i38.  148.  i5o.  i55. 
157.  159.  162.  164.  16S.  167.  171.  172. 

Alcune  osservazioni  da  esso  fatte,  notare  nei  mo« 
numenti  non  hanno  verun  oggetto.  29.  97.  14 1' 
142.  i63. 

L'  A.  non  ha  praticf  della  Mitologia  sebbene  es- 
sa sia  rappresentaca  nella  maggior  parte  dei 
monumenti  da  esso  prodotti  .  44.  69.  74.  76.  80. 
loi.  io3.  104.  m3.  118.  it27.  i3o.  i3i. 

L'  A.  attribuisce  agli  Etruschi  una  mitologia  tutta 
propria  e  nazionale ,  alla  quale  appartengono  tutti 
quei  monumenti  (come  ei  crede)  che  non  sa 
spiegare.  48.  117.  i3u  i32.  i33.  134. 

L' A.  non  conosoe  la  vera  storia  degli  antichi'  po- 
poli Italiani ,  della  verità  della  quale  convengo* 
no  tutti  gli  Eruditi  dei  nostri  tempi .  61.  63.  134. 
145.  iSi.  157.  161.  173. 

L'A.  ha  immaginata  nna  storia  delle  Arti  antiche 
d'Italia  assolutamente  ipotetica.  8.  io.  33.  34.  5i. 
52.  53.  54.  64.  149,  i5o.  i52.  1S7.  162. 

L'A.  per  sostenere  il  suo  piano   di    storia  special- 

•  mente  per  le  arti  d'Italia  è  costretto  a  rigetta- 


i8o 

re  ftiitoritk  di  ctassici  le  più  ricerate  dai  modera 
ni .  IO.  54.  55.  58.  iS?.  161. 

L' A.  riproduce  rancide  obiezioni  fatte  alTopinio- 
ni  attualmente  accettate  sulla  ttoria  antica  d' 
Italia  ,  mentre  e9«e  sono  state  già  discusaé  e  pie* 
n amente  confutate .  Sp.  64.  ló'l. 

L*  A.  non  ha  conosciuta  rioipossibtlitk  chele  Scul- 
ture delle  urne  cinerarie  conteni^ana  quei  tali 
fatti  che  vi  ha  snpposri.  48.  74..  ^5  Se.   108.  iip.. 

L'A.  chiama  spiegazioni  delie  sue  tavole  alqune 
semplici  descrizioni  latte  a  guisa  d*Inveiltarj  .4;^ 
14.  21.  1 13.  i(S8. 

L'A.  non  si  serve  mai  di  cronologia  per  classare 
\tL  sua  storia  .  %  22.  4i.  '66.  7S.  78.  pt.  109   I4($. 

L'  A  S'istituisce  filbsiofiche  congetture  alla  veritk 
della  Storia .  9.  3*2.  23.  25   2?  35   38.  5l.  66.  i52. 

L*.  A.  dk  alcune  spiegazioni  e  definizioni  false.  3f. 
32.  45.  ^6  7A'  8i-  io5.  107;  118.  I2a.  125.  ii6i 
128.  i58.  159. 

L*  A.  tira  delle  conseguenze  mancanri  d'  un  giusto 
antpcedente    22.  23.  24..  25.   57.  60.   162. 

L' A.  interpetra-  male  i  pa^si  degli  Autotr  latini  dfr 
e34o  eitati .  i5.  2%   41*.  90.   i59^. 

L'A.  varia  il  sentimento  din  passi  che  riporta 
tratti  dai   Claitsici .  24.  43    l5r. 

L*A.  non  può  dare  un  giudizio  sulla  vera  inter- 
petrazione  dei  Classici  latini  per  servire  alla  sto- 
ria mi*ntre  dimostra  di  non  sapere  tutte  le  re* 
gole  della  loro  lingua  .   \S6    i59.  174. 

L*  A.  abusa  degli  altrui  penstert.  32:  3^.  43.  89. 
i43    iSo.  i?3,  174. 

L' A.  si  contradice .  6.  22.  28.  34-  ^^'  ^'^*  ^^'  ^^^ 
84.  9^i  144.  i5o.  i£j.  i53.  154.  160.  161.  i6S.      I 

L*A.  asserisce  molte  cose  ehe  non  sono  evidenti 
né  provate.  20.  54.  70.  72.  79.  85.  88.  97  100. 
<o3.  139.   142.   |58. 

L*  Opera  del  nostro  A.  non  fa  onore  air  Italia  . 
17.  1Ó8.  177. 


^ 


COLLEZIONE 

D'OPUSCOLI  SCIENTIFia 
E  LETTERARJ 


I  I> 


•  ESTRATTI  D'  OPERE  INTERESSANTI 


Vtresque  acquirit  eundo 

VIRG. 


Voi.  XIV. 


FIRENZE  1812. 


PR2S90  PRAKCESCO  DADDI   IN   BO&QO  OGKI9SAKTI 


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Tv^.4. 


Fùf.b. 


jPw.  4- . 


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mmm^mam^ 


COLLEZIONE 

D'OPUSCOLI  8CIBNTIFICI 
E  LETTERARI 

E  B 

ESTRATTI  D'OPERE  INTERESSANTI. 


Metodo  per  rendere  la  Geometrid  independente 
dal  principio  della  sovrapposizione  delT  Abate 
Lue'  Aatomo.  Fagnini  Professore  di  letteratura 
latina  nella  Imperiale  Accademia  di  .Pisa .  Edi- 

ùone  seconda  riveduta  e  corretta  dalT  Autore . 

• 

Per  me ,  secluso.  impositu  ,.aejua  trigona  patesQtini . 

X  roppo  60Q  io  lontano  dall'  opipioa  di 
tf  rtuni ,  i  quali  stimano  >  che  il  celebre  prjin- 
clpio  e  comunemente  adottato  della  sovrappo*- 
•izione,  che  altri  chiamano  congruenza,  poco 
o  nulla  8ia  degno  della  Geometrìa  teorica,  e 
però  bramano  che  da  questa  sia  del  tutto  sban- 
dito. F^r  verità  un  tale  princìpio  non  consi- 
ste ,  come  sembra  per  avrentura  a  costoro , 
in  una  grossolana  e  meccanica  operazione , 
qual  è  quella  d'un  artefice,  che  più  e  più 
volte  vada  applicando  la  misura  d'^un  braccio 
a  una  parete  per  rintracciare  in  tal  guisa  con^ 
l'ajuto  delle  mani  quanto  sia  lunga.  La  dimo^ 


f  - 


X. 


4 
srrazione  appoggiata  alla  sovrapposizione  geo- 
metrica è  una  vera  e  genuina  operazione  del- 
r  intelletto ,  che  meditando  trasporta  una  figu- 
ra sopra  d' un'  altra  :  e  primieramente  guidato 
dall'evidenza  assume  per  cosa  certa i  che  se 
alcune  parti  d*  una  figura  sieno  uguali  ad  al- 
cune parti  d'  un*  altra  )  per  esempio  una  linea 
retta  ad  una  linea  retta ,  ed  un  angolo  ad  un 
angolo  9  le  dette  parti  sovrapposte  le  une  alle 
altre  si  cuoprono  e  si  combaciano  esattamen- 
te. Poscia  dal  combaciarsi  di  queste  parti  si 
deduce  per  via  di  raziocinio  il  combaciarsi  di 
tutte  r  altre  ;  dal  che  risulta  la  perfetta  egua- 
glianza delle  figure ,  in  virtii  di  queir  assio- 
ma: le  cose,  che  si  combaciano  insieme  ,  sono 
uguali  tra  loro .  Questo  principio  semplice  » 
chiaro  e  dedotto  dalla  natura  medesima  delle 
cose ,  produce  una  vera  e  perfetta  dimostra- 
zione •  « 

Quantunque  però  un  tale  principio  meriti 
d*  essere  approvato  e  ricevuto  nella  Geome- 
tria ,  tuttavolta  non  sembra  che  debba  essere 
biasimata  l'industria  di  chi  abbia  scoperto 
qualche  altro  mezzo  valevole  a  dimostrare  quel- 
le medesime  verità ,  le  quali  mediante  il  pre- 
lodato principio  si  trovano  già  dimostrate  .  I 
tentativi,  che  da  parecchi  a  tal  effetto  si  sono 
fatti  in  addietro^  non  han  potuto  meritare  la 
comune  approvazione  e  il  pubblico  gradimento. 

Alcuni  anni  sono  fu  da  me  pubblicato  con  le 
stampe  un  piccolo  scritto ,  che  ha  per  titolo: 
de  principio,  super posìtionis  geomttriae  non  ne* 
cessarioy  d'  onde  apparisce  che  la  geometria 
può  essere  indipendente  da  cosi  fatto  princi- 
pio. Il   mio  metodo  è  stato  da  molti   uomini 


!  . 


intendentÌ98Ìmi  esaminato,  e  per  loro  attesta- 
zione riconosciuto  giusto  e  sicuro.  Questo  me- 
todo stesso  da  me  ridotto  a  maggior  brevità, 
facilità  e  chiarezza  ritorna  in  luce  a  qual  che 
siasi  -giovamento  o  diletto  di  que'che  amano 

una  tal  sorta  di  stud). 

•  * 

Assioma  {fig.  2.) 

Se  due  triangoli  ABG^abc  sono  equilateni 
ed  equiangoli  tra  loro ,  cioè  taii  che  tutti  e  tre 
^  i  lati  AB,  BG,  GA  deiroino  sieno  uguali  a 

tutti  e  tre  i  lati  abt  bc ,  ci^  dell'  altro ,  cia« 
senno  a  .ciascuno ,  e  tutti  e  tre  gli  angoli  »  A  , 
B,G  sieno  uguali  a  tutti  e  tre  gli  angoli  a  «b,  e, 
compresi  da'  lati  uguali ,  essi  triangoli  sono  to-^ 
talmente  uguali  tra  loro. 

La  oosa  è  manifesta:  poiché  in  tale  supposi- 
zione amt^edue  i  triangoli  hanno  uguali  tutti  i 
loro  costitutivi  y  che  sono  i  tre  lati  e  i  tre  an- 
goli ,  e  nulla  resta  a  potersi  assegnare ,  onde  sia 
Tuno  di  loro  diveVso  e  diiferente  dall'  al^ro  . 
Perciò  anche  l'aree,  o  vogliam  dire  gli  spaz) 
occupati  e  compresi  da  loro  ,  debbon  essere 
uguali. 

Lemma 

Se  nel  diametro  AB  d'un  cerchio  si  prenda 
fuori  del  centro  G  un  punto  D ,  d'  onde  sieno 
tirate  nei  semicerchio  alla  circonferenza  tre 
rette  DE ,  DP ,  DG ,  la  retta  DE  più  vicina 
alla'  retta  DGA,  che  passa  pel  centro,  sarà 
maggiore  della  retta  intermedia  DF,  e  questa, 
sarà  maggiore  della  terza  DG  (^^.  i.) 

Dal  centro  G  si  tirino  a'  punti  £ ,  F ,  G  le 


€■ 
retteCE,  GF ,  GG.  Pòrche  nel  triangolo  CHG 
\6  due  rette  £H,  HG  prese  insieme  sono  mag'^ 
glori  della  terza  EG  secondo  V  assioma  d'Ar- 
chimede generalmente,  adottato  (i)  ,   saranno 

(l)  Chi  amasse  di  veder  dimoirtrtto  questo  assio- 
ma a  foggia  di  teorema  >  \iperlaino  che  possa  essere 
soddisfatto  delia  seguente  dimostrazione . 

Due  lati  d*  un  triangolo  ABC  presi  in  qualunque 
modo  AB  9  AC  unitamente ,  sono  maggiori  del  terzo 
BC.  {fig'S')»  &*e  ciascuno  de' lati  AB,  AC  non  è 
minore  del  lato  BC,  è  i^ofAi  evidente ,  che   ambe^*  ^ 

due  quelli  insieme  soiio  maggiori   di   questo.   Sia  ^ 

pertanto  ciascuno  d%*  lati  AB,  AC  ihinore  del  lato 
BC .  Supponiamo  che  questi  due  lati  si  rivolgano 
intorno  appunti  P»C  al  disotto  della  base  BC,  co* 
f  tcch^  ne  risultino  le  rette  HB ,  HC  uguali  alle 
AB ,  AC  ,  ciascuna  a  ciascuna  :  dal  punto  B  col  rag- 
gio BA  descrivasi  il  cerchio  ADE,  il  quale  taglie-* 
ra  il  lato  maggiore  BC  in  un  punto  D,  Spasserà 
pel  punto  H .  Parimente  dal  punto  G  cof  raggio  C A 
descriiMisi  il  cerchio  AFG  ,  il  quale  segherà  il  sud*  ^ 

detto  lato  maggiore  CB  in  un  punto  F ,  e  passera 
pel  medesimo  punto  H;  dunque  i  due  cerchi  ADE» 
AF^s'  incontrano  in.si(ime  in  due  punti  A,  H  posti 
V  uno  di  sopra  ,  V  altro  di  ^tto  della* retta  BC  ;  perciò 
debbono'  fra  loro  segarsi  in  modo  che  t'arco  ADH 
del  primo  cada  verso  la  parte  C  ,  e  Tarco  APH  del 
secondo  cada  verso  la  parte'  B.  Ciò  stabilito,  per- 
chè la  BA  è  uguale  alla  BD,  e  la  BD  è  maggiore 
della  BF ,  anche  la  BA  sark  maggiore  della  BP  .  E 
perchè  la  AC  è  uguale  alla  CF ,  sark  la  BA  insie- 
me con  la  AC  m'aggioré  della  BF  insieme  con  la 
FC,  cioè  di  tutta  Isf  rett^  BC.  Adunque  ec. 

II  celebre  Sig.  Abate  Venini  ha  dato  le  migliori 
definizioni ,  che  desiderare  si  possano  della  linea 
retta  e  della  linea  curva ,  cioè  :  la  prima  è  quella 
che  rivolgendosi  intorno  a  due  de*  suoi  punti  non 
chiude  spazio;  la  seconda  è  quella  che  rivolgen- 
dosi intomo  a  due  de'  anoi  punti  racchiude  spazio  * 


w 


maggiori  ancora,  delln  tetta  VG ,  per  easere  ÉG^ 
FG  uguali,  fliccome  raggi  del  medesimo  cer- 
chio. Tolta  via  la  retu  comuhe  HC»  fiarà  la 
rimanente  EH  maggiore  della  rimanente  FH . 
Presa  poscia  in  comune  la  retta.  HD^  sarà  la 
*  EH   insieme   con  la  HD,  ^ioè  tutta  la    ED, 

maggiore  delle  due  FH ,  HO .  Ma  queste  nel 
triangolo  FHD  prese  insieme  sono  maggiori  del* 
Ia  Fu.  Dunque  a  più  forte'  ragione  la  retta 
£P  è  maggiore  della  rqtta  ^D.Gon  lo  stesso 
las^iocinio  si  dimostra  qbe  la.  FD  è  maggiore 
t  delia  OD.  Dunque  la  retta  ED  piìi  vicina  al* 

la  DGA  9  che  passa  pel  centro .  è  maggiore  del- 
la retta  intermedia, FD^  e  questa  è  maggior,^ 
della  terza  GD . 

Sco;(ja 
«  • 

La  verità  di  questo  ^emma  si  dimostra  nelr* 
è        la  stessa  maniera,  ^e  il  plinto  D  sia 'preso  in 
una  estremità  B  dei  diametro  AB . 

PRPPOSUIONE  I. 

.  Dato  un  triangolo  FGD ,  il  quale  abbia  due 
Iati  VQ»  GD  cosunti  in  lunghf^a,  e  il  lato 
o  base  FD  variabile  ^  se  V  ai^goJiu  FGD  divien 

Dal  che  si  deduce  apertUsimamente ,  che  se  la  ret- 
'■^  ta  e  ù  curva  hanno  gli  stessi  termini,  la  prjma  è 

[  più  breve  della  seconda.  Con  la  stessa  evidenza  si 

conosce',  che  se  un  triangolo  si  rivolge  intorno 
a  un  suo  lato,  questo  hto,  che  nella  sua  rivolu- 
zione non  chiude  spazio,  è  minore  dagli  altri  due 
lati ,  che  rivolgendosi  incorno  al  detto  lato  chiu- 
dono spazio  . 


• 


» 


maggiore  o  minore,  anche  la  base  FD  diverrà 
maggictre  o  minore;  e  se  la  base  FD  divien 
maggiore  o  minore,  anche  l'angolo  FCD  di- 
verrà maggiore  o  minore. 

Prima  parte.  Dal  punto  C  con  T intervallo 
d*un  lato  FG,  il  quale  sia  non  minore  dell'al- 
tro lato  CD ,  descrivasi  la  circonferenza  FABP, 
e  prolunghisi  il  lato  CD  quanto  è  necessario 
per  compiere  il  diametro  AGDB.  Supposto  imr 
mobile  il  lato  CD,  affinchè  T angolo  FGD di- 
venga maggiore  o  minore,  è  necessario  che  il 
lato  FG  movendosi  intorno  al  punto  G  vada  a  I 

terminare  in  qualche  punto  E-  dell*  arco  FA  o 
in  qualche  punto  G  deir  arco  FB.  Onde  nel 
primo  caso  la  base  variabile  FD  dee  farsi  ugua- 
le ti  ED,  nel  secondo  caso  dee  farsi  uguale 
a  OD.  Ma  la  SD  è  maggiore,  la  GD  è  mi-, 
nore  della  FD  (  Lemma  ) .  Ounque  se  V  angolo 
FGD  divien  maggioiy  o  miniare,  anche  la  base 
FD  divien  maggiore  o  minore .  ^ 

Seconda  parte.  Premesse  le  stesse  cose  che 
nella  prima ,  affinchè  la  base  FD  divenga  mag- 
giore o  minore ,  è  necessario  che  ella  insieme 
col  lato  o  raggio  FG  si  muova  intorno  al  semi- 
cerchio AFB ,  e  vada  a  terminare  ,  come  sopra , 
a  un  qualche  punto  E  dell'arco  FA,  o  ad  un 
qitalcbe  punto  G  dell'arco  FB.  Ma  nel  primo 
caso  l'angolo  FGD  diviene  maggiore,  qual' è 
l'angolo  EGD;  nel  secondo  caso  divien  mino- 
re ,  qual'  è  r  angolo  GGD.  Dunque  se  la  base 
FD  divien  maggiore  o  minore,  anche  l'angolo 
FGD  divien  maggiore  o  minore. 


i 


♦ 


GOROLLAR1# 

Dati  due  triangoli  EGD ,  GGD ,  i  quali  ab- 
biano due  iati  £G ,  CD  uguali  a*  due  lati  GG  , 
CD, 

I.  Se  rangole  EGD  è  maggiore  dell'angolo 
GGD,  anche  la  base  ED  sarà  maggiore  della 
base  6D, 

d.  Se  la  base  ED  è  maggiore  della  baseGD^ 
anche  V  angolo  EGD  sarà  maggiore  dell'  ango- 
lo GGD.- 

« 

PROPOSIZIONE  IL 

Se  due  triangoli  ABG ,  abc  sono  equilateri 
tra  loro ,  cosicché  i  tre  lati  AB  »  BG ,  GA  sie- 
no  uguali  a*  tre  Iati  ab  »  bc ,  ca  ,  ciascuno  a  cia- 
scuno, essi  triangoli  sono  totalmente  uguali. 

ifig'  a.) 

Dimostro  in  primo  luogo  che  rantolo  A  è, 
uguale  air  angolo  a.  Poiché  i  due  lati  AB,  AC 
del  triangolo  ABG  sono  uguali  ai  due  lati  ab, 
àc  del  triangolo  abe  ,  se  V  angolo  A  fosse  mag» 
giore  o  minore*  dell' angolo  a,  anche  la  baseBC 
del  primo  sarebbe  maggiore  o  minore  della  ba« 
se  bc  del  secondo  {Corol.  prop.  i.  n.i.  ).  Ma  la 
base  BG  è  uguale  per  ipotesi  alla  base  bc .  Dun- 
que anche  Taneolo  A  é  uguale  ali* angolo  a. 
Nella  stessa  guisa  dimostreremo  che  1*  angolo  B 
è  uguale  all'angolo  b,  e  T angolo  G  all'ango- 
lo e.  Dunque  i  triangoli  A£G,  abc  che  son  tra 
loro  equilateri,  sono  eziandio  equiangoli  tra  lo* 
ro.E  perciò  sono  totalmente  uguali. (^5^fo/na). 


J 


/ 


"  PR0S08IZIONS  IH. 

Se  due  triiEuigoll  ABC  »  àbo  hsmno  due  tati 
AB ,  AC  ttgoali  a  du^»  lati  a& ,  ac,  e  uguali  gli 
angoli  A  9  a  compresi  da*  lati  uguali,  essitriao* 
goU'  8ono  totalmente  uguali . 

Bs6endo*uguaU  v  due  lati  AB ,  AG  a'  due  la- 
ti ah  ,  ac ,  se.  la  base  BG  fosse  maggiore  oaun#* 
re  delliBt»  base  bc ,  anche  V  angolo  A  sarebbe  mag- 
giore o  mìnopedeli* angolo-a {.Coroi prop>,  I.  n.  2.) 
Bla  V  angolo  A  per  ipotesi  è  uguale  a41^aii>go^ 
lo  a .  Dunque  anche  la  base  BG  è  uguale  alla  \ 

base  bc .  Adunque  tutti  e  ti^e  i  lati  del  triango- 
lo ABGsono  uguali  a  tutti  e  tre  i  Iati  del  trian- 
golo abc ,  oiasGunO  a  ciascuno  •  Esseiyio  pertan- 
w  i  detti  tiian^oli  equilateri  tra  loro  ^eoQO  te* 
talmente  uguali  {propos.  II,  ) 

Scotio 

• 

Ttttte*il  resto  della  Geemeifia  a  fisei;?a  di         I 
eoestO'  due  nosiare  piopoiizioni  9  e  3  »  cb.e  eoe- 
ri^peedono  all'  ottaTa<  ed  e^la.  quarta  d^li  priiQO 
libco  ^  Euclide ,  A  trova  be&.  dimost;ra,to  comur        • 
nemettte  tenaa  il  principio  deUa  sovrapponi  apio-' 
iie(2) .  Ferciòi  qualora  venga  accettato  e,me«40 

{n)  Euclide  dimpstf a  per  m«£Zo  d«Ua  sovrapposi» 
2Ìofie  la  proposizione  XXIV  del  libro  3  >  la  quale 
dice  che  i  simili  segmenti  di  cerchi  costituiti  sopra 
lince  rette  uguali  sdbo  uguali  tra  loro.  Ma  il  Tàc- 
qoet  ottimamente  psserva ,  che  una  tale  proposi- 
zione non  è  punto  necessaria  albi  Geometrìa ,  e  che 
'senza  le  proporzioni  non  poasoiao  essere  ben  deg- 
niti i  segmemii  «iwiiU  de'  c««cbi .  Oltreché  una  esat- 
ta  dimostrazione  di  «ì  fatta  proposizione  si  trova 
da  liit  esposta  tra  i  corollar)  della  proposizione  ul- 
tima del  libco  VI . 


II 

in  pratica  il  metodo  sovraesposto ,  la  Geometrìa 
resta  libera  e  indipendente  dal  divisato  prìn* 
cipio  (3). 

(3)  Merita  osservazione  il  modo  fAcìVt  ed  ele- 
gante» che  il  nostro*  metodo  somministra  t»er  di- 
tnostrare  la  proposizione  quinta  del  libro  i  d'  Eu- 
clide .  La  dimostrazione ,  che  questi  ne  dk  a  tenor 
del  suo  metodo,  quanto  è  sottile  e  ingegnósa,  al- 
frctranto  rie^e  lunga  e  soat^rosa  ad  essere  beiiMn* 
tesa  da'  principianti  :  lEnoo  la  nostra- dimoatcazione* 
t  In  un  triangolo  aquicruse  ABC  gli    angoli  m,  n 

posti  sopra  la  base  BC  sono  uguali .  (  fig»  4*  )  Dal 
punto  B  col  raggio  BC  descrivasi  il'  cerchio  od  ar- 
co CDE  e  dal  punto  C  col  medesimo  raggio  CB  de« 
scrivasi  il  cerchio  od  arco  BDF.  foscia  M'  punto 
D ,  nel  quale  si  segano  i  di^e  cesdrr  al  di  «otto  del 
triangolo  ABC,  si  titina  appunti  B  t  A».  C  le  ret- 
te DB ,  DA ,  DC .  Perchè  nel  cerchio  CDE  il  rag- 
gio BD  i  uguale  al  raggio  BC  e  nel  oerchio  BDl? 
^  il  raggio  Cu  è  uguale  al  medesimo  raggjo  BC,  so- 

no le  due  rette  BD',  Ctì  ugruali  tra  loro:  e  perchè 
la  AB  si  pone  uguale  alla  AG,  e  1»  AD  è"  comu- 
ne ai'  due  triangoiv  AID,  ACD,  questi  du«  trian- 
goli sono  equtlaterì  tra  loto,  e  perciò  interamente 
uguali  (pfop.  2.  ).  Onde  gli  angoli  09.p  compresi 
dagli  uguali  lati  sono  uguali .  Oltre  a  ciò  perchè 
ne*  trian|;oIi  ABG  ,  ACG  il'  Iato  AB  è  uguale  al  la- 
to AC  ,  il  lato  AG  a  entrambi  é  comune,  e  uguali 
sone  gli  angtHi  o ,  p'  compresi  d^gli  ugurii  lati  ;  i 
detti  triangoli  sono  interamente  uguali  (  prop.  3.  ) 
o  perciò  uguali  sen  gU  angjoli  m ,  »  oppoati  al  la- 
to comune  AG. 

La  costruzione  della  presente  figura  unita  alla 
nostra  dimostrazione  è  un  fonte  copioso  di  corol- 
lari utilissimi ,  che  a  prima  vista- possono  essete  co- 
nosciuti da  tutti  quelli  i  che  sono  alquanta  versati 
nella  Geometria. 


13 


SATIRE  D'  ORAZIO 

Volgarizzate  dal  Sìg.  Abate  Lue*  Antonio  Pa- 
gnini  Professore  di  letteratura  latina  nella  Im- 
periale Accademia  di  Pisa. 


M, 


Libro  I.  Satira  L 


ecenate ,  onde  vieu  »  che  nessun  pago 
Sia  del  mescier ,  eh'  elezione  ,  o  caso 
Gli  oflFerse^  e  lodi  chi  professa  alcr'arti?  ^ 

0  fortunati  mercatanti ,  esclama 
Carco  d'età  il  soldato,  a  cui  le  membra 
Fiaccò  lur^^a  fatica  ;  e  *1  mercatante , 
Quando  squassar  dagli  Austri  sente  il  legno: 
Migliore  ò  la, milizia;  e  chi  n'ha  dubbio? 
Vassi  al  conflitto ,  e  in  un  istante  o  pronta 
Morte  ti  viene  o  lieta  palma  incontro. 

Quando  il  giurista  sul  cantar  del  gallo  ^ 

Picchiare  ode  i  clienti  alla  sua  porta  , 

Colma  di  lodi  il  campagnuol.  Chi  dati* 

Mallevadori  è  dalla  villa  a  Roma 

Citato  a  comparir,  quelli  soltanto 

Che  vivono  in  città ,  felici  appella . 

Ma  tanto  innanzi  va  questa  materia. 

Che  Fabio  seccator  ne  avrìa  soverchio . 

Per  non  tenerti  a  bada  ecco  ove  vanno 

1  miei  detti  a  parar.  Se  un  dio  dicesse: 
l' son  qui  pronto  a  far  vostro  desio  : 
Tu  già  soldato ,  in  avvenir  sarai 
Mercante ,  e  tu  legai  vivrai  ne'  campi . 
Su  via  cangiati  impieghi  ognun  si  parta. 
Che  state  a  far  ?  Se  così  lor  parlaste , 
Nessuno  il  patto  accetterebbe .  Eppure 


i8 

10  Tostra  mano  sta  l' esser  beati . 
Forge  ct^e  Giove  noa  avria  ragione 
Di  gonfiare  aerato  ambe  le  gote, 
E  dir  che  per  io  innanzi  esso  non  fia 

Si  buon  di  dare  agli  uman  voti  orecchio  ? 
Ma  per  non  far  come  chi  scherza  e  ride 
Per  baloccar  la  gente  (  eppur  che  mai 
Ne  proibisce  il  dir  ridendo  il  vero? 
Così  blando  maestro  al  fancìuUino  » 
Perchè  impari  abbicci»  dona  le  oiFelle). 
Ma  dismesso  il  burlar  battiam  %vl\  sodo. 
^  Quei  che  il  terren  col  duro  vomer  fende  ^ 

11  furbo  oste,  il  soldato,  il  navigante 
Che  ardito  solca  i  mar ,  vanno  dicendo  » 
Che  vòlte  son  le  lor  fatiche  e  stenti 

A  procacciarsi  il  pan  per  la  veccbiaja, 
E  assicurarsi  un  placid'  ozio ,  come 
La  picciola  formica,  a  noi  di  molta 
Fatica  esempio ,  quanto  può  col  rostro 
"*  Dietro  si  tragge,  e  del  futuro  accorta 

Via  via  l'abbica,  ed  il  suo  m uccbio accresce . 
Si ,  ma  costei ,  quando  V  Aquario  attrista 
L'anno  cadente ^  fuor  non  mette  piede, 
'  E  1*  ammastoto  gran  si  gode  in  pace . 
Ma  te  non  verno  o  sollion,  non  fuoco 
Nò  mar  né  ferro  da  lucrar  distoglie. 
Per  non  vedere  alcun  di  te  piìi  ricCo. 
Che  vai  sotterra  por  furtivamente 
Con  paurosa  mano  immenso  pondo 
D'argento  e  d'or?  Perchè  non  si  riduca, 
S'  io  lo  vada  scemando,  a  un  vii  bajocco. 
Ma  se  tu  non  lo  spendi,  e  che  ha  di  bello 
La  raguuata  massa?  Or  via  poniamo. 
Che  tu  ueli'aja  battut*  abbia  cento  -^ 
Mila  moggia  di  gran:  Non  la  tua  pancia 


14 

Per  questo  ne  terrà  .pia  che  la  mia . 

Sual  se  tra*«ervi  su  le  spalle  uu  sacco 
i  pan  portassi ,  Qoii  ae  avresti  {A)i 
Di  cbisQarco  ne  aadò  pia  ìargo  pasto . 
A  chi  sta  di  Natuca  entro  a*  confini 
Che  mai  -^ale  arar  cento  o  mille  campi  ? 

««^BeLgusto  è  provvedersi  a  una  gran  massa. 

*— 'Purch'io  dalla  mia  picciola  altrettanto 
Tie  possa  aver,  qual  di  lodar  motivo 
Hai  più  delie  mie  corbe  i  tuoi  granai? 
Egli  ^  co4ie;se  un  fiasco  od  uoa  tazza 
Bisognandoti  d*  acqua ,  .l' non  vo'  torla  ^  I 

Dicessi ,  a lui  fonticel ,  ma  ad  un. gran  fiume. 
Quiaci  avviene  a  chi  più  del  giusto  Agogna 
Che  iasiamecon  la  sponda  il  rovinoso 
OiFanto  ae  1*; assorba  entro  i  suoi  .gorghi . 
Ma  chi  .ciò  sol  desia  che  a  lui.  fa.dVi^op^^ 
Né  a  limacciosa . pozza  attiene  1* acqua;, 
Né  airischio  dVaiEb^r . sua  vita. espone. 
Ha  da  -insasia -avarizia. una  .gran  parte  4 

>Degli  jiomini  .accecata  ognor  ripete  : 
Non  evvirfliai  tanto  chetasti.  Ognuno  / 
Tanto /vale  quaiit*' ha  <~.Ghe  vuoi  tu  fiuvi*^ 
Lasciali  star t col :lor  makano  in  pace.         , 
Fuv¥i)ia  A.teneiun  tal  ricco  spilorcio^ 
Che  spreauva  i  motteggi  della  gente 
Fra  aeMtc^ado: ili; popolo  mi  fischia,» 
Ola  in  casa. io  mi  fo  plauso  allor  i:h'  i'  prendo- 
A  contemplare  i  miei  daoar  nellTacca. 
Tantalo  «itibondo anela  all'acqua, 

.Che  gli  fugge  dal  labbro e  che  J"  tu  ridi? 

Xa  favola  è  di  te  sott*  altro  nqme . 
.Su  que*  sacchi  ammontati  t'addormenti 
A  boeoa  aperta  y.  né  tastargl  ir  ardisci  > 
Qual  ae  fojssero  sacd  ^  €  di  lor  -g^kli 


^6 
Non  altnoumfte  che  d^ton  pioto  toUo: 
Tu  no  noa  lai  qual  giovameoto  ed  ubo 
Abbia  ti  danar .  Si  «compri  pane  a  vino  » 
Ortaggio ,  e  q4i6l  di  pia  che  uostia  frale 
Natura  sdegna  che  le  «ia  negato . 
Forse  a  te  piace  il  regghiar  notte  e  .giorno 
Gol  batticuor ,  'temendo  ladri ,  inoend) , 
E  fichiavi  che  ti  lascino  in  farsetto  ? 
Io  non  curo  tai  ben  punto  né  poco* 
Ma  tn  dirai  :  se  le  mie  membra  assale 
Ria  febbre ,  o  Veltro  mal  m' inchioda  in  letto, 
-Ho  chi  m'assista ,  chi  i  fomenti  «appresti. 
Chi  al  ^medico  'ricorra ,  affinchè  sano 
'E  "Sako  mi  ridoni  alla  mia  gente. 
Ah  non  la  moglie  e  non  il  figlio  braflM 
Che  tu  risani.  A  tutti  in  odio  sei 
Conoscenti  e  vicin,  servi  e  fantenhe,  . 
Che  maraviglia ,  se  qualor  posponi 
Ogni  cosa  al  danar ,  nessuno  in  .petto 
•Nutre  per  ie  quei  die  inon  marti ,  amore? 
Se  i  parenti,  die  ^  te  natura  diede , 
Senz'opra  alcudu  vuoi  servarti  amici , 
Tu  sciagurato  il  tempo  getti  invano  . 
Qual  ^hi  insegnasse  a  un  asinelio  in  oampe 
Ir  di  galoppo  ,  ed  ubbidire  al  freno . 
Se  non  altro  abbia  fin  la  tua  i  ingordigia ,   . 
E  quanto  bai  più»  santo  minor  (paura 
Ti  faccia  povertà;  quando  soggiunto 
A  posseder  qnahto  bramasti ,  mllom 
Al  man  xi  metti  in  calma ,  e  non^Ar  come 
Un  certo  Uvidio  (  la  novella  ò  breve) 
£i  ricco  sì  che  misurar  potea 
Danari  a  sta)a ,  era  si  scendo  e  lordo  » 
Gh*  iva  peggio  vestito  d' uno  schiavo , 
Sempre  temendo  di  morir  di  fame . 


i6 

Uaa  sua  serva ,  nuova  Glitennestra, 
Goo  uà*  accetta  In  segò  per  mes^zo . 
-Ehi  qual  consiglio  mi  vuoi  dar?  Gh*io  viva 

8ua]  Nevio  »  o  Numentano  ?  —  £  tu  pur  segui 
ose  discordi  ad  accozzar  tra  loro. 
Non  io ,  qualor  ti  vieto  essere  avaro , 
Vo*  che  tu  mi  diventi  un  gocciolone 
Ed  uno  sprecator.  Qualche  divario 
Tra*l  suocer  di  Visello  e  Taoai  passa. 
Tutto  ha  le  sue  misure ,  .oltra  le  quali 
Né  di  qua ,  né  di  là  risiede  il  retto. 
Torniamo  onde  partimmo.  E  nessua  dunque 
Pago  è  di  se  ^  come  V  avaro ,  e  quei 
Che  bau  preso  altro  cammin,  colma  di  lodi  ? 
£  perchè  la  capretta  del  vicino 
Più  gonfio  porta  il  sen,  si  va  struggendo , 
Né  alla  turba  maggior  si  paragona 
De*  meno  taooltosi ,  e  questo  e  quello 
Di  trapassar  s' afFanna ,  .ond*  è  che  sempre 
Altro  più  ricco  fa  al  suo  corso  intoppo  « 

Suando  son  dalle  mosse  usciti  i  cocchi  « 
i  stare  al  pelo  il  carrettier  si  sforsa 
Al  corridor  cbe  vede  innanzi  a* suoi» 
E  quei  cbe  addietro  si  lasciò  non  cura  • 
Quinci  è  che  rado  noi  troviam  chi  dica 
&*.aver  condotto  i  di  felici ,  e  parta 
Di  qua  contento,  come  chi  si  lieva 
Da  tavola  satollo:  e  tanto  basti. 
Perchè  non  abbi  a  dir ,  che  di  Crispino     • 
Lippe  involai  gli  scrigni^  io  qui  m'arresto. 

{Saranno  continuate.) 


r^ 


17 


JDegl*  indizj ,  che  gli  Scorici  profani  e  la  mito- 
logia  somministrano  per  mostrare  »  che  il  culto 
iTun  solo  Dio  è' anteriore  al  Politeismo ,  Dis^ 
sertasùone  letta  ali*  Accademia  Napoleone  di 
Lucca  da  Cesare  Lucchesi  ni  Consigliere  di 
Stato  delle  LL.  AA.  IL  e  ilA.  i  Principi 
di  Lacca,  e  di  Piombino. 


'N. 


on  rade  volte  addiviene  ,  che  favelUn* 
do,  0  scriveodo,  mentre  il  calor  della  dispu-^ 
ta,  od 'altro  grave  oggetto  a  se  richiama  la 
nostra  attenzion  tutta  quanta ,  alcuna*  còsa  ci 
sfugga,  che  una  piii  diligente  considerazione 
avrebbe  evitata .  Se  però  di  siffatti  errori  dob- 
biamo tutti  pur  troppo  per  difetto  à'  umana 
natura  ohieder  taJ  volta  compatimento  »  ragion 
vuole  y  che  non  siamo  poi  troppo  severi  »  ove 
altri  li  commetta.  Ma  per  1* altra  parte  sareb- 
be fallo  di  soverchia  e  pregiudiciale  induigen* 
za,  se  neppur  si  volessero  avvertire,  onde  altri 
poi  non  v' inciampi .  Queste  considerazioni  mi 
si  presentarono  alla  mente  ai  dì  pajssati,  o  Si* 
gnorì ,  quando  in  un*  opera  recentemente  usci* 
ta  in  luce  mi  avvenne  di  leggere  una  propo* 
sizione  falsissima,  che  T  Autor  suo  non  ha  av* 
vertìta.  Dtcesi  ivi,  che  il  politeismo  trovasi 
stabilito  da  per  tutto ,  come  la  prima ,  e  più  an^ 
tica  Religione  del  Mondo  (i).  Io  non  condanno 
di  rea  intenzione  questo  Scrittore,  il  quale  sen- 
za dubbio  ha  inteso  dire  altro  da  quel  che 
suonano  le   sue   parole.  Per  lui  basterebbe  sie 

(l)  L*  Italia  avanti  il  Dominio  de*  Romani  T.  3.  p.  33. 

a 


I 


t8 
altri  tacTenclo   gliele  accennasse  col  dito^  e  ne 
conoscerebbe    la  falsità,  rammentandosi   bene, 
che  il  culto  d*  un  solo  Dio  è  nato  col  l'uomo, 
come  c'insegnano  i  libri  sacri.  Ma  sono  altri 
Scrittori ,  ai  quali  è  piaciuto  asserire ,  che  ogni 
Religione  abbia  origine  dal  culto   prestato  al 
Sole,  alla  Luna,  e  agli  altri  corpi   celesti,  e 
tutte  le  sacre  tradizioni  di  tutti  i  popoli  altro 
non  siano  che  simboli   e  allegorie  dei  lor  fé* 
Domeni  (i).  Questi  senza  provarla  suppongono 
vera  quella  proposizione,  e  a  questi  soli  io  ri- 
Tolgo   il  mio  discorso.  E  siccome   favellando 
con  loro  sarebbe  inutilcLil  citare   il    Pentateu- 
co, e  gli  altri  libri  che  del  Cristianesimo  sono 
il  principal  fondamento,  perciò  voglio  prescin* 
der  adesso  da  questi  libri ,  e  solo  dagli  Stori* 
ci  profani  e  dalla  tradìzion  mitologica  prendo 
a  raccogliere  quegl'indiz),  che  confermano  la 
contrari  sentenza.  Che  se  alcune  volta  ricorre* 
rò  pure  ai  libri  sacri,  ciò  sarà  soltanto  per  og* 
getti  secondar], e  per ispiegare  e  dilucidar  mag* 
giormente  qualche  cosa,  non  mai  a  provare  le 
mie  asserzioni. 

Gli  Apologisti  della  Religione ,  che  a' pri« 
mi  secoli  fiorirono  della  Chiesa,  rinfacciavano  ai 
Gentili  nel  tempo  stesso  e  le  turpitudini  de'  lo- 
ro Dei,  e  r autorità  di  pareccBi  decloro  auto* 
ri ,  che  ancor  fra  le  tenebre  dell' idolatria  giua^ 
sere  a  conoscere, e  osarono  confessare  l'esisten* 
za  d*  un  solo  Dio.  Le  testimonianze,  che  quei 
dottissimi  Padri  raccolsero  son  molte^e  con  via* 
centi  per  l'intendimento,  che  eséi  si  eran  pro^ 

(i)  Dnpois  Orig.  de   cous   les   cukes.  Anonimo 
Fcted  et  Courcis.  de  la  Grece ,  ed  altri . 


^9 

posto;  e  agevoT  sarebbe  1*  accrescerne  il  nume- 
ro traendone  da  Platone,  da  Plutarco,  ed  al- 
tri. Massimo  Madaurense  a  cagion  d'esempio 
scriveva  zS.  Ago^t\  no:  E  guide  m  unum  esse  Deuni 
summum ,  sine  initio ,  6Ìne  prole ,  natarne  cea 
patrem  magnum ,  acque  magnificum ,  quis  tam 
demens  y  tam  mente  captus  neget  esse  certissi^ 
mum  ?  Hujus  nos  virtutes  per  mundanum  opus 
dìffusas  multis  vocabulis  invocanius:  quoniam  no* 
men  ^us  cuncti  proprium  videlicet  ignoramus  (i). 
Molto  somministrar  mi  potrebbe  Plutarco,  prii»* 
cipalmente  in  quel  dialogo  sulla  parola  £1  , 
che  si  vedeva  scolpita  suli^  [lOrta  del  tempio 
di  Delfo ,  dove  ragiona  di  Dio  ente  unico  , 
semplice,  eterno,  necessario,  come  ragionerei)* 
be  un  Teologo  dell' età  nostra.  «Queste  testi* 
monìanze.  però  provano  bensì,  che  furono  pa« 
recchi  saggi  nomina,  i  quali  conobbero  essere 
assurda  la  pluralità  degli  Dei,  e  quindi  dall* 
errore  del  politeismo  si  sollevarono  alla  cogni* 
tione  dell'  unità  di  Oio;  provano  la  privata 
opinione  d'alcuni  nel  tempo,  che  regnava  Ti* 
dolatria;  non  mostrano  la  credenza  pubblica 
de'  popoli,  prima  che  V  idolatria  s*introduces* 
ae,  e  perciò  non  giovano  alla  presente  mia  trat^ 
tazione .  Potrei  forse  citare  a  mio  favore  queU 
le  parole  dello  stesso  Dialogo,  dove  Plutarco 
dopo  aver  detto  l  che  in  Dio  non  v*  ba  uè  passato 
né  futuro ,  non  principio  né  fine  aggiunge ,  che 
0  con  queste  parole  adorarlo  dovremmo  e  chia* 
filarlo ,  oppure  come  alcuni  antichi ,  tu  sei  urio  (2). 

(i)  Fra  l'opcfre   di  S.  Agostino  T.   2.  Epist,    16. 
co7.  25.  ed.  Veri,    ìlSp. 

(i)  Plut.  Op,  T.  2.  p.  3p3.  B, 


r 


Dubitarsi  potrebbe ,  che  questa* espressione  fos- 
se un'antica  formola  rituale,  e  allora  sarebbe 
facile  il  dedurne  un  argomento  aou  disprege* 
vole .  Ma  non  è  certo  che  essa  fosse  una  for- 
mola rituale-,  né  sappiamo  chi  fossero  quegli 
antichi  e  quando  vivessero . 

Se  questi  argomenti  però  debbo. tralasciare^ 
siccome  alieni  dal  mio  proposito,  o  non  certi 
abbastanza  ,  un  altro  pi;ire  son  costretto  d'  o- 
mettere,  che  sarebbe  validissimo,  ed  è  T  ori- 
gine dell'idolatria,  come  io  la  ravviso.  La  fa- 
miglia di  Noè  divisa  e  dispersa  tramandò  a' fi-; 
gli  ;  a*  nipoti ,  e  aU' altre  gerterazioni.  la  tradi- 
zione, che  dirò  KTosaica,  perchè  Mosè  la  de-> 
scrisse  poi  fedelmente,  come  1*  avea  ricevuta 
da'  suoi  maggiori .  Questa  tradizione  da  una 
passando  ali*  altra  generazione  si  guastò  mise- 
ramente e  si  corruppe  di  tal  maniera,  cne  le 
prime  idee  si  smarrirono  in  parte,  e  in  parte  si 
alterarono  moltiplicandosi  a  capriccio  gli  Dei , 
de' quali  si  spacciarono  inoltre  infiniti  racconti 
di  stravagan?:e  ripieni ,  e  di  contradizioni .  Ciò 
si  conferma  massimamente  facendo  una  compa* 
l'azion  diligente  della  Genesi  colle  Cosmogonie 
e  Teogonie  Greca ^  Fenicia,  Caldea, ed  altre. 
Ma  quesjta  comparazione  non  si  può  racchiudere 
fra  quelli  angusti  confini,  che  debbo  prefigge- 
re al  mio  ragionamento.  Onde  neppur  questa 
prova  posso  ora  recarvi;  e  già  ve  ne  ho  parla- 
to altra  volta,  e  ve  né  parlerò  di  nuovo  in  al- 
tre radunanze.  Tralasciando  pertanto  il  mag- 
giore e  piti  chiaro  argomento  $ono  costretto  di 
contentarmi  d'  altri  argomenti  minori ,  ma  co« 
me  credo  assai  convincenti. 

Dice  Erodoto ,  che  Omero  ed   Esiodo  furo- 


21 

no  i  primi ,  che  descrivessero  ai  Greci  la  Teo- 
gonia, e  attribuisce  loro  più  e  diverse  altre 
parti   della    mitologia  .   oJroi  si  iì^t  •/  voinvev^^ 

)^  rifàd^  Tf    ^gt}  *tX>'*^  ^liXoVito    ^  •/«^««    eu/mv    ^nfifm 

Fcirifc-  W,  sunt  autem  qui  Theogonìam  Graecis 
fecerunt ,  et  Diis  cognomina  d:derunt ,  et  hitno" 
res  et  artes  distribuerunt  »  et  species  indicarunt  (  i  )  • 
Per  iV*wf«i'«c  iateado  certi  cognomi  o  sopran- 
nomi, che  in  Omero  ed  Esiodo,  e  a  loro  Imi* 
tazione  negli  altri  Scrittori  si  vedono  aggiunti 
ai  nomi  proprj  d'alcuni  Dei ,  come  Febo  ad  A- 
poUo ,  Pallade  a  Minerva ,  e  torse  anche  certi 
aggiunti,  come  xt</ft«Xfy«( ,  bianchi-braccia ,  o  fi^ 
mvi^,  occhi-bovina  a  Giunone,  e  tanti  altri  si* 
.  min  destinati  ad  indicare  la  qualità  e  natura 
degli  Dei ,  e  V  aspetto  esteriore  corrispondente 
alla  loro  natura.  Per  ti^a^^  intendo  gli  onori, 
onde  per  esempio  Giove  fu  detto  Dio  superio- 
re a  tutti  gli  Dei,  Nettuno  Dio  del  mare, Plu- 
tone dell'  Inferno.  Per  TfV«c  intendo  certe  arti 
speciali,  che  si  attribuivano  a  varj  Dei ,  come 
ad  Apollo  liL  medicina ,  onde  adirato  mandò  la 
peste  nell'esercito  Greco,  e  placato  ne  lo  libe- 
rò (2);  a  Vulcano  le  arti,  nelle  quali  s*  impie* 
Ìano  i  metalli,  con  che  egli  ifece  le  case  degli 
)ei  fondate  sul  bronzo,  e  poi  le  armi  d'  A- 
chille  (3) .  Quindi  Apollo  presso  Luciano  do* 

(f)  Herod.  Hist.  Lib.  /.  Cap.  53.  Mi  rincresce  di 
non  aver  potuto  consultare  1'  ottima  edizione  del 
Wesselinglo  dei  ijóS.  né  la  traduzione  Francese  di 
M.  Larcher. 

(2)  Hom.  II.  Lib.  L 

(3)  Ivi  Lib.  I.  V.  60;;*  combinato  col  v.  426.  e 
Lib.  18. 


manda  a  Mercurio  qual  arte  in  Cielo  eserdtioo 
i  Dioscuri,  0  »ò  mentre  gli  altri  tutti  ne  eser- 
pi taoo  alcuna  essi  soli  inoperosi  partecipano  de* 
celesti  conviti (i);  e  Bfooio  vuole, che  ogni  Dio 
iliocia  un  gelo  mestiere  (2).  Maggior  difficoltà 
•Mncootra  nella  parola  mV4«.  Il  Valla  spiega 
figuras  attribuerun$ ,  Ȉ  Snrico  Stefano  correg* 
gè  eorum  figtiras  etiam  effinxerunt^  vel  simula* 
crii  repraesentarunt  y  vel  si  oiplicius  jf^urai  ea» 
rum  ìndicarwfit ,  e  il  Gronovio  figuras  eojram 
designaverant .  Si  potrebbe  qui  prender  ìì^m  per 
1^  figura,  t  V  aspetto^  0nda  si  attribuirono  a  Giu- 
none gli  occhi  grandi  e  |e  braccia  bianche,  a 
Minerva  gii  occhi  q^riilei  ec  ;  ma  questa  spie- 
gazione coincìderebbe  in  pa^te  con  quella,  che 
Bo  data  della  voce  «t^m/^u/*;.  Credo  piuttosto 
che  ai  debba  spiegare  genera ,  species ,  e  che  * 
Erodoto  abbia  voluto  indicare  le  diverse  classi 
in  cui  gli  Dei  furou  divisi,  cioè  celesti»  ter* 
restri  I  infernali,  marini,  boscherecci,  fiumi, 
fonti ,  Ninfe  di  varie  sorti ,  in  che  si  diffon- 
de Esiodo.  Io  noQ  credo,  che  tali  cose  siano 
state  introdotte  da  quei  due  poeti  ^  come  vuo- 
le questo  Storico,  e  son  d'avviso  che  abbiamo 
un'origine  pia  antica*  Anzi  il  Signor  Heyne 
fieU' eccellente  edi^i^pe  dell' Iliade  da  lui  pro- 
curata in  Lipfiia  si  lusiagi»  di  ravvisare  qua  e 
là  tra  i  versi  d^Om^rp  filcuni  versi  d'iiltri  poeti 
più  amichi  spettanti *a  favole  mitologiche,  de 
o  egli  si  sia  appi!opi;iati,  o  i  Rapsodi  vi  abbia- 
no inseriti;  nella>  qual  cosa  però,  non  ostante 
il  sommo  pregio  lo  cai  tengo  questo  grandissi- 

(1)  Lue.  PzV.  Deor.  ^6,  T.  /.  p.  287.  ed.  1743. 

(2)  Idem  in  Decr.  T,  3.  p,  53^. 


a3 
mo  Grecistt  e  Filologo,  non  potrei  essere  del 
suo  avviso.  Ma  ciò  a  nulla  monta  pel   mio  ar* 
gomento.  A  me  basta  di  poter  asserire  che  fu 
un  tempo,  nel  quale  s' ignoravano  le  qualità  de* 
varj  Dei ,  e  le  classi  ih  cui  furono   poi  divisi . 
Ma  con  la  scorta  del  medesimo  scrittore  prore^ 
diamo  più  oltre.  Egli  dice  d'aver  udito  a  Do- 
dona,  che  i  Pelasghi  nelle  preghiere  agli  Dei 
non  dayan  loro  verun  nome  o  soprannome  per- 
chè non  li  sapevano,  non  avendoli  uditi  mai  da 
altri;  ma  con  voce  generica  li  chiamavano  Dei , 
»ioii^ ,  €  solamente  col    proceder  del   tempo  ne 
impararono  i   nomi  dagli  Egiziani  (()*  ^  ciò  si 
conferma  da  Luciano ,  che  attribuisce   appunto 
agli  Egiziani  l'invenzione  de' nomi   sacri  y  cioè 
de*  nomi  degli  Dei|  e  delle  sanre  tradizioni  (2). 
Neppur  v'erano  simulacri  anticamente,  come 
vediamo  nello  stesso  Luciano    in   Macrobio  in 
Eusebio,  e  in  altri  (3).  Varrone  citato  da  S. 
Agostino  dice,  che  Roma  per  i^o   anni  stette 
senza   simulacri,  e   lo  conferma  Plutarco  (4). 
Or  una  Religione ,  che  non   dà  alla  Divinità 
verun  nome,  che  non  divide  in  più  soggetti  le 
sue  qualità,  che  non  conosce  diverge  classi  di 
Dei,  né  ha  simulacri ,  è  la  Religione  d'  un  solo 
Dio.   Se   il  Genovesi  appoggiandosi  solamente 
al  secondo  dei  due  passi  d/ Erodoto' da  me  ci* 
tati  ne  dedusse  questa  conseguenza  (5) ,  molto 


I 


(1)  Herod.  Hist.  Lib.  2.  Cap.  52. 

(2)  Lfunan.  de   Dea  Syr.  Cap.  2.  T.  3.  p.  4^2. 

(3)  Ivi  Cap.  3.  Macr.  Somn.  Scip,  Lih.   /.  cap»  2. 
Eu$.  Praep.  Ev,   Lib*  f.  cap»  f^.  pag.  5o.  edit,   1688. 

(4)  S.  Aug.  de  Civ.  Dei  Lib.  4.  cap.  3l.  Plut.  in 
Num.  T.  /.  p»  65.  B, 

(5)  Genov.  delle  Scienze  Metaf.pergli  Giwf.  F.  2.  e  4* 


/ 


»4 
più  potrò  ded urla  io,  che  la  notizia  ivi  espret* 

sa  ho  munita  di  più  altri  sussid],   ì  quali  tutti 
allo  scopo  ffiedesìoio  tendono  concordemente. 

Anche  lo  stesso  nome  Theos^  con  che  iGre* 
ci  indicarono  Dio,  pare  che  conferali  la  me« 
desiala  verità.  Infatti  se  bt;n  si  consideri  la  sua 
più  verisimile  e  naturale  etimologia,  questa  vo- 
ce nuli* altro  significa,  se  non  che  Fattore,  o 
come  noi  diciamo  e  crediamo  Creator^  (i).  £ 

(r)  Sono  molti  ai  quali  riuscirebbe  nojosa  una 
discurisione  etimologica;  e  questi  mi  sapranno  gra- 
do, che  l'abbia  tolta  -dalla  dissertazione,  e  collo- 
cata in  Questa  nota.  Qual  è  l'etimologia  della  parola 
•^•òf  ,•  2>e«s  ?,  Si  è  voluto  derivarla  da  ^idofiat  ^  vi' 
deo ,  perchè  Dio  vede  »  e  conosce  tutto ,  o  da  "^t*^, 
curro  ,  pretendendosi,  che  gli  Dei  non  fossero  al- 
tro che  il  Sf'le,  e  gli  astri,  o  da  ^Mifitr,  contenta 
plor  y  cofiyidero  .  Si  veda  Plutarco  .  Jc  plac»  PhiL 
Lib.  I.  cap.  6.  ed  altri .  Il  Lennep  Etym,  Ling.  Gr. 
p.  334  la  deriva  da  ^  ^t* ,  curro ,  nec  non  porto  » 
„  dispono  ^  condo  y  sive  sic  vocaverint  a  c/ijrpo/zenefo 
„  sive  a  currendo  ad  similitudinem  *  soZù  ,  lunae, 
^  stellarti mque  y  qaos  deos  opìnantes  in  continuo 
^  motu  y  rei  cursu  vidcbant  esse .  ^  E  poco  prima 
dice  ,  che  qual  delle  due  sentenze  si  vòglia  segui- 
re ,  non  importa  »  ma  egli  preferisce  T  idea  del  cor- 
so .  Con  buona  pace  però  di  quel  dottissimo  Gre- 
cista non  dubito  d'asserire,  che  1*  opinione  da  lui 
preferita  è  la  peggio^is,  e  non  si  può  ammettere  in 
verun  modo.  In  primo  luogo,  quantunque  sia  an- 
tichissimo il  culto  de' corpi  celesti,  sarà  però  dif- 
ficile, anzi  impossibile  il  provare,  che  sia  anteriore 
all'introduzione  della  parola  «^(pc  .  In  secondo  luo* 
go  vuoUi  osservare  ,  che  la  qualità  più  rimarche- 
vole di  quei  corpi ,  quella  per  cui  furono  adorati 
non'  fu  certamente  il  moto  ,  ma'  bensì  la  luce  ,  e 
nel  sole  anche  il  calore  ,  e  la  forza  fecondatrice 
de'  vegetabili  ;  onde  da  queste  proprietà  ne  avreb- 


io  fterto  sigoifictto  per  mio  avviso  ha  pure  il 
some  di  Giove  presso  loro  e  forse  anche  quel- 

bero  derivato  il  nome.  In  terzo  luogo,  se  in  que* 
primi  tenopi  gli  Dei  non  avcvan  nome  ,  non  erano 
distinti  in  classi ,  e  non  avevano  offio)  proprj,  co- 
me potevano  questi  Dei  essere  il  Sole ,  la  Lana ,  e 
le  stelle,  che  hanno  nome ,  hanno  officio  dMllumi* 
nare  il  giorno  o  la  notte,  e  di  fecondare   t    vege* 
tabili,  e  sono  distinti,  perchè    le   stelle    dovevano 
essere  collocate  in  una  classe  separata   e    inferiore 
al  Sole  e  alla  Luna?  Né  più  probabile  è  1'  etimolo* 
già  proposta  dal  Ch.  ^cheid  presso  il  Lennep  luog. 
cit.  il,  quale  deduce  ^t*;  da  ^m^,  timor.  Questo  pro« 
viene  da  un  pregiudizio  nato    da   quell' etnistichio 
nrtissimo  ,  primus  %n  orbff  Deoe  fecit  timor  ^  che  ab« 
biamo  nella  Tebaide  di  Stazio  Ltb.  3.  v.  66 1.  e  in 
un  frammento  di  Petronio  p.  676.    ediz«    del  I709. 
Ma  bisogna  provare  con  validi   argomenti ,  che   la 
Religione  nasca  da  timore,  e  per  provarlo  non  ba- 
lta r  asserzione  de'  Poeti  ,  né  basterebbe  quella  di 
molti  altri,  che  sognano  ragionando.il  facto  sta» 
che  anche  parlando   storicamente ,  e   prescindendo 
dagl'infallibili  insegnamenti  della  rivelazione,  non 
ai  potrk  mai  mostrare,  che  fosse  il  timore  il  pria- 
cipal  sentimento,  il  quale    risveglistsse   neir  animo 
degli  antichi  Gentili  V  idea  di  Dio  .  Qual  sark  dun- 
qqe  la  più  verisimile    etimologia  di  questa    voce? 
Nelle  cose  remotissime  ragion  vuole,  che  la  testi- 
monianza si  cerchi  d^gli  Scrittori  più  antichi  ;  e  per 
avventura  Erodoto,  che  è  stato  fin  qui  la  mia  pri- 
ma  scorta  ;  non  mi   abbandona   neppure    in  questa 
ricérca.  Dice  egli  dunque  Lib.  2.  cap.  52.  che  i  Pe* 
lasgi  chiarfiarono  ^totfs  gli  Dei  ,  Irt  %Ì9fà^  ^iv^i  «I 
v«HM  wftf'yfia'm  ^  wcio-a^  vofutei^  i^ov  :  qnpd    res  omnes 
et  omnes  regiones  ordine  disposuerunt  ,Eg\ì  dunque 
suppone,  che  ^ti^  venga  da  ^iW,  ma  non  da  quel- 
lo, che  vuol  dire  curro;   da    quello    bensì,  che    è 
in  parte  inusitato,  e  che  si   adopra   solamente*  in 
alcuni  tempi ,  i  quali  propriamente  aono  sussidiatj 


lo,  che  gli  dettero  i  Latini*  Il  Giove  dtmqtm 
de'  priaii  tempi  non  era  per  dir  così  il  Giove 


di  Ti>ir/ui ,  e  pròpricmente  sigrtUica  pono  ,  net   qaal 
ff^nso  lo  prese  qui   Erodoto.    Anticamente  però   si- 

Ìnificava  anche  facto  ^  come  avverte  Ateneo  Deìpn. 
ih,   ir.  p.  5oi.    D.  nel   qual    senso   l'usò  Omero 
I  lUad.  Lib.  24   V.  66f.  e  altrove  più  volte  .   Si   può 

vedere  anche  Estchio  alle  parole  ^m^f^évm,  H^t^ 
ec.  E  siccóme  il  theta^  e  il  delta  aono  lettere  af- 
fini,  perchè  ambedue  del  medesimo  organo,  cioò 
linguali,  perciò  da  ^t^c  venne  /•«(»  che  sicnifcò 
lo  stesso,  onde  abbiamo  In Eslchio  ^t«(.  ••  >tdl:y  col. 
5K^6.  Oftfc  si  mutò  in  •^u^'c  >  come  li  vede  nelle  pa« 
role  composte  ^wf^of/a,  ^iul^ht»  ce.  invece  di  *••• 
fMf/ai,  ^t^ivm  ec.  e  cosi  da  ^mc  si  fece^i»V»  che 
è  precisamente  il  Deus  de'  Latini  .  Pesto  dunque 
ebbe  ragione  di  dire:  magi»  constat  id  vooabulum 
(  Deus)  ex  Graeco  M^  ttase  die  tutu  .  At«f ,  n  ^u^t  cor- 
rotti si  mutarono  in  /0^t»f}  ^aii/;,  e  quindi  intro- 
dotto V  uso  delle  consonanti  doppie  Zh^ì  ,  Giove  , 
come  piire  ^^f,  e  ^'•i  altri  nomi  dello  stesso  Dio. 
Anche  i  Latini  usarono  Di$  per  Giove  ,  onde  Die 
pater  f  e  Di^  pUer^  e  finalmente  Diespiter  ^  e  poi 
Dis  pel  GioT?  Infernale,  cioè  Plutone.  So  che  Sler- 
▼io,  ed  altri  comunemente  spiegano  Diespiter  per 
Dìei  pater ^  volendon,  che  Giove  fosse  il  Sole,  e 
ao  che  dies  si  diceva  anticamente  in  genitivo  in- 
vece di  dlei  per  testimonianza  d*  Aulo  Gellio  N6ct> 
Art.  Lih.  9.  cap.  14.  Ciò  non  ostante  io  non  sono 
éi  questo  avviso  >  perchè  il  riconoscere  Giove  pel 
Sole  è  opinione  de*  Filosofi  de*  tempi  mefho  antichi  t 
che  vt)Ievano  dare  un*  apparenza  meno  irragione- 
Tole  alle  assurdi tk  della  mitologia  .  lupiter  è  sin* 
cope  di  tuvis  piter  o  pafer ,  onde  abbiamo  nelle  ta- 
vole Eugubine  luve  patre.  Lanzi  Ling,  Etr.  7*.  X 
p.  698.  Osservando  la  somiglianza  della  parola  lave 
col  nome  Ebraico  tetragrammato  di  Dio  ,  che  si 
auole  pronunziare  lehova ,  altri  ha  voluto^  derivarla 
4m  questo .  Ma  se  si  considera ,  che  V  antica  lingua 


de*teapi  posteriori  »  quando  le  £avole  della  mi* 
tologia  furono  iatrodocte.  Il  primo  era  Dio  u- 

htiiìa  non  è  alerò  c&e  nna  comixìcme  dell' anttea 
Greca  ,  «e  si  .oonsìdera  ijioltre^  che  le  paiole  poe* 
sando  dal  Greco  al  Latino  mutano  talvolta  lo  ztua 
in  i  lungo  ,  come  vediamo  in  f««^>«c ,  jugum  ,  ?•«''>»'•  j 
per  metatesi  jnngo  ,  e*  indurremo  facilmente  a  ore* 
dere ,  che  Iuvìb  venga  da  T*^;-  E^  vero ,  che  Varrò* 
ne  de  L.  L.  Lih.  4-  <^o^*  l'-S*  inter  Aact»  £•  L.  ed. 
1 622.  deriva  Inpiter  da  \juvan9  pater  •  Ma  nelle  eti» 
«lologie  non  bisogna  laàciarsi  soverchiamente  se* 
durile  dalla  somiglianza  del  suono.  La  qualità  di 
giovare  è  troppo  generica  e  indeteAiinata  ,  e  co- 
mune a  infinite  altre  cose,  non  è  propria  e  carat* 
cerÌ9tica  di  Giove;  quindi  non  se  ne  può  derivate' 
il  suo  nome .  Varrone  era  dottissimo ,  ma  non  em 
poi  molto  felice  nelle  etimologie .  Per  convincer 
sene  basta  osservare  quella  ,  che  aggiunge  ivi  del- 
la  parola  pater  .  Pater ,  quod  patefaciat  omnia  .  Ma 
tempo  è  ormai  ,  che  asciamo  dalla  noja  di  tante 
sottigliezze  etimologiche  per  coglierne  almeno  quel* 
che  frutto .  Se  il  nome  di  Dio  ^99^  viene  da  ^**  > 
facio  y  dunque  ^9Ìf  denote  facitore ,  cioè  creatoref^ 
Ma  da  questa  voce  alterata  e  corrotta  vengono  i 
nomi  di  Giove  ^ic  f  ^k/(  »  r*^i  presso  i  Greci  ,  lu^ 
vii 9  Itiplter^  DU^  DieMpiter  t  Dìjovit  ^  cioè  Dls^  o 
Dens  lovis  presso  i  Latini  .  Dunq^ie  anche  Giove 
primitivamente  non  era  che  il  Creatore,  o  diciafA 
pure  Fattore  del  mondo  ;  oppure  per  parlare  eon 
maggiore  esattezza  i  nomi,  che  poi  si  detsTro  a  Gio^ 
ve  non  indicavano  ,  che  questo  .  Egli  fu  chiamata 
ancora  X^<%  X^^  t  ^  X^^  :  ora  queste  parole  o  sono 
una  corru?i(?ne  di  X*^i%  o  più  probabilmente  signi- 
Hcano  grande  ,  e  perciò  sono  n^noi  con  venienti sslr 
mi  di  Dio  .  Infatti  la  particola  2^tf  «  che  ora  è  inu- 
sitata ,  doveva  e9T4tere  ne'  primi  tempi  e  doveva 
avere  questo  significato  ;  di  che  abbiamo  un  chia* 
ro  indizio  in  panxchie  parole  composte  coUa  me« 
desimay  nelle  quali  essa  denota  accrescimento,  cos- 


nico 9  Dio  grande,  Dio  Creatore  o  Fattore  deU 
Tuoiverso;  il  secondo  era-  benèi  Signor  supre- 
mo dei  cielo  e  delia  terra,  ma  successore  in 
questo  impero  d' Urano  e  di  Crono  ;  ossìa  Sa- 
turno. Qualctie  reliquia  però  di  quella  primiti- 
va  credenza  ci  è  dato  di  scorgere  ancor  ne*  tem* 
pi  meno  antichi ,  di  che  recherò  solo  pochi  e* 
sempj.  Il  primo  sarà  d' Omero ,  da  cui  Giove 
è  chiamato  •■«»>  ùy^fèv  n  >My  «,  (i)  hominuai 
sator' f  atque  Deorum  ^  come  tradusse  Virgi- 
lio (2).  L'altro  sarà  di  Ferecide  Siro,  che  in 
un  framment^conservatoci  da  Clemente  Ales- 
sandrino (3)  dice  :  Z«(  to/ì  pdfo^  fiiya  TI  xm  xaXoy  . 
mfi  flV  ùUfTf  f9i%tXXu  yiv  ^  tfyivùp  xm  rtt  mynvv  àtifMam • 

lupiter  facit  magnum  pulcrumque  pallium  ,  et  in 
eo  efflngit  vario  ornata  terram  »  et  Oceanum ,  et 
Oceani  domos.  Lasciando  stare  la  poco  lode- 
vole traduzione  dell'HervetOy  osserverò  sola- 
meuce  che  il  Salmasio  illustrando  questo  passo 
dice,  che  in  ilio  praeclaro  texto  lupiter  depin" 
xerat  ynv  ^sH  •r^^^^t  terram  et  Oceanum (4) , quasi 
che  fosse  questa  una  pittura ,  0  un  ricamo  fat* 
to  da  Giove.  Bla  egli  è  evidente,  che  qui  si 
allude  alla  formazione  dell*  universo,  che  in 
certo  modo  è  un  pallio  alla  gloria  di  Dio,  il 
qual  pallio  è.  variamente  ornato  dalla  terra  e 
dall'Oceano,  cioè  da  tutto  il  globo  terraqueo>. 
Cosi  Davidde  aveva  detto ,  decorem  induisti  ami^ 


mt  X^fi^^^t   valde    abundant  pascuÌ9y  K»^i$  valde 
spirans  ec. 

(l)  Iliad,  Lio,  8.  V.  49. 

(a)  Aen.  Lib.  II.  t».  726. 

{3y  Strom.  Lib,  6,  p.  741.  ed.  Ven. 

(4)  Exerc,  PUn.  p.  S^v, 


29 

etus  lumine  sicut  vestimento:  extendens  coelum 

• 

sicut  pellem  (i).  Tolto  il  velo  della  metafora 
Ferecide  voleva  dire, che  la  formazione  dell* a- 
Diverso  ò  opera  di  Dio.  Or  io  domando,  comò 
6i  poteva  chiamar  Giove  padre  degli  aomìni^ 
e  degli  Dei ,  come  si  poteva  attribuirgli  la  for« 
maziooe  dell  universo ,  se  la  mitologia  còntra* 
diceva  a  ciò,  asserendo  che  egli  era  nato  do- 
po che  r  universo  era  già  formato,  e  dopo  che 
Urano  e  Saturno  successivamente  erano  stati  Si- 
gnori del  Cielo,  come  ho  già  accennato?  V'e* 
rano  uomini  sotto  il  regno  di  Saturno,  che  vi- 
vevano vita  felice ,  e  fu  quella  V  età  dell*  oro  (3)« 
Esisjtevano  dunque  gli  uomini  prima  di  Giove, 
il  quale  voleva  tutti  distruggerli  appena,  che 
fu  salito  sul  trono  (3).  Gonvien  dunque  dire, 
che  ciò  appartenesse  a  una  tradizione  anterio- 
re, cui  le  nuove  favole  mitologiche  non  ave- 
van  potuto  cancellar  affatto  dalla  memoria  de* 
gli  uomini.  ' 

Ma  un  altro  indizio  di  questa  tradizion  pri- 
mitiva ce  lo  somministrano  pure ,  se  non  m' in- 
ganno, le  idee,  che  gli  antichi  avevan  del  Fa- 
to. Esso  è  designato  da'  Greci  con  varj  nomi, 
ma  il  nome  più  proprio  è  a  mio  giudizio  quel- 
lo di  alca^  e  questo,  se  ben  si  considera  la 
sua  etimologìa ,  probabilmente  non  signiiica  al- 
tro che  Dio  (4) .  Giò  posto  vediamo  ora  qual 
• 

(l)  Psalm.  ic3. 

(2;  Henod.  Op,  et  Dies  v,  I08.  e  9eqq. 

(3)  AeschjfL  rrom,  v.  23 1.  e  seqq- 

(4;  Molte  sono  le  voci  usate   dai  Greci  per   de-  ' 
potare  il  Fato.  Lascio    stare  dvayxti ^  •ìro^^  Xt*^^  $  e 
simili,  che  più  manifestamente  sono  traslati  ,  e  per- 
ciò non  possono  essere   i  veri    nomi    del  Fato,   e 


8ò 
fMse  V  opifivooe ,  cht  gli  antichi  ttvevan  del  Fa* 
to.  Ma  qiMysta  oprnroire  è  cos!  iacerta  ed  avvoU 

eefiiTtdcro  teifamenTe  ««^r»  «««fM»'»  i  »f»f#5<t%iri  /tiaiffli  i 
|if foc  ec^  mirfmic  ,  ««««Aw*» ,  ed  ««v .  Il  Clcrc  ,  ch« 
•overcbiaoYeMr  amava  d' ebraizzare  pretese  nelle 
flkoce  ad  Ciiodo ,  che  *^f  veoisae  dall'  Ebraico    *11p 

(o  pittuosto  Ip  ^  ATor.  )>?-^uf .  Il  Damin  Lex.  Hom. 

«tfZ.  I  I'ó0.  k»  Aerivò  da  uff ««^  »  infundo  »  misceo  ;  ma 
poi  aJIa  col.  1208.  lo  dedusse  da  »i/f»  ,  tondeo  ,  sccit* 
<Zo>  vocseo.»  la  q.uale  opinione  segue  pure  lo  Scheid 
iieir  etimologia  del  Lennep .  Il  Lennep  lo  fa  venU 
re  dalla  voce  inusitata  ««f  «  che  per  sua  opinione 
figaificava  parte  suprema  di  i^ualunque  cosa.  Am* 
miro  V  inKegfiA  di  fugaci  etimologisti ,  ma  non  poa- 
io  arrefidermì  une  loro  asserzioni ,  ni  una  delle  qua- 
li mi  pare  abbaatanzA.  sicura .  Abbandoniamo  dun* 
^e  la  speranza,  di  scoprire  l*  etimologia-  di  questa 
voce  ,  ed  esaminiamone  il  significato  presso  i  più 
antichi  s<frittori ,  quali  sono  Omero  ed  Esiodo .  Il  pri- 
mo  r  usò  in  sìgnifienta  di  morte   o    di   fato    della 

morte  .   'Hr*  iv   »v%npuy§  xiTfa  naxnw  fiiXavH    ^mmttm»  • 
€erte  effugisMet  maimm    fatum    nigrae  mortis.  Iliad, 
Lib.  16. 1^*687.  Lo- sceaso  vedremo  fra  poco  in^Esiodo. 
Dunque   xi^r  non    è    U    Fi^to    generalmente  preso  • 
EtfJtctffiÌ¥M  come  è  noto  non  è  altro ,  che  il  preterì* 
fa  Atrico  del  participio  passivo  di  fi^f^i  divido  ^  e 
sìgitiiica   solamente   porzione   destinata   dal   Fato  , 
ma  non  è  il  nome  proprio  del  Paco.    Lo    stesso  at 
dica  di  jK^r*  >  f^'f ^  »'  f*999t!^9f  fàifmov^  che  vengono 
dallo  stesso  verbo  .  Usrfm^uìvn  è  participio  passivo  di 
'"'f0«'  usato  da  Omero//.  Lib.  18  v.  829.  e  da  Eschi; 
lo  Prom.  V.  $1 1.  o  di  w%^ctrim  ,  finio  ,  termino  .  E^  una 
formola  ellittica,    alla    quale    come    ad  mfiaff4Ìvn  si 
sottintende  /M«'f«i  o  altra  voce  simile,  e  non  è  no- 
me proprio  del  Fato.  Tlórao^  viene ,  corno  io  credo, 
da  Wtì«  inusitato,  fuorché  'n<*gli  aoristi  e  nel  futu- 
ro primo  medio,  tempi  sussidiar)    di  ici'rTmf  cado  f 
e  perciò  significar  deve  evento^  onde  si  usa  in    si- 
gnificato di  morte  y  e  di  fato  mortale  f  quantunque 


Zi 

t&  fta  uH  e  tante  contradiziooi ,  ch6  volendo 
io  parlarne  adesso ,  e  trarae  qualche  consegueD- 

poi  dopo  Omero  si  sia  nw^t^  anche  in  fenso  di  tot* 
te  felice  ^^^  ^órfàft  ic/^iik/ioiv  cum  eventu  feUoi,  fina. 
Ol.  2.  V.  34*  Kflr^KXW>ir  ricordataci  da  Suida  non  è 
altro  che  la  Parca,  come  T  indica  il  tuo  nome  prò- 
veniente  da.  KX#li^,  e  lo  confermano,  quelle  parole 
d*  Omero  Od.  Lib.  /.    v.    197.  K0lr«xXli^fV  ▼•  /S«f«ai« 
Parcaeqne  gpavea ,  ivi  citate  da  queato  Lessìcogra* 
fb.  Resta  da  esaminarsi  la  parola  «u^s^ohe  io  ere* 
do  essere  il  vero  nome  proprio  del  Fato  .  Ma  qua- 
le sark  r  altimo  significato  di  questa  voce?  Quale 
ne  saik  V  etimologia  corrispondente  al  suo  signifi^* 
pato?  La  lingua  Ecrusca,  che  dipo  tante  fatiche 
di  parecchi  dotti  nomini,  e  dell' Ab.  Lanzi  pcinci* 
palmente,  niuno  che  abbia  fior   di   senno  negherà 
essere  in  gran  parte  V  antica  lingua  Greca  alquan* 
to  alterata  e  corrotta ,  la  lingua  Etnisca ,  dbsi ,  ci 
iomministrerk  di  che  rispondere  alla  prima  doman* 
da.  Aetar  presso  ^li  Etruschi  significava  Dio,  co» 
me  insegnano  Svetonio  in    Aug.  cap.  97.   e   Dione 
Lib,  56.  e  lo  stesso  significato  aveva  pure  aesos  per 
testimonianza  d*Esichio  .  Kivi.  >k/,  »Vo  Tvfiwmf. 
Dunque  autlcamente  «u^rs  nella  lingua  Greca   forse 
•ignincava  Dio»  o  Divinità.  E^  osservabile  »  che  an- 
che in  remote  regioni    la  stessa  voce,  o  poco   di- 
versa aveva  il  medesimo  signifiesto.  Infatti  il  Rud- 
beck  nel  Lessico  Islandico,  e  l'Ihre   nel  Glossario 
Suiogotico  ci  insegnano  che  nella  Scandinavia  As^ 
e  in  plurale  cesar  ^  ed  aeair  denotano  Dio  »  ed  aeaa 
Dea:  ed  eto  era    un  Dio  de'  Galli  .  La  sua  etimo- 
logia è  incerta.  Il  Lennep  e  lo  Scbeid  Etym.p.  77. 
la  deducono  da .  «e» ,  jlo  ,  spiro  ,   o   dalla   particola 
intensiva  « ,  ed  / e-^^ ,  aequalis  ;  il  Guget  nelle  note 
ad  Esichio  la  fa  derivare  da  ^^f  venerar^  coZo;  il 
Damm  Lex.  Hom.  et  Pind.  col,  382.  vuole  che  ven- 
ga da  ^tuùt  f  divido    In  questa    disparirà   d'  opinio- 
ni ,  niuna  delle  quali  e  appoggiata  a  bastevole  so- 
stegno ,  credo  doverne  proporre  un'  altra .  I  Leeoni 


3«  .       . 

za  cóafe«80 ,  cbe  questa  parte  della  mia  disqni* 

lizione  mi  si  rende  assai  più  dell*  altre  diffici* 
le.  Lascio  star  da  parte  le  opinioni  de*  Filo- 
sofi 9  e  degli  altri  recenti  Scrittori  ;  percìiè  que- 
ste sono  private  opinioni  di  chi  modificava  o 
cercava  spiegare  la  comune  credenza ,  mentre 
io  devo  rintracciare  la  tradizion  primitiva, che 
trovar  si  può  solamente  negli  Scrittori  più  aa« 
tichi ,  e  ne'  più  antichi  monumenti*.  In  Omero 

spesso  mutavano  il  th^ta  in  sigma ,  e  da  ^>0*c  fece- 
ro W«f  e  ''•{  »  (  Hfsych.  T.  2.  col  1 191  )  onde  "»■•'  ^/t» 
chiamarono  i  Oioscorì  .  Così  pure  dissero  9'tmf  se- 
condo Esichio  col.  1179.  o  a-iavof  secondo  Eusta- 
aio  Odyss.  p.  459»  ed.  Bus,  invece  di  ^'/«^•f ,  e  ''»»'«• 
cid^t^  per  ^oTictf  e  virviit^  era  un  sacrifizio  alle  Nin- 
fe .  (  Ivi  t  questi*  voci).  Anche  i  Peloponnesi  dice- 
vano 9iii  in  flignifijato  di  Dio,  come  abbiamo  da 
Eustazio  //.  p.  ^^2-,  il  quale  aggiunge  generalmen- 
te, che  presso  gli  antichi  ^i^vpo%  Mìgnificava  ^foV** 
f«c«  Il  dottissimo  Ab.  Lanzi  L.ng,  Etr,  neir  Indice 
dubita  9  che  1'  Etrusco  aexar  venga  da  ««'«>  o  da 
o'/oc  .  Io  con  lui  credo  probabile  che  aesar  venga 
da  cur»  ,  e  aggiungo  che  questo  deriva  dall'  antico 
vt'o; ,  Né  mi  distoglie  da  questa  opinione  l'aggiun- 
ta del  dittongo  «/.  perchè  anche  in  altri  derivati 
ai  vede  simile  aggiunta  Cosi  edfnòi  ^  juvenls  viene 
da  i*àt  f  mixclWm  ^  biandior  viene  da  xaWvvàt^ed  altri 
secondo  il  Lennep  nel  citato  suo  Etimologico  • 
Quindi  stabilisco,  che  la  voce  »ì^»  significava  Dio, 
perchè  questo  significato  si  indica  tanto  dalla  pro- 
babile sua  etimologia,  quanto  dalla  consimile  pa- 
rola aesar  dell'  affine  lingua  Etrusca .  Stabilisco  ia 
secondo  luogo,  che  a^^ra  è  il  nome  proprio  del  Fa- 
to 9  perchè  Omero  molto  più  spesso  V  usa  in  que- 
sto, che  in  altro  senso .  Che  se  talvolta  pure  l'ado- 
pra  in  senso  di  porzione  destinata  ad  alcuno  ,  ed 
anche  in  senso  jdi  ciò  che  ò  conveniente ,  si  dovrà 
dire  un  traslato. 


i 


33 
ti  vedono  parecchie  eoi) tradizioni  parlando  del 
Fato.  Spesso  la  volontà  di  Giove  è  quella, che 
regola  gh  avvenimenti (i);  ed  allora  parrebbe, 
che  il  Fato  altro  non  fosse  che  questa  medesi- 
ma volontà:  anzi  talvolta  si  nomina  il  Fato  di 
Giove  (2).  Talora  poi  questo  Dìo  è  soggetto  al 
Fato  y  né  si  può  opporre  a  ciò  ,  che  esso  ha 
stabilito  (3).  Alcuna  volta  Tuomo  è  soggetto 
a  doppio  FatOyO  a  un  destino  condizionato ,  di 
modo  che  egli  è  in  libertà  d'evitare  uno  dei 
due.  God  era  prescritto,  che  Achille,  se  an* 
dava  alla  guerra  morrebbe  presto,  ma  la  sua 
gloria  sarebbe  immortale ,  e  se  rimaneva  nella 
casa  paterna  vivrebbe  lungamente,  ma  senza 
glorìa«(4).  Achille  lo  sapeva,  e  scelse  di  mo* 
rìr  giovine  con  gloria.  Lo  stesso  avvenne  pu- 
re ad£uchenore(5).  Talvolta  si  crederebbe  che 
le  prescrizioni  del  Fato  siano  una  cosa  diversa 
dalia  volontà  di  Giove,    ma   che  questo  Dio 

rossa  a  suo  piacimento  impedirne  T esecuzione, 
nfatti  Omero  rappresenta  Giove  dubbioso ,  se 
debba  permettere,  che  Sarpedone  sia  ucciso  da 
Patroclo^  come  era  destinato,  0  se  debba  im- 
provvisamente trasportarlo  nella  sua  patria,  e  in 
questa  guisa    liberarlo  dalla  morte  (6).  Di  si- 

(1)  ùièf  r  friXMTO  fioifXii  ^  lovls  perficiebatur  voltine 
ta$.  Hom,  IL  Lib.  ì.  v.  5.  Si  veda  anche  Odyss. 
Lib.  4.  V.  207.  208.  e  ^itxoy ^d,  Aeschyl.  SuppLv.tSi. 
ed.  Schiitzii  ,  ed  altri. 

(2)  Odyss.  Lib.  9.  v.  52.  Lib.  li.  v.  61.  Pind.OL 
9.  V.  65. 

(3)  Aeschyl.  Prom.  v.  517.  5 18. 

(4)  Hom.  IL  Lib.  9.  V.  411—416. 
(5j  lliad.  Lib.  i3.  V.  667. 

(6)  Ivi  Lib.  i6.  v.'434. 

3 


^4  ..     . 

mi  li  contradì  zioni  non  sono  avari  neppure  gli 

altri  Scrittori . 

Ma  le  testimonianze  fin  qnì  addotte  d*. Omo* 
to,  ed  ^Itre  molte ,  che  addur  sì  potrebbono 
non  ci  dicono  che  cosa  sia  il  fato .  £  egli  un 
Dio?  £'  puro  spirito  ,  o  un  corpo  animato? Ta- 
te Omero  su  questo  punto,  e  tace  ugualmente 
Esiodo .  Questi  non  nomina  aesa  in  senso  di  Fa* 
to  in  verno  luogo;  anzi  io  d'odo,  che  non  fac- 
cia mai  menzione  del  Fato.  Nella  Teogonia  di* 
ce,  che.  la  notte  sola  partorì  r^tfw  n  f<o>9v  ^ 
««fa  fifWKor  (i),  che  si  suol  tradurre  odÌMuai 
Fatufìi  et  Parcam  nigram^  e  poco  dopo 

Et  fataks  Deas ,  et  Parcas  genuit  immites  ^ 
Et   Clotho ,  et  Lachesim ,  et  Atropum  (9) . 

Ma  se  ivi  il  Poeta  avesse  voluto  nominare  il 
Fato  ,  non  V  avrebbe  chiamato  coir  aggiunto 
A* odioso y  che  a  lui  non  conviene,  perchè  ove 
esso  si  consideri  generalmente ,  se  è  odioso  per 
alcuni,  è  grato  per  altri.  Io  credo  che  siccome 
nel  secondò  passo  le  due  voci  ftoi^a^,^  Mfetf  spie- 
gate in  latino  per  Fatales  Deas,  e  Parcas  so- 
no due  nomi  diversi  della  stessa  cosa,  così  si 
debba  dire  lo  stesso  del  primo  passo,  onde  p^foy 
e  ««fa  significhino  una  cosa  sola,  cioè  non  il 
l'ato  considerato  generalmente,  ma  il  Fato  del- 
la morte.  Che  x»f  abbia  questo  significato  si 
potrebbe  confermare  con  moltissimi  esempj  , 
ma  non  è  necessario  in  una  cosa  manifesta.  Mi 

(1)  Theog.  V.  ail. 

(2)  Ivi  V.  ai7.        , 


piace  però  di  recaroe  due,  perchè  se  ne  può 
trarre  uaa  conseguenza  non  inutile.  Il  primo  sa* 
rà  d'Esiodo  nello  scudo  d'Ercole  v.  249.  e  se* 
guenti ,  dove  descrivendo  un  combattimento 
pone  le  Kere  negre  digrignando  i  denti ,  torve  » 
terribili,  insanguinate 9  inaccessibili ^  che  Jàcean 
contesa  pe*  combattenti .  Tutte  agognavano  di  be  - 
re  il  nero  sangue ,  e  il  primo,  che  ghermivano f 
o  già  prostrato  ,  o  recentemente  caduto  lo  abhran^' 
cavano  colle  grandi  unghie.  L^ anima  di  lui  scen^ 
deva  aW  Orco  nel  Tartaro  gelato ,  ed  esse  dopo 
aver  saziati  i  precordi  delV  umano  sangue  lo  git* 
tavan  in  dietro ,  e  s' affrettavano  a  correr  di  nuo- 
vo fra  7  tumulto  e  la  pugna .  Cloto ,  e  Lachesi 
sovrastavano ,  ed  Atropo  ....  Tutte  intorno  a 
un  Uiàmo  facevano  acre  pugna .  Irate  biecamente 
si  guardavano  a  vicenda ,  e  combattevano  colle 
unghie  e  colle  mani  audaci.  L'altro  passo  sarà 
di  Pausaoiai  il  quale  Lib.  5.  Gap.  19.  descri- 
vendo la  celebre  cassa  di  Gipselo  dice,  che  ivi 
era  rappresentato  Eteocie»  che  viene  addosso  a 
Polinice  caduto  iq  ginocchio!  Dietro  a  questo 
era  una  donna,  che  avtva  adunche  V unghie  del' 
le  mani ,  e  i  denti  nulla  più  miti  di  quelli  d*  una 
fiera,  e  sotto  v'.era  scritto  Kirra.  Queste  descri* 
2Ìoni  ricordano  certe  mostruose  figure ,  cbe^tal* 
volta  si  vedono  alle  spalle  de' combattenti  ne- 
gli antichi  monumenti,  e  nelle  quali  dottissi- 
mi Antiquari  sogliono  ravvisare  le  Furie. Jo  son 
'  d'avviso»  ohe  spesso  chiamar  si  debbano  Kere, 
o  Dee  fatali  della  morte ,  le  quali  aspettano 
di  dissetarsi  del  sangue  degli  estinti.  Ma  la- 
sciamo ciò,  che  non  appartiene  all'oggetto  pro- 
postomi, e  ritorniamo  all'argomento. 

Esiodo  dunque  non  nomina  il  Fato.  Ma  egli 


36 
dà  la  genealogia  degli  Dei  a  suo  tempo  cono* 
flciuti;  dunque  il  Fato  non  aveva  luogo  fra 
questi .  Vero  è  che  la  micologia  attribuita  ad 
Igino  asserisce ,  che  esso  nacque  dalla  Notte  e 
dall*  Èrebo  (i),  e  perciò  T  annovera  fra  gli  al* 
tri  Dei.  Ma  l'autorità  di  questo  Scrittore  non 
dee  muoverci  punto  »  quando  è  in  contradizio* 
ne  con  uno  Scrittore  tanto  più  antico  ed  auto- 
revole qual  è  Esiodo.  E  forse  1* asserzione  del 
supposto  Igino  trae  V  origine  dal  luogo  stesso 
della  Teogonia  da  me  citato  di  sopra;  dove 
erroneamente  si  sarà  creduto ,  .che  si  parlasse 
del  Fato  generalmente  considerato:  e  non  pia- 
cendo di  farlo  nascere  dalla  sola 'Notte  si  volle 
dargli  un  padre.  Ora  trattandosi  di  cosa^  che 
fra  le  tenebre  era  avvolta  dell*  antichità  più  re* 
mota,  quale  più  acconcio  padre  poteva  darglisi 
dell'  Èrebo?  Ola  inutil  cosa  è  l'aggirarsi  più  a 
lungo  in  queste  congetture  .sempre  incerte,  nò 
air  intento  mio  necessarie.  Abbia  pur,  se  si 
vuole,  il  preteso  Igino  seguita  una  tradizione 
diversa.  Questa  sarà  sempre  di  tempi  posteriori 
ad  Esiodo ,  e  noi  dobbiamo  cercare  i  primitivi 
racconti .  Esiodo  ce  li  offre ,  e  a  questi  unica- 
mente dobbiamo  attenerci,  e  dedurne  siccome 
ho  detto ,  che  il  Fato  non  era  net  aovero  de* 
gli  altri  Dei. 

'  L'  Autore  però  del  libro  de  Mando  attribuì* 
to  ad  .Aristotele  dice,  che  il  Fato  è  Dio  (2), 
e  lo  stesso  asserivan  gli  Stoici  (3).  Ma  se  il 

(l)  Hygin.  Pah,  in  princ. 
(2;  Cap.  7.  in  fine . 

(3;  Senec.  de  Benef,  Lih,  4*  <^^P'  7*  ^o,t>   Quaest» 
Lih.  2.  cap,  45*.  Llpsius  Phys,  Stoic.  Lib.  I.  Dùs.  I2« 


^2 
Fato  era  Dio ,  perchè  non  aveva  temp)  »  né  sta- 
tue, né  sacrifizi?  Niuaa  memoria  infatti  tro- 
viam  presso  i  Greci  di  culto  prestatogli ,  e  ri- 
guardo a*  Romani  lo  nega  chiaramente  Tertul- 
liano, quando  dice:  nec  tantum  tamen  honoris 
Romani  dicaverunt  Fatis  dedentibus  sibi  Charta^ 
ginem  adversus  destinatam  votumque  lunonis  , 
quantum  prostitutissimae  Lupae  Larentinae  (i). 
Si  risponderà  forse,  che  era  inutile  riputato  il 
culto  verso  lui,  che  era  immutabile:  ma  que- 
sta risposta  è  doppiamente  falsa .  In  primo  luo- 
go si  prestava  culto  anche  alle  Divinità,  che 
si  dicevano  implacabili  per  preghiere  e  per  sa- 
grificj.  Tali  erano  le  Furie,  e  ciò  non  ostante 
avevano  are,  e  tempj,  e  sacerdotesse,  come  si 
ha  da  Pausania  iu  jpìxi  luoghi  (2).  Eschilo  q'  in* 
segna,  come  si  sacrificasse  alle  Furie, eìnqual 
pra  (3).  Le  Parche  altresì  eran  chiamate  im- 
placabili, e  pure  avevano  are  e  tempio  (4),  e 
fiacrificj  annui  presso  i  Feaci(5),  e  ne*  giuochi 
secolari  presso  ì  Romani  (6).  Le  donne  in  Gre- 
cia quando  andavano  a  marito  sacrificavano  al 
Giunone, a  Diana,  ed  alle  Parche  {2),  In  secon- 
do luogo  è  falso  ^  che  il  Fato  fosse  del  tutto 

(l)  TertuIL  ApoL  cap.  25. 

(*i)  Pau9,  pag.  ic5.  447.    448%  44p.    5io.  ed.  ann. 
l6i3. 

(3)  Aesch>  Eum,  f^.  107.   e   seguenti,    Soph,  Oed. 
Col.  V.  ^66.  e  aegg.  ed  altri . 

(4)  Per  la. Grecia  vedi  Paus,  p,  io5.  181.  3i5.  Per 
Roma  vedi  Procop*  adv.  Goth,  Lib.  l.  cap.  25. 

(5)  Apollon.  Arg.  Lib.  4.   v.   121 7. 

(6j  Zosim.  Lib.  2.  p.  7S.  ed.  ann.  1679.  A  ciò  al- 
lude Orazio  Carni.  Saec.  v.  25. 

(7)  Poli  Lib.  3.  Sect.  38.  Etym.  M.  v.  yannXi^ 


38 
immutabilo.  La  mitologia  degli  Etruschi  pro- 
veniva da  quella  de' Grecia  e  dalle  tradizioui 
degli  uni  possiamo  sovente  dedurre  quelle  degli 
altri ,  quando  massimamente  non  si  tratta  di 
certe  tradizioni  locali ,  che  il  privato  capriccio 
talvolta  introdusse  e  divulgò.  Ora  secondo  i  li- 
bri degli  Etruschi,  e  io  particolare  secondo 
quelli  di  Tagete,  gli  Acberonzj,  e  i  libri  del» 
rAruspicìna  citati  da  Servio  (i)  si  potevano 
diflferir  per  dieci  anni  gli  avvenimenti  prescritti 
dal  Fato.  Quindi  Giunone  presso  Virgilio  dice: 

Non  dabitur  regnis  (  esto  )  prohibere  Latìnìs  , 
Atque  immota  manet  Fatis  Lavinia  conjux. 
At  traherct  atque  moras  tantis  licet  adderà 
rebus  (a). 

E  Vulcano  presso  il  medesimo. 

Tum  quoque  fas  nobis  Teucros  armare  Jìiisset . 
Nec  Pater  omnipotens  Trqfam,  nec  Fata  ve 

tabant 
Stare ,  decemque  alios  Priamum  superesse  per 

annos  (3). 

« 

Pare  anzi ,  che  ancor  più  lungo  tfatto  di  tem- 
po differir  si  potessero,  e  forse  toglier  del  tut* 
to.  Infatti  in  occasione  della  congiura  di  Cati- 
lina,  gli  Aruspici  dell' Etruria  consultati  disse- 
ro, che  Roma  e  la  Repubblica  erano  minac- 
ciate da  sciagure  gravissime,  se  gli  Dei  pla-^ 
cati  non  avessero  quasi  piegati  gli  stessi  Fati . 
Quo  quidem  tempore,  cum  Uaruspices  ex  tota 

fi)  Serv.  in  Amn.  Lih,  8.  v.  39S. 
(a)  Aen.  Lib.  ?.  V.  3l3. 
(3)  Ibi  lÀb.  8.  «.  39?. 


^9 

Etruria  convenissent  »  caedes ,  atque  incendia ,  et 

legum  interitum  ,€t  bellum civile  ac  domesticum  ,  et 
totius  urbis  atque  imperii  occasum  appropinquare 
dixerunt  ^  nisi  Dii  immortales  omni  raiione  pla^ 
cati  suo  numine  prope   Fata  jUxissent  (i).  Ho 
accennata  i*  opinino  degli  Etruschi  incorno  alla 
mutabilità  del  Fato  »  perché  a  me  pare  che  ìn- 
dichi r  opinione  de*  Greci  ne*  tempi  più  remo- 
ti:   ma  non  è   difficile  trovarne  esemp)   anche 
fra  questi  .Creso  ingannato  da  una  risposta  am- 
bigua deli'  oracolo  avendo  mofijga  guerra  contro 
i  Persiani  rimase  succombente,  fu  spogliato  del 
regno»  e  condannato  ad  essere -arso.  Liberato 
poi  dalla  morte  mandò  suoi  messi  .a  Delfo  y  i 
quali  rinfacciassero  ad    Apollo  d'  averlo  cosi 
ingannato.  Il  Dio  spiegò  agli  Oratori  di  Creso 
l'oracolo  precedente,  e  soggiunse,  che  impos- 
sibile era  anche  agli  Dei  d'evitar  la  sorte  pre- 
scritta dal  Fato:  che  egli  aveva  pregato  il  Fa* 
to,  affinchè  la  presa  dì  Sardi  si  diiFerisse  dopo 
la  morte  di   luì ,  ma  non  aveva  potuto  ottener^ 
lo:  e  che  solamente  aveva  ottenuta  una  dila- 
zion  di  tre  anni,  onde  sapesse  Creso ,  che  do* 
veva  il  suo  regno  cadere  tre  anni  piiì  presto  (a). 
Ma  ristringiamo  il  discorso.  Il    Fato  dunque 
era  Dio,  come  ce  Io  dimostra  il  significato  del 
suo  notne ,  e  1*  opinione  di  più  e  diversi  jBcrit* 
turi.  Ma  se  era  Dio,  donde  avviene,  che  fra 
tutti  gì*  Iddìi  della  Grecia  o  del  Lazio  di  lui 
non  si  assegnasse  la  genealogia ,  a  lui  non  si 
prestasse  verun  chlto,  egli  solo  non  avesse  ve- 
rna simulacro?  Per  liberarci  da  tante  difficol- 

(1)  Czc  in  Catti.  3.  cap,  8. 

(2)  Herod.  Hist.  lib.  l.  oap.  gu 


40 
tà  e  dubbiezze  non  vedo  che  un  mezzo .  Ho  mo- 
strato, che  fu  già  un  tempo,  in  cui  un  solo 
Dio  si  riconosceva  in  Grecia ,  il  quale  non  a- 
veva  nome  proprio ,  né  tempio ,  né  simulacro  . 
Si  rivolse  quindi  il  culto  degli  uomini  a  pa« 
reccbie  Divinità  divise  in  varie  classi,  e  con 
certi  nomi  segnate  e  distinte;  e  allora  quel  pri- 
mo Dio  innominato  restò  negletto  e  senza  ado- 
razione.  Quel  primo  Dio  era  il  Dio  di  Noè  pas- 
sato per  tradizione  a*suui  posteri,  immutabile 
nella  sua  essenza,  come  ne' suoi  decreti.  Non 
est  Heus  quasi  homo^  ut  mentiatur  ^  nec  ut  filius 
hominìs ^  ut  mutetur  disse  Mosè  (i),  e  Davidde 
consilium  Domini  in  aeternum  manet  (2)  :  il  che 
dovean  dire  altresì  i  Nipoti  dì  Noè  ai  loro  fi- 
gli, e  quindi  si  tramandò  alle  successive  gene- 
razioni questa  tradizione,  pura  ed  intatta  nel- 
la Santa  Nazione ,  guasta  e  alterata  presso  le . 
genti  idolatre.  I  nuovi  errori,  che  l' ignoranza 
e  la  malìzia  a  poco  a  poco  introdusser  fra  gli 
uomini^  poterono  alterare  le  prime  idee,  ma 
non  cancellarle  per  modo,  che  niun  vestigio 
ne  rimanesse.  Se  io  mezzo  alla  luce  del  Van- 
gelo in  una  Religione,  che  aborre  ogni  ombra 
d' eterodossa  credenza ,  presso  a  qualche  nazio- 
ne si  vedon  tuttora  non  piccole  tracce  di  gen«« 
tilesca  superstizione,  e  le  sollecitudini  de*  sa- 
cri ministri  non  giunsero  a  distruggerle  affatto, 
quanto  più  mantener  si  dovevano  simili  tracce, 
quando  quegli  stessi,  che  ne* loro  racconti  cor- 
rompevano le  precedenti  nafrazioni,  credevano 
di  conservarle  e  ripeterle  fedelmente?  Si  co- 

(i)  Num.  cékp.  i3.  V.  19. 
(d)  Psalm.  32.  V.  il. 


.41 
niiflcìò  dnnqae  a  distiogaere  pHi  e  diversi  Dei , 

ma  Don  si  dimenticò  .del  tutto  il  Dìo,  che  i 
maggiori  avevano  adorato.  Alcooi  popoli  ne 
serbarono  più  viva  e  chiara  la  meoioria ,  altri 
più  languida  ;  ma  io  ogni  mitologia  ne  ravviso 
qualche  non  equivoco  contrassegno .  Meno  forse 
degli  altri  la  serbarono  i  Greci ,  e  a  mio  giu- 
dizio ne  formarono  il  Fato. 

Questo  è  immutabile ,  come  sono  immutabili 
i  decreti  di  Dio.  Na  l'immutabilità  dei  divini 
decreti  non  impedisce ,  né  scema  là  libertà  deU 
Tuomo;  e  quindi  probabilmente  ebbe  origine 
l'opinione  del  doppio  Fato ,  siccome  abbiam  ve^ 
duto  in  Achille,  ed  in  Euchenore.  Ma  il  Si-^ 
gnore  Dio  si  placa  spesso ,  quantunque  siano 
immutabili  i  suoi  decreti  ;  ed  ecco  i  Greci  in- 
dotti a  dire,  che  le  prescrizioni  del  Fato  si 
possono  talor  diiFerirCy  e  mutare  eziandio.  Le 
quali  cose  a  me  pare,  che  mostrino  un  indizio 
non  lieve,  che  la  mitologia  anche  in  questo  al- 
tro non  era  che  un  corrompimeoto  della  tradi- 
zion  di  Noè.  Ma  questa  tradizion  medesima  do- 
vea  produrre  ancora  altre  conseguenze.  Nella 
prima  dissertazione  sull'origine  dell' idolatria 
ho  detto,  che  il  Dio  spirituale  doveva  essere 
riputato  maggiore  degli  Dei  corporei  (i).  Dun- 

(i)  In  una  dissertazione  sull'origine  delP  idola- 
tria da  me  letta  all'Accademia  Napoleone,  e  non 
ancor  pubblicata  ,  ho  mostrato ,  che  ì  posteri  di  No^, 
avendo  ricevuta  V  idea  d'  un  Dio  puro  spirito  ed 
eterno,  principiarono  a  poco  a  poco  ad  unirvi  l'i- 
dea d'altre  Divinità  materiali,  che  avevano  avuta 
un'origine.  Ma  prima  che  queste  Divinità  esistes- 
sero non  esisteva  altro,  che  quel  Dio  spirituale  ed 
eterno  •  Dunque  eau^  dovevano   esser   formate  da 


4« 

qne  il  Fato  esier  dovea  luperipre  agli  altci 

Dei.  £  co6Ì  infatti  credevasi  comuneoieiite :  so 
noQ  che  talvolta  per  quella  incertezza ,  che  er^ 
inseparabile  dalla  mitologia,  i  Poeti  confonden- 
do il  loro  Giove  col  Dio  supremo ,  cioè  con 
quella  idea  di  Dio,  di  cui  non  avevano  ormai 
più  che  una  languida  ricordanza»  nominarono 
talvolta  il  Fato  di  Giove ,  e  riposero  il  Fato 
nella  volontà  di  Giove . 

Nò  questi  sono  gli  unici  ìndiz),  che  V  an* 
tìcbità  Greca  ci  somministra  d'  un  Dio  solo.  A 
me  pare  di  ravvisarlo  altresì  nel  Dio  ignoto» 
che  si  adorava  in  Atene .  S.  Paolo  »  come  ^nun 
^  sa  »  giunto  in  quella  Città  vide  uu*  ara  dove 
era  scolpito  ar^^'M'Tf»  >ff  ^  ignoto  Deo  (i) ,  e  quin* 
di  prese  occasione  di  predicare  nel t*  Areopago 
la  Fede  di  Gesù  Cristo.  Né  è  già  il  solo  S. 
Paolo»  che  ci  ricordi  questa  Divinità;  ma  più 
altre  testimonianze  ne  abbiam  raccolte  dalTHel- 
lero  (2)  e  poi  dal  Matanì  (3)»  ai  quali  ciascun 
può  ricorrere .  Ora  che  altro  era  questo  Dio  i* 
gnoro»  se  non  quello  innominato  de*  lor  Mag- 
glori  »  e.  perciò  il  Dio  di  Noè  ì  Io  credo  pro- 
babilissima questa  spiegazione  ,  siccome  pure 
presso  a  poco  credettero  i  due  citati  Scrittori: 

lui ,  subalterne»  ed  anche  ministre  del  suo  volere. 
In  una  breve  nota  non  posso  di^ndermi  di  più. 
Se  un  giorno  pubblicherò  quella  mia  dissertazione 
con  qualche  altra  auUo  stesso  argomento  avrò  cam- 

I^o  d'illustrar  maggiormente  queste  mie  idee,  del- 
e  quali  ora  non  do  che  un  informo  abbozzo. 

(1)  Act.  Apost,  cap.  17.  V.  2.3. 

(2)  Presso  il  Gronovio  Ant.  Gr,  Ti  I.  ^ 

(3)  De  Dei  nom,  p.  71.  e  seguenti.  Si  veda  an* 
che  r  A.  Anselme  Meni,  de  V  Acad.  des  /.  T.  6. 


t 
I 


4a 

e  già  10  questo  genere  di  cote  non  si  può  cer* 
car  altroché  la  probabilità. 

Più  chiaramente  poi  troviam  menzione*  del 
culto  d'  un  solo  Dio  presso  altre  nazioni  ,  e 
principalmente  fra  gP  Indiani  ^  quantunque  a- 
dorioo  una  gran  turba  di  Numi .  Il  Signor  Ijan- 
glès  dopo  aver  dato  un  breve  prospetto  delle 
Opinioni  sacre  di  questi  dicOi  che  in  esse  è  fa- 
cile di  riconoscere  la  purità  del  culto  primiti- 
vo d'un  Ente  Supremo (i). Quantunque  in  que- 
tto  genere  sia  molto  autorevole  V  asserzione  di 
questo  celebre  Scrittore  e  per  la  sua  somma  dot-r 
trioa  e  per  più  altri  riguardi,  ciò  non  ostante 
^r  maggior  convincimento  credo  utile  il  vede- 
re negli  stessi  libri  degl'  Indiani  apertamente 
riconosciuto  questo  medesimo  Ente  Supremo,  e 
qual  ne  sist  la  natura .  II  Veda  contiene  la  sa- 
cra tradizìon  loro;  e  quest'opera  si  reputa  an- 
tichissima. Leggesi  in  essa  questa  bella  propo- 
sizione :  Esute  un  Dio  vivo  e,  vero ,  eterno ,  e 
incorporeo,  impalpabile  ,  impassibile  ,  onnipotente, 
agni-sciente ,  infinitamente  buono ,  che  fa  e  con^ 
serva  tutte  le  cose  (a).  Negl*  instituti  di  Menu  al- 
tra antica  opera  Indiana  si  va' anche  più  innan- 
zi .  Questa  causa  prima  (  vi  si  legge  )  o  ciò  che 
è,  che  non  può  essere  sottomesso  ai  sensi,  che 
esiste  per  tutto  in  sostanza ,  ma  che  fugge  alla 
nostra  percezione ,  senza  principio  né  Jine  ec.  (3) . 
Nella  prima  delle  strofe,  che  servon  di  testo 
al  Bhagavat  si  finge ,  che  Egli  stesso  parli  co- 


(1)  Rech.  Asiat.  T.  i.  p,  21^.  not.  r. 

(2)  Ivi  p.  214.  not.  I. 

(3)  In$t,  di  Menu  cap.  u  v.   n.  presso   M.  Lan< 
%\ÌB  ivi»  e  p.  24p. 


44 
8i :  io  sono  quello  che  è^  e  che  dee  restare ,  e  so^ 
no  ancora  (i).  Non  par  questa  una  traduzione 
di  quelle  parole  Ego  sum  qui  sum  dell'  Eso* 
do  (2),  e  di  queir  altre  qui  est  ^qui  erat^  et  qui 
venturus  est  dell' Apocalisse  (3)?  Questo  supre* 
mo  Ente  spirituale  nella  lingua  Samscrdam  o 
Samscrit  si  chiama  Brahma  (4) ,  Parabrahma  , 
Paràbara  Vastu{Sr),  Tatva{6}.  la  quella  lingua 
Para  significa  cosa  superiore ,  come  pure  Pa* 
ramami  Vastu^  significa  co4a\  Tatifa^  ciò  che 
^  (Z)>  onde  questi  nomi  convengono  egregia* 
mente  all'idea  espressa  di  sopra.  Quindi  o  si 
riguardi  il  significato  dei  nomi  di  Dio,  0  ciò 
che  di  Dio  si  dice  nelle  citate  antiche  opere 
degP  Indiani)  si  vede^  che  essi  adorano  un  En* 
te  Supremo  spirituale ,  siccome  gli  Scrittori  del- 
le loro  cose  ci  annunziano  ^  fra*  quali  mi  piace 
di  citare  principalmente  a  significazione  d'ono- 
re ilxhiarissimo  nostro  Concittadino  Signor  Laz* 
scaro  Papi  nelle  sue  Lettere  sopra  V  Indie  (8)  • 
Le  quali  cose  tutte  servono  a  confermare  ciò» 
cbé  siccome  ho  già  detto  asserisce  il  Signor  Lan* 
glèS)  e()e  nelle  sacre  opinioni  di  quella  nazio- 
ne è  facile  di  riconoscere  la  purità  del  culto 
primitivo  d'un  Ente  Supremo.  Lo  stesso  creder 
si  può  de* Persiani»  de* quali  il  Dio  primitivo  è 

(i)  Ivi  p.  247.  Hot.  65. 

(2)  Exod.  cap.  3. 

(3)  Apoc,  cap,  I. 

(4)  P.  Paolino  Amarasinha  p.  12.  nota  t. 

(6)  P.  Paol.  Viagg.  air  Ind.  p.  65.   Nella    Viaca- 
rana  p.  282.  dice,  Parama  vasta  ^  Deu»  magnus. 

(6)  Id.  Amar,  p.   12.  not.   I. 
M?)  Id.  Viacar.  p.  255.  286.  288- 

(8)  Tom.  I.  p.  33. 


4^ 

il  Tempo  ^  che  cre^  il  principio  bnono  Ormuzd, 
e  il  principio  cattivo  Ahrìman  col  rimanente 
degli  Esseri  y  e  in  seguito  conservò  V  impero  sul- 
le  .Creature  (i) .  Se  prestiam  fede  a  lamblico  ,  essi 
gmoiettevano  un  Dio  esistente  prima  di  tutte  le 
cose,  e  prima  del  primo  Dio  e  Re,  cioè  del 
Sole,  che  si  chiamava  Emeph /ovvero  Cneph  ^ 
come  il  Gale  e  lo  Jabionski  (2)  vogliono,  che 
ti  legga  ;  il  qaal  prime  Dio  è  padre  di  se  stes- 
so, cioè  esiste  per  se  stesso.  Plutarco  chiama 
Gnepb  non  generato ,  e  immortale  (3) ,  ed  Eu- 
sebio c'ingegna  (4),  che  è  il  fattore  del  mon- 
do. Ora  un  Dio  che  esiste  prima  di  tutte  le 
cose  i  che  esiste  per  se  stesso ,  ed  ha  fatto  il 
inondo,  è  quel  medesimo  Dìo  primitivo, ili  cui 
fin  qui  si  è  ragionato.  Io  soglio  diffidar  molto 
del  Filosofo  Jamblico,  e  del  falso  Ermete  da 
lui  citato.  Ma  da  una  parte  in  mancanza  di 
pili  autorevoli  monumenti  sono  costrt^tto  di  ri- 
volgermi a  lui;  e  dall'altra  parte  la  mia  diffi* 
denza  scema  alquanto  nel  caso  presente' veden* 
do,  che  la  sua  asserzione  vien  confermata  da 
Plutarco  ed  Eusebio  (5).  Sarebbe  agevole   il  . 

(1)  Anquetil  Zend'Avesta  T    2.  p.  044.  not.   I. 

(2)  lambì  de  myst,  Aegypt.  Sect,  8  cap,  2.  3.  Ga^ 
le  nelle  note  ivi  labi.  Pant.  Aeg.  P.  i.  p.  94.  Il 
chiarissimo  Signor  Ignazì  >  Rossi  Etym.  Aag,^.  Sp» 
60.  vuole ,  che  si  ritenga  la  lezione  del  lesco . 

(3)  De  Isid    et  Osir.  T.  2.  p.  356. 

(4)  Praep,  Ev.  Lib    3.  cap.   lì.  p,    ItS. 

(5)  Altri  forse  potrebbe  voler  dedurre  lo  stesso 
dal  nome  di  Dio  usato  nella  lingua  Copta  ,  che 
«noie  esprimersi  con  una  sigla ,  la  quale  alcuni  leg- 
gono Sois  altri  Sins ,  e  nel  dialetto  Tebaico  Giois , 
Adopro  i  nostri  caratteri  in  mancanza   dei  Copti  « 


4<S  . 

trovare  ropioiooa  medesima  presso  i  Ghineri» 

i  Giapponesi,  gli  Americani,  percorrendo  le 
opere  di  qae*  tiaggiatori ,  che  scevri  dal  pre* 
giudizio  dell'incredulità  hanno  con  sincero  a- 
DÌmb  indagata  la  verità,  e  conosciutala  hanno 
voluto  dirla.  Bla  a  me  pare  inutile  di  trattener* 
vi  più  lungamente  su  questo  proposito ,  che 
spero  d'aver  illuscrato  abbastanza,  quanto  po- 
tevano permetterlo  gli  angusti  congni ,  che  mi 
cono  prescritti. 

Non  ho  poi  voluto*  seguitar  le  tracce  segnate 
^ià  da  N.  Boivin  in  certa  sua  dissertazione,  di 

Il  Ch.  Signor  Ignazio  Rossi  neW  opera  testé  citata 
p.  334.  crede ,  che  questo  nome  sìa  lo  .stesso  che 
0>/tc  de'  Laconi  ;  e  siccome  ho  mostrato ,  che  ^'/•c 
deriva  anzi  è  lo  utes^jo  che  •^<9(  ,  e  qarsto  signifi- 
ca Fattore ,  perciò  ne  verrebbe  ,  che  anche  1'  Egi- 
ziano Slos  aves'^e  lo  stes.4n  signifiL-ato.  Infatti  egli 
aggiunge:  ut  omnia  c.omplectar ^  tttf^^  Atcì^,  Deus, 
^•0(,  ^4«c>  aegypt.  Sios,  vel  Soìs  unum  et  idem  Do* 
mini  ac  Dei  nomen  esse  mea  opimo  est.  Ma  te  mi 
è  concesso  d'esporre  un  dubbio  contro  l'opinione 
d'un  uom  così  dotto  nelle  lingue  orientali,  e  tan* 
to  benemerito  della  Copta  dirò,  che  non  vedo  qual 
relazione  Sios  de' Copti  abbia  con  o'/o;  de' Laconi. 
E^  vero,  che  la  lingua  Egiziana  molto  ha  presto  da !• 
la  Greca ,  ma  V  ha  preso  a  tempo  de'  Tolomei  ;  né 
pare,  che  l'antico  dialetto  Laconico  vi  penetrasse. 
Dovrà  dunque  dirsi ,  che  i  Laconi  prendessero  quel* 
la  vece  dair Egitto?  Neppure;  perchè  abbiam  ve* 
éixtci  in  altra  nota,  che  essa  viene  da  >t9C.  Dicia- 
mo dunque  piuttosto,  che  son  due  voci  di  lingue 
diverge,  le  quali  per  caso  s  migliano  nel  suono. 
Sios  ,  p  Sais  significa  Signore  <,  e  come  avverte  Di- 
dimo Taurinense,  cioè  il  celebre  Signor  Abate  Ca- 
luso  Rad,  Ling,  Copi,  p.  5y.  si  usa  tanto  riguardo 
a  Dio,  quanto  ad  altri. 


4Z 
cui  81  ha  W  estratto  nel  Tomo  S.  degli  Atti  del* 

r  Accademia  delle  Inscrizioni  e  Belle  Lettere 
di  Parigi.  Egli  ricòrda  le  opinioni  d'Anassa* 
gora  e  di  Platone:  ma  quelle  sono  private  opi* 
aioni  d' alcuni  Filosofi ,  che  ho  reputato  dover 
escludere  fin  da  principio.  Ricorre  a  Pronapi* 
de  preteso  Maestro  d'Omero» ed  a  Teodonzio 
citato  dal  Bijccaccio  (i):  ma  tutti  sanno,  che 
questi  sono  autori  supposti ,  cui  un  uomo  eru- 
dito non  dee  prestar  fede.  Gita  Sanconiatone e 
Boezio:  ma  la  sua  citazione  è  accompagnata  da 
congetture, che  io  non  saprei  adottare.  Lascian* 
do  dunque  ciò  a  me  sembra,  che  le  testimo* 
uianze  d*  Erodoto,  l'etimologia  del  Greco  nome 
di  Dio,  il  vedere  un  Dio  eterno,  anteriore  a* 
gli  altri  Dei,  riconosciuto  dagl'  Indiani  ,  dai 
Persiani,  dagli  Egiziani,  mostrino  abbastanza» 
che  la  cognizione  d'  un  Dio  unico  precedette 


(l)  Geneal,  Deor,  Lib.  I*  c^p*  3.  Pronaptde  è  ci* 
tato  da  Diodoro  Siculo  Lib.  3.  cap  66.  da  Tazta- 
no  contr.  Gr.  p.  175.  ed.  l6l5.  da  Easebio  Praep. 
Ev.  Lib.  IO.  p.  49^*  ^à.  l688.  da  Teodosio  negli 
Scoi)  a  Dionisio  Trace  presso  il  Fabricio  Bìbl  Gr. 
T.  1.  da  Tzetze  ChiL  Lib.  i3.  v.  634-  Ma  tutte  qua- 
flte  citazioni  a  nulla  giovano  per  non  crederlo  aa* 
tot  mentito  ugualmente  che  Lino  ,  Museo,  Orfeo, 
Timete,  e  fimilt  ricordati  sovente  dagli  antichi 
Greci  Scrittori .  Teodonzio  poi  è  nome  sconosciu- 
to affatto  a  tutta  Tanttcbità.  Apostolo  Zeno  Diss. 
Voss.  T.  I.  p.  i3.  crede,  che  sia  un'impostura  del 
Calabrese  Barlaam .  Ma  il  Boccaccio  Gen.  Deor. 
Lib.  i5.  cap.  2  dice  solamente  d'  aver  vedute  le 
testimonianze  di  Teodonzio  citate  in  una  hu a  ope- 
ra da  Paolo  Perugino  Bibliotecario  di  Robertcf  Re 
di  Napoli.  Parche  non  diremo  piuttosto,  che  sia 
no'  impostura  dello  stesso  Paolo  ? 


.    48      . 

il  Politeismo;  la  qual  verità  per  mio  avviso 
vie  più  ai  confertnd  dalle  opinioai ,  che  intor* 
no  al  Fato  avevano  gli  antichi  Greci.  Quindi 
se  mal  non  m'appongo  col  solo  ajuto  de'  profa- 
ni Scrittori,  e  prescindendo  dagli  argomenti  , 
che  le  antiche  Cosmogonie  e  Teogonie  gì  som* 
ministrano ,  credo  di  aver  bastantemente  soste* 
nuto  il  mio  assunto  .  Quando  si  tratta  d'avve* 
nìmenti  per  tanti  secoli  da  noi  lontani  sarebbe 
stoltezza  il  pretender  prove ,  che  oltrepassino  i 
limiti  della  probabilità»  ove  queste  non  sì  pren* 
dano  dagr  infallibili  divini  libri,  i  quali  soli 
per  una  via  quanto  breve  altrettanto  sicura  con- 
dur  mi  potevano  al  termine,  che  mi  sona  pre* 
fisso. 


SE 


Trattato  degli  Alberi  della  Toscana  di  Gaetano 
Savi  Prtffessore  di  Botanica  neW  ImperiaU 
Accademia  di  Pi^sa .  Firenze  presso  il  Piat*^ 
ti  1811.  Tomi  2.  in  12. 

Xra  le  consuetudini  che  onoravano  Roma  » 
e  che  dimostravano  la  forte  tempera  di  animo 
de' suoi  Concittadini,  checche  ne  dica  alcun 
moderno  Scrittore ,  era  quella  de'  famosi  mo* 
doratori ,  o  generali  della  Repubblica ,  che  da- 
gli affari  dei  Foro,o  del  Campo  riducevansi 
nelle  ville  ^  ove  con  non  minor  diletto  coltiva- 
vano r avito  patrimonio,  di  quello  che  trat- 
tas^ro  gli  affari  delia  Repubblica. 

Dia  tale  amore  per  la  campagna ,  e  per  le 
vUierecce  faccende  era  quasi  estimo  in  Italia^ 


e  particolartpente  in  Toscana .  Un  tal  raffred- 
damento nacque  forse  dalle  turbolenze  civili 
de*  «ecoli  di  mezzo  che  tendevano  mal  sif^ure 
le  ville,  dagli  aiFari  di  negozio  che  impedi- 
vano agU  abitanti  delle  nostre  commercianti 
Città  di  aesentarsi  dai  fondarhi,  e  dalle  fab- 
briche. E  contratta  una  volta  rabituiline  di 
abitar  le  Città  in  quelle  vaste  prigioni  fu  tro« 
vato  alleviamento,  e  diletto:  e  l^  voce  della 
natura  che  richiama  Tuomo  alla  campe  tre  li* 
berta  fu  soflTorata  dall'educazione,  dalle  tur- 
bolenze civili  ,  dalla'  cupidità  di  guadagno  , 
presso  di  noi . 

Coloro  pertanto  che  o  coli' opera  o  con  1' e-^ 
iempio  ravirivano  tali  gusti  sempici,  e  vir* 
tuosi  lìieritano  lode,  e  riconoscenza.  Ma  chi 
può  ^spirare  piiì  tneritamente  a  tal  lode  del  Sig. 
Savi  Professore  di  Botanica  nell*  Accademia 
Pisana  che  sino  dalPanno  iHoi.  scrisse  un  trat- 
tato'degli  alberi  che  possono  prosperare  a  aria 
aperta  in  Toscana  ,  imitando  quello  che  per  la 
Francia  aveva  fatto  il  celebre  Duhamel  ? 

Alle  vicende  di  decadimento  cui  vanno>  sog- 
gettò tutte  le  istituzioni  sociali  erano  soggia- 
ciuti gli  stiidt  Ijotanici  presso  di  noi ,  e  al  Sig. 
Savi /e  ad  alcuni  altri  pochi  professori  si  dee 
che  siasene' ravvivato  il  gusto, talmentechè  per- 
sino le  dohUe  si  applicano  con  trasporto  oggidì 
a  coltivare  i  giardini,  ad  arricchirli  di  alberi 
arbusti  ,e  fiori  delle  diverse  contrade, e  ne  stu- 
diano le  qualità,  i  pregi,  il  modo  di  coltivar- 
li ,  e  non  disdegnano  di  addomesticarsi  colla 
nomenclatura  botanica ,  che  anticamente  parea 
ai  profani  della  scienza  un  barbaro  gcrg|^. 

Ugn**ùno  dee  rammentarsi  gli  obblighi  Qht 

4 


professiamo  a>  quoftì  laboriosi  ifiTOftigatori  ài 
ficcbezze  di  cotal  Datura.  Dobbiamo  ai  Booia* 
dì  i  più  Sijujsiti,  e  delicati  frutti:  e  9100  ai 
secoli  barbari  professiamo  T  obbligazione  del 
geUo  che  ba  aperta  uoa  vasta  miniera  di  opu- 
lenza air  Italia.  Anche  la  Toscana  ebbe  celebri 
coltivat<iri  della  bottanira,  ma  dal  Micheli  io 
poi  sino  a  questi  ultimi  tempi  non  erasi  fatto 
verun  tentativo  per  arricchire  di  nuovi  alberi 
questa  ridente  contrada.  Delle  laboriqse  pre* 
mure  del  Micheli ,  delle  sue  semeiUe  fatte  io 
varie  parti  della  Toscana  non  riipanevaBO  che 
pochi  alberi  esotici ,  oggetto  pili  di  curiosità 
che  di  utile,  e  persino  gli  alberi  da  lunghis- 
simo tempo  destinati  alT  ornamento  de*giardi«. 
ni,  come  il  Platano,  il  Maggio  ciondolo,  TaU 
bero  di  Giudea,  e  il  Tiglio  vedeansi  reificati 
nelle  più  solitarie  foreste. 

Ma  la  trascuratezza  passata  merita  in  parte 
di  esserci  perdonata  mercè  le  cure  che  soaosi 
date  ultimamente  i  cultori  di  questa  scienza 
per  propagarne  le  ricchezza  presso  di  noi.Ciài 
si  ravvisa  manifestamente  dalL^  ristampa  fatta 
nel  corrente  anno  di  detta  utilissima  opera  del< 
Professore  Savi;  quando  nel  ^801.  p^  pubbli- 
cò la  prima  edizione,  fra  alberi  indigeni  ,  e 
stranieri  ei  non  potè  descriverne  c^e  sole  200. 
specie,  e  nella  nuova  ristampa  eì  n()  depriva. 
343.  (i).  Alla  coltura  degli  ^Ibari  49001SÌ  tir 


(1)   Nella  prima  edizione   diede  )a  descrizione 
dì  alberi  indigeni     -----.---    p8 
Cullici  ------>.-.-*--—-  lo*2 

.11    — 


5f 

volti  partic^larmeote  con  molta  savieeza  i  To- 
8cani  per  aver  riconosciuto  apcor  essi  che  è 
Viia  gran  ricchezza  da  procacciarsi  ali*  Europa 
r aumentare  le  piante  bq^bive. Sebbene  di  sua 
natura  selvosa»  questa  dominatrice  parte  del 
globo  possiede  poche  varietà  originarie  d'  al- 
beri d*  alto  fusto ,  e  quelle  che  possiede  sono 
4*  ordinario  di  lento  accrescimento,  rari  vi  si 
trovano  gli  alberi  di  ornamento. 

JSon  potteva  rinascere  il  gusto  della  Bottani«> 
ca  prosso  di  noi  in  |jìù  op[)OXtuno  momento  , 
l'atpore  per  questa  scienza  ne  ha  trasportati 
gli  ^tudioM  nelle  più  remote  part;i  del  globo, 
e  un  u^oy.Q  mondo  per  tali  studi  fu  la  Nuova 
Olanda  fi  la  parte  .pieridiouale  dell'  Affrica  . 
Quest*  amabile  scienza ,  fra  i  tanti  suoi  pregi ,  ha 
quello  non  comune  di  creare  uno  spir\io  di 
fraternità  fra  i  suoi  coUivaiori,  i  quali  senza 
gelosia  si  fanno  un  pregio  di  prodigarsi ,  e  di 
propagjaipe  i  nuovi  acquisti. 

Non  pub  infatti  senza  lunghe,  e  ripetute  67 
fperienze  giudicarsi  dell'utilità  di  un  albero 
di  nuova  specie.  Accade  di  esso  come  d^^lTuo* 
IQO  »  ,di  cui  i^on  si  valuta  con  precisione  il  va- 
lore, che  quando  ha  compiuta  la  sua  carriera. 
Incessanti  esperimemi  fanno  riuscire  i  tentati^ 

Nella  ristampa  alberi  in4igeni    .•>•.*«-     141 
A)bei;i  .esQtici     •-^------^    2C2 


N.  343 


Ved.  Pref.  nella  quale  confessa  che  allora  non  co- 
nosceva tutte  le  specie,  indigene  degli  alberi  lo 
che  ne  dimostra  quanto  ne  fossero  raii  gì*  indivi- 
dui  fra  noi . 


Sflt         .  .  .   ^ 

vi  clfe  parevano  fallaci  da  prima.  Alcune  pian-' 
te  che  sembrano 'rifiutarsi  non  solo  a  prospera- 
re,  ma  a  vivere  ne' nostri  climi,  ciistolite  con 
lìiligeiiza,  e  procacriatane  la  rit>ro(luzione  si 
addomesticano  al  clima,  e  di  straniere  divea- 
gtmo  S|>ontauee  abitatrit  i  delle  nostre  campa- 
gne Chi  ^a  quanto  costò  ai  Romani  il  molti- 
plicar presso  noi  e  gli  agrumi ,  e  le  mele  gra- 
nate? 

Quantunque  per  T  allegate  ragioni  sìa   pre- 
sto per  gitidicare    rettamente  del    valore  delle; 
\  nuove  si)Vcie  d'  alberi  raccolte  in  lontane  con- 

trade,'  die  si  coraiìtciano  a  coltivare  fra  noi  ,* 
pare  tuttavia  che  posf^a  trarsène  ir-jiiìi  lieto  au* 
gurio.  Ui  già  r  Acacia,  e  T  Àilanto  col  loro* 
rapido  accrescimento  ajipagano  prontamente  co- 
loro che  piantano  e  '  barelli ,  e  giardini  non' 
per  la  gloria  sotanto  di  prepàrar<i  poi  po- 
steri . 
,  L*  Acacia  dà   rapidamente  un  bosco  a  pali* 

na  ,  r  Ailanto  dà  da  presumere  che  diverrà  pia 
utile  anche  d«l  pioppo  fra  noi  per  esserne  il 
legno  multò  più  duro,  e  compatto ,  e  di  più  ra« 
pida  vegetazione.  Il  Granduca  Leopoldo  che 
portava  lo  sguardo  su  tutti  i  rami  di  economia 
rnraie  ha  reso  indìgeno  nell'  alto  Appennino 
Pistoiese  il  Larice,  quell'albero  prezioso  che 
procura  tanti  agi ,  e  benefìci  agli  Alpigiani  a- 
bitanti/Si  potrà'  forse  nelle  più  ìa'lte  giogane 
di/ nostri  monti  renilere  indigeno  il  Cedro  del 
liibano  gloria  delle  foreste  d*  Oriente ,  e  che 
figura  sublimemente  nelle  metaforiche  descri* 
ziuui  di  quei  Pueti(i).  lì  noce  Virgimano(  Ju* 

f\]  Fa*  d' uopo  ciii;  I*  industri*  Europeo  risarcisca 


53 
glang  iiigre  )  promette  ai. nostri  neppti  un  le* 
g'>o  da  potersi'  sostituire  al  prezioso  noce  u' In- 
dia che  gli  Stipettai  oggidì  ottengono  a  caro 
prezzo  d* Oriente  Cresce  fVlicemunte  il  muro 
papi  ri  fero  che  alimenta  coi  suoi  ramusce'li  tut* 
te  le  cartiere  del  Giappone,  e  d'Ila  Cina.  Il 
Bustifipo.fa  sperare  un  ottimo  succedaneo  alla 
Vallonea .  Chi  sa  qual  vantaggi*»  può  ritrarsi 
dalla  coltivazione  dell'Acero  Saccarino  succe- 
daneo dato  dalla  natura  alle  fretide  contrade 
per  ricompensarle  dei  rifiuto  che  fece  lor.o  di 
quella  preziosa  Canna  che  forma  la  ricchezza 
d^ir  Arcipelago,  Americano?  Che  diremo  uegli 
arbusti ,  e  de*  fiori  che  in  gran  copia  fi  raccul- 
gcHio  da  .tante  contrade?  non  è  ella  divenuta 
comune  fra  noi  l'Ortensia,  la  Volcameria  che 
sembravano  destinate  soltanto  ad  ornare  il  pet- 
to alle  donzelle  Giapponesi ,  e  Cinesi  ?  ?ebbe« 
De  la, cultura  de' fiori ,  e  degli  alberi  di  orua- 
mento  non  rechi  utilità  diretta  alle  arti,  ope- 
ra nn  bene  morale  di  gran  momf'nto,  o^cupan* 
do  in  uu  modo  innocente,  e  ritruen<Io  dall'o- 
zio la  più  bella  metà  dell' uman  genere,  che 
quando  non  usa  del  tempo  pjpò  facilmente  abu* 
sarue .  Possono  inoltre  coòsidcrarsi  come  nuovi 

k 

^  à 

V  nman  genere  d^i  danni  che  recagli  giornalmente 
la  i}(  ncuranza ,  e  la  tirannide  Occomanna  .  Dice 
Vrlrtey  {  Voyag  ioSyrie.  Paris  1387  T.  l.p.364.> 
„  Verso  il  Libano  le  monragne  s'  inalzano  e  cuo- 
^  pronRÌ  di  tèrra  quanta  ne  basta  per  «usere  9Ubcet« 
y,  tibili  'di  cultura  a  f  fza  d'  industria  e  «li  fati* 
^  cz  ,  Lk  fra  gli  scogli  fanno  mostra  di  se  i  resti 
19  poco  magninci  di  c^^dri  tanto  vantati  „  Siggiun» 
gè  che  non.  avvi  che  cinque  o  sei  alberi  di  tali 
specie  ahe  abbiano  una  certa  apparenza . 


^4 
*0exzi  pogti  ili  iììrtìo  degli  abili  disegnatóri  de* 

Giardini  per  farci  ammirare  in  mille  foggie  le 
bellezze  della  natura.  £  non  è  egli  richiamar 
l'attenzione  e  lo  studio  dell* uomo  per  Ja  par- 
te utile  della  scienza  attraendolo  con  la  par* 
te  piacevole,  e  d'ornamento? 

Tali  considerazioni  ne  convincono  che  un'o- 
liera .come  quella  del  Signor  Savi  che  insegna 
a  conoscere  qual  è  il  suolo  nativo  delti  alberi 
the  descrive;  che  ci  aggiunge  i  dettagli  eru-' 
diti  che  concernono  la  storia  della  scopertati 
che  prescrive  come  possano  moltiplicarsi  ;qualt 
aono  le  esi)osizioni  ^  e  i  terreni  che  rtchiedouo;f 
Tuso  a  0lii  servono, l'ilitilitìi  che  può  sperarse- 
ne; che  ne  dà  i  nomi  Volgari  nella  più  coltaÉ 
favella  di  Euròpi ,  e  la  nomenclatura  Botani-^ 
ca.  Un*  opera  scritta  con  semplicità,  e  con  chia- 
rezza ,  e  quale  si  conviene  a  ai  fatto  argomen* 
to  è  un*  opera  utilissima,  e  che  abbraccia  lo 
#copo  prescritto  da  Orazio,  é  che  deve  essere 
il  solo  degli  Scrittoi^! ,  di  mescolare  V  titrle  al 
dolce.  Là  parte  la  più  ì<:truttiva  di  quento  scrit- 
to è  fuor  di  dubbio  il  dif-corso  preliminare  che 
ti'atta  in  genere  del  modo  di  «eminare,  è  di 
allevare  i  bocchi,  parte  dell*  economìa  rhràlé 
la  più  utile,' e  la  più  trascurata  dall' interesr 
aata  cupidigia  d'improvidi  possessori,  ehe  re- 
cano la  distruzione  nelle  più  belle  foreste, che 
formatio  la  f^peranza  più  lieta  de'  nostri  poste- 
ri. Veggiamo  già  ridotto  il  selvoso  Apnennino 
a  nuàa  rupe,  e  obbliuàto  a  spogliarsi  di  quel- 
la tenue  corteccia  di  terra  vegetativa  che  ba- 
stava per  tarvi  crescere  maesto/;e  foreste,  terriì 
inutile ,  anzi  che  diviene  perniciosa  nelle  adia* 
centi  piauure^  ove  rieoldiii  i  Ittti  dei  fiumi,  t 


.  5S 
fflinaccia  di  riiStirre  nuovamente  in  pantani  quef* 
he  belfe  campagne  che  dalla  laboriosa  insisten- 
ra  di  moltd  generazioni  furono  sottratte  dalle 
acquò . 

Baldelli. 


mt 


Sié seriazioni  due  di  Pompilio  Puizetti  Profes- 
sore^ efnerito ,  e  Bibliotecario  nella  regia  UnU 
versila  di  Bologna  ec.  sopra  alcuni  passi  del- 
la  Vita  di  Lorenzo  de' Medici  di-tto  il  Ma^ni^ 
fico  scritta  dal  D.  Guglielmo  Roscoe.  Bolo* 
gnd  Tip.  RarUponi  t8fo.  in  4.  piccolo.  E  Let^ 
tera  del  Ch.  Canali  al  Sig.  Ab.  Pompilio  Foz-^' 
zetti . 

\fuando  mercè  la  versione  del  Sig.  Gaetano' 
Mecherini  fra  noi  si  divulgò  la  vita  di  Lorea- 
20  de'  Medici  tessuta  dal  Sig.  Roscoe ,  tutti  am- 
i&irarono  in  un  remoto  straniero  la  copiosa  e- 
rudizione  nelle  nostre  cose,  l'amore  alla  glo<^' 
ria  d'Italia,  cui  pur  desti  son  pochi  degt'  istes* 
si  suoi  figlia  Per  altro  il  Gli.  Pomjjilio  Foz«> 
zetti  noto  alla  Repubblica  delle  Lettere  per 
tanti  bellissimi  scritti  videvi  scorsi  alcuni  er- 
rori ,  che  vengono  sagacemente  corretti  neU 
le  annunziate  Dissertazioni,  commendevoli  an^ 
cora  |jel  culto ,  e  florido  stile,  in  che  sono 
scritte. 

Avea  detto  il  N.  A.  nelle  Memorie  per  Leon 
Balista  Alberti ,  che  per  esso  e  Cosimo  di  Pie- 
ro de'  Medici  si  fé  bando  d'  una  corona  d'  ar- 
gento ,  da  donarsi  solennemente  a  quello  »  che 


^4 
•ffexzt  posti  ili  ìiiRTiò  degli  abili  disegnatóri  dé^ 

Giardini  per  farci  ammirare  in  mille  foggie  le 
bellezze  della  natura.  £  non  è  egli  richiamar 
l'attenzione  e  lo  studio  dell'uomo  per  lai  par- 
te utile  della  scienza  attraendolo  con  la  par* 
te  piacevole,  e  d'ornamento? 

Tali  considerazioni  ne  convincono  che  un'o* 
]kra  come  quella  del  Signor  Savi  che  insegna 
a  conoscere  qual  è  il  suolo  nativo  dellì  alberi 
the  descrive;  che  ci  aggiunse  i  dettagli  eru-* 
diti  che  concernono  la  stona  della  scoperta  » 
che  prescrive  come  possano  moltiplicarsi  ;qualf 
0ono  le  esi>08Ìzioni  ,e  i  terreni  che  richiedono;? 
Tuso  a  mxì  servono, l'ilitilitìi  che  può  sperarse* 
He;  che  ne  dà  ì  nomi  Volgari  nella  piò  coltat 
favella  di  Euròpi ,  e  la  nomenclatura  Botani-^ 
ca. Un*  opera  scritta  con  semplicità,  e  con  cbia* 
rezza,  e  quale  si  conviene  a  sì  fatto  argomen- 
to è  un*  opera  utilissima ,  t  che  abbraccia  lo 
#copo  prescritto  da  Orazio,  é  che  deve  essere 
il  solo  degli  Scrittoi^! ,  di  mescolare  V  ùtile  al 
dolce .  Là  parte  la  più  istruttiva  di  questo  scrit- 
to è  fuor  di  dubbio  il  dif-corso  preliminare  che 
ti'atta  in  genere  del  modo  di  seminare,  è  di 
Allevare  i  boschi,  parte  dell*  economia  rhràlé 
la  più  utile,- e  la  più  trascurata  dall'interes- 
sata cupidigia  dMmprovidi  possessori,  ehe  re* 
cano  la  distruzione  nelle  più  belle  foreste  .che 
formano  la  speranza  più  lieta  de'  nostri  poste^ 
?*•  Veggiamo  già  ridotto  il  selvoso  Apnennino 
a  nuàa  rupe,  e  obbliuàto  a  spogliarsi  di  quel» 
k  tenue  corteccia  di  terra  vegetativa  che  ba« 
stava  per  tarvi  crescere  roaesto5»e  foreste,  terra 
inutile ,  anzi  che  diviene  perniciosa  nelle  adia- 
centi piauure^  ove  rrcoiàiii  i  Ittti  dei  fiumi ,  t 


•■5"5 
fflinàccia  di  ridurre  nuovamente  in  pantani  queF* 
ìé  bette  campagne  die  dalla  laboriosa  insisten- 
M  di  molto  generazioni  furono  sottratte  dalle 
acquò . 

Baldelli. 


Mm*  ^^bmpmmbhmmhb  «kMMÉaaKMMiVHiteirfM 


Diéseriazionl  due  di  Pompilio  Voizetiì  Projes^ 
Sore  ettierito ,  e  Blbltotecario  nclU  ragia  llnl^ 
ifersità  di  Bologna,  ec.  sopra  alcuni  pas^i  del" 
la  Vita  di  Lorenzo  de' Medici  d<:tto  il  Magni^ 
fica  scritta  dal  D.  Guglielmo  Roscoe.  Bolo" 
gnd  Tip,  RarUponi  1810.  fa  4.  pìccolo.  E  Lat^ 
tera  d$l  Ck.  Canali  al  Sig.  Ab.  Pompilio  Poz^ 
zetti . 


Q 


uando  mercè  la  versione  del  Sig.  Gaetano' 
Mecherini  fra  noi  si  divulgò  la  vita  di  Loreiv* 
so  de*  Medici  tessuta  dal  Sig.  Roscoe  »  tutti  am- 
inirarono  in  ud  remoto  straniero  la  copiosa  e- 
ruiti^ione  nelle  nostre  cose,  l'amore  alla  glo«^' 
ria  d' Italia ,  cui  pur  desti  son  pochi  degl'  ines* 
ai  suoi  figli*  Per  altro  il  Gh.  Pompilio  Foz-^ 
zetti  noto  alla  Repubblica  delle  Lettere  per 
tanti  bellissimi  scritti  vide  vi  scorsi  alcuni  er^ 
rori  ,  che  vengono  sagacemente  corretti  neU 
le  anuunziate  Dissertazioni,  commendevoli  an-i 
cora  jiel  culto,  e  florido  stile,  in  che  sono 
scritte. 

Avea  detto  il  N.  A.  nelle  Memorie  per  Leon 
Batista  Alberti ,  che  per  esso  e  Cosimo  di  Pie- 
ro de'  Medici  si  fé  bando  d'  una  corona  d'  ar- 
gento ,  da  donarsi  solennemente  a  qui^llo  ,  che 


«4 
-urezzi  pogti  ili  ninno  degli  abili  disegnatóri  de* 

Giardini  per  farci  ammirare  in  liiille  foggie  le 
bellezze  della  natura.  E  non  è  egli  rìcbìamar 
l'attenzione  e  lo  studio  dell'uomo  per  la  par- 
te utile  della  scienza  attraendolo  con  la  par« 
*e  piacevole  y  e  d'ornamento? 

Tali  considerazioni  ne  convincono  che  un'  o* 
jkra  come  quella  del  Signor  Savi  che  insegna 
a  conoscere  qual  è  il  suolo  nativo  delli  alberi 
ébe  descrive;  che  ci  aggiunge  i  dettagli  eru-' 
diti  che  concernono  la  stona  della  scoperta  » 
che  prescrive  come  possano  moltiplicarsi  ;qualf^ 
aono  le  esi)Osiztoni  ,e  i  terreni  che  ricbieclouo;f 
Tuso  a  eiii  servono, l'iiitilitìi  che  può  sperarse- 
ne ;  che  Tie  dà  i  nomi  Volgari  nella  pm  coltaÈ 
fkvella  di  Euròpi ,  e  la  nomenclatura  Botani- 
ca .Un'  opera  scritta  con  semplicità ,  e  con  cbia* 
rezza ,  e  quale  si  conviene  a  sì  fatto  argomen- 
to è  un'  opera  utilissima,  e  che  abbraccìja  lo 
fcopo  prescritto  da  Orazio,  é  che  deve  essere 
il  solo  degli  Scrittoi"! ,  di  mescolare  l'utile  al 
dolce.  Là  parte  la  più  Struttiva  di  qeesto  scrit- 
to è  fuor  di  dubbio  il  discorso  preliminare  che 
tratta  in  genere  del   modo  di  seminare,  è  di 
illevare  i  boschi,  parte  dell'  economia  rhràló 
la   piÌL  utile,- e  la  più  trascurata  dall' interes- 
sata cupidìgia  d'improvidi  possessori,  che  re* 
cano  la  distruzione  nelle  più  belle  foreste, che 
formatio  la  speranza  pia  lieda  de'  nostri  poste^ 
p-  Veggiamo  già  ridotto  il  selvoso  Appennino 
a  nuàa  rupe,  e  obbliuàto  a  spogliarsi  ai  quel» 
]z  tenue  corteccia  di  terra  vegetativa  che  ba- 
stava per  larvi  crescere  maestose  foreste,  terra 
inutile,  anzi  che  diviene  perniciosa  nelle  adia* 
centi  piauure^  ove  rtcoJikiit  i  tetti  dei  fiumi,  t 


.  55 
fflin&ccia  di  riiiarre  nuovamente  in  pantani  quef^ 
té  belTe  campagne  die  dalla  laboriosa  insisten- 
za di  molte  generazioni  furono  sottratte  dalle 
acquò . 

Baldelli. 


Mn*  ^^B^iiMMH^MM  «kMHiaMKMMVHiteiAi 


Die  seriazioni  due  di  Pompilio  Puizetti  Profès* 
Sore^  eùterito ,  e  BlUtotecdrio  nclld  regia  UnU 
tersità  di  Bologna  ec.  sopra  alcuni  pasói  del- 
la Vita  di  Lorenzo  de' Medici  distto  il  Ma^ni^ 
fico  scritta  dal  D.  Guglielmo  Roscoe.  Bolo* 
gna  Tip.  Rartrponi  1810.  fa  4.  piccolo.  E  Lct» 
tera  dd  Ch.  Canali  al  Sig.  Ab.  Pompilio  Poz^ 
zetti . 


Q 


uando  mercè  la  versione  del  Sìg.  Gaetano' 
Mecheri.ni  fra  noi  si  divulgò  la  vita  di  Loreiv* 
so  de'  Medici  tessuta  dal  8ig.  Roscoe ,  tutti  am- 
mirarono in  ud  remoto  straniero  la  copiosa  e* 
rudi^ione  nelle  nostre  cose,  l'amore  alla  glo-^' 
ria  d'Italia,  cui  pur  desti  son  pochi  degl'  ines* 
ai  suoi  figli  •  Per  altro  il  Gh.  Pompilio  Poz- 
zetti noto  alla  Repubblica  delle  Lettere  per 
tanti  bellissimi  scritti  vìdevi  scorsi  alcuni  er^ 
rori  ,  che  vengono  sagacemente  corretti  neU 
le  anuunziate  Dissertazioni,  commendevoli  an-i 
cora  pel  culto ,  e  florido  stile,  in  che  sono 
scritte. 

Avea  detto  il  N.  A.  nelle  Memorie  per  Leon 
Balista  Alberti ,  che  per  esso  e  Cosimo  di  Pie- 
ro de'  Mèdici  si  fé  bando  d'  una  corona  d' ar- 
gento ,  da  donarsi  solennemente  a  qui^llo  ,  che 


54 

-urezzi  pogti  in  Aiailo  degli  abili  disegnatóri  de* 
Giardini  per  farci  ammirare  in  mille  foggie  le 
bellezze  della  natura.  £  non  è  egli  rìcbiamaf 
l'attenzione  e  Io  studio  dell' uomo  per  la  par- 
te utile  della  scienza  attraendolo  con  la  par« 
*e  piacevole,  e  d'ornamento? 

Tali  considerazioni  ne  convincono  che  un'o* 
ftvB,  .come  quella  del  Signor  Savi  che  insegna 
a  conoscere  qual  è  il  suolo  nativo  delli  alberi 
the  descrive;  che  ci  aggiunge  i  dettagli  eru-^ 
diti  che  concernono  la  stona  della  scoperta  « 
che  prescrive  come  possano  moltiplicarsi  ;qual^ 
aono  le  esi)08Ìztoni  ,e  i  terreni  che  ricbiédono^f 
Tuso  a  i^i  servono, Tiiitilità  che  può  sperarse* 
He;  che  ne  dà  i  nomi  Volgari  nella  più  cottsÉ 
fkvella  dì  Euròpi ,  e  la  nomenclatura  Botani^ 
cà  .Un*  opera  scritta  con  semplicità ,  e  con  chia* 
rezza ,  e  quale  si  conviene  a  sì  fatto  argomen- 
to è  un*  opera  utilissima,  e  che  abbraccia  lo 
#copo  prescritto  da  Orazio,  é  che  deve  essere 
il  solo  degli  Scrittori,  di  mescolare  rtitrle  al 
dolce .  Là  parte  la  più  Struttiva  di  questo  scrit- 
to è  fuor  di  dubbio  il  dit^corso  preliminare  che 
ti'atta  in  genere  del  modo  di  seminare,  è  di 
Allevare  i  bocchi,  parte  dell'  economia  rhràló 
la  più  utile,- e  la  più  trascurata  dairinteresr 
sata  cupidigia  d'improvidi  possessori,  che  re* 
cano  la  distruzione  nelle  più  belle  foreste, che 
formatio  la  speranza  più  Meda  de'  nostri  poste- 
P-  Veggiamo  già  ridotto  il  selvoso  A|)pennind 
a  nuàa  rupe,  e  obbIii|iàto  a  spogliarsi  di  quel» 
)4i  tenue  corteccia  di  terra  vegetativa  che  ba- 
stava per  tarvi  cresc^ere  maestose  foreste,  terrìì 
inutile,  anzi  che  diviene  perniciosa  nelle  adia* 
centi  pianure^  ove  rieoJdiit  i  Ititi  dei  fiumi ,  t 


.  55 
minaccia  di  ridurre  nuovamente  in  pantani  que^ 
le  belFe  campagne  che  dalla  laboriosa  insisten- 
M  di  molte  generazioni  furono  sottratte  dalle 
acque . 

Baldelli . 


^mm'^^m^m^mm^mamtmmmÈtmmmamtma^mém 


Diéèeriazionl  due  di  Pompilio  Puizetti  Trofcs- 
sofà  efttefUo ,  e  Blbltotecario  ndU  regia  Unl^ 
tersità  di  Bologru,  ec.  sopra  alcuni  passi  del- 
la Vita  di  Lorenzo  de' Medici  di.'tto  il  Magni^ 
fic(f  scritta  dal  D.  Guglielmo  Roscoe.  Bolo* 
gnd  Tip.  Rarìiponi  1810.  fa  4.  piccolo.  E  Lat* 
tera  del  Ch.  Canali  al  Sig.  Ab.  Pompilio  Puz^ 
zetti . 


Q 


uando  mercè  la  versione  del  Sig.  Gaetano' 
Mecherini  fra  noi  si  divulgò  la  vita  di  Lorear 
so  de' Medici  tessuta  dal  Sig.  Roscoe»  tutti  am- 
inirarono  in  ud  remoto  straniero  la  copiosa  e* 
ruiti^ione  nelle  nostre  cose^  l'amore  alla  glo«^' 
rid  d'Italia,  cui  pur  desti  son  pochi  degl'  ines* 
si  suoi  figli*  Per  altro  il  Gh.  Pompilio  Foz*^ 
zetti  noto  alla  Repubblica  delle  Lettere  per 
tanti  bellissimi  scritti  videvi  scorsi  alcuni  er^ 
rori  ,  che  vengono  sagacemente  corretti  neU 
le  annunziate  Dissertazioni,  commendevoli  an-i 
cora  pel  culto ,  e  florido  stile ,  in  che  sono 
scritte. 

Avea  detto  il  N.  A.  nelle  Memorie  per  Leon 
Balista  Alberti  »  che  per  esso  e  Cosimo  di  Piet- 
ro de'  Mèdici  si  fé  bando  d'  una  corona  d'  ar- 
gento ,  da  donarsi  solennemente  a  qui^llo  ,  che 


66 

avesse  recitatp  una  mìgjior  poesia  <8u11a  v^m  a* 

nyc'zia.  Siccome  per  tal  guitta  si  volea  confor* 
tare  Firenze  atBitta  dalle  continue  guerre  con 
Filippo  Blaria  Dura  dì  Milano  non  ancor  ter* 
minate  considerò  il  Ch.  Pozzetti  egèer  que^^to 
per  le  Lettere  il  maggior  trionfo,  ctie  si  u^as« 
«ero  al  m)1  levamento  di  nn  pubblico  desolato. 
Non  lo  intese  dunque  il  Vosc^e.  che  il  ripre<:6 
d'  aver  asserito,  come  quella  lodeyol  gara  fu  il 
trionfo  delia  Letteratura ,  quasiché  vi  si  fossero 

.  sentite  composizioni  di  .eccellente  tempra,  che 
altronde  furono  poco  felici.  PasSa  quindi  il  N. 
A.  a  sovvenire  ad  alcune  omisKioui*  nelle  sue 
memorie  di  Leon  Batitta  Alberti ,  e  sparge  ia«^. 
tanto  delle  nuove  notizie  ^u  questo  celebre  Ar- 
chitetto. Sembragli  poi  soverchio  encomio  del 
Biografo  Inglebe,  che  alcune  poesìe  del  Me- 
dici possano  andar  del  pari  coite  più  celebri 
de'no^^tri  tempi,  ne*  qua^  rammentiamo  i  Ma- 
scheroni, i  Pindemonti,  i  Parini,  i  Pignotti, 
ì  Lamberti.»  i  Bondi«  i  Pindemonti,  i  Savio- 
li  ,  i  Monti  ec.  Noi  crediamo,  che  se  alcu- 
ni di  questi  bau  mostrato  ingegno  più  sve* 
glio,  e  più  da  natura  favorito,  forse  ceder 
gli  dovranno  pella  strada,  che  talvolta  hanno 
calcata  m%I  sicura,  e  nella  purezza  della  lin- 
gua. Difeudesi  poi  il  P.  Bruno  Bruni ,  scritto- 
re di  un  Elogio  di  Loreneo  de*  Medici,  che  il- 
Ch.  Roscoe  riguarda  per  uomo  pregiudicato, 
perchè    non    si   dilunga    nel    contare    la    con- 

^  giura  de' Pazzi ,  alla  quale%  come  ognun  sa, 
ebbe  molta  parte  la  Corte  Romana..  Forse  il 
Sìg.  Bnscóe  bramava  allora  scrittóre  em))to 
de!  Poliziano  .  Ma  fuor  del' religioso  rifpet- 
to   non    mai  vituperevole   disconveniva   al   F, 


Bruni  fv^do  i8ior|éo,'percbè'.loiit«no  dai  fatti  ^ 
nv6«tìr  queir.eveqto,.<ooi'e8fiO  dice,  qoo .tetri 
colur^ ,  coi  quali  gli  accesi  Scrittori  di  quei 
tempi  l'baono  a  noi  tramandato  (  col  pericolo» 
aggiungiamo  noi ,  di  traviare  dal  vero  )  uè  la 
brevità  di  elogista  tollerava  luoga  narrazio- 
ne d'  avvenimento,  di  cui  piena  nVè  la  fa- 
Q9a ,  pì^u^  8on  le.  istorie,  pur  da  lui  etesso  ^l*. 
legate. 

.  La  seconda  dissertazione  è  .anco  della  pjrimai 
più  importarne .  B ilasciaudo. noi  alcune  co^  di 
minor  iena  ci  atterremo  alle  piti  rilevanti^  la. 
primo  luogo  per  toglier  di  dubbio  il  cb.  Koscoei 
lui  tempo,  in  cui.  la  stampaebbe  priucipio  ia 
y^néziti,  si  adducono  dal  N.  A.  cinque  mona* 
menti  già  pubblicati  dal  celebre  Morelli ,  per 
i  quali  Vintende,come  nel  1469.  per  Gìovauoi 
Spira  si  cominciò  in  quella  Città  a  stampare. 
La  iama  del  Pontefice  Paolo  II.  altamente  deni^^ 

•  •     •  •  •  •      • 

grata  dall'  Inglese  sedottp  verisimiljQente  dal« 
1*  iiQpudentissìmo  Platina  trova  nei  N.  A.  uà 
Miggio.e.valorosodifensore. Lo  chiama- il  Boscoo 
aihbizioso ,,  cattivo  ^  ignùrante  contro  la  verità 
storica,  solita  ofTeadersi  su  talÌ4)er80Daggi  dall* 
eterodosse  nazioni .  Certainente  non  fu  ambizio* 

•  •  •  §  *  » 

so  colui,  che.  senza  procurarlo,  anzi  fuor  di 
sua  credenza  videsi  onorato  della  porpora  ,  quia- 
di  eletto  all'alta  dignità  di  Pontefice ,  e  chd 
serbò  sempre,  giusta  il  Cannensl  scrittor  eoe* 
taneo.,  e  sincero  delle  ^ue.geète,.  modeKissi* 
mo  tener  di  vita  .  ìiè  mero  è  assurda  T  im« 
putazione  di  cattività.  Fu, Paolo  II.  come  ri- 
ferisce il  nominato  Scrittore,  facilissimo  ad  o*- 
bliar  le  ingiurie,  largo  coi  bisognosi,  piacevo**, 
le  cogli  uguali,,  umano  coi  minori,  munifico^ 


Sf9 
B0lif  iofto  ^  UtUànie  de*  |!Mipt»H  t  86  èoninìegÉÌ  ] 
sollecito  dei  doveri  di  Ecrlesiàróco ,  di  Gar^ 
djoale  ,  di  Pootefice,  di  Sovrano.  Né  potrk 
dirsi  ignorante  colui ,  ch6  ebbe  fama  fra*  auoi 
Mnremporadei  di  destro  consigliatore ,  che  giù* 
fta  il  Querìni  protraeva  fino  a  molte  ore  deU 
H  notte  la  lettura  de'  bnooi  libri ,  al  quale 
debbe  Roma  molti  antichi  monumenti  ^di  cut 
raccoglitore  noo  fu  soltanto,  ma  ben  anco  in- 
felligeijtiasimo  ammiratore .  Ha  qui  non  finisto^ 
Ilo  i«  oltraggiose  maniere  contro  quel  Poutefi^' 
ee^  e  si  da  verità  discordanti .  Appellasi  il  per* 
itemot  édlé  Lettere  in  Roma.  Eppure  alimeli^ 
vàvé  alcuni  poveri  giovani  da  iatruirsi  »  pagd 
Mei  tfedioeri  stipendj  a' Professori  di  Scienze/ 
dittò*  ft*  Vesoovadi'  i  suoi  detti  precettori  An-' 
<Ottiè  de^li  Agili  Valerio  Galderini,  e  Amico 
AgfiiifitO  al  Cardinalato.  Oli  furono  carissimi' 
BiotodO  FlfilVio^  ^l'eodorò  Qttt,  il  Bessarione/ 
Od  àltti;  L'irteqùìèto  Piltlfo   ne  fu  pure  un. 

rodo  lodfatorè,  testificandone  la  munificenza  a 
didtoétratA.  iPer  questa  ai  avanzò  io  Romi' 
l^Atrté  Tipò^raficai,  quivi  portata  dai  Tedeschi' 
^weiuhOlm ,  Pàbnaftt  ed  Bau ,  onde  Filippo  dò 
IiignÉdiini)  Messinese  vi  potò  liei  1420.  stabi* 
Kre  ttk  ragguardevole  étatttperia. 

L*  Orfon  del  Poliziano  pe/  lato  (UW  ordine  ^ 
è'  dJdla  esposizione  vien  considerato  dal  Sig. 
KO6C06  imi^rfétto.  Forbe ,  riflette  il  N.  A. ,  fogli 
ignota  rèdizibné  deirAflFò»  corredata  di  bel* 
té  osstor^aziOùt ,  e  di  note  >  in  etti  per  vero  di- 
reartrìi  òodipariace  quella  poesia,  e  prelude  ai- 
li»  oj^éré  in  Musica.  Dopo  aver  détto  alcuna 
<!osl  del  Filélfo  »  pruova  come  t  ragione  il  VoU 
etite' riprèso  da  Roseoe  aflferffaò,  che.  Pico dèl^ 


59 

ft  lifiratìflo'la  ebbe  Signoria,  é  la  cede  pfer' di'-»* 
ihoràrné  in  Firenze,  dipoi,  che  le  6\  Idi  hò^' 
vecento  bròpoéizioni  di  Logica ,  di  Eth-à ,  df 
fìsica,  di  Matematica,  di  Teologia ,  di  Mégia^ 
liaiuralé,  per  quanto  serivc  il  Urukei-o,  e  di 
Càbatà,  o6d  pòteanò  in  Konia  non  ètòfhinàra ,' 
giacché  Pico  stesso  il  voleva ,  e  tTùn  cdrVe  pd- 
TÒ  nàtriratmeotè;  bhc  d*odio  fosèerà  cóntro  if? 
lui  animati  i  Gibdicf ,  ì  quali  altfofidé  he  par- 
larono con  oneste  espressiòitr ,  Ripòrtft  qiiind? 
il  ^.  A.  una  lettetà ,  tfndc'  Hóbfertè  Sai  vìa  ti  in- 
dirizza ài  Magnifico  TEptaplo  di  Già.  Pico. 
£rrò  poi  H  Sig.  Roécoé  stimando,  che  loGnd^ 
mone  dellit  nt)nra  Metropolitana' fòsse  dal  To« 
scanéili  iualzatd  nel  1460.  noti  già 'nel  I467»' 
come  fuor  d'ògbi  dubitazione  s'appfeÀde  dàf 
celebre  Leonardo  Ximcries  npH*^ introduzione  à' 
suoi  libri  det  vecchio ,  e  huovò  Ùnótnotiy  fio f eh* 
tino.  Né  fu  nure  quél  n^onnmento  petfézionàtd 
ad  istanza  di  M.  là  Gónd^miAe .  AjfeÉ  ciò  ine*- 
aitato  il  Xìntenes,  e  ne  ft  pérte  àlf.  A<;tfotìotaa^ 
fraiiceàe  venuto  alTorà  in  Italin.  Qbèsti  coni* 
mendòtiue  il  pensiero,  be  parlò  cod  EmanU<^' 
fé  di  ftibhechourt  gbverniatore  della  Tosta- 
ca  ,  che  apprestò  ogni  ajuto  ài  compimen- 
to deir opra.  Né  meno  é  falso  che  la  ptlma  e- 
dizìonè  dèlia  Geografia  dfcff  Betlirighièri  foss« 
ftttd  iieir  anno  1480.  non  già  tra  il  i^po.e  lì 
fSoo.  ceibe  significa  lo  Zeno  àlI^Biblio'teca  del 
Fontanili.  Pas«a  dipoi  il  N.  A.  k  difendWrf 
con  sincera  discrezione  il  religióso  Sàvóiibrola. 
Mostra  tìon  cshern  per  finì  obliqui  ititrhJo  nelIi^ 
damerà  dell' inlTermó  Ij4.retìzo;  ma  che  quèst*i- 
atesso  Taddiroandò;  che  pur  fattosi  capo  dì  ùn'd, 
fazione  assai  potente  nt)n  inXtnùé^  dllà  pi  imaili 


dello  stato.  Ver  altro ^ egli . ancora  il  riconosce, 
uomo  soverchiamente  acceso  delle  sue  opiniutii^ 
tal  fiata  strane ,  che  andava  altrui  inculcando. 
Finalmente  non  crede ,  che  Pietro  Leoni  Spule- 
tino  medico  di  Lhrenzo  de' Medici  sì  gètu^^e 
disperatamente  in  un  pozzo,  perchè  cnucro  sue. 
cfure  fosse  morto  Lorenzo.  Da  saldisèime  ^uto-  * 

rkày  e  furti  argomenti ,  chiaro  risulta ,  che  per 
altrui  misfatto,  cioè  di  Piero  de' Mèdici  pm 
non  visse  lo  Spoletino. 

Il   N.  A   sempre  intento  ad  illustrare  la  Ita- 
Iiaua   letteratura  scrisse  ,  non   ha  molto  tempo         ^ 
ttoa  memoria  sopra  di  Dante,  copiosa  di  beliis- 
time  notizie»  e  dotti  argomenti.  In  questa  vol- 
leassicurare  all' altissimo  Poeta  1*  originalità  del« 
la  sua  Commedia ,  che  sembrò  yenissegli  con-* 
trastata  dall*  eruditiss.  Canali  Professore ',  e  Bi- 
bliotecario di  Perugia.  Noi  per  altro,  se/am- 
IDiriamo  T  Alighieri,  come  colui ,  che  or; del- 
le celesti  cose,  or  delle  nostre  parlò    sèmpre       ^ 
^n  nuove  maniera,  pè  vogliam  dire  in  niua 
conto  col  Ch.  Canali,  che ^tt  i7  Traduttore  del-^ 
Ifi  visione  d*  Alberigo ,  avendola  in  più  varsi  ^ua-* 
si  italianizzata  ^  non  sapremmo  intanto  pruova* 
re,  che. egli  mai  non  la  vedesse,  o  ne  sentis- 
te discorso  .  Pensiamo,  che  tuttavolta  gli  sta* 
rèbbe  quél  merito  di  sublime  invenzione,  per 
cui   fra  ingegnose  stranezze  (colpa  del  tempo ^ 
o  di  troppo  libera  mente  )  sembra  più  divino» 
che  mortai  cantore.  Egli  è  pure  naturai  talento 
degr  intelletti  sovrani ,  trar  dal  piccolo  le  graudi 
ppere/cbe  non  periscono  nel  volger  de' secoli  • 
Tostochè  pertanto   il  Ch.  Sig.  Ornali  lesse  la 
ipemoria  del  N.  A.  quasi  imitatore  del  celebre  . 
Tiraboschi  scrivente  al  Bianconi,   volle  testi<^ 


i 


I 


/ 


/ 


moniargli  in  lettera'  i  sinceri  suoi  sentimeoti  I 
Des^a^pertabco  a  noi  pervenuta  ,  volentieri  la 
pubblichiamo  per  rammentare  alle  persone  di 
scienza  queir  umanità ,  che  quanto  nei  tempi 
s' osservò  dei  Galilei  »  de*  Torricelli,  de*  Vi- 
viaai  »  dei  Sedi,  poscia  dei  Magalotti ^ dei SaU« 
vini  60.  tanto  è  nei  nostri  negletta. 

Antonio  Zaoooni. 


làeitera  scrìtta  dal  Chìarìssimo  Sig,  Luigi  Ga« 
fiali  Professor  di  Usicà y  e  pubUico  BibliO' 
tecario  in  Perugia.  Al  Celebre' Sig.  Ab,  Voiù'- 
pilio  Pozzetti  Prof.  Bibl.  nella  Regia  Uni* 
versità  di  Bologna', 


e, 


Perugia  2$.  Giugno  i8il«.^ 


ihe  dirà  Ella  mai  di  me,  e  della  mia  so- 
verchia tardanza  nel  procurarmi  il  piacére  del<^ 
la  sua  corrispondenza,  dopo  eh' BJ la  ha  volu- 
to onorare  un  mio  Scrìttacelo,  il  quale  si  pub-' 
blicò  nel  Giornale  di  Pisa  con  una 'sua  tien 
ragionata  Dissertazione  piena  di  sana  critica , 
di  erudizione»  e  di  urbinissime  manieire?.  Io 
seppi  subito  dal  Prof.  Gatteschi  che  quella  mia 
Lettera  avtva  fatto  trovare  al  nostro  Dante  nel- 
la sua  penna  un  ottimo  Apologista;  e  me  n% 
compiacqui ,  persuaso  che'  la  Repubblica  Let- 
teraria mi  sarebbe  stata  obbligata  ,  non  per  quel- 
lo che  avevo  scritto,  ma  per  quello  che  avevo 
dato  occasione  eh* altri  scrivessero.  Prima  pe- 
rò di  confermarle  per  tutto  questo  la  mia  sin- 
cera ricouosce'Àza  '  bramavo  di  leggere'  la  «uà 


òpxt^  fll^q^oiift^a^  .i}Japg.Q  ritardo,.  ch«  ha 
^offerto,  pocpe  ^il^  sa,  }a  pubblicazione  degl^ 
^tti  *dellj|  S.ufciet^  Italiana  di  Livorno,  II  qua* 
ìp  è  ^t^to'pejr  me  anco  maggiore  »  non  avendo 
Inibito  cb*e8f irono  alla  luce  ricevuti  i  due  To« 
^i^  in  c^i  jio.o  compresi  ,  h  stato  tutto  quello 
che  mi  ha  fatto  pruli^ngare  il  desiderio  cb'a- 
veva,  che  da  Lei  si  conoscesse  il  piacere,  che 
mi  aveva  iWtto,  e  ì%  lobbligazioni  che  gliene 
professavo. 

Se  non  prima  del  mese  passato  »  unitamente 
^H'uUii^o  niiinerp  del  jLìiorn^Je  di  Fisa  ricfsvc^ 
i.^Qtti  di^  Tomi 9  6  con  somma  mia  soddisfa* 
zi.oae  ^p  laitl^o  aei  giorni  i^ietro  qpanto  Ella 
ha  riupito  i)er  sostenere ,  che  se  la  visione  del 
Monaco  AI oerìgo  combina  in  q^ualcbe  cosa  col 
nostro  Dante,  si  dee  ciò  piii  tosto  attribuire 
ad,  fkn  aQpidpii.te  Piop  jQyuovo  nella  Storia  della 
Letteratura,  che  ad  una  cognizion  preventiva 
clxeil  socopdo.^vej  poetesse  .dej^liSorHti  del  pri- 
mq .  Iq  pon  ardisco  di  oppormi  a  questa  suji 
pfopp8Ì;&k>pe)  solo  ^a  pregherò  a  non  volercror 
djsrp,  che  io  ppiisa  pensare  rispetto  a  Pante^co? 
ipe  pen^ò  )*  Autore  di  quelle  Lettere  scritte  fi 
Dpme  di  yiTjf\y\p  A^s\ì  ^lisi,  e  che  s^  ho  po^r 
^Utto  dubiure,  che  T*  imaginazione  di  .questo 
^ivfQO  Poé.ta  9Ìa  ft^ta  come  risvegliata  dal 
rozzo  lavar9  di  Atl^erigo,  abbia  preteso  di  (Or 
liere  all'immortale  Alighieri  qjuel  póstp^che 
fra  i  postri  Maestri  6uo  ad  ora  n)erit.ament,e  ha 
fenato.  Sar,^  sempre  Daatp  per  chi  ben  giudi* 
9a  delle  co^e  un  .Poeta  il  qpule  anderà  del  parf 
con  Omero,  e  con  Virgilio^  ^arà  sempre  il  Pa- 
di'Cj  -6  quasi  il  creatore  della  Toscana  Po^esia, 
«j  gessano  potrà  negare  if   lui  e  sublimità  di. 


f, 


ffmwH ,  «  teioti;gQalo,  0  perfttto  diioerQioiQi^ 
tp  dfsirarte.  Quindi,  dato  anche»  e  non  cqo» 
€^«80,,  che  potesse  ^gli  aver  avuM  qualche  Ipot 
tana  notizia  della  nota  Visione }  ti  dovrà  sf  mt 
pre  dife>  che  tutto  quello ,  che  forma  U  bello^ 
fd  il  grande  deHa  sua  divina  Coonnedla  noo 
lo  dee  Dante  ad  Alberigo»  e  che  il  000  «ogno, 
pe^  «ervirmi  di  un'espressiooe  dei  Gozzi  8u  quet 
Ito  fitepsó  pjopp8Ìto,  $i  potrebbe  al  più  paragot 
D}re  ad  una  piccola  scintilla,  la  quale  atendo 
appiccato  il  fuoco  ad  un  magazzino  di  legnami 
produsse  un  vastiisimo  incendio ,  0  ad  una  pio 
cala  ghianda ,  la  quale  essendo  paduta  in  cam« 
pò  ben  disposto  dette  origine  ad  una  aelfa  di 
feconde  n^merasisfii me  qiiercie^ 

Anche  nelldbro  sesto  di  Virgilio,  «d  in  tut^ 
to  il  lungo  squarcio  »  in  cui  descrive  il  Poeta. 
ìjf,  diacesa  di  Enea  air  Inferno,  trovano  i  Cri* 
ticii  come  £lla  m'insegna»  il  modello  deU*ar^ 
gon^ento»  e  della  divisione  del  juo  misterioso 
W^ggìp  ai  tre  Begni .  Trovano  in  Zttiia  alcun», 
^i  quelle  pene,  che  Dame  ha  fatto  jervir  di 
4))ppUzio  per  tormentare  i  rei  caduti  nelle  ne* 
fé  s|ie  JBolge  ;  nò  stenterei  forse  anche  a  cre- 
dere ,  che  quella  fàmoaa  Allegoria ,  che  leggia» 
mo  in  Ezzech&ello  parlando  della  schiavitù  del 
&e  di  Giuda ,  potesse  aver  suggerito  al  famoso 
Mstro  Poeta  il  penaicre  di  rappresentare  aocto  * 
l'aspetto  di  tre  bestie  feroci  i  vizii,  i  quali  do* 
minavano  a* suoi  tempi  in  Italia^ 

Queste  somiglianze,  che  Dante  ha  con  Vie- 

![ilio,  con  laaia,  con  Bzzecchielio,  non  hanno 
atto  credere  a  nessuno,  per  quello  che  io  sap^ 
placche  qualche  cusa  i  medesimi  toglier  potes*. 
«fro  air^i^igiuftlità^  di  un  JPoema,  la  novità  dei 


quale,  ooo  mt in  certi  prfnlierr che >)««oa  é«i 
ter   anche -di  altri,  ma    nel  coiriple^so  aell*  i- 
dea,  e  della  oomiotw,  aelia  varietà     e  roba-^ 
«ezza  dell' immagioi ,  e  nel  variato  a8i>etto  che 
hanno  i  quadri  che  .offre.  Nella  «eesra  maaièra 
ho  pensato  quando  mi  ègembrato  di  vedere  ia 
qualche  luogo  che  la  Visione  di  Alberigo    af- 
iacciatasi  alla  mente  di  Dante',  su-rgerMse' al- 
Jt  sua  fantasia  dei  voli ,  e  «jmpre  iTuóva  mata^ 
ria  ai  robusti 'suui  versi . 

Capisco  che  le  prop.wzioni ,  nelle  quali  di- 
cevo, Che  Diate  è  in  molti  luoghi  ilTraJutto. 
re  dt  Alberigo,  chj  prese  da  questa  Visione- ti- 

avendUo  in  ptu  versi   quasi   italianizzato,  sono 

SKt!!Tn""  P*^''  ^'*PP"  ^'"^''  '«  quali  «ni 
caddero  dalla  penna  senza  pensare,  chi    poto- 

Tano  esser  prese  in  un  senso  troppo  stretto    e 

d.ficare    Comunque  su  per  altro  di  tutto  quo, 

r;«  /"'^*'  dubbio,  che  paragon^indo  il  rat. 
to  e  tatico  del  buon^Soliiario .  tll  quale  ce  lo 
ha  trasmesso  P.etro  Diacono  .  noi  sooVgiamonJ 
«ede«mo  alcun,  pensieri .  i  qunU  ci  Hmetton* 
a  memoria. i  i^ersi^del  nostro  Dante  e  che  o' 
«a  stata  pura  casualità.. o  conseguenza  di  \! 

I!  .if*  u**  *'»«°*"«  "««  stesso  sentiero ,  1'  às- 
«unto  che  prese  a  sostenere  il  P.  •  Ab  -  dr  Co- 
•tenzo    e.più  i  paraleUi    fatti  degli   squarci '• 

vedere '^TV"^*'"'*^'  com' Ella' stessa  può 

le  la  mia  ^'""f  ***"  «««i^^i"-.  dellaquu- 
«  la  mia  non  era  che  un  estratto-   Gae  auLto' 


65 

famoso  romanzo  det  Meschino^  e  che  esisteva 
in  Motite  Gasino  )  sia  o  no  caduco  sotto  dejli 
occhi  di  Dante ,  noi  non  abbiam  certamente 
prove  dirette,  né  per  asserirlo ,  nò  per  negar*- 
lo .  La  riflessione  appoggiata  suU*  inimicizia ,  che 
Cecco  d'Ascoli  aveva  con  Dante,  e  so4la  pura, 
autorità,  che  può  fare  il  Fiielfo,  sono  tutte  co* 
se,  le  quali  favoriscono  la  sua  opinione,  né 
noi  potrem  dire  altro,  se  non  che  Dante  si  tro* 
vò  portato  qualche  volta  dalla  fervida  sua  fan- 
tasia verso  certe  imagini ,  che  anche  altri  pri- 
na  di  Itti  avefa  avute,  e  che  seppe  poi  rive* 
stire  con  panni  più  nobili ,  piU  grandiosi  ,  e 
più  belli.  Anche  Leibnizio  combioò^n  certe 
idee'  con  Newton ,  ed  é  indeciso  ancora  qual 
dei  due  sia  reo  di  plagio,  com'£lla  bea  sa,  o 
le  ne  siano  egtialraente  Autori ,  e  l' uno ,  e  1*  al- 
tro. Molti  sostengono  questa  seconda  parte,  ed 
é  molto  più  probabile  ohe  il  medesimo  possa 
essere  avvenuto  nel  caso,  sul  quale  noi  qui* 
stioniamo . 

Ma  lasciamo  di  occuparci  in  usa  cosa  ,  la 
quale  alla  fine  poco  conclude,  e  che  non  farà, 
mai  che  questo  gran  Genio ,  il  quale  nella  fan*- 
ciutVezza  della  nostra  lingua  seppe  tanto  in  al- 
to spiegare. le  sue  ali,  cresca  presso  gli  erudii 
ti,  o  diminuis<;a  di  pregio.  Sia  Ella  pur' per- 
suasa ,  che  quantunque  i  miei  stud]  non  mi  la* 
scino  molto  tempo  per  occuparmi  neìT  amena 
Letteratura,  io  stimo  nondimeno  moUis^mo cer- 
ti sommi  Maestri,  e  che  da  qui  innanzi  avrà 
Dinte  anche  un  diritto  maggiore  alla  mia  ri- 
conoscenza ,  avendomi  aperta  la  strada  per  con- 
fermare a  Lei  quel  rispetto,  che  le  molte  dot* 
te ,  ed  erudite  sue  Opere  avevano  fatto  «  che  le 


66 
professaci  ènche  ipt\iM ,  che  potessi  contestar* 
glielo  per  Lettera,  come  ora  fo.  '         , 

Potevo  anticiparle  questa  mia  Lettera  aacho 
dì  qualche  ordioario;  ma  bo  iodugiato  il  farlo 
deerideTando  di  potere  unire  alta  medesima'  aa 
mio  Elogio  facto  al  fu  Sig.  Baldassarre  Orsini , 
Direttore  della  nostra  Accademia  delie  Bello 
Arti ,  il  quale  si  è  voluto  ora  stampare  da  uà 
suo  Scoiare  per  un  segno  di  gratitudine  al  Mae* 
stro.  Il  Soggetto  la  intéresaerà,  se  doo  sarà  per 
iuteressarla  la  maniera  onde  il  medesimo  è  sta* 
to  vestito  da  chi  io  ha  scritto;  oecupaado  Ella 
i^olentieri  la  sua  petina  nel  fhr  ooooscere  colOf» 
ro  i  quatf  si  sfono  e  nelle  Scieaze ,  'e  nell«  Art* 
ifi  qualche  modo  distinti.  Vorrei  poterle  offe* 
rire  cose  degne  di  Lei  ;  ma  questo  diffioitmeo-* 
te  iniò  farlo  chi  è  obbligato  agli  spropositi  «ch^ 
ha  scrìtti,  ed  alla  gentilezza,  cou  cui  da  Lei 
sono  stati  corretti,  della  sua  pr^iev-olisaima  a* 
micizia.  Desidero  la  «oatinuazioue  di  quella 
bontà  che  nella  sua  Memoria  ha  voluto  far  oo* 
Aoscere  al  Pubblico  che  Ella  cooaerva  per  tte  » 
«  sia  certo  ohe  è ,  e  sarà  sempre 


S90  Devatìss,  ed  ObbUgatUs.Sér^* 
liuigi  ClaMli^4 


■lLJ..gaBg.!J    I    I,     L.  I  I    IL.  Mài 


APOLOGO 


FEK  LA  FBSTA  DEL  S.  NATALE 

ARGOMENTO. 

nJTÌi  Ebr^i ,  ooih  ricooosceado  la  venuta  ^el 
Hegsia,  furono  spogliati  della  divina  eredità, 
ed  in  loro*  luogo  Iddio  cbiamò  i  Gentili»  non 
restando  ai  ft'xmi^ì  ^perduto  ottore  che  r  anti- 
ca fede  dei  Patriaròhi. 

LE    API    ed    1   CALMRONI . 

è 

Ampio  giardin  de*  più  bei  'fiori  adorno  i 
E  d'ogni  molle  erbetta 
Onde  sugfon  Tomav  t*  Api  industriose. 
Là  've  forman  due  poggi  «una  valletta 
A  temperato  giorno 
AgPicoUor  di  aavia  •tnoote  espeee . 
Ivi  un'aura  soave , 
Che  non  cresceva  in  vento  : 
Ivi  negato  il  varco  era  all'  armenti»  ^ 
Gh*  ha  lA  *'Ì4idÌBcreto  il  dente ,  e  iì  pii  si 'grave. 
Lungi  da  qoel  soggiorno 
Le  lucertole  squallide  drpinte 
Sol  ministre  d' orror  ;  lungi  i  voraci 
Augelli  ancor,  che  con  intfansta  sòrte 
Turban  l'  Api  volanti,  e  loriden  moite: 
E  da'  rostri  rapaci 

Pendono  i  figli,  e  fan  tra  ler  <contrasto 
Incontro  al  fero  pasto. 
Ma  limpide  fontane,  e  verdi  stagni 


«8 

Bi^oleiflSMno  ahisco^  e  un- rivoletto 

Infra  Terbe  fugace, 
Che  nemmeoo  gemea  qual  chi  si  lagni  ^ 
Ed  oleaKtri  e  palme  eraa  diletto 
Sempre;  albergo  di  pace,  (i) 

Quivi  pietosa  mano 
D*  Àpi  un  pòpolo  eletto  avea  loqato , 
Toito  prima  al  furor  d'onda  nemica^ 
Poi  d'arso  suolo  alla  deserte  arene; 
Ma  invano  ogni  pici  grato 
Fiore  vi  «punta,  e  invano 
S'acr.iogou  elle  di  speranz^piend 
Alla  gentil  fatica , 
Dominando  superbe  • 

Tutti  i  bei  ftori  e  l'erbe. 
Par  che  sia  broozo  il  ciel:  piccole  stille 
D-  inutile  rugiada 
Cadono  in  sul  terreno: 
Languisce  ogni  erba ,  ed  ogni  fior  vien  meno 
Pria  che  a  suggerii  cada 
Con  lento  mormorio 

Deir  Api  un  nembo;  in  mille  modi  e  mille 
Tenta  l'atBitta  schiera 
Compier  V  ufficio  pio. 
Ma  vuoto  è  i'alvear  di  miele  e  cera. 

Onde  avvien?  che  sarà?  ricchezza  tantft 
Di  sì  vago  giardin  promessa  è  solo 
Di  un  bel  Fior  che^puotera  dal  suolo  .^ 
Ecco  di  lui  s' ammanta    . 
.  La  vergin  terra,  e  non  per  opra  um^na: 
li  ciel  la»  fecondò.  Vinta  è  la  speme 
Dal  bel  concetto  seme; 
E  le  foglie,  e  il  colore, 

(0  V.  Virgil.  GcDrg.  1.  IV.   . 


E  il  sempre  novo  odore , 
Che  dal  germe  ^traspira  » 
Delizia  sovrumana 
In  mortai  senso  inspira . 

Manin  non  sorge»  e  non  cade  ofai  sera. 
Che  feconda  rugiada  in  lui  noa  piova  ; 
Lo  investe  il  sol,  ma  in  sì  gentil  maniera, 
Che  gli  aggiugne*  vigore  e  beltà  novaj 
Virtù  c^on  si  riceve 
Da  chi  in  lui  non  la  beve. 
Volate ,  Api  dolenti  » 
Su  le  foglie  innocenti^ 
Bevete  il  dólce  umore 
Dal  delicato  Fiore, 
£  più  di  cova  e  iniele 
Non  farete  querele.  . 
Ma  invan  l'aura  d'intorno  al  Piof  divino 
Gol  grato  .odor  di  cui  s' impingua  Tali 
Far  che«inviti  lo  sciame  a  sì  bei  soglio^ 
L' onore  iavan  del  misero  'f  iaraino 
Cedono  al  Fiorile  antiche  piante  frali: 
Non  volan  l'Api,  e  le  ritiene  orgoglio.  * 
OimèI  sapete,  o  stolte, 
Che  a  mellifero  umor  chiuso  è  ogni  stelo  ^ 
.£  questo  odiate  cui  fu  padre  il  cielo? 

L*  Aurora  avea  piii  volte 
Ornai  concesso  al  Fiore  ogni  suo  douo^ 
E  si  vedea  piii  beilo  e  più  ridente 
Salutato  dal  sol  st  dolcemente. 
Che  avea  tra' fiori  il  crono: 
Quando  la  man  che  fabbricò  quel  loco 
Si  fé  tutta  di  foco , 
£  cacciò  dal  recinto 

L'inerte  stuol ,  che  andò  disperso,  e  vinto ^ 
Privo  di  leggi ,  e  re  •  Cupa  sorgea 
D'annose  querce  un'intricata  selva^ 


Ove  tana  ogni  belva,    ; 
E  ogni  rapace  augello  il  nido  av6tt). 
Qui  da  gran  tempo  dimorava  u<a  coro 
Di  Calabroni  inutili  schifosi. 
Cui  nuli*  altro  valor  fendea  fintosi. 
Che  tristamente  morioorcr  fra  loco. 
KelV  ornai  vuota  sede 
Questi  cbiamò  V  Agricoltur  prud^ate  | 
£  tosto,  oh  maravigliai 
Cangiò  la  rozza  gente 
La  luridezza  delle  antiche  forme. 
Più  vezzosa  famiglia  - 
D' Àpi  feconde  occhio  mortai  non  videii 
Virtute  in  lor  non  dorme, 
£  alla  beiropra  il  Giel  pietoio  arride., 
Tutti  movono  il  volo 
Verso  il  bel  Fiore  soli^, 
E  beon  da  quel  feeondità'  si  grande. 
Che  il  seam  lfee|r ,  eh*  ofoon  diasÉrra» 
Dair  alvear  si  spande 
Siccome  fonte  adimoadair  la  terra  • 
Intanfb  le  infelici 
Antiche  abitatrici 
Nella  schifezza  ler,  nel  disoaare 
Aspettan  aneei  dalla  terra  un  FioM. 
fy  O  del  Giordan  popoli  vaghi»  è 
Il   Fior  proiliesso ,  e  noi 
Libiamo  il  delicato 
Umor  che  spiace  a  vei; 
Or  ben  dell*  Api  ogni  virtude*  è  speata^ 
B  r  antieo  deitiO'  $\à  si  «aoimenta . 

Silippo  Irenica r 


ti 


V 


Annali  della  ^ipogra^ci,  Fiorentina  di  Loreozo 
TorsGatinQ .  Firenze  1811.  in  8. 

Xj  indelesAO  Sig.  Gaqonico  Dooienico  Bfor 
feai,  ohe  più  v^lt^  i^bbiamo  lodato  nel  vQstro 
Gioroale/  ò  V  Autore  di  questo  Libro  per  cui 
g  tutta  ragiooe  debbono  ora  rioauorarglìsi  gii 
applausi  da  noi  e  dal  ^Ito  pubblico  a  cui  uti- 
lità dà  spesso  io  lupe  suoi  dotti  Uvori .  Le  et 
éizieni  eleganti  di  quesio  bravo  I*ipografo  noi| 
pocevilio  oertaiQeRte  desiderare  chi  parlasse  di 
loro  o  con  più  crùe,rìo»  0  eoa  maggior  pie^ 
nexza.  Le  descrive  il  N.  A.  ai^rupoloiamente  ^ 
fiporta  quei  luoghi  delle  pretazioni  che  più  in? 
terestaoo  la  Scoria  Letteraria ,  e  correda  assai 
spesso  i  auoi  artiooU  di  una  non  ordinaria  er 
rudizione  bibliografica.  Per  le  edizioni  che  uou 
hao  segnato  il  uoiQe  del  Tprrentìoo  e  che  pur 
gli  appartengono,  si  vale  sempre  del  paragone 
dei  caratff^ri  ed* altri  evidenti  contrassegni'^ ont 
de  aitribuirgliele  qop  evidenza  di  prove.  Mul* 
te  belle  notizie  ei  ci  dà  anche  sugli  Autori  e 
•u' traduttori}  e  $e  questi  alcuna  volta  nelle  t^ 
dizioni  Torrentinlane  han  taciuto  \\  lor  nome» 
fi,  quando  può»  gli  svela  col  confronto  delle  rir 
icampe .  Non  poche  in  fine  souo  le  scoperte  bi* 
bliogr$ificbe  o  stariche  di  cui  ci  fa  dono  il  dot* 
IO  Autore  in  questo  libro .  E  p€t  recare  esemi^ 
p)  delle  une  e  delle  altre»  egli  è  il  primo  a  mor 
atrare  che  il  Tiorrentioo  incominciò  a  stampare 
in  Firenze  nel  1547.  ^  "^^  P^  "®'  segueate  aof 

no^  oome  ti  er»  in  avanci  lostenvcoj  ^  fkpfì^t 


ino  da  lui ,  che  il  Domenichi  era  Ferrarese,  e 
non  Fiorentino^  come  è  stato  lungamente  cre- 
duto per  un'asserzione  di  Niccolò  Martelli) che 
quel  letterato  talvolta  si  attribuì  le  altrui  fa- 
tiche ;  e  ch<r  ebbe  pe*  suoi  tristi  costumi  a  sof> 
frir  molestie  dal  tribunale  dell*  Inquisizione  di 
Firenze:  ciò  che  a  dir  vero  avea  scritto  loZi- 
lioli  individuando  che  prima  fu  posto  in  carce- 
re e  poi  confinato  in  un  Monastero  e  in  fine  ot- 
tenne la  libertà;  ma  non  convinse  il  Zeno  e  il 
Tiraboschi  ch'ebbero  per  assai  dubbia  questa 
asserzione.  Ma  il  prova  evidentemente  un  do- 
cumento autografo ,  serbato  nella  pubblica  li* 
breria  di  Volterra;  ed  è  un  memoriale  umilia- 
to da  Lorenzo  Torrentino  al  Duca  Cosimo ,  in 
cui  gli  chiede  che  conceda  al  Domenichi  di  po- 
ter alloggiar  fuori  del  Convento  di  8.  Maria 
Novella  ov*era  confinato, affin  di  assistere  alla 
edizione  della  seconda  parte  delle  Istorie  voi* 
garì  del  Gìovio. 

Ma  aiFrettiamoci  a  dare  il  compendio  della 
bella  prefazione  y  che  troppo  modestamente  1*  e- 
rudito  autore  ha  intitolata:  Avviso  ai  Lettori. 
Stando  a  cuore  del  Dura  Cosimo  che  la  sua  Fi** 
reoze  risalisse  nella  tipografia  a  quel  decoro 
in  che  Tavean  posta  i  passati  Stampatori,  in 
ispecie  i  vecchi  Giunti ,  si  die  per  ciò  ottene- 
re Ogni  premura;  e  oiFertÌAÌgli  e  presentati  a 
lui  var)  maestri  di  quest'arte,  elesse  Lorenzo 
Torrentino  :  di  che  ebbe  lode  da  molti ,  in  i* 
specie  da  Pier  Vettori»  il  cui  suffragio  valea 
certo  per  mplti .  Niuno  ci  ba  lasciata  scritta 
la  patria  del  Torrentino;  e  altri  lo  appella  Te- 
desco, altri  Fiammingo.  Il  N.  A.  assai  savia** 
mente  congettura  che  avesse  parentela  con  £r* 


:3^ 

nennii^  Torrentino  celebre  retore ,  la-cut  patria 
fu  Zwol ,  città  della  bassa  Olanda.  Se  doo  fos* 
ae  tmarrìto  il  documento  autentico  contenente 
)a  trattativa  tra  il  Duca  Cosimo  e  il   Torren^ 
tino,  sapremmo  quando  ci  fu  qua  chiamato;  ma* 
in  mancanza  di  questo  si  vale  il  N.  A.  di  due  let**^. 
tere  di  Lelio  Torelli,  e  di  una  di  Pier  Vettori- 
per  provare  ,cbe  il  Torrentino  venne  in  Firenze 
poco  dopo  la   metà  del   1547.  e  che  in  quello 
«tesso  anno  aperse  la  sua  Stamperia  come  sopra. 
fu  accennato.  Stabilita  con  sicurezza  la  sua  di- 
mostrazione^ confuta  il  N.  A.  con  evidenza  di 
prove  quei  che  han  prodotte   inesattamente  e- 
dizioni   del  Torrentino  anteriori  a  tal  epoca  ., 
Nell'anno  vegnente  e  pie  ne* succdssi vi. pubbli-, 
co  belle  produzioni  di  tersi  Scrittori   T<oscanI 
e  per  decoro  dell*  officina,  e   per  secondar  IL 
genio  del  Duca  Cosimo,  cui  stava  a  cuore  som- 
mamente il  rialzare. alla  prima  gloria  il  nostro 
aureo  linguaggio.  Sol  quest'uno  fu  il  fine   di 
far  venir  qua  il  Torrentino,  e  non  già  Tedi- 
aiofle  delle  Pandette,  come  ha  creduto  il. dotto 
Andresilo  che  il  nostro  A.  prova  con  argomenti 
di  evidenza.    Bagiona   poi- della  eleganza   dei 
tipi  Torrentinittui ,  per  cui  quello  Stampatore 
adoprò  ogni  studio.  Sebbene  per6  lo  ponesse  u- 
guale  nella  correzione,    non   potè  in  ciò  bea 
riuì^cire;  essendo  le  stampe  del  Torrentino sem«^ 
pre  belle,   ma  non  sempre  le  migliori.  L*  Ar« 
Ionio  e  il  Domenichi  vi  presedevano ,  ed  erano 
essi  due  ragguardevoli  Letterati  del  loro  tem* 
pò;  massime  il  primo,  su  cui  non  poche  noti* 
zie   ci  comunica  ora  il  Sig.  Moreni .  Manna  . 
sempre  i  dotti  sono  opportuni  a  tal  uopo,  va« 
lendo  spesais^mo  iu  dh,  piò  di  loro,  i  me». 


diocrì  d  pazieott  uoroiiiiìf .  Due  dloiaDdc;  fa  qni 
«  nò  stesso  il  nostro  A.,  prima  perchè  il  Tor-. 
renttoo  stampasse  aoche  in  Fescia  nel  i555.  e. 
f55d. ,  poi  perchè  nel  iSSi.  fossero  alquanto 
neghittosi  ì  di  lui  torchi.  Risponde  alla  pri- 
ma congetturando  con  molta  probabilità ,  che 
o  ve  lo  invitasse  il  Domenichi  suo  amico  e. 
sevisor  delle  stampe,  che  si  era  là  ritirato  per 
BOn  so  quai  torti  ricevuti ,  o  che  vi  fosse  cbiar 
mato  da  distinti  personaggi  di  quella  Città:  la. 
che  si  rende  assai  credibile  in  vedersi  che  lie 
opere  che  allora  ivi  die  a  luce  a|^rtengoa^ 
tutte  a  letterati  di  Pescia.  Sodisfa  poi  alla  se«| 
conda  col  proporre  se  la  pubblicazione  dcUo» 
Scorie  delio  Sle«dano/che  par  dandestiua ,  po^ 
m  avergli  recate  tali  molestie  da  dovere  inter*^ 
mettere  V  esercizio  dell'  arte  stia . 

Acquistatosi  il  Torrentino  gran  fama  per  le^ 
Me  belle  edizioni ,  fu  dal  Duca  di  Savoia  ri^ 
chiesto  al  Duca  Cosimo,  per  istampare  qualche, 
tratto  di  tempo  in  Mondovì.  Questi  gliew  die, 
fii€oltk  ;  ma  nasce  dubbio  se  il  Torrentino  là  si 
portasse,  ossifero  morisse  ia  Fironze.  Il  Ti* 
wbosebi  asserisce  esservi  andato;  ma  dalle  nor 
tizie  di  cui  egli  at  serve  per  istabilir  ci6  risulta 
solo  ehe  là  si  reo6  unicamente  1*  Arleaio  :  ed  ò 
pure  un  equivoco  di  quel  celebre  Scrittore  l' a^ 
Ter  creduto  che  Lorenzo  nei  i5ó5«  pubblicoa- 
ae  in  Mondovì  gli  £catommiti  del  Gira  Idi ,  quan- 
do furooo  stampati  da  Leonardo  di  lui  figlioli 
a  cui  pure  appartiene  la  pubblicaz^ione  di  altre 
opere  di  qtiello  stesso  anno,  che  per  isbaglio 
01  attribuiscono  al  padre. Forse  dovrà  dirsi  ^chOi 
eliiamato  ia  Mondovì  Lorenzo  Torrentino,  là  si 
éicigesse  V  Arlenio  per  istabilirne  col  Duca  le 


io  Firenze  e  trovato  infermo  o  morto  Lorenzo 
(  86  ptirciè  n<Mi  évt6Me  ptitM  delto  ^rteaM 
di  lui  )  TÌsMvfjne  èì  e^nSnr  colà  il  figlio,  so* 
ftituito  forse  per  le  sue  istanze  al  defunto»  pa* 
dte.  Gommitqme  sia*  è  certo  ehé  T  Atlenier  andò 
in  Moudovi,  poi  tornò»  i«  Viireosae,  tu  che  ìii^ 
quel  tempo  manck  di  vi  Mi  Lorenz*;  Giè  si  de^- 
dtiGé  èalki  P velario»  ch«  Leooftréo  fHieoiett» 
alle  Rimt  morali  di  M.  Piitro  Mtusala  da  hii 
pubblicate  in.  Fircate  oal  1664.  in  cui  si  éi^ 
chiara  esorte  s  focfll' epoca  softo  LorensDii .  Cc»«^ 
obiiide  da  tutto  éA  lairisaiaiaaimite  il  N.  A.  che 
Loreazo  fiao  dai  prilli  imbì  dei  |563.  in  cui 
si  trova  poce  »  nm\ìm  avere  operata»  ocasaise  di 
vivere.  Finisce  il  Big.  Horeoi  la  sua  dotta  prò» 
faziose  eoi  notare  ilctniobè  salio  stampe  dei  fi- 
gli del  'Forrontino  oel  novero  di  celebri  uom»*' 
m  che  han  trattato  argomenti  bibliografici  ;  dei 
quali  ha  feticenente  eoiolato  gli  esempi»  e  eoa; 
essi  si  è  posto  al  coperto  dalle  ceoaure  di  quei 
che  vituperano  tali  stud)»  che  trattati  col  meto»^ 
do  del  8ìg.  Moreni  e  di  quei  eh*  egli  ha  preal 
per  gtiida  »  perdono  ogni  stirilttà  e  rieaoono  utili 
insèeme  ed  aoMni  aà  qolti  loitori* 

a.  B.  z. 


td- 

Osservaziimi  sopra  Andrea  Palladio.  Padova 
1811.  nel  Seminario,  in  8. 


s, 


'otto   il  modesto  titolo  di  Osservazioni   il 
Sig.  Andrea  Rigato,  nel  riaprimento  del  Liceo 

^  di  Vicenza  ha  recitato  un  compito  »  bene  iute- 
io»  e  verace  elogio  dell*  immortale  Andrea  Pai* 
ladio,  il  più  elegante  degli  Architetti  Italiani' 
dopo  il  risorgimento  delle  B()ile  Arti»  che  me* 
ritamente  è  stato  pubblicato*  col  le  stampe  •  Ei  • 
tutto  Io  tesse  .sull'esame  deUe  di   lui  fabbri-* 
che,  e  dei  suoi  scritti. ..In  questi  egli  rileva 
una  quantità  grande  di  fine  osservazioni  »  e  di 
solidi  precetti^  tratti  dal  Palladio  dalle  antiche 
fabbriche  Romane»  magistralmente  da  esso  osser- 
vate» e  come  Architetto  ,*  e  come  letterato  :  on* 

.  de  nei  suoi  quattro  libri  di  Architettura  ha  in 
molte  cose  prevenuto  quei  rigidi  critici  oltra- 
montani »  che  nello  scorso  secolo  tentarono  di 

.  richiamare  quella  scicQza  alla  sua  semplicità  » 
dopo  gli  errori  di  un  lungo  secentismo  ^  dan* 
dolo  come  scoperte  loro  nuove»  forse  perchè 
da  essi  non  osservate  in  quegli  aurei  volumi. 
Aggiunge  alla  loro  schiera  anche  Francesco  Mi- 
lizia »  che  nelle  sue  opere  ha  spesso  criticato 
a  torto  il  Palladio  rilevando  la  falsità  delle 
sue  accuse;  cosa  certamente  ancor  piti  dispia- 
cevole» si  per  essere  egli  Italiano  »  sì  per  avere 
in  mano ,  e  citare  gli  scritti  Palladiani.  Nelle 
fabbriche  poi  di  Andrea  »  che  il  Sig.  Rigato 
tutte  ben  conosce  »  trova  un  tesoro  inesausto  di 
armoniche  »  e  variate  bellezze  negli  ornamenti 
A^rchitettonici j  d*  ingegnose,  e  moltiplici  di* 


2t 
Krìbttziooi  di  sui  snelle  piante- dettategli  dalla 

qualità  9  e  dagli  usi  della  fabbrica ,  traendo  sem* 

pre  nobili,  ed  ingegnosi  partiti  dalle  circostan* 

ze  locali  «onde  si  resti  maravigliati  «  che  in  quel 

secolo  in  cui  men^  si  parlai  di  filosofia  nelle 

Belle  Arti,  tanta  se  ne  trovasse  nelle  sue  ope* 

xe   da  sorpassare   quelle  dei  moderni ,  che  lo 

criticano.  Gli  elog)  scritti,  come  questo»  eoa 

pieno  possesso  della-  scienza ,  in  cui  br^la  il 

soggetto  lodato ,  sono  istruttivi ,  interessanti ,  e 

veri,  e  si  distinguono  da  quelle  inutili  lodi, 

che  o  nulla  perbuadono  il  lettore ,  perche  co* 

«uni,  o  troppo^  perchè  esagerate. 

O.  B. 


NoMie  inedite  della  Sagrestia  de'  belU  arredi , 
del  Campo  Santo  Pisano  /e  di  altre  opere  (ti 
disegno  dal  S^cido  XJl.  al  XV.  racadte  ed 
illustrate  dal  i'rci/l^^or. Ciampi .  Firenze  18 io. 
tu  4. 

iNon  pochi  eri:ori  erano  invalsi  nella  Sto- 
ria del^e  Arti  su*  meozionati  monumenti , e  non 
poche  interessauti  notizie  sudi  essi  si  erano  col 
volger  degli  anni  affatto  dimenticate.  Il  Sig.. 
Professor  Ciampi  ha  con  qocbto  suo  bel  libro 
corretti  i  primi  e  data  nuova  luce  alle  seconde 
mercè  i  molti  documenti  che  ha  tratti  dagli 
Archivi  di  Pisa  e  di  Pistoia  sua  Patria ,  la  qua- 
le a  lui  per  questi  ed  altri  dotti  scritti  molto 
dee.  Un  letterato  di  merito*  distinto,  quale  d 
il  Sig.Ciamgi»  non  poteva  contentarsi  di  puW 


VVìctìtrn  I  mM  'dBotitMtiti,  turche  altrf  *6  tir 
M^$«e  partito  ad  increaeirto  d^Ua  Storia  -deìtè 
Arti  béMeìum  devea  per  sé  stesso, com'egli  ha 
fatto,  ttsaroe  a  quest'uopo,  aggiugaeDdo  alla 
lodo  dvlla  pazfon«&,  quella  ancora  dell*iago« 
1^.  fia^gti  percK>  te^^tttrftro  l>elie  disserta* 
%io0i  ,*r€itm  -strila  Sctiltura'ed  àrcbitettiKa  ,1*kl* 
tra  «u'irOrHicerfa,  la  terza  «olla  Pittura,  cbo 
•ono  fH  ototettft,  stt^quaH  ossi  docamean  h  ag^ 
fiorano  :  ed  'oltre  aver  dato  loro  un  ordine  lucido 
ed  averle  trarlarte  con  oppoft«m^'vma  e  sobria 
wndieione  ha  di  ^iù  fiaputo  reoAorle  iotere^sad- 
ti  col  paragone  dì  molti  monumenti  coevi  a 
quflli  <;he  illustra:  unica  via  da  seguirsi  per 
chi  vuole  in  questo  genere  di  ricerche  aggiun- 
^Qore  'la  iporua .  ^0^01  aocootko  'l'L  nosiao  oosti^aio 
ne  daremo  di  ognuna  il  transunto. 
•  Oìvoirma  l^Itn^fa  per 'Ho  tante  'inptasioni  dai 
inrbarì  Vnt^cflta  ooUe  tèi  là  Ai'ci ,  no  ricevè  pri- 
lla daCSostantvnopoli  -  01^'  esse  ovanti  rfoo4^rate,  i 
4a^ori  ti  per  ptibUico  come  por  privato  orna- 
mento; e  riavutasi  poscia  alcun  poco  dallo  «uè 
calamità  e  divenuta  perciò  capace  di  fomenta- 
re  il  genio  per  quelle,  che  mai  in  lei  affaDto  non 
isi  «penso,  ben  aec#lse  gli  A^itisti  ^be  qua  -ven- 
nero da  Co^tanridOpoN  t ttiifti  non  tanio  >dalta 
^fp^ran^sa  èi  buona  forvoda  .qtvamo 4a  «ogni  ma- 
«Hifestissimi  é*  ioovitabilo  distHizìoue  doti*  I^m- 
poro  d^Orionte.  Ma  oovié'ossi  ¥iooi^uto  oorvotto 
4e  arti»  non  ne* a^oa^o  cbe  a^menvati  i^vfetci, 
recsnrono  in  Italia  -uà  gnsto  depravato  cbe  an* 
Aè  tanto  'erosceutto  finctiè  à  '^FoBcadi  non  scos- 
wro  il  -giogo  <del|a  htiA^^rìe  ,^  'ritoma.ndo  a  con* 
«dltar'la  natura  e  le  opere  'degH  ainiicbi  meo- 
atri  non  «rèndettero  isiir-aHt^  novella  i^isa^^lloa* 


ffé  |ie<è  ')e  aitti' égmitfv*  etano  mir  cme 
éecadnte:»  Taitibitsttttira  megUo  ai  8Qitefieva<,  ia 
quèHcs  fabbrldbe  do  iipecie  éarmafe  dai  buMt 
FMd4M  degU  aoticbi  laawriadi .  Queati  jietò  e» 
•avrki  >ii  carnee  «Deb*  assa  éai  catpriociaai  •or^ 
nati  y  assottigliò  e  moltiplicò  oltremodo  la  cor 
l^ane ,  e  iratrodiiBse  H  aesta  ac^ta  QCttU  archi 
per  r  arraftea  apÌAiaiie  che  esao  atto  ioaM  a  se* 
taener  aiafgiorpeao.l>aceiitinoio8fri«d  usare  aal 
•ecolo  undaeiaK);  il<obe  è  com provata  con  pia 
esempi  da>l  dotto  A.  e  introdi^tto  £d  general^ 
anente  ael  aecoto  deeioo  tevzo .  Di  questo  {lof* 
«verd mento  di  gusto  oe  &feoo  da  alcuni  tiKoi- 
5iati  i  ^(tfoti.  Ma  ;beji  mostra  il  Sig.  Ciampi  cfaa- 
si  a<)cnsafio  a  tatto  aggiungendo  boone  riflea- 
«ioni  til  già  detto  au  riè  dal  Miofatori  edalBSa^ 
-fei  ,e  coofotàndo  vittortasameatecoVoro  cbe  prek 
«endoao  di  sostenefe  rm^igine  ^otioa'O  tadeaaa 
della  barbava  arointettara^parebè  aelìa  Cjieraia- 
nia  esistono  iabbrioha  ohe  si  aceustaao  a  quella 
.^naoiera  ;  proraodo  'cbe  ^pìiataoato  ^qniel  gdsto  paa- 
ilo  coià  dall'  Itadia .  lie  di^gwzie  d'^ksJaa  adii»- 
«Ine  aggkuate  al  cattivo  gubto  <che  da  un  tea»* 
ipo  (ttBSai  anUteriore  avM  iDcoaiiQctato  a  pfopa* 
garù  ;  foron  causa  della  depravaaiooe  àèkV  acp 
^obitettura^  da  qiaile  ne^l  sua-  roiao  conservò  ra* 
sidui  della  sua  grandezza  fìnoiil  Secolo Xll.  D»> 
'po  questo  tempo  prese  un  carattere  affatto  .nuo- 
vo/che  poi  oei  vDgaente  Beooio  giuaae  all'O- 
-ftremo.  òindizicea mente  'qui  il  N.  A.  prepona 
cbe  lo  stile  di  questa  seovnda  apoca  Bi  cUami 
-^reco  kalìco,  peichè  dai  Greci  veomi  ili  Ita* 
lia ,  e  dagr  italiani  aiodati  in  (srecia  radical- 
mente prodotto ,  dando  a  quel  dei  la  pc^ima  il 
-nome  di  «leediiaoe^^iiare^^  petnfaè  praticato  de« 


•  •  • 


Cd 
f»  r  invìsione'  di  Hoòia 'fatta  dti-'Cofi  6  dai 
Longobardi:  A  ciascuno,  di  questi  due  tratti  di 
lempo  assegna  quelle  fabbriche  d*  Italia. che  lor 
eon  vengono;  e  ragiona  àssii  acconcia  mente  in« 
i^stigando  le  cause  di  certe  massioie  allora  ri- 
cevute. 

Mentre  l'architettura  or  più  or  meno  si  so- 
steneva in  ispecie  nei  sacri  edifiz),  la  scultura 
decadde  al  «egno,  che  poi  si  ridusse  ad  esser 
pòco  diversa  da  quella  più  rozza  degli  £giria* 
ni.  Giuntò  il  N.  A.  a  tal  punr«i  sviluppa  il  suo 
-tema  coir  esame  di  lavori  del  Secolo  Xil.  e 
con  questi  ei  beo  ètabilisce  qual  fosse,  lo  stato 
della  Bcoftura  a  queir  epuca;  quindi  col  para- 
gone di  essi  e  delle  opere  che  non  han  data , 
giudica  di  queste  assai  meglio  di  coloro  che 
-bao  trascurato  un  tal  confronto.  £  a  chi  vole»- 
«e  opporre  che  V  infelicità  di  tai  lavori  non 
prova  che  ai  tempi  in  cui  furou  eseguiti  noa 
vivessero  artisti  che  meglio  operassero,  ritiponde 
che  se  di  tali  fossero  state  opere ,  ne  sarebbe  pure 
-alcuna  a  noi  giunta ,  e  cb*è  un  assurdo  il  pre^ 
tendere^  che  mentre  vokasi  con  spesa  e  magnifir 
cenza  allogare  un  qualche  lavoro,  lasciando  gli 
Artisti  migliori,  si  tivcHgessero  gli  uomini  d' al" 
lora  a  chi  sapeva  appena  e  malamente  i  pritni 
tlénienti  dell*  Arte  .  ' 

GV  Italiani  che  non  abbandonarono  neppure 
-nei  secoli  dell*  ignoranza  l'esercizio  delie  ar- 
ti i  quelli  furono  che ,  appena  i  tempi  lo  cou^ 
cessero  Je  ricondussero  all'antico  splendore. La 
icoltnra  prima  delle  altre  si  spogliò  della  bar- 
barie, e  deesene  dar  vanto  a  Niccola  Pisano. 
Egli  non  daaltri  guidato  che  dal  proprio  talen- 
t^  rivolse  ìq  scudio  ai  i^iUmm  Saicafagi..  £i- 


9v 
laDi  »  e  colla  imitazione  di  essi  rondasse  opete 
che  oscurarono  le  precedenti  e  furun  capaci  di- 
fissar  masdima;  talché  ancor  quei  ch'eran  già 
Bsi  tenere  altra  via  fi  riscossero  dal  letargo  e 
inccmìnciarono  a  batter  la  nuova,  ciascuno  se- 
condo sua  forza .     . 

progredì  nell'arte  Giovanni  suo  figlio >  ag- 
giugnendo  sentimento  nei  volti  delle  ime  figu* 
re,  espressione  nelle  azioni  e  imitazione  da^ 
vero.  Non  sfuggi  le  difficoltà,  anzi  ne  andò  in 
cerca;  ma  1*  Arte  non  era  ancor  tanto  adulta 
da  poter  ci6  tentare  con  buon  eóito.  Poco  o 
QuUa  pure  ottenne  nella  prospettiva  *,  ma  dee 
molto  lodarsene  il  nobile  sforzo,  non  essendo 
ancor  fissati  i  precetti  di  questa  scienza .  Si  co- 
struirono in  quei  tempi  ajssai  pergami  ;  varii  ne 
a vea  scolpiti  Niccola,  e  alcuni  ne  lavorò  pur 
Giovanni.  Molto  lo  celebra  quel  di  S.  Andrea 
di  Pistoia,  pel  quale  si  vaUe  talora  degli  e- 
•empi  del  padre;  ma  lo  superò  per  la  fantasia  e 
per  g;li  altri  pregi  di  cui  abbiamo  popò  sopra 
parlata.  £t^  già  noto  quanto  anche  valesse  in  ar- 
chitettura, facendone  principalmente  fede  ilce* 
*  iebre  Campo  Santo  di  Pisa,. eh' è  opera  sua:  e 
si  sa  ora.  per  un  documento  prodotto  dal  N.  A.' 
che  intagliò  anche  in  avorio.  La  dissertazione 
è  chiusa  con  interessanti  notizie  di  Artisti  che 

« 

operarono  9  ^tempo  di  Giovanni,  e  con  alcune 
avvertenze  al  Vasari  in  pro[iosito  di  Andrea 
Pisano  che  con  nuova  documenta  asoicura^ii  sco* 
lare  di  esso  Giovanni,  come  il  comune  degli 
Scrittori  ha  asserito. 

Pervenuto  ii  N.  A.  a  parlare  dell'  Oreficeria 
dichiarasi  di  non  volere  scompagnar  da  essa  nel- 
la sua  trattazione  i'  arte  fusoria ,  di  aoa  voler 

6 


te 

por  toccare  il  deito  da  aUri  cbo  brevtaieiite  »  « 
quanto  alla  materia  è  oecessario,  e  di  diriger 
tutte  le  sue  osservazioni  ai  documenti  da  «è  rac* 
colti  deduoendone  tutto  ciò  che  potrà  servire 
a  dar  nuovi  schiarimenti ,  ed  a  correggere  aU 
cuni  errori,  che  nella  Storia  delle  Arti  hanno 
avuto  corso  finora:  e  lo  eseguisce  di  fatti.  Nel 
1205  ',  de)  qual  anno  è  la  più  antica  memoria^ 
che  presentata  siasi  al  N.  A.  nelT  Arctiivio  di 
S.  Iacopo ,  gli  0|»erai  di  quel  tempo  comoiisei* 
ro  a  maej»tro  Pacino  da  Siena  orafo  un  calicò 
d'oro  del  peso  di  oltre  i a.  libbre,  e  altre  eo»  ^ 
clesiastirhe  mpellettili ,  ove  non  solo  lavorò  d' or- 
nato, ma  auc(»r  di  figura,  secondo  la  pratica 
degli  orafi  antichi.  Altro  calice  pure  fecer  per 
r  Opera  Andrea  dì  Puccio  e  Tallinn  suo.  fratel- 
lo nel  128^.  e  in  questo  stesso  anno  gli  Operai 
chiesero  al  comune  di  poter  ordinare  una  tavo* 
la  d' argento  y  in  cui  scolpiti  fossero  i  dodici 
Apostoli  per  esser  collocata  suir  Altare  di  S.  la*  ^ 
copo .  Ciò  ebbe  effetto  ;  e  da  un  documento  prò-» 
dotto  dal  Sìg.  Ciampi  apparisce  che  vi  fu  ag- 
giunta un'immagine  di  Nostra  Donna ^ essa  puro 
d'argento^  e  uq  paliotto  dello  stesso  metiillo. 
Se  ne  ignora  V  Artista  ;  ma  probabilmente  tut*  . 

to  ciò  fu   lavoro  di  Pacino,  o  di  Aodrea  di  } 

Puccio.  ^  'i 

In  tale  stato  era  Y  Altare  quando  Vanni  Puc*  1 

ci  forzò  la  porta  del.  Sacro  Tempio  per  derubar- 
lo -,  Tal  fatto  è  celebre ,  comeogoun  sa ,  pe'  versi 
di  Dante;  ma  non  si  è  saputo  con  precisione 
finché  il  diligente  A.  non  ne  ha  prodotto  il  do- 
cumento autentico,  e  non  vi  ha  sopra  diritta- 
mente ragionato.  Da  ciò  ch'egli  espone  resulta 
che  Puccio  sconficcò  e  danneggiò  la  tavola  e  U 


ss 

^liotto}  ma  Mti  potè  recftfe  ad  effetto  il  far* 
to  ;  e  che  fu  condaooato  al  supplizio  nel  1295. 
E  come  T  Autore  delle  Storie  Pistoiesi  asserisce 
air  ADDO  i3oo. ,  che  Puccio  era  io  libertà;  il 
Sig.  Ciampi  molto  gìustameate  riflette:  Fanni 
Fucci  agisce  in  quelle  Scorie  soltanto  nei  prinA 
frincipj  delle  Parti  Bianca  e  .Nera ,  e  poi  non 
se  ne  fa  pia  parola.  Lo  Storico  'adunque  inca^ 
mincia  la  sua  narrazione  dal  iSoo.  perche  allora 
propriamente  quMe  parti  presero  appetto  di  Ja* 
Uione  .  •  ..«  perciò  contento  di  averne  accennata 
t  origine  t  riunisce  sotto  V  epoca  ^  che^  egli  fissa 
per  principale  i  fatti  atttecedentl ,  che  riguard»Jt* 
vano  Ut  prlfna  causa.  Tal  riflessione  è  aviralo- 
rata  da  ciò  che  di  questo  Scorico  ban  detto  gli 
editori  dell' ultima  ristampa  p.  i^i.  Questo  Script 
tore  conta  prima  una  Qùsa  e  posclt  wn*  altra  »  se^- 
condo  che  gli  vien  bene ,  sen:uc  guardare  punto 
V  ordine  de*  tempi  «  • 

'  poco  dopo  eseguiti  i  risarcimenti  si  commi'^ 
«e  r  esecuzione  di  un  nuovo  paliotto  a  Andrea 
di  Iacopo  d'Ognabene  da  Pigola,  nella  quale 
e  in  altre  che  questo  artefice  condusse ,  ravvi* 
sa  il  N.  A.  imitazioni  e  talora  copie  delle  Scul- 
ture di  Giovanni  Pisano.  Soeso  poi  a  parlare 
degli  smaltì  ehe  nelT  anno  133^^.  Andrea  di 
Pticiùno  di  Baglione  inseri  né<  candelieri  d' ar- 
gento eh*  egli  allora  rìni«)dernò'  per  1* Opera» 
ricerca  assai  dottamente  se  quesito  genere  di  la* 
^ori  noto  fos^e  agli  antichi,  e  si  determina  pel 
sì  dopo  Pesame  di  un  passo  di  Fdu.<$ania  ri« 
-guardante  il  manto  del  Giove  Olimpio  fabbri- 
cato da  Fidia.  Egli  è  oltremodo  interessante 
quello  cb'ei  scrive  intorno  alla  Statua  di.S  la- 
eopo,  ehe  sedente  ancor  si  osserva  in  questo 


8^ 

altare  a  lui  dedicato.  Un  documento  prodotta 

dal  N.  A.  prova  ube  fu  opera  di  Maestro  Gi- 
glio Pisano  y  nome  fin  qui  ignoto  a  quanti  scria* 
sero  intorno  al  risorgimento  delle  Arti,  sebbe- 
ne meritasse  di  essere  assai  celebrato.  Il  Va- 
sari che  assai  commenda  il  lavoro  T  attribuisce 
a  Leonardo  di  Ser  Giovanni  Fiorentino;  anzi 
con  im;)erdonabile  errore  attribuisce  a  lui  tutr 
to  V altare,  che  pur  fu  fatto  in  varie  epoche  e 
per  tale  si  manifesta  anche  a  chi  sia  mediocre- 
mente istruito  nelle  Arti.  Questo.  Leonardo  aod 
V*  ha  di  suo  che  una  fiancata ,  essepdo  l'altra 
di  Maestro  Piero  Fiorentino  pur  esso.  Altri  la- 
vori si  eseguirono  per  quebt*  Altare  nei  tempi 
successivi  finché  noq  fu  traslocato  dalla  disfatta 
cappella  al  luogo  ove  si  vede.  Ciò  avvenne  nel 
1^88.  e  ne  fu  fatto  pure  nuovo  disegno. 

La  terza  dissertazione  si  aggira  sulla  Pittu- 
ra. Glie  r  Italia  avesse  pittori  indigeni  nei  Ser 
coti  XI.  XII.  e  XIII.  fu  tema  di  belle  produ- 
zioni a  eruditissimi  Scrittori.  Il  N.  A.  aggìur 
gne  ora  notizie  che  in  parte  schiariscono  »  in 
parte  dilatano  questo  argomento.  Si  sa  da  un 
suo  documento  che  Giunta  Pisano  fu  della  no- 
bile famiglia  del  Colle,  ch'ebbe  per  padre  un 
Guidotto,  non  Giunta  nò  Giuntino,  come  si  ò 
creduto  finqui,  e  che  dipingeva  fino  dal  1209. 
e  nel  I255.  ancor  viveva)  e  da  altri  apparisco- 
no nomi  di  Pittori  che  fiurironti  in  quei  tempi, 
e  di  cui  la  storia  tace.  Tace  pure  che  Gimabue 
fosse  mosaicista,  ma  or  si  sa  che  fu  chiamato 
dai  Pisani  nel  t3oii.  a  ornar  di  mosaico  l'Assi- 
de della  tribuna  del  Duomo:  la  qua!  epoca 
smentisce  pure  che  morisse  nel  i3oo.  come  vuo- 
le il  Vasari . 


85 
'  Altro  errore  fu  propagato  da  questo  istorino 
e  adottato  dal  Baldinucci  sulle  auYiche  pitture 
della  Cappella  di  B.  Iacopo  di  Pistoja ,  di  cui 
quegli  fa  Autore  Stefano  Fiorentino,  quando  è 
ora  manifesto  che  furon  fatte  per  A  lesso  d' An* 
drea,e  Bonaccorso  di  Maestro  Gino  Tanno  ìSì^j* 
Molti  più  falli  cotDOiise  queir  istorico  su  gli 
Autori  delle  pitture  del  Campo  Santo  di  Pisa 
attribuendone  a  tal  pittore, di  cui  non  furon  o^ 
pera,  lasciando  nell'oblio  quei  che  veramente 
le  condussero.  Il  ditigentissimo  e  dotto  N.  A« 
se  ha  ora  schiarito  le  tenebre  e  scoperti  gli  er*^ 
rori ,  ed  ha  così  posto  il  colmo  a  quanto  bau 
iinqui  detto  gli  eruditi  su  quel  grandioso  mo^ 
numento. 

'  La  Storia  ha  fino  a  noi  attribuito  i  fatti  dtU 
la  Genesi  ivi  dipinti  a  Buffalmacco.  Oltre  che 
repugna  a  ciò  la  differenza  distile  che  tra  que- 
sta pittura  si  riscontra,  e  quelle  che  sono  certo 
di  Buffalmacco,  vi  si  oppongono  i  documenti 
che  nei  libri  dell'Opera  del  Uuomo  Pisano  ha 
rintracciati  il  N.  A.  Si  raccoglie  pertanto  da  es- 
si che  Pietro  di  Puccio  da  Orvieto  ne  è  Au* 
tore,  e  sua  opera  è  pure  il  quadro  della  Y^r- 
grne  incoronata  ,  creduto  fin  ora  di  Taddeo  Bar* 
toli  Sanese.  Beti  mostra  il  Sig.  Ciampi  che  quel 
Pietro  di  Puccio  è  lo  stesso  che  nel  i38i..  e 
138^.  lavorava  di  Mosaico  nella  facciata  del 
Duomo  d*  Orvieto.  Musaicista  è  chiamato  nei 
documenti  del  N.  A.  e  in  quelli  prodotti  dal 
P.  della  Valle  nella  Storia  di  quel  gran  Tem- 
pio; e  in  ambi  Teta  corrisponde,  il  nome  del 
Padre  eia  patria.  Non  spregevole  avvertenza 
si  fa  pure  sopra  Antonio.  Veneziano,  che  verso 
il  termine  del  Secolo  XIV.  dipinse  anch'esso 


w 

nel  Campo  Santo;  correggendoli  il  Vasari  Atto 
lo  fa  morto  nei  1384.  giacchò  nel  i38&.  ancor 
dipingeva  in  Pisa. 

Ritornando  il  N.  A.  a  parlare  dello  pfemn» 
re  dei  Pistoiesi  in  condurre  altri  artisti  per  nuo* 
ve  pittare,  tratta  in  ispecial  modo  di  Puccio 
Capanna ,  di  cui  si  conservan  pitture  In  ottimo 
•tato  nella  Sagrestia  dei  soppressi  minor  Con* 
▼entoali ,  e  di  Gio.  di  Bartolommeo  Crisciaui 
Scolare  del  Gavalltni  e  Giottesco  che  operò  sot« 
to  il  loggiato  davanti  al  Duomo  di  esw  Città, 
e  in  altri  luoghi  di  lei.  Dipinse  Giovanni  ao* 
co  in  Campo  Santo  di  Pisa,  e  pare  che  aiuiaa* 
È^  Antonio  di  Vite.  Certo  è  che  nei  quadri  at« 
tribuiti  a  Buffai  macco,  in  ispecie  nella  crocifi^^ 
aione  e  nel  gruppo  delle  Marie  che  soatengoop 
N.  D.  languente  vi  si  ravvisa  lo  stile  del  Vite. 
Dipinse  anche  ivi  nel  Capitolo  dei  Frati  Ago- 
stiniani,  e  condusse  opere  anche  in  Prato  e  io 
Pistoia  che  veramente  ridonda  di  pitture  del 
Secolo  XIV.  prova  evidente  che  le  sue  turbo- 
lenze civili  non  la  distolsero  punto  dair  affetto 
per  le  beile  Arti. 

Con  bella  appendice  termina  il  N.  A.  la  suo 
terza  dissertazione.  Prefisso  essendosi  di  non  oU 
trepassare  il  Secolo  XIV  qui  dovea  far  fine; 
ma  abbattutosi  a  trovare  documenti  che  moUo 
achiariscono  la  Storia  di  Benozzo  non  ha  voluto 
tardare  a  comouicargli  col  pubblico.  Descritto» 
ae  sugosamente  il  caratter  pittorico  di  questo 
reptitatis««imo  artista  fa  il  novero  delle  sue  pit« 
ture  in  Campo  Santo  di  Pisa  secondo  Tepocho 
che  assegnano  essi  documenti;  dai  quali  ed  è 
manifesto  che  ale  une  istorie  che  a  Ini  dubbia- 
vieote  si  attribuivano,  veramente  gli  apparten*^ 
gono^   e  si  viene  in  chiaro  che  noa  conUusso 


8| 

I  tu  drfe  fieli  imi  qoelht  grand'  opera;  ma  sibr 

l*  bene  ia  sedici.  Si  passa  poi  ai  documenti  che 

'  hao  porta  ubertosa  materia  alle  tre  dotte  dis* 

'  sèrtazioQi  e  si  riferiscono  per  disteso  a  formar  ri- 

prova di  quanto  si  è  scritto.  Decorano  il  libro 
f  alcune  tavole  ben  incise  dal  ^ig.  Lasinio,  e  una 

ffiudiziosa  lettera  del  Sig.  Professor  Giuseppe 
Branchi  contenente  T  analisi  degl'  ingredienti  di 
varj  musaici I  e  di  varie  antiche,  pitture,  ed  ud* 
ftltra  lettera  del  Sig.  Giorgio  Viani  intorno  aU 
la  zecca  ed  alle  monete  di  Pistoia.  £'  noto  il 
"^  valore  di  questo  monetografo  in  ispecie  per  la 
beir  opera  mlle  monete  della  famiglia  Cìbo^ 
che  non  ha  molto  pervenutaci  per  liberalità  Uel 
dotto  autore,  abbiamo  ora  là  compiacenza  di 
annunziare  nel  nostro  Giornale  per  darne  ia 
breve  un  più  compiuto  ragguaglio.  Piccola  ò 
questa  lettera*  ma  dotta  giudiziosa  e  di  una 
maravigliosa  evidenza.  £samina  prima  i  docu« 
'^  (  menti  che  si  hanno  sulla  zecca  di  Pistoia,  e 
questi  ben  .discussi ,  e  aggiunta  notizia  degli 
avanzi  d* antica  zecca  esistenti  in  Pistoia,  eie* 
duce  con  certezza  che  quella  Città  battè  in 
var)  tempi  moneta ,  convincendo  cosi  d*  errore 
quei  che  bau  ciò  negato.  Quindi  richiama  ad 
esame  le  pochissime  monete  di  Pistoia,  che  oaU 
tri  ha  vedute  e  or  son  pente ,  o  tuttora  si  ser« 
bano;  e  quali  con  giusto  criterio  reputa  geoui« 
iie^e  quali  false;  e' tiene  coatro  il  parere  di 
alcuni,  e  a  ragione  »  che  mai  Gastruccio"  non 
battesse  monete  in  Pistoia,  facendoci  sapere 
che  la  moneta  che  di  lui  ora  si  addita,  fu  o- 
pera  del  Weber  falsario  insigne^  la  cui  die* 
moria  è  in  ira  a  più  raccoglitori  d'anticaglie 
e  a  qualche  men  cauto  antiquario. 

G.  B.  z; 


88 

AVVISO 

Sulla  Scelta  di  Rime  antiche  che  qui  si  pubblica  i 

^e  i  frammenti  anche  più  pìcnoti  degli  an^ 
tichissimi  poeti  Latini,  che  sono  ai  nostri  dì 
pervenuti,  fii  rispettano  e  si  conservano  eoa 
ogni  più  scrupolosa  diiigen7.a,  perchè  in  essi 
facciamo  ragione  di  ravvisare  la  prima  origine 
di  quella  maraviglìosa  Poesia,  che  onorò  il  se-* 
col  d'Augusto,  dobbiamo  altresì  con  impegno 
fors'  anche  m.iggiore  procurar  la  ironservaziouQ 
e  la  pubblica  notizia  di  quelle  Poesie  dei  no- 
stri antichi  Rimatori  Toscani ,  che  nei  Godici 
manoscritti  son  rimase  fin  qui  vergogriosaméuto 
sepolte.  Il  Parnaso  Toscano  può  di  leggieri  ga-» 
reggiar  col  Latino;  e  ancorché  il  secondo  noq 
ci  sia  straniero  di  patria /pur  nondimeno  il 
primo  essendo  la  nostra  non  già  'passata  ma 
presente  ricchezza ,  ha  ben  diritto  di  esserci  e* 
ziaadio  e  più  pregiato  e  più  caro.  Il  perchè 
non  potrà  reputarsi  per  avventura  opera  vana 
e  perduta  il  ricercare  uelle  vecchie  scritture ^ 
e  consegnare  alle  stampe  alcune  di  quelle  ri« 
me  restate  inedite  dei  nostri  antichi ,  che  fu- 
];ono  come  le  prime  articolate  voci  delle  nascen* 
ti  Muse  Toscane.  JElsse,  per  vero  dire,  compa- 
riranno troppo  più  rozze  che  quelle*  dei  secoli 
posteriori  non  sono;  ma  non  perciò  meritano 
che  si  senta  di  loro  sì  bassamente  da  crederle 
aiFatto  inutili  ai  nostri  studj.  £^  già  fama  co* 
mune  che  il  gran  Virgilio  andava  cercando  tra. 


il  pattanie  d* Ennio  le  genme:  e  il  Muratori 
dopo  averci  detto  che  ^\iuanda  altro  merito  non 
avessero  (i  Rimatori  antichi)  che  quello  d' esse^' 
r^  stati.  Padri  dell*  Italica  Folgar  Poesia,  pur 
sarebbero  degne  V  opere  loro  di  comparire  alla  la^ 
ce»  soggiunge  che,,  di  fatti  s*  osservano  quivi 
semi  <r  altissime  cose  ,  nobili  pensieri ,  vive,  im^ 
magini ,  le  quali  con  pazienza  trascelte  e  raccolte 
da'  rozzi  ed  oscuri  loro  versi ,  possono  maràin* 
gliosamente  servire  a*  moderni  Poeti  per  ben  com-^ 
porre  (Perf.  Poes.  Lib.  I.  cap.  3.  )  A  questo  non 
leggiero  motivo  di  pubblicare  sì  fatte  rime  1*  al- 
tro pure  s' aggiunge  del  vantaggio ,  che  ne  può  di 
facile  derivare  al  Toscano  linguaggio.  Il  nostro 
soavissimo  idioma  riconosce  per  suoi  fondamenti 
gH  scritti  del  Secolo  %IV. ,  onde  è  che  quanto 
sarà  maggiore  il  numero  di  questi  che  sieno  di 
pubblica  giurisdizione^  con  agevolezza  tanto 
i})aggiore  esso  potrà  ricevere  e  illustrazioni  e 
accrescimenti.  Ignote  voci»  ignote  maniere  di 
dire  ricondotte,  alla  luce ,  le  note  e  fiancheg-f 
giste  soltanto  da  esempj  d*  autori  moderni  au- 
triz^ate  validamente  da  esemp)  antichi ,  le  ori-* 
gini  e  1* etimologie  della  lingua  piii  farilmen,te 
indagate ,  potrebbero  esser  frutti  di  molte  scrit- 
ture di  queir  aureo  Secolo,  se  tolte  all'oblio 
o.alla  cognizione  di  pochi,  si  esponessero  al 
pubblico  esame  degli  amatori  della  Toscana  fa- 
vella. Questa  cura  di.  scegliere  non  già  i  fiori 
dell'eloquenza  e  delle  bellezze  poetiche,  ma  la 
nuda  ed  ingenua  semplicità  delle  parole,  fecei 
ai  Compilatori  del  Vocabolario  della  Crusca 
adottare  per  Testi. di  lingua,  e  libri  dì  conti  di 
case  particolari,  e  capitoli  di  compagnie  nel 
i^Qq»  dettati  i  e  tanto  più  volentieri   perchè  si 


90 

fette  eom  nafta  pMMmtatie  ili  qnal  rioerteto  e 

dotto  stile  dei  solenni  Scrittori ,  che  talvolta  a* 
allontanano  an  poco  dal  comunal  favellare»  ma 
icoprono  la*  limpidezza  di  quella  naturai  dici- 
tura, che  in  qoel  secolo  fortunato  familiarmen* 
te  a*  osata.  A  pura  perdita  adunque  si  decla*^ 
ma  contro  ai  Vocabolaristi  per  avere  allegato  si 
Ikttj  libri ,  quasi  che  abtnano  cadi  voluto  pro- 
porre agli  Scrittori  Italiani  i  capitoli  della  com* 
pagnia  dell* Impruneta  per  modello  di  stile. 

Ma  tornando  alTanticbe  rime  che  per  dare 
alla  luce  ho  raccolte»  debÌ>o  avvertire  averle 
io  diligentemente  trascritte  per  la  massima  par^ 
te  da  doe  Godici,  uno  de'qnnli  appartiene  al» 
k  Libreria  dell*  ornati ssimo  Sig.  Giuseppe  Puc- 
ci» del  qual  Codice  ho  fatta  menzione  altra  voi» 
ta  nelle  note  ali*  antico  volgarizzamento  del 
Trattato  dell*  amicizia  di  Tullio  già  da  me  pub* 
blicato,  il  fecondo  fu  già  di  proprietà  del  P» 
Abate  Alessandri  di  &dia^  ed  io  ebbi  anni 
fono  la  comodità  di  esaminarlo,  e  di  estrar- 
re tutto  ciò  che  inedito  o  degno  d*  osservazio* 
tie  mi  parve,  fi  siccome  di  questo  Codice  uoa 
so  qual  sia  al  presente  la  sorte ,  o  iti  quali  ma<^ 
ni  egli  sia  pervenuto,  mi  credo  in  dovere,  per 
dare  un  qualche  discarico  ai  miei  Lettori,  di 
presentarne  la  descrizione^  Il  Codice  è  carta* 
ceo  in  F.  del  Secolo  XVI.  In  margine  s*  incou* 
tra .  di  quando  in  quando  una  nota ,  che  avvcr* 
te  essere  quella  tal  poesia  tratta  dai  Testi  o  del 
Bembo ,  o  del  Brevio .  Per  chiarezza  maggiora 
dividerò  le  poesie  ivi  contenute  in  var)  articoli 
lecondo  r  ordine  con  che  sono  scritte . 
'  I.  Dante  Alighieri.  2.  Ballate,  e  ia.  Sonetti 
compresivi  due  Sonetti  di  Forese  Donati  iu  ri* 
aposta  a  Dante . 


n.  Goido  Oavalcanrt.  d5.  tra  Sonetti  e  Bal« 
late  . 

HI.  Gino  da  Pistoia,  òi.  tra  Sonetti  e  Bal- 
late . 

IV.  Petrarca .  a5.  tra  Sonetti  ed  altre  poesie . 

V.  Divergi  autori  al  Petrarca.  ^.  Sonetti. 

VI.  Giovanni  Boccaccio,  più  di  loo.  Sonet* 
ti,  i  quali,  tranne  ano,  Airono  pnbMicati  nel 
1800.  in  Livorno  dal  Gh.  Sig.  Oiambatma  Bal^ 
delli. 

VII.  Guido  Guinizelli.  18.' tra  Sonetti  e^al* 
tre  poesie. 

Vili.  Lapo  Gianni.  i3.  fra  Ballate  e  Gao<« 
aoni  . 

IX.  Diversi  autori.  Gli  autori  di  questo  ar«^ 
ticolo  sono  i  seguenti .  Re  Enzo .  lacomo  da 
Lentino.  Inghilfredi.  Lupo  degli  liberti.  8er 
Noffb  Notaio  d'oltrarno.  Guido  Orlandi.  Bo* 
nagiunta  Urbiciani  .  Conte  Guido  Novello  • 
Ridolfo  Pergulense.  Giovanni  dalTOrto  Giu« 
dice  d' Arezzo.  Leoimo  da  Pistoia  •  Dino  Com- 
pagni .  Lapo  Salterelli .  Guitton  d' Arezzo.  Mea- 
ser  Onesto.  Iacopo  Cavalcanti:  Giudice  Uber* 
tino  d*  Arezzo .  Lippo  Paschi  de*  Bardi .  Sennuc* 
ciò  Benucci.  Bernardo  da  Bologna.  Fazio  de* 
fli  liberti.  Antonio  da  Ferrara.  Fraoceschìno 
degli  Albizzi.  Pier  delle  Vigne.  Francesco  I« 
smera.  Caccia  da  GaMtello.  Gianni  Alfani.Ser 
Giovanni  Si  moni  Ser  Monaldo  da  Sofena  .  Net* 
ser  Tommaso  da  Faenza.  Ser  Baldo  Fiorentini^. 
Messer  Polo  di  Lombardia.  Nuffo  finonagnids» 
Maestro  Hinuccino.  Uesser  Ri  nakia  d'Aquino* 

X.  Autori  incerti,  an  Sonetti /e  3.  Ballate. 

XI.  Buonaccorso  cbt  tfuotefflagou .  a^.  Soaet« 
li,  0  3.  fiaifaite. 


02 

XiL  Sennoccio  Benucci  •  altri  4.  pezzi  di 
poesia . 

XIIL  Guitton  4* Arezzo  di  uuovo.unaBaU 
lata,  e  un  indirizzo. 

.  XIV.  Gino  da  Piatola  nuovameme.  17.  tra  So- 
netti e  Ballate, 

D'altri  Godici,  di  cui  mi  sono  talvolta  ser- 
vito, o^farò  cenno  ove  il  bisogno  il  richieda: 
6  per  servire  alla  brevità  indicherò,  quando 
occorra,  il  Codice  sopra  descritto  colia  lettera 
A.  e  Taltfo  Puceiano  colla  lettera  P. 

Rispetto  agli  autori,  a  cui  attribuite  sono  !• 
poesie  y  io  non  pretendo  di  sostenere  che  i  Go- 
dici non  vadano  errati  talvolta.  A  certe  brevi 
poesie,  che  prima  della  stampa  andavano  ano- 
nime in  giro,  dovettero  alcuni  copiatori  ap-. 
"porre  il  nome  di  queir  autore,  che  o.  per  udi*» 
ta,  o  per  qualche  somiglianza  di  stile  d'avere 
acoperto  si  figurarono.  Quindi  è  che,. quanto- 
ai  nomi  degli  autori ,  si  trovano  nelle  mauoscrit^ 
te  raccolte  di  rime  antiche  sì  notabili  diversi* 
tà .  Per  esempio  la  Canzone  . 

'  •  '  ♦ 

O  morte  della  ^ita  privatrice^ 

che  nella  Raccolta  delP  Allacci  e  in  quella 
del  Zane  è  attribuita  a  Gino  da  Pistoia ,  nel 
Codice  Puceiano  va  sotto  il  nome  di  Lapo 
Gianni .  Una  ballata ,  che  il  Barbieri  a  p.  166. 
della  sua  opera  Dell'origine  della  poesia  rima* 
ta  pubblicata  dal  Tìraboschi,  Modena  ^290. 
attribuisce  a  Bartolo  de*  Bicci  Fiorentino ,  ù 
del  Boccaccio  secondo  un  Codice  Mag(iabe* 
chiano.  Ma  infiniti  sono  gli  «sempì  disi  fatti 
scambiamenti,^ molti  de' quali  si.posson  vedere 


f 


9S 

nelle  note  marginali,  che  A  leggono  oeir  edi- 
zione delle  Rime  antiche  del  Zane,  Venezia: 
1^3 1.  Pure  se  il  principale  oggetto  della  pub« 
biicazione  d'alcune  rime  antiche  è  di  estende-^ 
re  il  campo  alla  cognizione  del  cominciamene 
to  deUa  nostra  poesia,  o  di  facilitare  un  mag* 
gior  cumulo  di  ricchezza  ai  Toscano  ]inguag« 
gio,  poco  rileva  se  in  fronte  ad  esse  il  nome 
d'uao  0  d'altro  autore  si  legge;  e  basta  solo 
che  lo  stile ,  o  altro  segno  evidente  le  ci  mo* 
stri  per  fattura  del  Secolo  XIV. 

PiÌL  zaroso  è  l'impegno  di  produrre  poesie 
di  picciola  mole  alla  luce,  che  nel  vero  state 
non  vi  sieno  -prodotte  giammai.  In  un  numero 
sì  spaventoso  di  libri ,  tra  la  moltitudine  delle 
Raccolte  antiche  e  moderne  di  poesie ,  un  com- 
ponimento minuto  sfugge,  non  che  al  mio,  al- 
lo sguardo  pure  più  penetrante  ed  attente .  Sba- 
gli così  fatti  non  sono  punto  infrequenti  nella 
repubblica  letteraria,  ed  io  potrò  ritrarmi  sot- 
to lo  scudo  della  celebrità  di  coloro ,  che  han- 
no in  ciò  disavvedutamente  inciampato.  Il  Bi- 
soioni  pubblicando  gli  scherzi  poetici  del  Pan* 
cìatichi  (  Firenze  1729.  )  produce  a  p.  S^.  un 
Brindis  inedito  del  medesimo,  che  altro  non 
'è  che  le  prime  tre  strofe  della  Canzone  55. del 
Ghiabrera  diretta  a  Cosimo  secondo.  Nella  Se» 
rie  de'  Testi  di  lingua  dataci  dal  Gh.  Sig.  Gam- 
ba (  Bassano  i8o5.  )  si  legge  a  p.  i58.  Un  va- 
bimetto  di  Poesie  del  Tasso  ricavate  da  mano^ 
scritti  inediti  si  pubbliiò  anche  in  Roma  nel  1789. 
in  8.  Or  questo  volumetto  che  costa  di  t2oo.  pa« 
gine  nuir  altro  contiene  che  una  parte  di  quel- 
le poesie  del  Ta^so,  che  furono  date  alla  luce 
dal  Foppa  nel  secondo  Volume  deir  Opere  non 


^4 
più  stampate  ec.-Roma  t666.  Bppnfa  anche  9M« 

sa  l'eUizioae  del  Poppa  era  facil  cosa  trovarla 
riprodotte  nella  Golleziotie  dell*op^re  di  Tor<* 
quato  fatta  io   Firenze  in  Voi.  6.  in  F.,  o  in 
quella  di  Venezia  in  Voi.  12   in  4.  Il  Sera«$ 
che  nel  1760.  Hsrampò  in  Roma  le  Poesie  vol^ 
gari  e  lame  del  Castiglione  nelle  note  alla  Stan* 
aa  35  del  Tirsi  produce  una  specie  di  Ditiram^» 
bo  attribuito  a  Franco  Sacchetti  ^  e  per  essere 
Inedito  crede  J^ar  cosa  grata  agli  amaturi  di  é^ 
mili  gentdeZTx.  Or  questa  poesia  data  in  luce 
daU*'Atanagi  fu  poi  ristaispata  da  altri  ^  come 
dal  Quadrio,  dal  Grescimbeni  ec.  Vero  è  benrt 
che   li    Seras^i   nelT  edizit^ne   delle  lettere  del 
Castiglione  ,  (  Padova  Cornino  i';;'^!.  )iove  sona 
aggiunte  le  pi»esie  stampate  in  Roiiia  nel  i^do. 
ai  corregge  (iico^ndo:  ben\.hè  si  v^'gga  stampata 
nella  iiacculta  delV  Atanagi  ec.  Per  lo  che  il  Pa- 
dre Ireneo  Affò  nelle  nute  ali*  Orfeo  del  Poli- 
aiano  (Venezia  1776.  p.  86.  )  non  ebbe  molta 
ragione  di  rinfacciare  al  Semssi.cosi  fatto  sba- 
glio, da  Itti  ntedesimo  cinque  anni  avanti  cor« 
retto;  come  non  si  avrebbe  ragione  di  rinfac- 
ciare al   Gb.  Sig.  Abate  Zanm*oi  la  pubblica* 
ftioue  dell'Edi^HY,   versione  del  Segni,  mentre 
,  egli  ha  già  riconosciuto  e  pubblicamente  con* 
fei^sato  essere  già  stata  essa  data  alla  luce  in 
Palermo.  Non  vi  ha  che  roatinaaìone«  simile 
a  qaella  che  mostrò  il  m<»derno  eaitoc  del  Fi* 
lostrato  nella  disputa  avma  col  Gb.  8ig.  Gano« 
sico  Morfeni ,  che  meriti  anzi  condanna  che  scu* 
aat  Per  evitare  sì  fatti  Ì43ciampk  ho  fatto  gli 
esami  e  le   ricerche»  che  per    mje  a  è  potuto 
maggiori  r  ed  ardirei  di  esser  tranquillo  sopra 
di  ciò,   se  io  riconoscessi  ìia  ma  e  cognizioni 


9& 

pii^  «6l6«e  »  e  calaci. tà  nifficiente  •  Noti  Avendo 
di  me  stesso  una  bastevol  fidaoza  »  mi  soa  fat- 
to ardito  di  ricorrere  al  dottissioio  e  celebra- 
tissimo  Sig.  Gav.  Iacopo  Morelli  Bibliotecario 
della  Marciaua  9  il  quale  benché  occupatis^ioio 
nessuni  studj  e  nelle  sue  incombenze  »  ha  to* 
luto  con  la  sua  consueta  siogolar  cortesia  in* 
coraggiarmi  e  cox&ttnicarmi  i  suoi  lumi.  Che  se 
tutte  queste  mie  diligenze  non  avranno  avuto 
tanto  vateggio  da  allontanare  da  queste  Rime 
ogni  errore,  io  mi  reputerò  obbligato  di  since* 
ra  ricoiioscenza  a  chiunque  con  quella  gentilez* 
^a  che  alla  letteratura  à  richiesta  si  compiacerà 
di  farmene  accorto. 


•     w* 


Fiacchi  • 


► 


.  • 


■• 


9l_ 

'■      J  ■  ■'  '  '     -      ■'  ^ 


SCELTA 

D  I 

RIME  ANTICHE; 


i  Dante  Alighieri.  Dal  Codice  A. 

ijXadonna ,  quel  Signor  ,  che  Voi  portato 
Negli  occhi  tal  che  vince  ogai  possanza. 
Mi  dona  aicurauza 
Glie  voi  sarete  amica  di  pietate  . 

Però  che  là  dov*  eì  fa  diuioranza  » 
£d  ha  in  com'pagnia  moita  biltate     * 
Traggo  tutta  bontate    . 

-  A  s6  ,  come  a  principio  che  ha  possanza  s 
Ond'io  confoì'to  sempre  mia  speranza. 
La  qual*  è  stata   tanto  combattuta 
Glie   sarebbe  peniuta  » 
Se  lion  fosse  che  amore 
Gontr*  ogni  avversità  le  dà  valore 
G«m  la  sua  vista,  e  con  la  rimembranza 
Del  dolce  loco  ,  e  dt^l  soave  fiore; 
Ghe  di  nuovo  colore 
Gierco  (i)  la  mente  mia 
Merzè  di  vostra  dolce  cortesia. 


(i)  Scimo  che  si  debba   leggere   cerchio  »  cioè  io 
i'ircondo . 


«. 


9? 
E  Dante  a  Messer  Cìno.  Dal  Codice  A. 


Ferch'  io  non  troiro  chi  meco  ragioni 
Del  Signor  a  cui  siete  voi  ed  io» 
Gonvieoioii  sodisfare  al  gran  desio , 
Gii*  io  ho  di  dire  i  pensamenti  buoni , 

Nuir  altra  cosa  appo  voi.  m*  accagioni 
Dello  lungo  e  noioso  tacer  mio , 
Se  non  il  loco  ove  io  son  eh'  è  si  rio 
Che  ben  (i)  non  trova  chi  albergo  gli  doni. 

Donna  non  e'  è  che  amor  le  venga  al  volto  » 
Né  uomo  ancora  che  per  lui  sospiri» 
E  chi  *l  facesse  saria  detto  stolto . 

Ahi ,  Messer  Gin ,  com'  è  *1  tempo  rivolto 
A  danno  nostro,  ed  alli  nostri  diri ,  (2) 
Da  poi  che  *1  ben  ci  è  si  poco  ricolto . 

Dello  stesso.  Dal  Codice  A. 

Deh  ragioniamo  on  poco  insieme,  amore, 
E  tra' mi  d'ira  che  mi  fa  pensare; 
E  se  vuoi  r  un  dell'  altro  dilettare 
Diciam  di  nostra  donna  »  0  mio  Signore  • 

Gerto'l  viaggio  ne  parrà  minore 

Prendendo  un  cosi  dolce  tranquillare; 
E  già  mi  par  gioioso  il  ritornare 
Udendo  dire ,  e  dir  del  suo  valore  • 


(l)  Leggerei  Che^l  ben. 

(2J  Diri^  numero  dei  più  del  dire,  Cecchi,Mo- 
glie  in  prosa  A.  5.  S.  2.  Paadolfo  ora  ticenzierh 
Cambio^  e  per  levar  questi  diri^  dorala  sua  figlino' 
la  ad  Metsandro .  Così  pare  nella  Com.  Lo  Spili* 
CO.  A.  5«  S.  4*  A  levare  i  difi* 


9»       . 

Or  incomincia,  am^r,  che  si  conviene, 

E  muoviti   a  far  ciò:  cb' eir  è  cagione 
Che  ti  dichiue  a  farmi  compagnia. 
O  vuol  mercede  ,  o  vuol  tu;i  cor tesia , 
Che  la  mia  mente,  o  il  mio  pensier  dipone. 
Tal'  è  il  desio  che  appetta  d' ascoltare. 

••  • 

DMo  atesso  .  Oal  Codice  A. 

Per  una  ghiria^detta , 

Gii'  io   vi^li,  mi    fa>rà 

S(»8pirare  ogni  fiore. 
Vidi  a  voi ,  DoMia ,  portare 

Ghirlandetta  di  fior  gentile, 

£  sovra  lei  vidi  volare 

Angiolel  d'  amore  umile; 

E  nel  suo  cantar  sottile 

Diceva:  chi  mi  vedrà 

La  urlerà  il  mio  Signore^    • 
S' io  sarò  Ik  dove   sia 

Fioretta  mia  bella  e  gentile , 

AUor  dirò  alia  donua  mia 

Che  porti  *n  testa  i  miei  suspiri  ; 

Ma   per  crescere  i  desìri  ^ 

Una  donna  ci  verrei 

Coronata  dall'  amore. 
Le  parole  mie  novelle 

Che  di  fior  fatto  ha»  I^aUatt    . 

Per  leggiadria  ci  hitn  tolt'  elle 

Una  veste  eh*  altrui  fu  data  •* 

Però  ne  siate  pregata  , 

Qaàl'  uomo  la  canterà  , 

Che  a  lui  facciate  onore  « 


9> 

Dello  stesso.  Dal  Codice  A.  (t) 

Sonetto,  se  Meuccio  t'è  nostrato^ 
Gost  tosto  il  salata  coiBe'l  vedi  , 
E  va*  correndo  ,  e  gìttaliti  a'  piedi  , 
Sicché  tu  paia  bene  &cco(;tnaiato . 

£  quando  sei  con  lui  un  poco  stato 
Anche  il  risalutrai;  non  ti  ricredi; 
E  poscia  1*  imbasciata  tua  procedi , 
Ma  fa'  cheU  tragga  prima  da  un  lato. 

E  di':  Meuccio,  quei  che  t'  ama   assai 
Delle  sue  gioie  più  cave  ti  manda , 
Per  accostarsi  al  tuo  coraggio  buono  • 

Ma  fa*  che  prenda  per  lo  primo  dono 
Questi  tuoi  frati ,  ed  a  lo r  sì  comanda 
Che  stira  con  lai\  e  qua  non  tornin  mai  « 

Dello  stesso  m  Forese  Donati .  Dal  Codice  A, 

Chi  udisse  tossir  la  mal  fatata 
Moglie  di  Bicci  vocato  Forese 
Potrebbe  dir  che  la  fosse  vernata 
Ove  si  fa'l  ertstalla  in  quel  Paese. 

Di  mezzo  Agosto  la  trovi  infreddata  , 
Or  pensa  che  dee  far  d^  ogni  altro  meier 
£  non  le  vai  perchè  dorma  calzata 
Merzè  del   copertoio*  eh'  ha  Gortooese. 

La  tosse ,  il  freddo ,  e  V  altra  mala  voglia 
Non  le  addivien  per  omor  ch'abbia  vecchi^ 
Ma  per  difetto  eh'  ella  sente  al  nido  • 

(l)  Questo  Sonetto ,  •  gli  altri  di  Dante  a  Pore* 
te ,  e  di  Forese  a  Dante ,  cke  seg  uono  ,  non  pure 
attribuiti  così  in  un  Cod.  del  €h.  Sig.  Cav.  Morelli 
BibUot«caiio  E*  ài  Venezia* 


Piange  la  Madre  che  ha  più  d*  una  doglia 
Dicendo  :  lassa  a  me ,  per  fichi  secchi 
Messa  1*  arrai  in  casa  il  Conte  Guido. 

Risposta  di  Forese  Donati  a  Dante . 
Dal  Codice  A, 

L*  altra  notte  mi  venne  una  gran  tosse  » 

Perch'io  non  avea  che  tenere  addohso; 

Ma  incontinente  cbe  fu  dì  fui  mosso 

Per  gire  a  guadagnare  ove  che  fosse  . 
Udite  la   fortuna  ove  m'  addosso, 

Gh'  io  credetti  trovar  perle  in  un  bosso,  ^ 

E  bei  fiorìn  coniati  d'  oro  rosso , 

Ed  io  trovai  Alagtiier  fra  le  fosse;- 
Legato   a  nodo  eh'  io  non  saccio  il  nome  y 

8e  fu  di  Salamoile  o  d'altro  saggio: 

Allora  mi  segna*  verso  Levante,  (i) 
E  quei  mi  disse:  per  amor  di  Dante 

Scio'mi ,  ed  io  non  potetti  veder  come  ; 

Tornai  adrieto,  e  compie'  mio  viaggio.  "" 

Di  Dante  a  Forese,  Dal  Codice  A. 

Bicci,  novel  figliuol  di  non  so  cui. 

Se  non  ne  domandassi  Mona  Tessa, 

Giù  per  la  gola  tanta  roba  bai  messa 

Che  a  forza  ti  conviene  or  tor  Y  altrui.  \ 

E  già  la  gente  si  guard'a  da  lui 

Chi  ha    borsa  al  iato  là  dove  s' appressa , 

Dicendo  :  questi  che  ha  la  faccia  fessa 

E'  piuvico  (2)  ladrun  negli  atti  sui. 

(i)  Questo  verso  è  cìtjito  dall' Ubaldini ,  Tav.  ai 
Documenti  d'  amore  del  Barberino  alla  voce  segnar- 
si ec.  coMÌ  :  AIV  ora  mi  bagnai  verta  il  Levante . 

(2j  PiuViCO ,  voce  antica  per  puòblìcm . 


101 

E  tal  giare  per  lui  nel  l«ttn  tristo 
Per  tema  nun  sia  preso  air  imbolare  ^ 
Che  gii  appartien  quanto 

Di.Bicci  e  (le*fratei  posso  contare 

Gbe  per  lo  sangue  lor  del  male  aequij-to 
Sanno  a  lor  donne  buon  cognati  fare. 

Risposta  di  Forese  a  Dante.  Dal  Codice  A. 

Ben  so  che.  fosti  figlìuol  d'  AHaghieri , 
Ed  accorgomen  pure  alla    vendetta  , 
Gbe  facesti  di  lui  si  bella  e  netta 
Deir  aguglin  ched  ei  cambiò   V  altrieri. 

Se  tagliato,  n'avessi  uno  a  quartieri. 
Di  pace  hon  dovevi  aver  tal  fretta  : 
Ma  tu  hai  poi  sì  piena  la  bonnetta  (i) 
Che  non  la  porterebbon  due  somieri. 

Buon  uso  ci  hai  recato  gentil  dico, 
Che  qual  carica  te  ben  di  bastone 
Colui  bai  per  fratello  e  per  amico. 

Il  nome  ti  direi  delle  persone , 
Che  v'  hanno  posto  su  ^  ma  del  panico 
Mi  reca  eh'  io  vo'  metter  la  ragione . 

Di  Dante.  Da  un  Cod.  Feroni  in  4.  scritto 

nd  1410. 

O  me\Gomun,  come  conciar  ti  veggio 
Si  dagli  Oltramontau,  si  da' vicini  ! 
E  maggiormente  da'  tuo'  Cittadini 
Che  ti  dovrebbon  por  nell'alto  seggio. 

(l)  Bonnetta^  significa  berretta.  Boneta  ^  Borme- 
tuin  é\  cruva  nel  latino  hfivb^vo  ^vt  capitis  teguinen" 
ium  »  Bonnet  era  una  specie  di  panno  ,  i]  elle  fu- 
cevansi  i  cappelli,  onda  ò  venuto  il  bonnet  l^'an* 
cese . 


Chi  piìl  ti  éee  0nartr  qtie*  ti  fa  peggio  ; 
Leege  noa  ci  ha  che  per  te  si   dìcrini: 
Co  graffi  ,  colla  «ega ,  e  cogli  uncini 
Giasrun  s'  ingegna  di  levar  Io  echeggio. 

Capei  non  ti  riman  che  bon  ti  -voglia; 

*  Ohi  ti  to*  la  -bacchetta ,  e  obi  ti  0cala»a, 
Chi  il  vestimento  stracciando  ti  spoglia.  , 

Ogni   lor  pena  sopra  te  rimbalza: 
Ninno  non  ò  che  pensi  di  tua  doglia, 
O  stu  dibassi  quando  se  rinalza  • 

Di  Dante .  Dallo  istees^  Codice  Ferofd  * 

8e  nel  mio  ben  ciascun  tosse  leale  » 

•  SI  come  di  rubarmi  ex  diletta  « 

Non  fu  mai  Roma  quando  me* fu  retta 

Come  sarebbe  Firenze  reale  . 
Ma  siate  certi   che  di  questo  male 

Per  tempio,  o  tardi  ne  «ara  vendetta  « 

Chi  mi  torrà  converrà  che  rimetta 

In  me*  comun  del  vivo  capitale. 
Che  tal  per  me  sta  in  cima  della  rota , 

Che  in  aimil  modo  rubando  m'oflfeM, 

Onde  la  sedia  poi  rimase  vuota  . 
Tu  che  salisti  quando  quelli  scese  , 

pigliando  asempro  mie  parole  nota» 

E  falche  impari  senno  alle  sue  apese  « 
Poi  che  justìzia  vedi  che  mi  vendica  , 

Deh  non  voler  del  mio  tesor  far  indica 'i(i) 


/i)  Endica.  Incetta  di  robe  che  si  comprano  per 
.rivendere  a  più  caro  prezzo  . 


lo3 
Del  Petrarca.  Bài  Go^e  A. 

Quando  amor  sua  mercede  e  mia  ventura 
Col  colpo  de*  vo*tr*  occhi  il  cor  m'  aperse  j 
Inrontauénté  in  altro  mi  converse 
Tutto  fuot  del^p  leggi  di  natura . 

Da  indi  iti  qua  ndn  ho  de'  cibi  cura , 
Né  nii  niltrican  più  cose  diverse  : 
Sol  per  gli  occhi ,  onde  pria  1*  aliAa  ai  perse. 
Dai  vostri  sguai'di  il   mio  la  vita  fura. 

t)i  questi  pasco  i'  afiTaa^ato  core  , 
E  èeir  alta  dolcezza  eh*  indi  libo 
Mi  nutro  sì  ohe  a  morte  non  arrivo  i 

Perch*  io  non   e«ca  d*  osta  vita  fuore 
Dunque  noft  ricercate  un  altro  cibo  , 
Che  questo  basta  a  matitenetmi  vivo  ;      - 

Vello  stesso.  Dal  Codice  A. 

p  vatia  speme ,  che  indarno  t*  affanni, 
A  che  più  pensi  di  voler  salire 
In  luogo  die  porrla  prima  finire 
L*  alta  virtuale  de'  supremi  scanni. 

Deb  non  t'  accorgi  tu  si  come  gli  anrti 
T'  hanno  ammezzato  il  cammin  del  morirei 
E  tu  pur  seguir  vuoiM  falso  desire 
Non  conpensandò  ne'  futuri  danni. 

Volgiti  indiètro,  misera ^  che  fai? 
Non  esser  sempre  a  te  stessa  nociva, 
Ritorna  ali*  operar  tu»>  di  primai.  (t) 

Che  ancor  fare  lo  pnoi  mentre  sei  vivai 
Or  non  sei  tu  sì  fragile ,  che  sai 
Che  in  picciol  tempo  sei  di  vita  priva? 

(l)  Di  primai.  li  Vocabolario  ha  da  primaio  per 
da  prima . 


V» 


r 


S04 

Dello  stesso.  Val  Codice  A. 

perduto  ho  V  amo  ornai  la  rete  e  Y  esca , 
Dov'  amor  mi  menò  di  scoglio  in  scoglio; 
Perduto  ho  il  bene  ood'  io  stesso  mi  doglia 
Perchè  il  desio  ancor  seq^  mMnvesca. 

Perduto  ho  il  verde  lauro  e  quella  fresca 
Ombra  di  rami ,  al  qual  posar  mi  soglio; 
Perduto  ho  quel  che  se  ritrovar  voglio 
Gonvien  eh*  io  mora  a  punto  che  m*  incresca. 

Ma  pure  i*ardo,  e  teiqo  di  morire, 

E  prego  amor  che  mi  discioglia  il  laccio , 
Gol  qual  m'aggiunse  con  sue  arti  accorte. 

Amor  si  scusa  che  noi  può  seguire, 

£  dice:  ormai  di  lei  ptii  non  tu* impaccio 
Ola  per  soccorso  tuo  chiama  la  morte  ^ 

Dello  stesso.  Dal  Codice  A. 

Né  per  quante  giammai  lagrime  sparsi 

Dal  di  che  1  Giel  de*  due  begli  occhi  un  sole 
Mi  pose  in  cor  bellezze  estreme  e  sole. 
Nel  cui  vivo  splendor  lungamente  arsi: 

Né  per  quanto  giammai  pietose  farsi 
Potrian  raiHitte  mie  dolci  parole, 
Tant'ebbi  in  vita  amor,  di  quanto  or  suole 
Questo  eterno  mio  frutto  gloriarsi. 

Vìva  felice ,  e  di  tue  laudi  pieno 
D'  amor  vestito  in  così  bella  gonna 
Scovra  il  mio  bene  il  tuo  stato  sereno. 

Che  al  piìi  bel  volto  tu  farai  colonna , 
Ghe  cuopra  il  Gielo,  e  starai  nel  bel  seno^ 
£  nella  man*  della  piii  bella  donna. 

{Sarà  continuata.) 


1 


io5 


\ 


Versione  della  prima  Poesia  di  Catullo  Qnoi  do* 
no  lepìdom  ec.  del  Sig.  Abate  Luc'.Aiuonio 
Pagnioi  Professore  di  letteratura  latma  nella 
Imperiale  Accademia  di  Pisa  • 


Q 


u^sto  mio  lepido 
Novo  libretto. 
Che  or  or  la  pomice 
Fé  liscio  e  netto, 

A  chi  mai  porgere 
In  don  degg*  io  ? 
A  te  ,  Cornelio  , 
Presidio  mio; 

Che  in  qualche  pregio 
Tu  già  mie  lievi 
t^aoore  inezie 
Tener  solevi 

Da  che  tr*  gì*  Itali 
Unico  osasti 
Di  tutti  secoli 
Svolgere  i  fasti, 

E  quei  racchiudere 
In  poche  carte. 
Gran  Giove!  gravide 
Di  senno  e  d*art6 . 

Or  tu  con  ilare 
Sembiante  accogU 
Quali  che  siano 
Questi   miei  fogli, 

E  o  Vergin 'Pallade, 
Tu  gli  difendi , 
E  a  pili  d'  un  secolo 
Lor  vita  estendi. 


I 


1  nome  del  P.  Ganorai  ;  di  cui  non  ha  mol- 
to dovemmo  piangere  la  morte ,  non  può  anco 
nel  nostro  Giornale  andar  privo  d*  onorata  ricor- 
danza. Però  ne  riportiamo  T^logio  col  titolo'' 
acrictone  latinamente  dal  P.  Mauro  Bernardini  « 
in  cui  sono  di  un  tant'  uomo  meritamente  lodati 
i  talenti ,  il  sapere ,  ed  il  cuore  i 


È  L  L  O  G  1  V  n 

STANISLAI  CANOVAIl 

EXSGHOLISPIIS 

0  •  XÌP  KaV  Decemb'  An'  M' D  CCC  xl 

pergamena  inscriptvm  t'ubo  plvmbeo  inGlvsvm 

et  in  tvmvlo  reconditvm 

qvod 

evm  ejvsdem  tltvlo 

Josephvs  Mavrvs  BernarcUnhs 

in  Fiorentino  Scholarvm  PiarVm  Collegio 

Rhetor 

ad  tanti  viri  doctoris  svi  memoriam 

grati  animi  et  honoris  ergo 

ex  commvni  cóllegarvm  moto 

scribébat 


to7 

voKPì^  i  cóNnrtVM 

StANWLAI  •  CANOVAII 
«ACERDOTIS  -  SCHOLARVM  •  JPIARVAl 

tVI  *  A  '  «A97CTO  *  J0$EFHCI  *<CAt  ASAKCTIQ  '  £X  '  MORE 
SODALfTATtS  •    tÒGllOBdEH   *   f^ìt 

Hic  •  nut^s  •  flotpnttte  '  V*  Kal*  Aipciles  •  An* 
M*I^.CC  XXXK*  hoHfSto  •  geneie  *  ex  •  Joanm» 
Baptttca  *  Canovaio  '  et  *  Cacbarin%  *  Zolfanellia 
Conivgibrs  '  dvodennii  *  éodalìt  *  '  CalaeanetiadvfH 
in  *  patria  *  fiòmen  *  dfdit  *  7oti«  *  rìce  *  emissia 
rartiifitinam  •  de  •  afe  •  «peqi  *  f'Cic  •  talem  •  irtrtrm 
<|Ta]em  *  postea  *  cognitvm  *  doctrìna  *  ac  '  ervdìticMie 
|»raeclarit8imvm  *  vtrtvtlbvs'  spectatisninivm'Etrvria 
et  •  Italia  '  vntvewa  •  svapeittt  •  qvvtn  •  totra  •  tn 
hvm&niorvm  *  literarvm  *  éc  '  philnaopliiae  *  diaci* 
(linis  *  excolendì9  •fviB^ct  •  ìngenio  •  vt  •  erat 
(irompcbsimo  *  ampli sstmos  *  bx  *  stvdio  *  frvctva 
retvlic  •  in  •  matheai  •  vsv»  •  docrore  •  <aregoti# 
Fontana  *  ¥*  cel*  sedali  *  svo  *  et  *  maffiémacleè 
ÉVI  •  tempòris  •  praenancis^imo  •  natva  •  XX*  annoa 
tantvm  •  philosopbiae  •  svne  •  sodalitacia  •  alvoinia 
iradendac  *  magister  •  est  •  dictvs  •  qvam  •  scientiam 
item  •  Corf^nae  •  vbi  •  svmmo  •  civivrti  •  plavsT 
pet  •  an*  XVI'  e^t  *  commoratvs  •  sic  "  edocvifvt 
Ad  '  informandos  '  ad'>]escenrvn[ì  'anirtioa*  apprime 
fiatvs  '  ait  *  visvs'  Josepho  -  Ippolito  '  Cortohensibva 
£piscopo  *  dato  *  carvs  '  theologi  *  mvnere  -  apvd 
évin  *  praeclare'fvnccvs*  est  '  indvlgentia*  Gomitate 
morvm    '    )vcvnditate    *   omnibva    *    acccptissimVA 


V 


lo8 

^vicqvid  *  Otti  *  veliqvvm  *  habetet  '  funtcortrm 
temporibva  '  ac  *  literig  *  amoenìoribvs  '  transmisic 
in  '  etrvsca  *  Academia  *  Corconensi  *  lìteratissiniis 
hominìbvs  *  vndeqvaqve  *  afflvenci  *  plvres  *  Ivcv- 
bracione«  *  legit*  lavdacisflimas  '  mvlcaqve  '  alia  '  8iv« 
solvca  •  sivc  •  nvitierìs  '  vincta  *  oratione  •  perelc- 
ganter  *  scripca  *  protvlìt  *  illvd  *  verìssirnvin  *  oscen- 
dena  *  nihil  *  ntsi  *  ingcnio  -  perftfctvm  *  ab  *  eo 
prodire  *  potvisse  . 

'  Hac  •  tanta  •  celebrìtate  •  famae  •  Florcntìam 
Tocacva  •  an*  M*  ly  CC  LXXX  •  mathesim  •  reli- 
qvasqve  *  phtlpsophiae  '  partes  *  traditvcva  *  iocivm 
mvneris  '  Cajetanvm  *  DA  Ricco  *  ex  *  Schoi*  Piis 
▼irvm  '  amicissiinvin  *  habvit  '  hi  *  dvo  *  doctrina 
praestancea  *  de  *  ivvenvm  '  vtilitate  '  maxime 
aoliiciti  *  pristin^m  *  docendì  *  racìonem  *  ab  Edvardo 
Corstnio  *  item  *  ex  *  Schol*  Piis  *  levitar  *  taoien 
ob  '  temporvm  *  difficvltatea  '  immvtatam  *  acrivs 
ad  '  examen  *  revocarvnt  *  meliorem  *  conatitvervnt 
plavdente  *  Leopoldo  *  Austriaco  -  M  E'  D'  inge- 
niorvm  *  altore  *  et  *  probantibva  *  omnibva  *  qvi 
de  -  stvdiia  *  possent  *  jvdioare  *  machematicarvin 
rervm  *  praecepta  *  ab  '  aliis  '  congesta  *  avctoret 
velvti  *  explanarvnt  '  perfecervnc  '  ac  *  typia 
edidervnt  . 

Qvvm  •  Leonardvs  •  Ximenes  •  v  ci*  vti  '  flvvm 
in*etrv8C08  '  homines  *  amorem  *  teatatvm  *  facerec 
illvd  *  avpremis  *  tabvlis  -  jvasisset  *  qvod  *  dvo  *  in 
postervoi  *  Florentiac  *  essenc  *  pvblici  *  professorea 
alter  *  astronomiae  *  alter  *  hydroflcatices  *  ipse  *  per 
ae  *  primvm  *  ad  '  jioc  *  istos  *  doccissimos  '  viroa 
aelegit  •  qvi  •  ad  •  mvnvs  •  albi  •  a  •  tanto  •  viro 
oreditvm  '  praeclare  obevndvm  '  probacissioioB  *  de 


109 

physica  *  matheaeoa  *  legibvs  *  pertrattata  *  libroa 
«ompogvervnt  •  svmmoqve  •  jvventvtìs  •  frvctv 
pvblicam  *  rem  *  fecervnt  . 

Vacvvm  '  ab  *  officiis  *  severìoribvf  '  cempvs  *  ad 
eloqventiam  *  Canova jvs  *  concvìit  *  praemivm 
pvblice  *  illi  *  decretvm  *  qvi  *  expellentìvs  *  Ame- 
ricum  *  Veflpvccìvm  '  Fiorenti nvm  *  celebravisset 
optìmo  *  )vre  *  omnibvd  *  jvdicvnt  *  sencentìu 
retvlic  '  plvribvs  '  posthac  *  editis  *  dias<*rcacionibvf 
legionvm  *  trans  '  oceani*  atlantici  '  ìnsvias 'civem 
swm  *  detectorem  '  asservit  *  et  'argvmentìs  '  validti 
<V)nfirmavit  *  eadem  '  ihagniloqventia  '  et  *  novo 
pene  *  dicendi  *  genere  *  vsys  *  est  *  qvvm  *  eorvni 
qvi  *  coeiitvm  '  honoribvs  *  essent  *  adscripti 
orationes  *  panegyricas  *  pvblice  *  haberet  '  qvae 
velvti  '  esempi vm  *  svblimiorìs  *  eloqventiae  *  ab 
italis  *  bominibvs  *  expostvlantvr  • 

Sacerdos  *  salvtis  *  aeternae  *  hominvm  *  maxime 
stvdiosvs  *  qvotqvot  *  festis  *   profe8ti<?qve   *    diebvs 
deo  -  svppHcatvm  *  venissent  *  et  *  per  *  criminvnt 
confessìonem  *  admi<;sii  *  exsolvi  *  ab  *  eo  *  postv* 
lassent  *  praesro  *  fvit  *  pietat^'m  *  exemplis  '  prae« 
dicavit  *  nvlli  *  svvm  *  consiiivm  *  decide  *  passvs 
aegrotis  *  egenis  *  calarli itosis  *  adfvit  '   solator  *  et 
«djvtor  •  Pater  *  pavpervm  *  appellatvs'tebva  *  gestii 
ac  *  doctrina  '  claris^imvs  *  apvd  '  omnes  '  avctoritate 
prvdentìa  *  gratia  *  non  '  ad  '  svi  *  sed  *  ad  *  aliorvm 
vtilitatem  *  valvit  *  propositi  *tenax  '  osor  *  desidiae 
svmmvm'oratorem  *  philosophvm  'praestantissimvm 
sacerdotem  *  maximi  '  exemplt  *  beneficentissimvni 
christianae  '  religionis  '   ministrvm  *  se  *  omnibva 
perpetvo  •  exbibvit  •  apoplexi  '  correptvs  •  XV.  Kal. 
Decemb.  Anno  *  M' I j*  CCC*  XI*  srmmo   *   omnivm 


«oerore  '  itrbltcvi  *  ex  -  rixtt  *  Aa*  LXXI*  nteflMs 
YIII*  sìbi  *  parvnt  •  svotvm  '  utilitari  ^atìtf  *  Etrv^ 
scorvm  *  glorìae  *  plvrim^tn  *  Magiotractbvs  •  ob 
fAeritvm  *  annventibva  *  hvc  *  inlatvs  esc  * 

ave  '  ave  •  ave 
SeneT  '  iancti88ifn&  *  qvì  *  aliqvando  *  È**crnrà 
tabertm  *  'tvorvm  *  praemia  *  recvlerU  *  te  '  pavreiA 
amant'isaimvdi  '  te  *  magistrvin  *  te  *  collegam  '  te 
atnicvm  *  optimvm  :  |vcvndìdstfnvin  *  te  *  itostrae 
glorìae  '  amplifioatorem  *  Collegìi  -  Fraeses  -  et 
Sodales  *  hev  !  qvondam  '  tvi  -  ad  *  Wofvnv  *  reiicti 
mvltii  *  lacrimia  '  proaeqvti  *  iviAv^a  •  proaeqvemrt 
lleqve  '  f  vorvin  '  memoria  bene  '  factorvm  *  vnqvam 
aostro  *  excidet  '  animo  • 

Hev  r  qvantvm  '  in  *  te  *  amififnvf  *  bon»  f 

vale  *  atqve  *  ttervm  *  vale 

le  ^  babeac 


£ 


fi 


Ut 


STANISLAO  •  Jo-  Baptistab  •  P-  CANOVAIO 

_  ■ 

'  Sacerdoti  *  Calasanctiano 

mathemadco  '  eximio 

poetae  *  Polyhìstori  '  oratori  '  svmm^ 

propagatori  '  stvdiorvm  *  optiniorvrìt 

edvcdtori  '  poste ritatis 

scriptis  *  et  *  religione  *  magno 

qvi 
Etrvscorvm  •  gloriae  •  et  •  pvblicis  •  votis 

svhlatvs  *  est 


XV.  JT.  J9ec.  ^  MDccGxi  aet.  a.  Lxxi.m.  viu.  d,  xx« 

Sodales  '  tanto  '  nomine  *  cohonestati  . 
monvmentvm  '  posvere 
fvanqvam  '  rati  '  aeternitate  'temporvm  *  tjiansvrvm 
qvicqvid  '  ex  *  ìUù  '  omavervni 


INDICE 

D£LLE  MATERIE 

GoQtenute  nel  presente  Volume. 


i.Tl-etocIo  per  render  la  Geometrìa  tndependente 
dai  principio    della    sovrapposizione  dell'  A- 
bace  Lue*  Antonio  Pagnini  Professore  ec.     Pag.  S 

Satira  I.  del  Libro  I.  d' Orazio  volgarizzata  dal 
prelodato  Sig.  Ab.  Pagnini .  12 

Degl*  indizi ,  che  gli  Storici  profani  e  la  mito- 
logia somministrano  per  musirare  che  il  cul- 
to d'  un  solo  Dio  è  anteriore  al  Politeismo . 
Dissertazione  del  Sig.  Consigl.  Cesare  Lacche- 
sini .  17 

Ragguaglio  del  Trattato  degli  Alberi  della  To- 
scana  di  Gaetano  Savi  Professore  di  Botani* 
ca  ec.  48 

Ragguaglio  di  due  Dissertazioni  di  Pompilio 
Pozzetti  Professore  emerito  ec.  sopra  alcuni 
p}ssi  della  Vita  di  Lorenzo  de*  Medici  scrit'» 
ta  dal  D.  Roscoe .     .  55 

Lettera  dal  Sig.  Luigi  Canali  Professor  di  Fi< 
sica  ec.  al  prelodato  Sig.  Ab.  Pompilio  Poz- 
zetti .  61 

Apologo  per  la  Festa  del  S.  Natale  di  Filippo 
Irenico.  67 

Ragguaglio  degli  Annali  delia  Tipografia  Fio- 
rentina di  Lorenzo  Torrentino  .  2t 

Ragguaglio  delle  Osservazioni  sopra  Andrea 
Palladio.  76 

Estratto  del  libro  intitolato  „  Notizie  titedite 
della  Sagrestia  de'  belli  arredi ,  del  Campo 
Santo  Pisano  ec  71 

Scelta  di  rime  antiche,  e  Avviso  sulla  medes.        83 

Versione  delia  prima  Porsia  di  Catullo  ec.  lo5 

Elogio  e  titolo  in  morte  del  P.  Canovai  delle  S.  P.  lei 


»^ 


COLLEZIONE 


D'OPUSCOLI  SCIENTIFICI 


E  LETTERARJ 


E    D 


ESTRATTI  D'  OPERE  INTERESSANTI 


Viresque  acquirit  eundo. 

VIRG. 


% 


t 


Voi.  XV. 


r* 


FIRENZE  iSia. 


nesso  FRANCISCO   BADDI   IN   BORGO  OGNISSANTI 


COLLEZIONE 

D'OPUSGOlil  SCIENTIFICI 
E  LBTTERARJ 

BSTRATTI  D*  OPERE  INTERESSANTI. 


Ragguaglio  delle  inedite  Lezioni  di  Mons.  Gio. 
Bottari  sopra  il  Decamerone .  Al  Chiarissimo 
Sig,  Cavaliere  Iacopo  Morelli  Prefetto  della 
Real  Biblioteca  di  S.  Marco  di  Venezia. 

JL  avorito  delle  autografe  Lezioni  di  Mons. 
Giovanoi  Bottari  dal  possessore  di  esse  il  Sig. 
Filippo  Foggiai  I  meco  medésimo  consigliato 
mi  sono  di  presentarne  a  Lei,  Chiarissimo  Sig. 
Cavaliere,  il  ragguaglio.  Scordandosi  però  di 
quell'alta  fama,  che  appresso  l'universale  de* 
letterati  Ella  gode,  consideri  questo  un  atto  di 
ringraziamento  per  quella  servitù,  alla  quale, 
mediante  uno  de' suoi  primi  amici  e  mio  pa- 
drone quanto  dir  si  può  favorevole ,  quando  a 
Lei  fu  grado  di  ammettermi,  ciò  fu  a  me  gran- 
dissima e  lieta  fortuna.  Già  da  gran  tempo  sem- 
pre con  viva  brama  sospirava  congiuntura  per 
iscoprirle  i  miei  sinceri  ed  ossequiosi  sentimen- 
ti, pensando  a  mio  potere  di  renderle  grazie, 
quali  per  me  si  potevano  maggiori ,  e  quali  a 
me  di  fare  si  conveniva .  Finalmente  ecco  eh'  el- 


/ 


4 
la    mi  vieo  suggerita  da  questa  occasione   di 

annunziarle  un*  opera ,  la  quale  può  in  parte 
ricoprire  il  mio  difetto.  La  riguardi  dunque 
con  lieta  fronte ,  e  nella  sua  discreta  conside- 
razione si  rimanga  a  conoscer  quello ,  che  io, 
desiderando ,  compiere  appieno  n^on  posso . 

Sono  queste  Lezioni  in  numero  di  32.  tutte 
rintracciate  negli  Scritti  del  loro  Autore,  ere- 
ditati dal  celebre  Mons.  Francesco  Fv»gginì,  e 
da  questi  a'suiti  nipoti  trasmessi,  che  con  la 
più  scrupolosa  geloiiia  gli  ritengono.  Il  Mazzuc- 
chelli  le  annunzia  essere  circa  a  5o.  (i)Maiomi 
avviso,  che  egli  informato  precisamente  noo 
fossenej  p  ne  fo  ragione,  per  averne  riscontra^ 
ta  copia  esistente  nella  Libreria  della  nobile 
Famiglia  ^icci  di  questa  Città,  fatta  da  cono- 
scente intimo  del  Bottari ,  la  quale  esattamen- 
te corrisponde  a  quelle  presso  di  me;  e  per  non 
averne  nel  Diario  dell*  Accademia  della  Crusca, 
alla  quale  queste  Lezioni  ,o  per  se  stesso  l'Au» 
tore  recitò,  o  da  Roma,  dove  il  teatro  era  del* 
la  sua  gloria,  spedi,  alcuna  vedutane  accenna* 
ta,  la  quale  nel  citato  autografo  non  si  trovi. 

Io  non  farò  parola  della  loro  dottrina  ederu* 
(lezione  y  né  tampoco  della  fiorita  eloquenza  con 
cui  sono  condotte,  perchè  dire  non  se  ne  pò* 
trebbe  mai  tanto  che  ancora  da  dir  non  ne  fosse  ; 
essendo  il  solo  nome  del  Bottari  bastante  ad  as- 
sicurarle ,  e  potendo  ciascuno  a  sua  voglia  di  ciò 
sodisfarsi  nel  Saggio  che  ne  ha  già  il  Pubblico 
nella  novella  inserita  nel  tomo  di  Novelle  di  al- 
cuni  Autori   Fiorentini  (2)   e   nelT  Istoria  del 

(1)  Gli  Scrittori  d' Italia  Voi.  %  p.  3. 

(2)  Londra  (Livorno)  ll^S* 


5 

Decameràne  del  Manni,  nella  illustrazione  del- 
la r^ovella  di  Fra  Cipolla  (i)  in  cui  due  in- 
tiere se  ne  riportano. 

L*  insigne  nonro  Letterato  si  accinse  a  questa 
impresa  (eh' è  la  piti  bella  di  lui  e  la  piìi  utile 
alla  lingua  nostra,  (*2)  e  che  sola  basterebbe  a 
giunificar  la  Toscana  (3)  dair  accusa  datale,  che 
da  un  secolo  in  poi  è  quasi  talmeute  priva  di 
eloquenti  non  solo,  ma  di  corretti  e  puri  Scrit- 
tori )  primieramente  per  rilevare  la  causa  per 
cui  fttrmò  il  Decamerone  le  delizie  di  tutti  i 
Letterati  e  la  maraviglia  delle  più  erudite  na- 
zioni; e  in  secondo  luogo  per  lavarlo  da  quel- 
le ingiuste  imputazioni  e  atroci  calunnie,  con 
le  quali  fu  tentato  di  denigrarlo.  E  per  giun- 
gere al  primo  scopo  propostosi ,  considerò ,  che 
donde  la  gran  riputazione  presso  gli  uomini  di 
tutti  i  secoli  sia  pervenuta  a  questa  operai ,  o 
quale  sia  la  sua  maggiore  eccellenza ,  non  6  cosi 
agevole ,  quanto  altri  per  avventura  si  farebbe 
a  credere,  il  potere  dar  giudizio.  Perchè  quan- 
tunque gli  Scrittori ,  che  di  essa  ragionano ,  non 
si  sazino  di  celebrarla ,  pure  non  tutti  le  dan- 
no r  istesse  lodi ,  ma  qual  per  una  cosa  e  qual 
per  altra  la  commenda ,  e  tal  vi  è  che  per  una 
cagione  la  loda,  per  cui  altri  la  vitupera ,,  dan- 
dole biasmo  a  torto  e  mala  voce  »,  Onde  le  o- 
piùioni  tutte  su  ciò  posesi  partitamente  a  nar- 

• 

(i)  Pa^.  433.  • 

(2)  Tale  la  dice  il  Sig.  Ab.  Gio.  Batista  Zannoni 
nelle  sue  Aggiunte  alla  Stirie  dei  testi  di  lingua 
usati  a  stampa  nel  Vocabolario  della  Crusca  compi* 
lata  dal  Sig.  Gamba  . 

(3)  Così  1'  annunzia  il  Sig.  BaldelH  nella  l^ita  del 
BoccacciQ  pag.  3*i*i. 


6 

Tare  ^  interponendo  poscia  da  forti  ragioni  con- 
4falidata  la  sua  :  non  avere  qaeBt\ opera  V  uni- 
versale riputazione  guadagnata,  né  per  la  pu- 
rità della  lingua,  uè  per  l'eloquenza  e  chiarez- 
M  dello  stile;  ma  sihbene  per  l'invenzione  del- 
le cose  in  essa  trattate ,  e  per  la  felicità ,  colla 
quale  vi  ai  dipinge  al  vivo  il  mondo  tutto ,  e 
i  costumi  e  i  caratteri  degli  uomini  pio  inter- 
si ed  opcultì,  e  si  disvela  la  falsità  di  tante 
opinioni  popolari  adottate  per  vere,o  per  igno- 
ranza o  per  malizia»  e  i  sentimenti  intimi  e  le 
iincere  idee,  e  macchine,  e  raggiri,  e  i  fini 
di  ciascheduno  >  e  dipinti  quali  sono  in  verità 
non  apparenti  nò  superficiali  né  in  ninna  altra 
guisa  alterati,  p0r  illuminare  in  tal  modo  1' u- 
m&n  geaere,  cieco  per  se  medesimo,  e.  in  foltisr 
sima  nebbia ,  e  in  nere  tenebre  d' ignoranza  rav- 
volto e  sommerso  • 

ficcole  riportato  pertanto  il  soggetto  della 
prima  Lezione,  un  continuameoto  della  quale 
nella  commendazioae  è  la  seguente,  ove  si  di- 
mostra il  Boccaccio  non  inferiore  ad  alcuno  de' 
più  celebri  Greci ,  e  Latini  Scrittori  nel  deli- 
neare somigliantissima  T immagine  del  mondo, 
e  nel  discoprire  i  caratteri  degli  uomini,  e  i 
loro  più  celati  andamenti .  Lo  che  fare  compiu- 
tamente volendo,  se  egli  rappresentò  licenziose 
disfsolutezze^  mislealtà,  uccisioni,  ipocrisie, su- 
perstizioni ,  inganni ,  vendette  e  violenze  aper- 
tissime, e  se  talora  onesti  e  talora  illeciti  amo- 
rì ,  qual  di  felice  e  qual  d' infelice  fine  raccon- 
tò, e  scaltriti  consigli ,  e  pericoli  degli  amanti 
per  conseguire  le  loro  brame,  e  sagacità  delle 
donne  per  ingannare  o  i  genitori,  o  i  mariti ^ 
pose  in  luce  ;  non  meritava  per  altro  che  Fer* 


t 

rame  Longobardi,  o  sia  il  P.  Damello  Battoli»' 
che  sotto  quel  nome  volle  nascondersi ,  coatcìO 
di  lui  rabbiosamente  scagliasse  quelle  morda-^ 
cissime  parole  ^  A  questo  Autore  i  pia  danno 
fy  il  vanto  della  miglior  lingua,  tutti  della  peg-> 
99  giore,e  ivi  piti  dov^  disse  meglio,  che  è 
91  nelle  Cento  novelle ,  opera  da  vergognarsene 
yy  (sia  detto  con  buona  pace)  il  porco  di  £pi« 
99  curo,  nonché  1*  Asino  d'Apuleio:  sì  piena 
99  è  di  laidissime  disonestà ,  e  come  un  panta* 
19  naccio,  che  per  non  affogarvi  dentro,  ancor-* 
99  che  si  sia  giganti,  convien  passarlo  su* trame 
99  pani  99  (i)  Perocché  altrimenti  la  forma  neli^ 
sue  novelle  prefissasi, di  rappresentare  1*  intera 
degli  uomini ,  non  avrebbe  seguitato ,  essendoehè 
simili  passioni  sieno  la  cagione  motrice  del  mag- 
gior numero  delle  azioni  umane:  come  osserva 
da  pari  suo  1* Autore  delle  presentì  Lezioni^ 
che  in  questa  appunto  da  una-  tal  critica  vitto- 
riosamente ii  difende;  mostrando  quindi  quan- 
ta utilità  e  frutto  grandissimo  dal  Decamerone 
ricavare  si  possa  da  chi  cautamente  e  con  retta 
intenzione  lo  legga.  Ben  è  vero, che  tra  la  qua- 
lità delle  Novelle, e  tra  l'essere  colpa  del  gua- 
sto secolo  in  cui  ne  visse  lo  Scrittore ,  troppo  in 
alcuna  è  largamente  allentato  il  freno  agli  scon* 
ci  parlari ,  e  troppa  licenza  usata  nel  raccontarsi 
cose  meno  che  convenienti  ad  onesta  brigata  ^ 
non  che  a  giovanetti  e  fanciulli,  che  dalla  lu* 
singhiera  dolcezza  allettati  bervi  potrebbero  gii 
amari  sughi  del  vizio  e  gli  aliti  velenosi  della 
fbpudicizia .  Il  N.'  A.  perciò  in  una  Leziono 

(l)  V.  Il  Torto  e  il. diritto  del  Non  ai  può   nella 
Pce fazione . 


che  le  predette  due  legue ,  propone  agli  Acca"» 
demici  cibila  Crusca  di  accingersi  ali*  impresa  di 
formare  un  nuovo  Decameroiie  per  l' incauta  • 
econsigliata  gioventù,  nel  quale  alcuni  di  que- 
gli strani  e  8tuf>eadi  accidenti ,  onde  pieue  sono 
le  memorie  antiche  e  le  vecchie  iht«jrie ,  si  rac- 
contassero, i  quali  incapaci  di  nuocere  un  mi- 
nimo che,  descrìtti  fossero  ancora  coli*  isteaso 
fiore  di  bel  parlare  e  con  1*  istesso  disceriiituen» 
to ,  e  insieme  con  un  ordinato  racconto  e  be^ 
divisato,  onde  traendo  agevolmente  a  se  Tat^ 
teo'^ione  e  gli  animi  dei  leggitori ,  potessero  e* 
gualmente  in  miracolosa  maniera  istruire  e  di-' 
Iettare .  Quindi  e^li  stesso  ne  dà  un  esempio  » 
che  ben  mostra  quanto  fosse  nel  fatto  della 
nostra  lingua  conoscente,  e  felice  nella  imita- 
zione del  Tullio  Toscanp,  gli  strani  ed  avversi 
accideuti  narrando,  che  da  S.Girolamo  nelT  ec- 
cellenti opere  sue  con  molta  eloquenza  vìen  uar^ 
rato  essere  ad  un  monaco  de*  suoi  tempi  accada^- 
ti,  i  quali  poi  a  lieto  e  prospero  fine  per  mo- 
do a  divino  miracolo  somigliante  pervennero  . 
Proposta,  che  gli  diede  motivo  di  fare  la  pub^ 
blicazione'  del  Gerio  tricamerone  del  F.  Ban- 
diera Servita,  il  quale  con  tal' opera  un  simile 
divisamente  con  no9  troppo  compiuta  riuscita 
tentò;  e  racconto  ,  che  dal  Poggiali  fu  stampa^* 
to  tra  i  Novellatori  Fiorentini. 

Do|>o  di  queste  delle  altre  Lezioni  contez- 
za diede  il  Sig.  Giù.  Batista  Baldelli  ultimo  e 
più  completo  Scrittore  della  Vita  del  Bucca«- 
cio,  nella  quarta  iiluscrazioue  della  medesima; 
siaome  quelle,  che  porgere  gli  poterono  nella 
maggior  copia  materia,  onde  difendere  dalle 
calunnie  oppostegli  il  Novellatore  Certaldese. 


9 
Non  disgradirk  per   altro  V.  S. ,  né  opra  sarà 

affatto  perduta  ,  il  fargliene  ora  una    semplice 

indicazione  ,  affinchè  £IIa  abbia    divisatamente 

notizia  di  ciò,  che  in  quell'opera  ricavare  non 

si  potrebbe  che  in  somma. 

Sono  queste  XXIX  ,  e  tutte  partitamente  sot- 
topongono a  rigorosa  disamina  quelle  NoveUe , 
sulle  quali  o  una  critica  troppo  severa,  e  ta» 
lora  oltre  del  retto  giudicare  condotta,  o  una 
nera  calunnia  d'impudenti  Scrittori ,  si  assise  a 
predicare  con  tristo  nome  quelle  fatiche,  che 
in  seno  a  una  gloriosa  immortalità  formar  sem* 
pre  doveano  l*ammira7Ìone  dei  posteri  piìi  lon- 
tani ,  hi  sua  fama  stendendo  appresso  V  univer- 
sale degli  uomini . 

Le  prime  tre  la  difesa  contengono  della  No* 
velia  di  Ser  Ciappelletto,  dalla  quale  fu  preso 
motivo  per  ai-cusarlo  di  miscredenza  ,  e  poco  ai' 
venerandi  dommi  di  Santa  Chiesa,  e  alle  sue 
savie  determinazioni  nella  canonizzazione  dei 
Santi  riverente.  Ma  quivi  però  pone  studio  l'A- 
pologista a  provare,  che  in  animo  altro  non 
ebbe  ,  che  trarre  da  un  comune  errore  non  so- 
lo la  volgare  e  cieca  gente,  ma  altresì  coloro , 
che  delle  cose  di  Dio  sentendo  molto  avanti  , 
poscia  da  una  mal  regolata  pietà  si  lasciano  so- 
venti volte  sedurre.  Molte  autorità  di  veneran- 
di Scrittori ,  e  molti  fatti  da  uomini  di  buona 
fede  narrati  si  riportano  per  provare,  come  in 
diversi  tempi ,  e  presso  diverse  nazioni ,  la  vera 
bontà  dalla  ipocrisia  mal  distinguendosi ,  o  a'  tu- 
multuosi giudizj  del  volgo,  o  alle  vecchie  me- 
morie di  alcuni  antichi  non  ben  ciriospettì  Scrit- 
tori intiera  fede  prestandoci ,  falsamente  si  giu- 
dicò 'della  salute  eterna  degli  uomini  da  questa 
vita  passati. 


IO 

Nella  IV.  81  dimostra  quali  fossero  gì*  ìfl« 
terni  sentimenti  del  Boccaccio  circa  la  Ghie* 
sa  Cattolica,  e  circa  la  dignità  e  il  potere  de* 
suoi  Prelati  e  Sacerdoti  ;  e  come  riprendeiido^ 
egli  i  mali  costumi  di  coloro,  che  ogni  ragion 
volea  ,  che  fossero  quasi  tersissimo  specchio ,  ove 
gli  altri  mirando  potessero  i  suoi  costumi  ac« 
conciare,  non  oltrepassò  quei  termini»  in  cui 
si  erano  tenuti  gli  Storici  di  quel  setolo ,  e  uo- 
mini per  santità  e  dottrina  venerabili .  £  tali 
prove  tendono  a  persuadere  essere  andato  lun* 
p;i  dal  vero  chi  la  novella  d*  Abraam  Giudeo», 
in  cui  vengono  morsi  e  trafitti  i  mali  costumi 
della  Corte  Romana  di  que*  tempi ,  trasse  fuori 
come  impugnatrice  della  Potei tà  Pontificia  ,  e 
del  la  Chiesa  . 

Ma  se  il  Bottari  in  isdossando  dal  buon  do«« 
ine  e  dalla  riputazione  del  Boccaccio  le  male 
voci  y  che  a  torto  gli  erano  state  addossate  fa 
mostra  di  vasta  erudizione,  questa  vastissima 
apparisce  nelle  5.  Lezioni,  che  ne  vengono  do- 
po, che  tutte  intorno  si  aggirano.alla  favulade* 
tre  anelli  simili  da  Melchisedec  Giudeo  al  Sa- 
ladino narrata.  Con. verace  ed  evidente  consi- 
derazione tale  essendovi  stato  (i)  ,che  questa  Be'* 
velia  ,  come  di  approvazione  della  nostra  Beli* 
gione  riguardò)  altri  vi  furono (2) che  malvagj 
al  malvagio  pensare  inclinati ,  solo  per  la  me« 


(i)  Lodovico  Dolce  neir  edizione  del  Decam.  fat- 
ta in  Vinegia  l55-2.  per  Gabriel  Giolito  . 

(2)  Riccardo  Struvio  Diss.  de  doctis  imposi.  §.  IJ. 
MareJHo  de  Joanna  PapUsa  p.  196.  Baile  Dizion. 
V.  Boccace  V.  Moneta  in  una  dissertaz.  es£ressa- 
mente  fatta  sopra  questo  libro . 


It 

deitma,  vtrìboirooo  allo  Scrittore  un  famoso 
esecrando  empio  libro  intitolato  De'  tre  Impo^ 
stori .  Ora  V  Apologista  schierando  una  lunga 
serie  di  varie  persone  d*  età ,  di  professione ,  e 
di  paesi  molto  tra  loro  diversi  »  a  cui  si  esecrali* 
da  opera  si  ascrive  più  che  al  nostro  Novella* 
toro  ;  e  dipoi  provando  altresì ,  che  eglino  an» 
cera  di  questa  scelleraggine  sono  innocenti  del 
tutto  ;  anzi  che  questo  vituperoso  Componimen- 
to non  è  stato  mai  veduto»  né  ritrovasi  in  al- 
cuna parte  del  mondo;  dimostra  quanto  calun^ 
niosamente  vengane  il  Boccaccio  della  brutta 
taccia  di  Autore  infamato. 

La   X.   e  r  XI.  V  intenzione  disaminano  di 
Messer  Giovanni  nel  raccontare  colla  sua  quar^* 
ta  novella ,  come  un  Monaco  caduto  in  peccato 
degno  di  gravissima  punizione,  onestamente  rim- 
proverando al  suo  Abate  quella  medesima  col- 
pa se  liberasse  dalla  pena  :  per  la  quale,  e  per 
altre  che  somigliantissimi  casi,  benché  divisati 
in  altra  guisa  contengono ,  fu  tacciato  di  livi- 
do mormoratore  e  satìrico   delle   persone  alla 
monastica  vita  dedicate.   £  in  queste   cura  ss 
pone  a  renderlo  degno  di  essere  a  buona  equi*» 
tà  assoluto,  dicendosi,  aver  egli  con  simili  rac- 
conti procurato  soltanto  d'illuminare  coloro,  i 
quali  da  una  semplice  e  falsa  devozione  acce« 
cati,  credevano,  che  siccóme  santa  cosa  essen- 
do e  degna  di  venerazione  gì'  Istituti  Religio- 
si ,.così  eziandio  tutti  santi  e  venerandi  senza 
ninno  eccettuarne  fossero  quelli  dell'abito  mo^ 
nacale  rivestiti;  ed  in  ciò  persuadere  senz' an« 
dardi  lungi  un  minimo  che  dalla  verità  , e  mola- 
to meno  dalla  fraterna  dilezione,  si  tenne  anzi 
itretto  a  quelle  jnisure,  in  cui  si  contennero 


t9 

molti  pii  e  gravi  Scrittori ,  e  che  son^  in  gran 
venerazione  per  ognuno.  La  quak  intenzione 
ed  il  qnal  modo  gli  si  attribuisce  ancora  nel 
motteggiate  che  fece  colla  sesta  novella  gì' In- 
quisitori; e  di  ciò  trattano  altre  due  Lezioni 
•opra  la  medesima,  che  appresso  sono  alle  so- 
praddette . 

Di  4.  Lezioni  ò  poi  argomento  la  novella  di 
Martellino  ,  che  infingendosi  d'  essere  attratto 
sopra  il  corpo  di  Santo  Arrigo  in  Trevigi  fo 
vista  di  guarire  ;  dalla  quale  fu  tratta  ragione 
di  sparger  fama,  che  il  Boccaccio  incredulo  al- 
le miracolose  operazioni  di  Santi,  quivi  delle 
medesime  derisore ,  precorresse  in  fatto  di  Re- 
ligione le  vestigia  de*  miscredenti  Eretici.  Ma  il 
Butt'iiri  accingendosi  ali*  impresa  di  mostrare  uà 
tal  giudizio  in  vero  troppo  ingiurioso  alla  me-> 
moria  di  sì  grand*  uomo  ,  e  solo  confacente  alla 
mente  bieca  del  Pope-Blount  e  degli  altri  che 
lo  hanno  a  torto  calunniato  credendosi  di  enco- 
miarlo; dice,  che  altra  non  fu  l'intenzione  di 
lui ,  se  non  di  avvertire  sulla  difficoltà  di  di- 
stinguere da'  veri  i  falsi  miracoli .  Contro  di 
essi  infatti  se  peccano  i  miscredenti  negando  la 
fede  a  tutti ,  0  ammettendo  al  pid  solo  quelli 
che  si  leggono  nelle  Sacre  Scritture,  come  fan- 
no i  libertini,  che  si  formano  da  per  loro  e  se- 
condo le  loro  strane  idee  la  Religione ,  ed  al- 
cuni Eretici  per  V  impegno  preso  di  disappro- 
vare tutto  quello  che  viene  approvato  dalla  Chie- 
sa ;  erra  non  meno  per  lo  contrario  sotto  specie 
di  purissima  e  delicata  coscienza  la  volgar  gen- 
te nel  credere  senza  distinzione  alcuna  tutti 
que'  miracoli  che  dall'  ignorante  moltitudine  e 
dalle  melense  vecchierelie  e  dagli  uomini  aque^ 


ste  somiglianti  si  raccontano.  S  ponendo  per« 
tanto  il  Novellatore  in  non  cale  i  primi,  per- 
chè fecesi  per  avventura  giudiziosamente  a  cre- 
dere,  che  questi  debbano  da' gravi  e  scienziati 
libri  e  da* Maestri  in  divinità  essere  dalla  loro 
cecità  richiamati  :  contro  i  secondi  si  rivolse  con 
la  piacevolezza  di  tal  novellevole  ragionamen- 
to, come  pih  acconcio  a  farri  ricredenti  da  quel- 
le comunali  e  superstiziose  fanfaluche, che  prò* 
duce  e  fa  germogliare  in  noi  la  miserabile  ne- 
cessità che  abbiamo  ,  di  ricevere  nel  Pani  ma  sem- 
plìoetta  6  tenere! la  e  tenacemente  ricordevole» 
le  scioccaggini  dì  cotali  deboli  femminuzze  e 
degT ignoranti  pedagoghi.  £  per  venire  a  con- 
clusione che  a  tale  tende&se  T  ingegno  finissimo 
del  Boccaccio,  si  mostra  in  queste  Lezioni  er- 
rarsi molte  fiate  in  giudizio  di  miracolose  ope* 
re  ,  prendendo  per  miracolo  o  quello  che  da  una 
cagione  o  naturale  o  artificiale  deriva ,  oppu- 
re ycome  soventi  volte  e  per  avventura  più  spes- 
so che  dalla  natura  ,  dalTarte,  o  dal  c^so,  es- 
sendo condotti  in  inganno  dalla  generale  mali- 
zia degli  uomini,  )a  quale  con  inaudita  traco- 
tanza anche  nelle  cose  che  a  Dio,  e  alla  Reli- 
gione s' appartengono ,  si  va  empiamente  fram- 
mischiando. 

li  Paternostro  di  S.  Giuliano  da  Rinaldo  d' 
Asti  recitato  per  aver  buon  albergo  nella  not- 
te, come  il  Boccaccio  finge  nella  novella  secon- 
da della^  seconda  giornata  porge  motivo  al  Bot- 
tari  per  la  XVIII.  Lezione.  Stimandosi  che  a 
questo  racconto  sìa  prefisso  per  meta  il  ri  preti-? 
dere  quella  superstizione,  che  dalle  pure  e  ri- 
lucenti sedi  dell'Olimpo  cacciata  »  vaga  figlia 
osa  nomarsi  del  Cielo»  e  de*  mondani  conforto) 


«4 

91  accinge  egli  a  dissertare  sulle  qMttrò  specie 

di  lei ,  cbe  sono ,  l*  idolatrìa ,  V  indovinamento  , 
la  magia  ,  e  le  varie  ossei^vazioni  :  illustrando  ia 
tal  guisa  la  definizione  datane  dal  sole  degli  Sco- 
lastici e  Dottore  veramente  angelico  S.  Tomma* 
•o ,  essere  un  vizio  opposto  alla  religione  non 
per  mancanza  o  per  iscarsezza  di  essa ,  ma  per 
dar  nel  soverchio  e  nelf  eccesso ,  prestando  uà 
culto  e  una  venerazione  o  a  chi  non  si  dee ,  o 
in  quella  guisa  che  non  si  dee . 

Nella  Lezione  XIX.  ragiona  della  novella  di 
Nastagio  degli  Onesti ,  in  cui  quella  visione  A 
racconta  accadutagli  nella  pigneta  di  Ravenna» 
dove  vide,  o  parvegli  di  vedere»  cacciare  ad 
un  Cavaliere  una  giovane  ed  ucciderla,  e  su8« 
seguentemente  vederla  divorare  da  due  ferocis* 
iimi  cani .  In  questa  pare  di  subito  che  il  nostro 
M.  Giovanni  si  sia  dimenticato  di  se  stesso ,  e 
non  solamente  dilungato  dalla  sua  cousueta  gui- 
sa di  novellare  y  ma  messosi  in  una  strada  to* 
talmente  contraria;  avvegnaché  in  tutte  le  al* 
tre  novelle,  cerneccho  pressoché  tutte  finte  elle 
fieno,  é  stato  strettamente  attaccato  al  verosi- 
mile $  doveohé  la  presente  tosto  che  si  sente  es* 
sere  sopra  una  visione  o  apparizione  di  persìone 
morte  divisata ,  tosto  altresì  ci  facciamo  a  cre- 
derò essere  tutta  falsa  e  favolosa ,  e  come  tale 
si  rigetta  «  si  disprezza  e  non  vi  si  pon  men- 
te, reputando  di  perdere  affatto  il  tempo  a  sta- 
re ad  ascoltarla.  Ma  non  così  precipitosamente 
giudica  del  Novellatore  il  Bottari.  Egli  fa  ra- 
gione, che  quel  grand' uomo,  il  quale,  se  col- 
r  acume  del  suo  ingegno  penetrato  aveva  a  ve- 
dere essere  una  soverchia  dabbenaggine  de*  se- 
coli ignoranti  il  r.redere  tutte  le  apparizioni  e 


i5 
tutto  le  altre  operazioni  che  si  attribuiscono  a« 
gli  spiriti; nella  stessa  guisa  compreso  aveva  an* 
cera,  che  il  negarle  tutte  quante,  e  pretende- 
re di  non  volerne  credere  neppur  una ,  se  non 
ai  sia  veduta  co*  nostri  occhi ,  è  un  errore  al- 
tresì grande  e  peggiore  del  primo;  e  che  dun* 
que  sopra  argomenti  ben  saldi  fondasse  la  veri* 
similitudine  di  questa  sua  novella  ,  e  sopra  molti 
fatti  al  medesimo' si  mil  issi  mi  narrati  da  uomini 
di  veneranda  autorità  il  suo  racconto  appoggias* 
se  nel  suo  Decamerone  inserendolo  senza  tema 
che  fosse  rigettato  come  una  di  quelle  favole 
che  n  stando  al  fuoco  a  filar  le  vecchiarelle  ^ 
raccontano  a' piccoli  fanciuUetti .  Una  raccolta 
eruditissima  di  fatti  che  la  più  dotta  curiosità 
richiamano ^  da  veridiche  storie  cavati,  fanno 
bella  corona  ad  una  tal  congettura,  e  sono  i 
princip)  saldissimi  da  cui  tira  tal  conseguenza  t 
che  se  non  può  dirsi  quello  4al  Boccaccio  rac- 
contato esser  vero ,  dir  non  puossi  altresì  che  sia 
falso;  e  si  asserisce  che  certamente  non  è  inve- 
xisimile  ;  e  si  stima  che  egli  abbia  voluto  i  suoi 
leggitori  avvertire  a  non  vplere  di  subito  ere» 
dere  si  fatte  visioni  favolose ,  delle  quali  se  non 
si  può  di  ciascheduna  presa  singolarmente  prò* 
vare  la  verità  e  prestarle  fede  »  non  si  può  per 
lo  contrario  negare  »  che  prese  tutte  insieme  non 
provino  alcuna  di  esse  sussistere ,  ed  esser  verace. 

Non  mi  tratterrò  intorno  alle  tre  Lezioni  sul- 
la novella  di  Fra  Cipolla;  essendone  le  prime 
due  pubblicate  dal  Nanni  nella  sua  lUustrazio^ 
ne  Isterica,  e  la  terza  non  essendo  che  un  se- 
guito alle  medesime . 

Passerò  ad  annunziare  la  XXIII,  E'  di  questi 
argomento  la  graziosa  e  piacevole  novoila  di 


i6 

Gianni  Lotteringhi  uomo  di  grossa  pasta  ,  a  cai 
fu  dato  a  vedere)  dalla  sua  impudica  e  astuta 
moglie,  per  ricoprire  un  suo  amorazzo,  che 
nella  camera  dov' eglino  dormivano,  vi  si  sen« 
tisse,  e  che  il  busso  dell*  uscio  da  lui  udito, era 
la  fantasma,  che  bisognava  incantare.  Avvisasi 
il  N  A.  che  con  questa  invenzione  il  Boccaccio 
mettesse  a  buona  equità  in  ridicolo,  e  cacciar 
procurasse  dalle  menti  della  troppo  credula  mol* 
titudine  per  liberarla  da  un  folle  e  mai  fonda- 
to timore  ,  che  le  anime  de*  trapassati ,  o  che  al- 
cuni maligni  spiriti,  vengano  talora,  e  per  lo  ! 
più  di  notte, a  sturbare  la  nostra  quiete:  frivoli  ' 
spauracchi  ed  umani  artifizj  provenienti  le  pia 
fiate  da  qualche  intrigo  ,  fanfaluche  ìngannatri-  f  < 
ri  delle  deboli  menti,  e  matti  timori  di  cui  si  ^ 
servono  a  loro  uopo  talora  le  ree  persone,  ta-«  t 
lora  altresì  le  scaltre  per  gli  loro  malvagi  fi- 
ni f  o  per  giugnere  a  qualche  loro  segreto  in- 
tento o  amoro'so  raggiro.  Da  ciò  prende  moti-, 
vo  di  ricercare  la  storia  di  cotale  stolta  opi- 
nione tra  gli  uomini  volgari  disseminata,  fa- 
cendo ragione  il  suo  cominciamento  essere  dal- 
r  avere  falsamente  credutogli  Antichi ,  che  gli 
Angioli  fossero  corporei,  e  che  i  demoni  aves- 
sero e  potessero  formarsi  de*  corpi  aerei  e  ca- 
paci per  conseguenza  di  fare  tutte  quelle  ope* 
razioni  che  può  fare  qualunque  è  di  noi:  op- 
pure che  a  tali  favole  alimento  conferisse  la 
dottrina  di  Platone,  che  le  anime  de' rei  uo- 
mini e  malvagj  aggravate  dal  peso  de' loro  mi- 
sfatti e  violentemente  dal  cielo  a  terra  rispin- 
te,  andassero  vagando  intorno  a* loro  sepolcri: 
oppure  che  strada  facesse  alla  credenza  di  que^ 
ste  fantasime  il  tenere  gli  antichi  Pagani ,  che 


i 


Tuomo  nel  f^uo  nascere  fosse  da  due  Genj  ac- 
compagnato, uno  buono  e  T altro  malvagio,  i 
quali  talora  gli  comparivano  visibili.  E  rintrac» 
ciaiido  né) r  antichità  i  vestigj  che  abbiamo  de* 
romori  che  si  dicono  sentir  per  le  case  ,  de' qua- 
li di  quando  in  quando  se  ne  rìnnuovano  le 
false  voci,  prende  a  critica  disamina  tali  me- 
morie, e  le  osserva  fuori  di  quell'aspetto  di  cer-' 
tezza ,  da  cui  troppo  in  esse  abbarbagliare  si  la- 
sciano a  prima  vista  i  deboli  intelletti.  Così  se 
nella  Lezione  decimanona  provò  essere  un  er- 
rore il  negare  tutte  le  apparizioni,  che  ci  so- 
no raccontate  non  reputandole  possibili  ;  nella 
presente  si  dimostra  e^sere  un  errore  parimen- 
te il  beverse'e  tuttQ  alla  cieca:  ma  doversi  at- 
tenere alia  pratica  del  piti  dotto  e  ingegnoso 
di  tutti  i  Padri  S.  Agostino,  il  quale  non  fu 
mai  uso  a  prestar  fede  alcuna  a  tali  voci ,  non 
già.  perchè  si  facesne  a  crederle  impossibili ,  ma 
per  aver  trovato,  che  tanto  negli  antichi  quan« 
tu  nei  moderni  tempi  sì  fatti  racconti  non  era- 
no bastevolm^nte  provati,  anzi  che  esaminati 
con  savia  sollecitudine  sempre  si  trovano  ma- 
nifeste illusioni  e  gherminelle  di  persone  scal- 
trite. Intendesi  però  di  salvar  sempre  quelle 
cose,  come  avverte  anco  S.  Tommaso,  che  se- 
guir possono  per  una  speciale  permissione  di 
Dio,  alle  quali  nondimeno  egli  non  s'induce 
senza  gravissime  ragioni  e  profondissimi  fini« 
Sia  vcngliiamo  alla  XXIV^ 

Illustrando  con  ques^ta  il  Bottari  la  novella 
di  Bruno  e  di  Buffalmacco, che  imbolato  avt:n* 
do  a  Calandrino  un  porco  feciongti  fare  1*  e- 
sperienza  da  ritrovarlo  con  galle  di  gengiovo 
6  con  vernaccia;  prende  a  trattare  de*  sortilegi 


i 


19 

inìqua ,  4^  <^ui  gli  si^iriti  dell^  tenebre  si  j^etf* 
vonn  per  sedurre  le  ^pipi^e  .d,i  quei  qfalavvea^* 
tprati  che  ad  esaa  attendono  .^edotti    da(la  ya*  } 

na  curiosità  e  dajT  igqur.an^a .  «Hipot^te  Je  cpf^ 
danne  che  vengono  date  4^Ha  ^ancaSqrittnra., 
Qa*Concilj  ^  da*  Sacri  Astori  a  simili  x^fiz^ 
8upe|r^ti^i.osi ,  di  jualnata  ra4^^^  ^^^  o^en  «laù 
yag)  raai|)olli ,  che  si  .adoperilo  ppr  rinvenir^ 
|e  cose  segrete  .e  nascose,  oche  rigfiard^op  ìil 
t^rnpp  futuro;  parla  di  ajcune  cerempnie  e  cii^ 
usati  a  tal  uopo  (J[a*^JPagaai  e  da*  Gentili,  n^ 
quali  profondarono  le  fue  cadaci  questa,  diabpf 
liche  pratiche y  e  quifidi  segno  la  storia, di  QM^L- 
le  stagioni ,  in  .cui  il  juasto  fpofido  diserrq  4^  ^ 
ógni  virtù  e  grayidod  ignorapza  e  di  oiaiiziai 
ò^  farle  penetrare  End  pel  8antuài;io,  e  d'rtvt 
fettare»  non  che  1  mi^ri  mortali  in  cecità  ravti 
volti  I  gli  éc^lesiast.ìci  ^^tpssii»  ch^e^ser  ^oveanor 
ì  più  illiuninati;  fi[nch^,  per  ispecial  gra^l 
della  divina  bo^tà  non  fu  distrutta  ^|  rpgi^  ^ 
ampio  e  polente  e  tirannico- .di  tsirUta  ignpr^z^, 
li*  altra  burla  dei  due  medesiipi  %oU;tzzey,olj^ 
uomini  fatta  a  Maestro  Simone  me.dic9  sapc^H 
Mandare  in  corso,  siccome  neii^  noyellf  noam 
dell* ottava  giornata  si  rafCconta^  è  i\  ^qgff^^ttp» 
della  Lezione  XX,V.  In  questa  ^i  ripor^ì^i^o  n^qi-. 
te  e  varie  opinioni  qua^i  ajitermativee  qq^lixiR^ 
gative  intorno  ai  congressi  potti^rni  ^éflle  I^r. 
mie ,  e  che  tanto  credito  ebl^exo  presso  il  poo. 
polo  igno|:an.te  non  solo ,  ma  anpbe  ^pjprc^sQ  i 
culti  e  srienziati  uomini  j  e  la  condufiione  r^r 
gìonevolissima  è:  avere  9  ragione  il  BoccaqciQ 
posta  in  ridirolo  quesi;a  sogna^  cred^euza^,  n.ar 
t^  soltanto  nei  deliri  dcgiji  i^omini  i^briieonatl « 


1* 


(^^  ^pregiudìzio  pldrònè  delle  ménti  _dèl 
Vol^o  l^fiàrò  e  deHe  vili  femmine^  che  mat- 
iàlinenVÀ  si  8Ón  dàèe  ad  iptèndere«  clìe  per  via 
d*  inòa.nti  Si  gli  uomini  che  le  donne  s' induca- 
lo pet  una  foria  sopranoatqralé  cóntro  la  loro 
voelia  ad  aqiarìsr  o  a  dÌ8ani\^mprar^i  ^caiiibie- 
vofmente ,  cHiamb.  ì' erudizione  del  N.  A. à  fare 
la  sua  bella  comparsa  noci  minore  che  nelle  ai- 
tré  sue  Lezioni  nella  XXV't.. che  illustra  1^  ì>aia 
dd'l^rùno  e  Buffalmacco  fatta  per  uccellare  U 
àiellona^gihe  di  Calandrino^  i  quali  finsero  di 
iSrgfli  (in  brève  superstizioso .  e  malefico ,  ac- 
ciocché toccando  con  esso  una  donna ,  di  .ctii 
egli  er^a  forte  ifinaniorato^  la  facesse  a*  suoi  pia- 
céri acconsentire.  Si  disserta,  in  questa  ^i  .^^^ 
tal  po^eoza  attribjaita  ,(Ìagli  antichi  in  part^  a- 
^l' incanti  e  in  ^arte  alla  virtù  naturale  ^degl* 
ingi^ediènti,  òhe  componevano  questi,  brevi  ò 
lioccòui  superstiziosi',  che  da' Latini  si  a^pella- 
Taiiò  philtra*^  si  parla  deUé  tre  maniere  .dp^  me- 
(f esimi  ricavate  dà*  vecchi  Scrittori^  Greci^^  ,le 
l'ùali  erano  A-lvyot  >  ^coópura, ,  6  I^ól  ;  e,  riporta 
[uanto  ricavarsi  pòtèa  da*  Glassici  così  Greci 
còllie^  L^ ti nj  ,*  che  a,  ts^le  argomentp  importasse. 

Eccomi^  j^qrt^nto  alle  ultime  tre, Lezioni. Que- 
ste traggono  motivo  dalla  novella  di  Bladonus^ 
piànòra  chp  doiiii^nda  di  Gennaio  a  jyiesser  An- 
lal^ò  Grìradénse  un  giardino  bpllo  come  di  M^g- 
Jio,  ìVche  egli  con  Tobbligarsi^ad  .pn,  Negro- 
mante^gliel(^.da^e  ^'alP  altra  dì  Mescer  ToreV 
fó  che  in  unsi  notte  per  intromessa  di  un  Ne-; 
gromante  da  Alessandria,  fu  trasportato  in  Pa* 
vìa .  Quivi  adunque  si  disamina  quanto  i  limiti 
eccedessero  del  vero  e  del  giusto,  sì  coloro  che 
si  fecero  a  crédere  tutte  le   operazioni    prodi- 


20 

gì  ose  all'  arte  magica  e  alla  virtù  del  demonio 
attribuite,  come  i!ol<>ro  clie  impugnarono  la  lo* 
ro  penna  per  volerle  tutte  negare .  £  di  tali  ra- 
gionamenti formano  base  i  fatti  indubitabili  dei 
Maghi  nella  divina  Scrittura  narrati,  ed  un  e- 
sa  me  sopra  quel  dubbio,  il  quale,  perchè  co- 
me rampollo  suol  nascere  a  pie  del  vero ,  cor- 
se alla  mente  di  taluno,  cioè,  che  tali  portenti 
si  possano  per  avventura  ad  altra  cagione  ,  qual- 
che ella  sia,  attribuire ,  piuttosto  che  ad  incan- 
to; essendo  in  effetto  i  detti  incantesimi  diver- 
samente da  var)  commentatori  spiegati,  ed  es* 
sendo  molte  le  ragioni  e  le  autorità  che  por- 
tar si  possono  in  contrario  . 

Tali  sono  gli  argomenti  delle  Lezioni  di  Moni. 
B  ettari  S'apra  il   Deramerone. 

L'eruiizione  vastissima  e  la  forbita  eloquen- 
za di  esse  sono,  come  io  diceva  in  sul  bei  prin- 
cipio ,  degnissimo  Sig.  Gav.  assicurate  abba- 
stanza dal  solo  nome  del  loro  Autore  .  Nelle 
opere  Greche  e  Latine  nodrito,  dietro  andan- 
do alle  vestigia  del  Signore  del  nostro  altissi- 
mo canto,  del  gentilissimo  Lìrico,  delT  elegan- 
tissimo Prosatore,  e  degli  altri  Padri  del  to- 
8<*ano  idioma, egli  è  posto  tra  gli  Scrittori  del 
passato  secolo  come  modello  e  regola  di  bene 
scrivere,  e  tra  essi  come  chiaro  lume  risplen- 
de Ma  per  quello  che  risguarda  il  fine,  ^  cui 
tendono,  di  sgravare  il  nostro  sommò  Oratore 
da  tutte  le  sinistre  opinioni  contro  le  sue  no- 
velle; pare  a  me,  che  il  sopra  lodato  Sig.  Bal- 
delli  fuori  non  sia  da  un  giusto  e  disappassio- 
nato sentimento,  se  crede,  avere  il  flottati  col 
suo  sublime  ingegno  architetto  di  nuove  e  pre* 
giate  cose  amato  talvolta   troppo  il   suo  argo<^ 


21 

mento,  eicusa^do  più  di  quello  che  V  arcuato 
ifitesso  non  fece  asemede^iaM•(l).  Ella  avrà  pre- 
sence  la  di  lui  lettera  srritta  a  Mainardu  de' 
Cavalcanti ,  à  cui  dichiara  di  meritare  per  i 
suoi  racconti  i  numi  di  turpiloquo  e  di  male- 
dico. E'  ben  verità  però,  che  il  N  A.  si  ac- 
cinse ad  una  tale  im;>re^a  a<«sai  giu^^tamtriìte  : 
una  posterità  troppo  deverà,  e  talt>ra  ingiu<«ta 
accumulò  soverchiamente  le  àccu*<e;  e  sebbene 
non  lieve,  pure  dovuto  era  il  carico  di  giu^itì- 
ficarlo,  specialmente  contro  quegli  Etemdu^si 
che  lo  riguardarono  come  prt-c  ursore  del  Lu- 
teranismo. Ma  il  Pubblico  appagato  dei  suoi 
desiderj  di  avere  di  sua  ragi«»ue  queste  Lezio- 
ni,  saprà  giudicarne  secondo  il  vero:  e  certa- 
mente senza  lungo  indugio.  Anzi  frattanto  che  ^ 
secondo  le  ulteriori  disposizioni  del  Gov<:;rno 
circa  la  pubblicazione  delle  opere  ,  vi  è  t^ie(i) 
che  procura  che  alla  mia  delibera? ione  «^egua 
pronto  r effetto,  pongo  «tulio  in  racciig'ìerc  *e 
memorie  della  vita  di  un  tanto  celebre  Prela- 
to,  le  quali,  se  il  mio  avviso  non  m*  inganna^ 
non  potranno  del  tutto  dis])iacere;  come  anche 
credo  di  non  esser  per  trovarmi  nella  mia  esti- 
mazione ingannato  y  se  riunite  dopo  queste  ì^e* 
zioni  quelle  del  Dottor  Lami  sopra-  lo  stes^io 
soggetto,  sparse  per  le  Novelle  Letterarie  di 
Firenze,  pen^o  che  formeranno  un  più  interest 
sante  volume  . 

Ma  poiché  a  parlare  io  sono  di  scritti  ine- 
diti e  di  non  lieve  momento,  mi  permetta ,  che 
anche  di  4.  dissertazioni  dello  Stesso  N.  A.  io 

(i)  Lib.  cit.  p.  3i3 

h)  Gaspero  Ricci  Libraio  in  questa  Citta. 


r 


to  10  sappia,  e  non  potute  uejj^mre  trovj^r.e  pe^^^ 
tutte  quelle  premure,  d|i  cui  ^ui  capace:  a^p- 
cbè,  se  Ella  ne  avesse  ^  o  fosse  pc^r  àv^ne  uq* 
tizia, si  compiaccia  d^r^vorirmi, avendone  gcai 
desiderio.  L*  estratto  di  esse  lo  i;i^s^vo  dìal  OjlaL-f 
rio.  déir  Ajccad.  della  Crusca  scritto  ^«^to^'Scher- 
mito,  dove  appunto  fujrono  reqi jat^  Ì' 

;  Li  prim-a  è.un  raglpn^me^ntp;  n^/qual^  si  a- 
Dimavano  gii  Accauismici  a  dojq^  lasciarci  dQr^ 
viare  dagli  studi  per  le  importune  critiche  de*! 
Censorv,  che  Rei!  lo  più  procedp^rso.|  110119^0  45^ 
invidia  o^  da  ignora^n2;a  o  da  priesi^Rzione,. 

La  seconda  ^una  lezione 'sulla  scaVhita  di  an- 
tichi   Astori  che,  tratfinp.  delle  arp    meccani- 
che .  In  questa  dopo  un*  acconcia  esortazióne  V 
ripigliare  con  vigore  le  ìntero^esse  lettfjrape.fa- 
tifhe^,  p.re^e  a  compiange^^^^ 
nuha,  che  sV incontra  fra  gii  Scrittori  Greci,  . 
e  Latini  di  chi  abbia  trattato,  delle  Arti  Mec* 
csLniche  e,  de  precetti  e  deiii^  regple  loro,  e  del- 
la fabbrica  degli  struménti  delle  med^gimere, 
del    modo  di    adòpecargU:  della  quàl/peoiir^^  ' 
tanto  più  è^da  condolersi,  quanto  clip  pervcj'^" 
nuta;  ^uo  a,  noi   la  memoria  di  tante  marf^yi- 
gliose^  invenzioni,  è  stupènde  macchine  (ic^ìi; 
antichi,  che  si  trovano  mentovate   nel  fé  opere/ 
loro,  e  delle  quali  eeh  ne  fece  una  cuTiO;)a  e- 
numerazione,    stato   sarebbe    Giocondissimo  ed 
utilissimo  che  pervenuta  ci  fosse  ancora  la  n^* 
tifìa   del  magistero  e  dell'  uso  di  tali  ritrova* 
mputi,  conservata  là  quale ,  o  non  si  sarebbero/^ 
essi  perduti ,  o  facilmente  se  ne  sarebbe  rinve- 
nuta la  costruzione.  Ragione  di  cosi  fatta  man- 
canza credè  egli,  che  possa  essére  stato,  oTà- 


V€t€  gli  ahftfeW  repùfetb  sdr^àrfluo'  il  lasciare  irf 
iscritto  fé  metn'arie  d'r  quegli  artifizj;  che  es* 
8(fndo'  ant;ora  comuni  e  notissimi,  supponevano 
^81  ;  chè'comuQTcati  61  8^rebbono  facilmente  di 
pérdre  iti  figlio  alle  piit  rimote  generazioni;  o 
1*  avere  i  Copisti  trascurato  di  trasi^rivcrne  moi- 
ri''e8'émplarr,(  giactjhè  di  alcune  arti  e  profes- 
sióni sappiamo  di  térto'essersi  dagli  antichi  com- 
pilati de'  tettati ,  chie  ora  sono  peMùti  )  quasi 
che  di  poco  pregife  fbir^ero  cotali  scrittr  pe r  tra- 
mandargli' a*  posteri ,  ili  confrontò  d' altre  ope- 
re' da  essi  pii^  stimate  ,  a  poesia  ,  a  storia  «  e  a 
sdenze  attenenti.  NS  solamente  gli  antichi, 
m^  ancora  i  moderni,  e  gl'Italiani  medesimi  » 
ei  nostri  Toscani  essere  in  ciò  tarati  trascurati 
si'  dolse  r  A.  cotl'esempio  e  di  Lata  dellifiRnb-' 
bi^ ,  e  di  Sfìchetagnòlò  Buonarroti,  de'  anaii' 
ir  primo  ririvenziòne'  della  sua  imroot-tale  ver- 
nice, e  il  secòndb  le  regole  delle  sue  maravi- 
gtrose'  proporzioni  non  si  curarono  di  trasmet- 
tere alla  posteti tà .  Dà  tutto  ciò  pre»<e  motivo 
di  lodare  T  accorgimento  della  Francia,  che  per 
ptòvtcdere  a  un*  somigliante  difetto  per  i  tempi 
avvenire  avea  compilato  il  suo  celebre  Vocabo- 
Ifl^riO  delle  Arti  ,  e  dMncoraggire  quindi  gli  Ac- 
cademici delia  Crusca  a  non  lanciarsi  in  ciò  /^u*» 
perare  da  quella  Nazione,  siccome  dì  gran  lun- 
ga se  l'erano  essi  lasciata  indietro  oeila  com- 
pilazione del  loro  gran  Vocabolario,  e  special* 
mente  nelT  ultima  fatirosissima  edizione  del  me* 
desimo.  Animogli  finalmente  a  t»le  impre'f^a  , 
mostrando  loro  la  facilità  di  eseguirla  con  im- 
piegare quei  materiali ,  che  in  ropia  non  di- 
spregevole aver  si  potevano  a  sì  fatto  uopo,  e 
con  isce'glieire  un  buon  metodo  per  condurviii. 


e  del  quale  sull'  ultimo  egli  suggerì  alquante 
regole  y  le  quali  servito  avrebbero  di  norma  fa- 
cile sicura  e  costante  per  bene  indirizzare  un 
lavoro,  la  cui  riuscita  stata  sarebbe  di  sommo 
utile  al  pubblico^  e  di  grandissima  riputazione 
air  Accademia. 

Nella  terza  Lezione  si  comprende,  rome  es- 
sendo i  fatti  e  ì  costumi  de*  primi  Cristiani  così 
ammirabili  e  anche  così  famosi  per  le  fiere  per- 
secuzioni de*  Tiranni  9  che  contro  di  essi  incru- 
delirono, tuttavia  in  tanti  Autori  sì  Greci,  co- 
me Latini  fino  a  noi  pervenuti ,  così  poche  e  di- 
sordinate memorie  di  loro  s* incontrino.  Go'pa 
di  ciò  prese  a  provare  in  questa  Lezione  il  Bot* 
tari  essere  stata  o  la  negligenza  degli  Autori 
non  Cristiani  d'informarsi  delle  cose  nostre,  o 
la  superbia  loro,  e  forse  anche  T  invidia,  per 
cui  o  le  riguardarono  con  disprezzo ,  o  ad  arte 
ne  tacquero  quel  che  ne  sapevano.  Il  silenzio 
di  Filone,  e  il  pochissimo  che  ne  lasciò  scritto 
Giuseppe  £breo,  uomini  dottissimi,  e  che  po- 
tevano esser  bene  istruiti  delle  cose  alla  nostra 
Religione  attenenti ,  dover  far  cessare  la  mara- 
viglia del  silenzio  de* Gentili; e  doversi  crede- 
re che  Filone  ignorasse  i  fatti  de*  Cristiani  per 
trascuranza  ;  e  Giuseppe  gli  tacesse  per  super- 
bia,  per  odio,  e  per  invidia.  I  Greci  essere 
stata  una  nazione  avida  d*  imparare  anche  le 
dottrine  straniere,  ma  superba  ,  e  dispregiatrice 
delle  altre  nazioni  ;  onde  essere  anzi  da  stu- 
pirsi ,  che  Luciano  abbia  qualche  poco  parlato 
de*  Cristiani ,  benché  con  disprezzo,  nel  dialo- 
go  del  Pellegrino,  e  in  quello  intitolato  Filo* 
patore\  ed  ap^iiàrendo  es^o  molto  informato  del- 
le cose  loro,  doversi  credere  effetto  d'odio   e 


25 

di  alterìgia  l'averne  ragionato  bì  poco.  Porti- 
rio  aver  parlato  di  S.  Pietro,  ma  ralunnìando- 
lo,  e  attribueudo  ad  arte  magica  'e  maraviglie 
da  lui  operate,  e  Io  stesso  aver  fatto  G^^Iso,  « 
Giuliano  Apostata.  Di  S.  Pietro  averci  qualche 
cosa  anche  in  Flegonte  Tralliano,  ma  p(»co  , 
per  eshcrsi  quasi  che  tutte  le  >ue  o[)ere  perdu- 
te. Rispetto  a*  Latini ,  circa  Tintoria  del  primo 
Secolo  (iella  Chiesa»  tutto  ristringerai  a  ciò  cì.ù 
Bì  legge  in  Svetonio,  e  in  Tacito,  metitre  quel 
poco  che  ci  han  la^^ciato  Lampridio,  Plinio  il 
giovatie,  Rutilio  Numaziano,  Anìmiano  Mar- 
cellino, Capitolino,  e  Claudiano,  riguarda  il 
secondo  e  terzo  Secolo.  Esaminò  poscia  due  ino* 
ghi  memorabili  di  Svetonio,  uno  nella  vita  di 
Claudio,  dove  sotto  il  nome  di.  Ebrei,  narra 
l'espulsione  de* Cristiani  da  Roma,  per  ordine 
di  queir  Imperadore  ;  l'altro  nella  vita  di  Ne- 
rone, dove  nel  contarsi  il  fatto  di  un  certo 
Icaro,  pare  che  s*allu«la  al  contrasto  avuto  da 
S  Pietro  con  Simon  Mago,  che  tentando  di 
volare,  precipitossi  e  morì.  Pas«ò  poi  ad  esa- 
minare il  famoso  luogo  di  Tacito,  dove  si  par- 
la del  grand*  incendio  di  Roma,  di  cui  fu  ere* 
duto  Autore  Nerone,  e  V  odiosità  del  quale 
egli  rigettò  sopra  ì  Cristiani ,  accagionandcdl 
di  tanto  esterminio  ^e  facendone  strage  col  pre* 
testo  di  punirgli  di  tal  misfatto  .  E  dopo  a!cu« 
ce  osservazioni  fatte  sopra  un  luo^o  di  Sveto* 
nio,  col  quale  pare  che  si  renda  testimonianza 
dei  martirio  di  Flavio  Clemente  sotto  Domi- 
ziano, conchiu«<e,  essere  anzi  da  ammirarsi  e 
ringraziarsi  la  Divina  Provvidenza,  per  aver 
permesso,  che  in  mezzo  a  tanti  motivi,  che  a- 
vevauo  i  profani  Scrittori  di  tacere,  o  per  di- 


de' Grìfatìani  ^   M   abbiano   nonostante' Iftietato^ 
balenare  a€*  loro  scrìttf  ttnc<^  di  lume-,  eke^^cN 
va  a  cotifermare  maravr^lioBamem^  la   Storia-* 
de*  princtp)  di  nostra  Religione^,  cfae  si  baae^ 
gli  9ct\ttoTÌ  Eccfestastiri . 

La  quarta  finalmente  fìi  fattar  pèf  T-Bperturu' 
deir*  Accadèmia  delF  anno   i^^.y  e   trana^a^l- 
dall'uso  cb«  facetaiio' gl'i  antichi  Giteci, e  Ro^  ' 
mairi'  delle  immagini  de'*4oro  maggiori./ Qitto^* 
furando  che  ciò  da  loro  fikcevasi  per  accendersi 
coli*  appetto*  di'  quelle  aU*  iratta-zione' de' 4ero 
gran  fatti  ^  dimostrò  dovef^i  a*  :bn<Ai^  eq^niHk^utf' 
80  mi  g  lian  te  eflfbt tO^  produrte»  d  a*'  ritra  tti  'd  egF-I l-- 
lustri  Accademici^  tra^paasati ,  che!  appesi  :siÉJ(ra* 
no  alle  pareti'  deh*  Accademia ,  a  benefiriode-' 
gli  Accademici,  i  qnali  nel  rimirarli^  enei  ri* 
flettere ,  quanto  essi  avevano  aggìantK^  di  'glòria  ' 
aH'  Acceéemta  co*  loro  scritti-  immertai'is  e  quan* 
to  ne  aveatt  tratto  'cdn  far»  buon  uso^  delle  ^  sue 
regole  do?eano   ogm'  ora*  più   acceìi^ersi^  allo 
studio  delle  Scieeze^  e  ^ef?ia1  mente  col   oo4ti- 
vainento^  *  della   Toseana  -fendei lii';    edeirelo* 
quema . 

:  QàWtO'  è  ^awtfy'voleP^aèntìmfòìatle,  o^  Sig; 
Cavaliere.  La^-prego  intalitò  noir  Tigùardando  ' 
a'-miei  difbtci'^a  Volere  ènri^a  dispetto  di  essi' 
mautenenmil  ln-ana-bom^^j  eh  darmi  occ^asione- 
dh  piunova^te-  bdlPbbbedìemztt'le  pretèste^  della* 
8M  servitùv 

Fifeifoe  |)rhtio  lO'ag^it^'  18 112. 


i  ed  Obbl^tlsì^.  Servitore 
Frèneescó  Grattini!. 


. a^^ 

Memoria  lètta  heW  A^iùnànzà  della  Società  Cor 
lòmbdria  la'^  sera  del  dì' i^  Febbraio  1812.  da 
*^  Vincenzio  Potlìnt  Éibtìotecario   della  Pubbli^ 
ca  Libreria,  Mà^uabecAiana^  'nella  def^a  Società 
V  Jngentmato . 

'  J^  lst?ri9»,  rwD^^Q  ivqiv  di    m^fr,    fl»ggior  . 
9etv\g\(f:,à{^j^Oi  mppT^^^ì^to  '  dei  falli; ed  errori  ^ 
degli   SpfjittiQTi ,  cbp,  daM'  actpiistQ  di   nu^ve  ^e  . 
per0grinQ.«,u9tim(p .  S^  que^^e-  a)iq^eQC«(QO,  il  no* 
8tF0  isape^e.f  la  cor  regione  deg^i  errori  meglio  . 
a«8icuf^  queUjO  che  gt^,  sa^pevamo:^  gUid^  aJla^ 
cogni^ipne,  di,  aUre  veiritìi, ,  e  troi^.adtiniimte 
m^l.9g!f\0  ìi(  QpriO,    If^  quaU>  natwrajweflte  da  . 
uà  épto  «errona  d^ri^a^dQj   o  :ii>feua»o  appoco 
appQpoi.quqlt  Vieroichecdf^  noiTu^rg)^  conosciuto 
o  dì;  àpQvi   ma,  sifTa^ùr  capital)  ci  arrìfcffliiii^ono  , 
FqsjpjB^i  pfiyi  de?-q^ilìi,  pftf  niA  ^tfi\t^  mìgUor  . 

TnrfippQ  Jumio9«i- jopA;  gji  e«emj)i,,,  e  troppo  . 
lu^mpse^  veggiamo-  ifitrora;  le^  conSfgiiepzfB,  di 
D(^,pqphi  er^or^  de^ii, Scrittori ,  sopra  i  quali 
pex  pi£|.  «^coUrcieoameutp  si  ed;ficò:,  pef  pou  ., 
con/es^^rq  che- 1^ .  scoperta  di  queJU  isiaii.spQ&sfa 
vo)t^ /più  ^  utile  a  noi  che  aleuti  niipx^Q? ri trov^a*  . 
meqtp,  Iq.  non,  i^te^udo   già  dottis^ijOH   colleglli   ^ 
di^noiarvi^coij,  un  diflTusQ  crpLt;ta(tp, sopra  u^  tale  ., 
argomeufo^  né  facendomi  strada-  all^  €orrezio* 
•nC;di.un   mo^eirnq  Scrittpre.,  fu/a^i^^ pOtOsiero 
di..p];epafaj;e,ran.imp;  vostro  alla,  scaperà  die^ 
ro(],  della,  piìi  grandO),  e  peraictiosa,  conseguen** 
za^ma  di  accenn?ire  soltanto  1*  utilità  della- cor* 
reùoc^ft., d^gji  erbori,  qi»*ÌuuqttQ..8ÌSPQ.,  giag.»  ,. 


28 

che  ciascuno^nel  suo  genere ,  può  dirsi  impor« 
tante. 

Leonardo  Ximenes  nella  Introduzione  Istori* 
ca  alla  sua  opera  dei  vecchio  e  nutvo  Gnomone 
Fiorentino  pag.  xvii.  parlando  del  vecchio  Gno- 
mone de!  Tempio  di  S.  Ghx^anni  ,dopo  aver  ri- 
portato ciò  che  ne  scrive  Giovanni  Villani  , 
dice  ^  Molte  sono  Iec'm<iidera2Ì0iii  che  mi  ven- 
fy  gono  alla  mente  su  questo  passo  di  Giovanni 
fj  Villani.  E  primieramente  da  esso  intendiamo 
jy  l'antichità  di  questo  monumento  di  Astrono- 
fy  mia.  Giovanni  Villani  mori  Panno  1348. che 
^  fu  l'anno  di  una  de^)loralnle  pestilenza.  Egli 
yy  era  dilìgente  storico,  ed  esatto  raixoglitore 
jy  delle  memorie  Fiorentine.  Eppure  egli  non 
jy  ci  sa  additare  T  epoca  di  questo  mar.no  sol- 
jy  stiziale,  e  si  contenta  soltanto  di  dire^  che 
^  per  antiche  ricordanze  la  figura  d^l  solejujat- 
fy  ta  per  AsCron^ìmia.  Per  verificar  pienamente 
yy  il  passo  del  Villani,  mi  sembra  che  almeno 
„  tre  secoli  di  maggiore  antichità  conviene  ac- 
^  cordare  a  questo  tonilo  si^lstiziale:  sicché  ver- 
^  rebbesi  a  trovare  questo  marmo  il  1048. ,  che 
^  sono  appunto  tre  secoli  prima  della  morte 
fy  del  Villani.  Ura  combiniamo  questa  memo- 
fy  ria  con  un  altra  lasciataci  da  Lorenzo  Strozzi. 
fy  Egli  adunque  ci  fa  sapere  come  disfacendosi 
fy  in  S.  Giovanni  il  pavimento  nell'anno  i35i , 
fy  fu  trovato  dalla  banda  di  Levante  un  SepoU 
yy  ero  di  Strozzo  Strozzi  grande  Astrologo  e 
9)  condottiere  dell'Esercito  fiorentino  morto  nel 
^  1012.  Il  postt)  del  Se)>oicro  coincide  col  po- 
ly  sto  del  marmo  solstiziale,  e  il  tempo  delia 
9,  morte  di  questo  Astrologo  Capitano  si  accor- 
9)  da   coli'  antichità ,  che  par  convenevole   al 


1 


*9 

9  marmo  solstizìale.  Non  sì  potrebbe  a v ve ntU'* 

jf  rare  una  congettura  ,  cioè  che  Strozzo  Strozzi 
99  fosse  l'autore,  o  ristoratore  di  questo  segno 
99  soisti/Ziale,  dei  quale  egli  si  servisse  per  co r- 
99  reggere  i  moti  solari  sregolati  già  nel  Galea- 
99  dario  Giuliano,  ed  ancora  per  indovinare  gli 
99  avvenimenti  futuri  secondo  il  costume  «li  que' 
f,  sècoli?  E  che  poi   o  per  memoria    della  8ua 
„  opera  Astronomica  ,  o  per  un  ouore  accorda- 
^9  to  al  suo  merito,  il  suo  sepolcro  si  cosrruis- 
,,  se  accanto  ad  un  monumento  di  Astronomia? 
„  Certo  è  che  il   ritrovarsi  il  sepolcro  di  un  A- 
,,  stronomo  accanto  ad  un    lavoro  di  Astrouo- 
,,  mia,  quando  e   TAstrtmomo  e  il   lavoro  si 
,,  combinano  quasi  nello  ste.nso  tempo,  non  è 
9,  cosa  fatta  a  caso;  ma  vi  sarà  qualche  conijcs* 
,,  sione  di  realtà.  Per  la  qual   cosa  non  senza 
,,  gran  congettura,  potremo  pensare  che  ilGno* 
,,  mone  solstiziale  estivo  di  S  Giovanni  esistes- 
,y  se  sul    principio  del  secolo  XI.   o  sulla  Sue 
y,  del  decimo,  e  che  Strozzo  Strozzi  ne  fosse  o 
,,  l'autore  o  il  restauratore  in   qualche  manie- 
9,  ra  „.  Sin  qui  il  Ximenes  la  di  cui   autorità 
dee   facilmente  sedurre  qualunque    più   oritifO 
Scrittore,  non  potendo  essere  a  molti    nota  la 
viziosa  sorgente  da  cui  attinse  la  notizia  di  que- 
sto A«tronr;(Do,  la  di  cui  esistenza  se  molto  lu« 
singa  un  amatore  delle  glorie  di  sua  patria,  de- 
ve altrettanto  insospettire  un   uomo  di   criterio 
fornito,   il  quale  sappia    esser    necessario    uno 
scrupoloso  esame  nelle  cose  che  riguardano  quelli 
Oricuri  sec«»lì ,   ne*  quali    la  favola  viene    spesso 
a  supplirei  ^  noti  delT  Istoria. 

Che    dalle  parole  di  Giovanni    Villani  con- 
cluder si  po^sa  esser  quei  munumeuto  di  tre  se- 


-coli  incanii  trdtsb^iA  ftd^dierrmttiMnvi^ 
ibra .  lo  ho  u\rura  iHccasiona  di  /diinosware  «on  ^ 
'Fidenti  etempi  neW  Istoria  \già  da  ne  iotrapro- 
«  del  Tempio  di  &  triovao^i ,  e  per  mdtte  nuo- 
ve ode  ttpaziotii.  itnenrottk ,  che  dicebdo  i Uòatri 
iàntic/te  TicàrdanTfCy  dee  iiit^nder^i  noà  di  rada 
•«a  secolo  al  più  di  ftnticbiì* .  :lii  mi  rSfiervd  ad 
esaminare  l'età  di  qoel 'minmiisetìto  nélTa  detta 
istoria^  nim.  ne^ndo  che  pòàsu  pih  antico  an- 
cora dimostrar»,.^  pasw  a  fdir  Vedere  qadnio 
toale  ai  foudi.l' esiste wa  dei  prètto  A&troodmo 
-e  Capitano  Stror^^ò  iStrc^zi-. 

Loreozo  Stroiti  ne*  6uoi  Qrtflimefttàrt  o  Ricor- 
di delia  famiglia  degli  Stroxti  de' filali  tesate. 
Copia  MS.  xkeiì%  lAbrerin  Ma*Uabék3liidkia  (i), 
e  donde  tvk^m^  >k  ,éi>tiz4^.  il  -Xiflfeééh,  fìod'& 
che  copiare  lino,  iqu^rèio  aeltó  tìtW?ik  jiarlriteor 
te  JMS.  di  JbotM^  PiéW^tt«l^;da  Vott^jVttùzrM  nel 
darci  rela^^M  tìi  <yu\;ft\e>  Stròiitb .  La;  Stori*  di 
Lotto  FiesolaiiS^  trova  pèrétìèlli  Pubblica  Li* 
oreria  6addl!ttft(i)o  ia  ttlgdfcBi  pi-tìàtla  ditìufl. 
•t«  À.<scrondiiio  ^ 

ft  In  dmsto  iÉ)4rt«§f  AH>  del  kéie  afUttp^  M^ 
a  vaodori  nal  ntìitto  8iGÌ!0\^fthtìi  iri  Fifètfzé  M^ 
^i  ticameMe  di  Marte ,  vi  ir  trdvb  Udo'  dlòtfti^ 
w  meiìW  f«tfo  Lè^«tfte  de  Stròzo  fiaWde  A«fo- 
i>  logo  chfe  iwrìft  iiéil»antib.  WXH.  CòiìdV^ttiéW 
i>  deUo  escreato  fldwritinoéfifcottdo  di  80{^rà6fit-, 

(I)  Ci.  XXVI.  fu  i  Cocf.  f55:  ^.  iij. 
(2)'  P.  H.  Cd*;  6i:  ^ 


<3lt 
^,  lo/(ifiiWaV»fiaifcrv;pef^a<|tia1t;<iit  li  tadt^rt  cita* 
^,  dipi 'Tollerati  e  dìs<:esi  dal  Ba^gue  Roma'Oio 
1^  p^rrviaìo'er^hftTÌo  seguono  li  giudwii  delle 
,»  jstql^  ^cofiie  qy^iM'^prioiì  noetti  padri  et  fon- 
91  494P4Ì  romfipi  priipa  ebe  yeiìit^ino  al  tegob 
^1  del  'imperto  iidaì  poo  coca i«ioia vano  guerra  se 
i,  priiPBi'&OQi  v§da«k|io  felici  auguri  ,, .  Il  Sd* 
itamp^riCUi^lo  éì  Toymniaio  6troExi,già  possesso- 
r^jBlii  qiì«sta«Qo(Ìk9,  e  più  crìtico  di  Lorenzo, 
qoii^)|i.sc:ìò  jfigl^pnarsi  da  questa  Storia  lusiughie- 
fafperla  sua^^fl^miglìa,  è  notò  io  principio  di 
essa  «credo  apocrifo  in  qualiL^he  parte.  Neil'  illu* 
straxione  di  tquesto  Codice  notai  già  lamia  opi- 
nione ,' che.  sia  Uii^  iioposittra  di  alcuno  della 
famiglia  ^trpxzi  iw^cbòrato  sotto  il  nome  di 
|jotto ' Fies^la^o-da  Porrà  Petuzsa.  La'  falsità 
di  V quella  istoria  nel  suo  pHocipio-,  è  dimostrata 
dM  nome  ^(i^a<Vell'' amore,  il  quale  conduceuf» 
^olt  alRìvine  Jlof^  al  ì^H.  si  maschera  poco  giu^ 
di^ìosan^encf  col  nome  di  Fiesolaiiu ,  e  con  la 
Partii  .Peruz;ia^  cqs^  pon  >€OQ?enienti  al  tempo, 
l^no  vec^inen^e  piaceV'Oli  le  cose  cbe  questo 
£nto  Fiesolaup  ci  oarra  per  &c  vedere  quanto 
aia  antica  la  faldiglia 'degii  Strozzi,  facendola 
disc^pdece  4a  an  Uavaliece  di  Arcadia  fino  da* 
tempi  ]itru9chi ,  il  quale  portava  per  insegna  la 
laaa  ,  che  tuttora  triplicata  sforma  T  indegna  di 
qui^stt  famiglia  9  e  dicendoci  ebe  combatteodo 
culi  en  W^  neigiico  lo  supeiè  scrozzairàc^ò^  don* 
4e^rl  nQOiie  di  Strozzo  acquistò.  Quel  sei  onde 
Sti;ozzo  Capitario  ed  A.stronoi)i(jb  egli  è.  cena* 
meate  col  priqio  d'uo  iste^so  conUi.,  uè  meno 
di  quello  chimerico  e  insussistente"  Se  il  Xime* 
i)[j9s  &)sse  rioQr&o  ai  f^oti  originali  avrebbe  ve** 
d4|to  <jbe  il  SHP.  Astronomo  èra.  dat  putti'  iamaz- 


Sf2 

xo  con  le  BelliRce  e  le  Teverine  del  Malc«pi- 
ni ,  e  (joceva  venirgli  fatto,  se  rifletteva  che 
nel  IOI2.  non  vi  erano  cognomi  in  Firenze, eche 
molto  meno  i  Fiorentini  aveano  condottieri  del- 
le proprie  armate,  non  essen^lo  divenuti  padro* 
ni  di  se  ste^'si  8e  non  se  più  eli  un  secolo  dopo. 
Questi  due  falli  ,  ohe  ad  evidenza  doveano  al 
primo  aspetto  ravvisarsi,  bastavano  per  farlo  ri- 
correre all'origine  di  questa  favola,  e  a  ritro* 
varne  P insussistenza  ,  ma  non  avendo  ^aputoco- 
noscerli  per  tali,  ci  fece  il  fintHStioo  dono  di 
un  Astronomo  y  a  cui  certamente  conviene  ri* 
nunziare. 

L'ossequio  che  noi  prestar  dobbiamo  alla  ve- 
rità privandoci  di  un  A^^tronomo  del  Secolo  X, 
ci  priva  ()arimente  di  un  altro  del  secolo  XIV. 
con  la  diflTerenza  però  che  questo  è  un  soggetto 
reale,  erroneamente  creduto  Astronomo  dal  ri- 
stesso Ximenes  nella  citata  Introduzione  pag.  LX. 
Ecco  le  sue  parole  „  Contribuì  non  poco  alla 
,1  cultura  deir  Astronomìa  in  Firenze  il  magi- 
„  stero  che  in  quobt*  arte  esercitò  Andalo  de 
i>  Nigro  Genovese,  il  quale  fu  Maestro  di  Fra 
,,  Currado  Vescovo  di  Fiesole,  e  del  famoso 
,j  Boccaccio  verso  Tanno  i33o.  ,cioè  non  molto 
,1  dopo  la  morte  del  Bonatti  ec.  „  E  quinii  „ 
„  Fra  Currado,  che  fu  poi  Vescovo  di  Fieso- 
,,  le,  si  applicò  tanto  allo  studio  delTAstro- 
„  nomia  ed  Astrologia,  che  di  lui  abbiamo  un 
,,  Codice  MS.  nella  Magliabechiana  numerato 
„  XXXII.  d.  8.  (  deve  dire  CI.  Vili  )  di  que- 
,,  sto  frontespizio.  Regulae  inventae  in  Alma* 
nach  bonae  mcmuriae  Dni  C  R  Episcopi  Fesulani 
periti  in  Astrologia  sub  doctrina  et  magisterio 
Uomini  Andalò  de  ^igro  de  lanua  magistro  in 


t 


SS 

scieutia  Astrologiaet  qui Canones  ju- 

per  Almanach  praefatum  conipilavit  ^  fecit  etcom* 
posuit  et  erat  scriptus  manu  propria  ìpsius  Epì" 
scopi .  li  Vescovo  di  Fiesole  Currado  della  Pen- 
na da  Pistoia  della  famiglia  Gualfred ucci, come 
lo  appella  il  Ricba  (i)  morto  nel  i3i2  succes* 
se  ad  Antonio  d*Orso>  secondo  il  giovane  Am- 
mirato (2)  nel  iSop.  talché  non  si  vede  come 
possa  essere  stato  discepolo  di  Andatone  verso 
il  i3Jo.  come  vuole  il  Ximenes,  essendo  allora 
morto  da  multi  anni ,  e  quel  che  ò  peggio  pri- 
ma Astrologo  che  Vescovo,  come  pare  che  in- 
tenda nel  dire  Fra  Currado  che  poi  J^ù  Fesca^ 
vo  ec.  Fra  Serafino  Razzi ,  che  ne' suoi  Uomini 
illustri  Domenicani ,  si  dimenticò  di  Fra  Cur- 
rado nella  serie  de' Vescovi  di  queir  Ordine  , 
non  ne  fece  parimente  alcuna  menzione  fra  gli 
Scrittori  ,e  lo  tacciono  pure  il  Quetif  e  £chard . 
Questa  qualità  di  Astronomo  e  di  Scrittore  non 
pare  che  dovesse  essere  ignorata  dagli  eruditi 
compilatori  della  Biblioteca  degli  Scrittori  Do- 
menicani ,  e  molto  meno  da  chi  nel  tempo  stes* 
80  della  sua  morte  compose  il  suo  Epitaffio^  dal 
quale  si  riconosce  per  tutt'  altro  che  per  Astro- 
nomo o  Astrologo.  Io  io  riporto  traendolo  dal 
Richa  (3) 

Curradus  pater  quem  continet  hic  hcus  ater 
Moribas  Urbanas  Praesul  quondam  Fesulanus 
Vita  morali  doctrina  spirituali 
Alter  vixit  Davit  et  populum  verbo  reconciliavit 

(i)  T.  III.  p.  99. 

(2)  Vescovi  di  Fiesole  etc.  p.  3l. 

{3j  T.  III.  p.  iS. 


«4 

•   Ma-  che  diremo  -noi  delle  parole  del  codice  9 

Glie  cornando  a  leggerle  ci  disingaonerauno;  e 
vedremo  apertaiueute  che  se  il  fondamento  del* 
la  scienza  Astronomica  del  Vescovo  Currado 
appoggiavasi  su  queste,  come  pare  indubitato^ 
egli  non  fu  per  avventura  più  Astronomo  che 
pitf  ore . 

Non  sembra  che  il  Ximenes  abbia  ^ con  moU 
ta  diligenza  tnaneggiato  questo  Codice,  perchè 
non  avrebbe  detto  abbiamo  di  lui  un  Cadice  di 
questo  Jrontespizió  ec.  con  -che   viene  a  signifi- 
care che  il  prere^o  Vescovo  di  Fiesole,  sia  au« 
tore  di  tutto  ciò  che  vi  si  contiene,  quando  il 
Codice  non  è  altro  che  una  collezione  di   vari 
scritti .  Stffflbra  indubitatamente  che  egli  si  sia 
fidato  del  Dott. Giovanni  Targioni  Tozzetti  al- 
lora Bibliotecario  nel  fatto  delle  parole  ripor-* 
tate,    giacché   questo,  altronde   diligentissimo 
Letterato,  errò  prima  di  lui  nel  leggerle  come 
dai  «noi  spogli  dei  Codici  apparisce.  L*  averd 
il  Ximeues  appunto  ì  medesimi  errori ^  fa  cre- 
dere che  egli  copiasse  bonariamente  il  Targio* 
fri  ,  e  che  poscia  stampando  le   parole  del  C!o« 
dice,  dìmt^nticato  avendo  il  posto  ove  erano  in 
esÈiy  registrate ,  le  supponesse  in  testa  al  mede- 
simo .    Non  sarà  certamente    possibile  che  chi 
non  copia  il  Targioni  possa  leggervi  il  medesi- 
mo, e  specialmente  le  lettere  C  R  che  non  si 
trovano  a  verun  patto,  ma  una  sola  lettera  .  Ec- 
co  le  parole  genuine  del  Codice  che  ora  è  il 
ó'j. del  Pluteo  ll.al  foglio  129.  retto  99  subscripte 
sunt  Regule  invente  in  Almanach  Bone  memorie 
domini  Xx,  Episcopi  Insulani  periti  in  Astrologia 
sub  doctrina  et  magisterio  domini  Andato  de  ni-- 
grò  de  lanua  magistro  in  Saientia  Astrologie  qui 


ss 

fredìctos  canones  saper  Almanach  prqfatil  com^ 
pilavitjecit  et  composuit  et  erant  scripte  manti 
propria  ìpshis  episcopi.  L'errore  del  Targioni 
passato  oel  X'^enes,  e  che  poò  dirsi  suo,  per- 
chè fu  il  primo  a  pubblicarlo  ,e  si  fidò  di  uno 
apogUo  fatto  io  fretta  »  che  dal  suo  autore  do- 
vendosi pubblicare  sarebbe  stato  meglio  esami* 
nato,  nacque  dalTaver  presa  la  lettera  I  per 
una  F ,  dandone  occasione  il  taglio ,  che  nell* 
asta  della  I.  si  faceva  allora  »*  simile  a  quello 
della  Lettera  F.  Benché  la  lettera  seguente  sia 
manifestamente  una  N ,  e  non  possa  mai  inter- 
petrarsi  per  E,  stabilito  che  la  prima  fosse  una 

F.  fu  facile  il  credere  che  per  errore  una  N^ 
invece  di  una  E  avesse  notata  il  copista.  Appe* 
na  letto  Fesuiani  ne  venne  per  legittima  con- 
seguenza che  il  G  si  dovesse  leggere  per  tutt* 
altro ,  giacché  non  si  trova  alcun  Vescovo  Fie« 
solano  che  possa  essere  stato  discepolo  di  An* 
datone,  il  quale  abbia  il  nome  che- cominci  per 

G.  Fu  aecessario  adunque  stiracchiare  la  lette* 
ra  G  ,  e  non  potendo  tenersi  mai  per  una  G  sem* 
plico ,  si  ridusse  una  cifra  C  R .  e  così  venne 
a  indicare  il  nome  di  Currado. 

Vincenzio  Finescbi,  il  quale  scrisse  la  vita  di 
questo  Vescovo  nelle  Memorie  degli  Uomini  11^ 
lustri  del  Convento  di  S,  Maria  iVove//a(i)stam*> 
paté  in  Firenze  nel  1790.  non  cadde  certamen- 
te in  questo  errore  di  crederlo  Astrologo  0  A* 
stronomo,  ma  non  dee  ciò  attribuirsi  al  suo  cri- 
terio, e  piuttosto  all'avere  ignorato  ciò  che  a-, 
vea  scritto  ilXioienes;  altrimenti,  o  non  avreb- 
be-omessa  questa  Astrologica  scienza  di  Gurra»^ 

(U  Pag.  28:. 


36 
do .   o  avendola  trovata  non  «asnatente ,  T  a« 
vrebbe  comtiatmta,  procurando  di  leggere  in 
fonte  il    do'umeoto.  Cosi  l' avesse  ignorato  il 
Tirabo8(*lìi  (i),iiquale  dietro  1* autorità  del  suo 
collega  Xìm^nes,  dette   luogo  nella  sua  storia 
Letteraria  tanto  a  Fra  Currado»  che  al  chimo* 
ruTO  Strozzo.  L'essere  entrati  questi  due   pre* 
tesi  Astronomi  nella  storia  Letteraria  del  Tira- 
boschi  ,  è  molto  pericolosa  cosa  in  fatto  di  sin* 
cerità  di  Storia  Civile,  Letteraria  ed  £cclesia« 
stioa,  perchè  la  molta  autorità  che  ha  queir  o* 
pera  in  Italia  e  fuori  di  essa  ,farà  si  che  acqui-* 
steranno  tali  falsità  molta  reputazione ,  tra passan* 
do  ne*  nuovi  Libri.  Si  crederà  pertanto  che  nel, 
Secolo  XI.  i  Fiorentini  fossero  già  una  ben  fon-^ 
data  Repubblica ,  che  avesse  condottieri  di  eser*» 
citi  ,e  guerreggiasse  indipendentemente  da  chic* 
chessia  coi  vicini  ;  che  tra  i  coltivatori  della 
Scienze  avesse  nei  secolo  medesimo ,  lo  che  non 
è  per  altro  cosa  impossibile  »  benché   sia  falsa 
quanto  al  soggetto  indicato  ,  un  eccellente  Astro- 
nomo della  famiglia  degli  Strozzi  ;  e  che  tra  i 
Vescovi  di  Fiesole  nel  Secolo  XIV.  si  conti  uà 
discepolo  di  Audalone  del  Nero,   molto  appli* 
cato  ali*  Astrologia  e  Astronomia.  Io  non  sono 
lontano  dal  credere  che  queste  falsità  sì  diffi- 
cili a  scoprirsi ,  da  chi  non  possa  ai  fonti  ori« 
girali  ricorrere,  abbiano  già  trapassati   i  mari 
e  i  monti ,  né   disperato  avrei  di  poterlo  eoa 
certezza  asserire»  se  più  agio  mi  fosse  stato  con- 
ceduto nel  disrendere  questa  memoria. 

Ma  qual  sarà  il   Vom^ovo  G.  scolare  del  fa* 
moso  An^lone?  Un  Guido  »  uà  Guglielmo  i  uà 

(i)  T.  Vi  2i5.  T.  III.  388. 


Chetardò,  o  altro  di  til  noine  che  da  qut*lla 
lettera  abbia  principio.  L*  U5tielli(i)fra  i  Ve- 
scovi lasulaai  o  d*  Isola  ufi  solo  ne  registra  il 
dì  cui  nome  incominci  per  G.  vale  a  dtire  Fra 
Gualtieri  Domenicano.  Ecco  quello  che  ci  di- 
ce di  questo  Vescovo,  che  egli  pone  nel  quattor* 
dicesimo  luogo  tra  i  Vescovi  di  questa  Città  del 
Regno  di  Napoli  nella  Provincia  della  Calabria 
ulteriore.  Fr.  Gualterus  Ordinis  Praedicatorum 
a  Gregorio  XII  in  locum  privati  Petti  Insula^ 
nam  evasit  ad  sederti  anno  1410. ,  sed  cum  a  Pi' 
sano  Concilio  Gregoriàs  ipse  exauctoratUs ,  Gual^ 
Zeri  electio  vacillavit^  donec  a  loanne  XXI IL 
Idibus  lanuarii^  an.  pontifl  3.  salutis  1413  ite^ 
rum  hujus  Ecclesiae  Pra^sul  renunciatus  est ,  ut 
liber  Provis.  Praelat.  rejerr.  s^dit  omni  laude  dU 
gnus  doctrina  et  pietate  clarus  aliquot  annos  ,  in 
eaque  dignitate  '  mortuus  est  et  in  Cath,  drali  se^ 
pultus.  Del  suo  successore  Pietro  non  dice  i*aa« 
no  in  cui  occupò  la  sede,  ma  che  fu  nel  1421. 
trasferito  alla  Sede  di  Catanzaro,  lo  che  era 
necessario  premettere  per  ragionare  dell*  età  del 
Vescovo  Gualtieri,  non  potendo  in  mancanza 
4* altre  notizie  fondarmi  che  su  questo  dato. 
Supponghiamo  che  il  Vescovo  Pietro  occupasse 
la  sede  d'Isola  nel  1417.,  giacché  prima  della 
traslazione  dee  credersi  che  alcun  tempo  rise* 
desse  in  quella,  e  perchè  si  rende  ciò  uecessa* 
rio,  per  far  vivere  alquanti  anni  Gualtieri, co- 
me dice  rUghelli.  Sia  pertanto  l'anno  1417. 
quello  della  morte  di  esso  Gualtieri,  al  quale 
diaosi  per  comodo  ^5.  anni  dì  vita:  sarebbe  a- 
dunque  nato  circa  il  i3^a^.,  e  suppi)neado»  co* 

(1)  T.  IX.  col.  S08. 


58 
me  ò  ragionevole,  che  notr  prima  della  sua  etk 
di  i8.  anni  frequentasse  la  scuoia  d*  Andatone  » 
bisognerebbe  dire  clie  questo  professore  vivesse 
e  insegnasse  tuttora  nel  i36o.  Fu  Andatone  pa« 
rimente  maestro  di  Gio.  Boccaccio ,  come  wm 
mancò  di  avvertire  il  Ximenes,  il  qua!  Boccac- 
cio ascoltò  le  sue  lezioni  in  Napoli.  La  sua  di* 
mora  in  quella  Città  fu  dal  i333.  al  i342.,  co» 
me  rilevasi  dalla  sua  Vita,  scritta  con  molta 
accuratezza  dair  eruditissimo  Sìg.  Gio.  Batti* 
sta  Baldelli  (i).  Dentro  questo  tempo  adun* 
que  Andatone  insegnava  1*  Astronomia  in  Napo* 
li,  e  se  non  vogliamo  credere  che  il  Boccaccio 
appena  giunto  iu  quella  Città  si  ponesse  sotto 
la  sua  disciplina ,  ma  più  tardi  ^  si  potrebbe  sup- 
porre che  ciò  accaduto  fosse  verso  il  1340  Qua* 
le  età  vorremo  noi  dare  a  questo  Astronomo  nel 
tempo  che  istruiva  il  Boccaccio?  Questo  suo  il- 
lustre discepolo,  il  quale  fa  di  esso  un  magni- 
fico elogio  nella  opera  latina  della  Genealo- 
gia degli  Dei,  {2)  lo  appella  generosum  atque 
venerabUem  senem  Andato  de  Nigro  lanuensem 
olim  in  motibus  astrorum  doctorem  meum .  £  nel- 
r  altra  opera  parimente  latina  de  casi  degli  Uo^ 
mini  illustri  (3)  Insignem  atque  venerabiUm  vi- 
rum.Andalonem  Oenuensem.  Se  il  titolo  di  ve- 
serabil  vecchio  riferir  si  dovesse  al  tempo  in 
cui  istruiva  il  Boccaccio  si  potrebbe  difficilmen- 
te creder  vivo  nel  i36o. ,  e  tuttora  occupato 
nella  scuola ,  giacché  non  minore  età  di  70.  an- 
ni a  me  pare  che  si  couveoga  a  quei  titolo ,  e 

(1)  Pag.  i3.  371.  374- 

(2j  Lìb.  XV.  Cap.  6. 

(3)  Libro  III.  in  principio. 


\ 

I 


per  conseguenza»  nel  punto  in  cui  Gualtieri 
potea  farsi  suo  disce(>olo,  avrebbe  avuti  alme* 
no  90.  anni.  A  me  sembra  certamente  piìi  pro« 
babile  che  intender  si  debba  esser  morto  An* 
datone  in  una  venerabìl  vecchiezza  »  né  già  che 
vecchio  fosse  nel  tempo  in  cui  frequentò  )a  sua 
scuola.  Noi  sappiamo  adunque  di  certo  che  A  a* 
dalone  mori  vecchio,  e  dalle  parole  del  Boc« 
caccio  si  rileva  egualmente  che  mentre  egli  ne 
scriveva  l'elogio  era  già  morto.  L<i  ^Tenealogia 
degli  Dei  Jn  rui  questo  si  ieg^e,  e  T altra  cita- 
ta operai  ove  pure  fa  di  lui  onorevole  menzìo^ 
ne,  furono  scritte,  come  osserva  il  lodato  Sig. 
Baldelli  (1)  dentro  gli  anni  i363  e  i3^3. ,  e  la 
prima  fu  divulgata  nel  i3^3  Non  poteva  An* 
dalone  esser  morto  poco  avanti  al  i323.  e  avere 
istruito  nef  i36o.  »  e  in  alcuno  degli  anni  sus- 
seguenti il  giovane  Gualtieri  poi  Vescovo  d'I- 
sola? Supponendolo  morto  nel  iS^o.  in  età  di 
80.  anni,  Io  che  ben  conviene  alia  venerabile 
Tecchiezzar asserita  dal  Boccaccio^  non  trovo aU 
cuna  diflicultà  nel l' ammettere  che  nella  sua  età 
di  circa  70.  anni  potesse  avere  insegnato  a  Gual- 
tieri, siccome  in  quella  di  43.  0  di  5o.  poteva 
essere  stato  del  Boccaccio  maestro ,  e  per  con- 
seguenza esser  nato  circa  il  1290.  Queste  mie 
osservazioni  potranno  servire  di  impulso  a  rin- 
tracciare con  diligenza  l'età  di  questo  nel  suo 
secolo  eccellente  Astrouomo ,  non  essendo ,  eh'  io 
sappia,  stato  fatto  sin  qui.  Se  il  Vescovo  Gual- 
tieri potette  veramente  essere  uno  degli  ultimi 
discepoli  di  Andatone,  paragonata  la  sua  età 
con  quella  8i  un  ul  maestro,  allorché    venga 

(1)  Pag.  385. 


/ 


40 
chiaraoiente  dimostrata;  nel  togHerà  a  Pistoia» 

e  al  Vescovado  Fiesolano  uno  Scrittore  Astro* 
nomo  ,  si  restituisce  questo  alia  sede  di  Iso- 
la, eoa  aggiungere  una  importante  notìzia  a 
quanto  ne  dice  TUghelli,  e  si  arricchisce  la 
Biblioteca  degli  Scrittori  Domenicani  con  un 
vero  Scrittore  «  invece  d'uno,  che  pur  mancando* 
vi»  sarebbe  stato  erroneamente  aggiunto  dietro 
l'autorità  del  Ximenes.  Se  poi  verrà  dimostra- 
to con  evidenti  argomenti  che  i  temili  della 
vita  e  del  magistero  di  Andatone  combinar  non 
possono  con  gli  anni  di  Gualtieri  e  la  qualità 
di  suo  scolare ,  bisognerà  confessare  che  un  al- 
tro Vescovo  Isolano  più  antico ,  il  di  cui  nome 
per  ristessa  lettera  abbia  principio,  e  che  sia  ^ 
sfuggito  airUghelli ,  fosse  il  discepolo  delT  A- 
stronomo  Genovese. 

Alla  correzione  degli  errori  del  Ximenes  cir* 
ca  i  due  Astrologi  Strozzo  e  Currado,  unir 
mi  piace  una  Giunta  alle  notizie  del  Raggio 
Fiorentino,  il  quale  scrisse  un  opulcolo  deJla 
Riforma  del  Calendario  inviato  a  Leone  X.  ,  i 
che  si  trova  stampato,  e  di  cui  parla  il  Xime- 
nes nella  detta  Introduzione  alla  pag.  GII.  Que- 
sta io  la  traggo  da  Giorgio  Vasari ,  il  quale  nel^ 
la  Vita  di  Filippo  figliuolo  di  Fra  Filippo  Lip- 
pi  Pittore  Fiorentino,  narrandoci  come  questo 
Artefice  dette  fine  alle  pitture  della  Cappella 
dei  Brancacci  nel  Carmine ,  già  cominciate  da 
Blasolino  da  Fumicale,  e  non  terminate  da  Ma- 
saccio che  a  \^  succedette  in  quel  lavorone 
dandoci  notila  dei  ritratti  che  vi  espresse  di 
uomini  celebri  del  suo  tempo,  dfce  che  vi  ri- 
trasse ^rag/f  altri:  sono  sue  parole;  il  Raggio 
Sensale^  persona  cC  ingegno  e   spiritosa  molto  ^ 


quegli  che  in  una  conca  condusse  di  rilievo  tutta 
r  Inferno  di  Dante ,  con  tutti  i  cerchi ,  e  parti" 
menti  delle  bolgie ,  e  del  pozzo ,  misurate  appunto 
tutte  le  figure ,  e  minuzie ,  che  da  quel  gran  Foe^ 
ta  furono  ingegnosissimamente  immaginate  e  de-- 
scritte ,  che  fu  tenuta  in  questi  tempi  cosa  mara- 
vigUosa.  Io  non  so  perchè  il  Ximenes  lo  appelli 
il  Raggi  9  seguitando  il  Negri ,  e  non  Raggio  , 
come  8*  intitolò  egli  stesso ,  e  come  lo  dice  il 
Puccianti ,  le  di  cui  brevi  notizie  avrebbero  pp« 
tuto  aggiungere  qualche  cosa  a  quello  cheei  ne  ^ 

dice,  se  consultato  lo  avesse.  Io  credo  che  egli 
si  dicesse)  Raggio  piuttosto  per  soprannome  che  i 

per  proprio  nome  o  di  famiglia,  e  che  questo 
frai  mercatanti  fosse  tanto  conosciuto ,  che  egli 
stesso  credesse  diminuire  sua  rinomanza, serven- 
dosi del  proprio  assai  più  oscuro .  La  notizia 
che  io  prendo  dal  Vasari  per  quanto  sia  pub- 
blicata in  stampa  fino  dal  i568.  in  cui  fece  la 
seconda  edizione  delle  Vite  de*  Pittori ,  Sculto* 
ri  e  Architetti ,  non  è ,  eh*  io  sappia ,  molto  co- 
mune, e  meritat^a  di  esser  riunita  a  quel  poco 
che  di  questo  ingegnoso  Fiorentino  Sensale  era 
stato  detto  dal  Ximenes,  e  prima  di  esso  dal 
Poccianti  e  dal  Negri ,  i  quali  non  seppero  che 
oltre  Tesser  perito  nella  Astronomia  e  nella  Fi- 
sica, fosse  Geometra  e  Scultore  a  segno  di  dar- 
ne tal  saggio  che  fece  maravigliare  il  suo  seco- 
lo. Il  Negri  che  lo  appe|i|i,  come  jiccennai  di 
aopra.  Raggi  da  Firenze,  confessa  di  non  sape- 
re se  quello  sia  nome  o  cognome,  e  dice  che 
egli  ebbe  V  impiego  di  Goigputista  di  tutti  i  ne- 
gozianti di  Firenze  ,  ma  jTorse  sbagliò  al  suo 
solito,  dair  impiego  o  mestiero  di  Sensale  a 
quello  di  Computista  s  psiri^bè  fu  di  certo  Sen- 


4» 
•ale,  ed  ei  non  lo  dice,  segno  evidente  di  àter 
presa  una  cosa  per  1*  altra.  Qual  rango  tener 
possa  r  ingegnoso  lavoro  del  Raggio  in  concor- 
renza degli  scritti  di  Antonio  Manetti,  Girola- 
mo Benìvieni  e  Pier  Francesco  GìambuUari  sul 
medesimo  argomento,  non  si  può  con  certezza 
asserire ,  ma  non  è  improbabile  che  siccome  pre- 
venne senza  dubbio  il  Giambollari ,  che  molto 
Aoj^S^iaiì  Benìvieni  scrisse  »  così  potesse  aver  pre- 
venuto il  Manettr  i  di  cui  studi  furono  dal  Be- 
nìvieni,  a  cut  indigesti  pervennero»  messi  in 
buon  ordine  e  pubblicati.  Il  Raggio  era  già  nel 
i5i4.  in  cui  dedicò  il  suo  opuscolo  a  Leone  X 
sulla  riforma  del  Calendario^  uomo  fattole  po- 
trebbe il  lavoro  della  Conca  essere  stato  esegui» 
to  molto  prima.  Checché  sia  di  ciò»  dobbiamo 
piangere  la  perdita  di  un'opera  maravigliosa^ 
che  potrebbe  formare  uno  dei  più  belli  orna- 
menti di  qualche  insigne  raccolta .  Di  qual  ma- 
teria formasse  i  suoi  rilievi  nella  Conca» il  Va- 
sari non  lo  dice»  ma  forse  la  sua  fragilità»  o 
la  poca  tenacità  di  quella  che  gli  teneva  ad  es- 
sa Conca  appiccati»  fecero  sì»  che  tenuto  quei 
vaso  con  poca  cura  »  si  ritornò  al  suo  stato  pri- 
miero. Io  dico  questo»  perchè  non  so  lusingar- 
mi che  ella  possa  tuttora  in  qualche  oscuro  a- 
silo  sconosciuta  rifugiarsi ,  come  di  altre  simili 
cose  ò  accaduto^  e  come  sarebbe  desiderabile. 


1*    '• 


43 


KMi 


ILLUSTRAZIONE 


DI  UNA  MONETA  DI  AMEDEO  IV. 


S, 


^e  la  Numismatica  non  fbsse^.che  di  puro 
•ollazzevole  trattenimento,  o  di  mera  dotta  cu* 
riosità,  come  si  ode  ai  dì  nostri  da  taluni  ri- 
petere,  che  meno  avvedutamente  parlano ,  e  cre- 
dono sé  essere  avvedutissimi,  forse  in  tanto  lu- 
me delle  scienze  naturali ,  opra  lodevole  non 
sarebbe  T occupare  le  menti  del  dilettevole,  il 
campo  deir  utile  essendo  aperto:  ma  e' non  è 
cosi  ^ertamente.  Utile ,  ed  importante  quanto 
mai  parer  dee  questa  scienza  a  chiunque  voglia, 
drittamente  guardando^  se  non  ad  altro,  dar 
qualche  peso  al  lume,  che  ella  reflette  su  quel- 
la maestra  della  vita ,  la  quale  mostrandoci  it 
passato  ci  fa  avvertiti  dell'  avvenire  (i) ,  e.dell^ 
cui  cognizione  chi  va  sfornito,  io  credo  certo 
co'  buoni  antichi  meritare  il  famoso  rimprovero, 
che  a  Solone  vien  fatto  presso  Platone  (2)  da 
quel  Sacerdote  £gìzio,  che  considerava  i  Greci 
quai  fanciulli,  appunto  perchè  (3)  di  niuna  co- 
gnizione delle  passate  cose  ,  di  niuna  notizia  dei 
remoti  tempi ,  di  niuna  antica  scienza  finalmente 
erano  istruiti.  Or  quanti  uomini  illustri  non  co- 


(r)  Isocrate  nella   Parenesi    r^  yelf  apavU  f»  ''oJ 

(2)  0  Solon  Solon  y  Graeci  semper^ueri  estis  9  Se^ 
nex  Gtaecorum  est  nullus . 
{3)  Caroli  Sigonii  Oratio  VI. 


44 
nosciuti  cbe  perle  medaglie»  quaat*  epòche  ti* 

stabilite,  quanti  fatti  ben  degni  di  memuria ,  o 
di  nuovo  tratti  a  luce,  o  illuì^trati ,  o  coufer«* 
mati?  Ma  se  utile,  ed  iiii|)ortante  si  è  la  Nu« 
mismatica  in  generale ,  sarà  forse  valutevole  di 
meno  quello  stulio,  che  risguarda,  non  le  piii 
antiche  medaglie,  e  dionete,  ma  quelle  della 
mezzana  età  ?  Noi  cred*  io  certamente ,  poco  do* 
vemiosi  valutare,  che  non  presentino  se  non 
disegni  rozzi  (i),  impressioni  poco  rilegate,  e 
deformi,  carjitteri  barbarici ,  e  scontraflTatti.  Al- 
tra mira  non  han  forse  i  raccoglitori  di  simili 
preziose  anticaglie,  che  di  appagar  l'occhio? 
Non  istà  forse  in  ragione  dei  bisogni  della  Sto- 
ria il  pregio  de*  monumenti ,  che  possono  ri" 
schiararla , ed  illustrarla?  Or  qual  epoca  più  ad 
essa  fatale,  siccome  ad  ogni  altra  disciplina  li* 
berale,  ed  umana,  della  mezzana  età,  e  con- 
seguentemente di  qual  pregio  non  saranno  1  di 
lei  monumenti ,  se  richiamati  verranno  da  accor- 
ti, sav),  e  discreti  eruditi,  a  trarla  dall' oscu* 
IO  intricato  labirinto,  che  P  avviluppa?  M'av- 
viso io  dunque  che  non  sarà  per  essere  opera 
perduta,  se  capitatami  tra  mano  la  qui  delinea- 
ta moneta  (a),  mi  sforzerò  d*  illustrarla;   8el> 

• 

(l)  Il  P.  lobert  Scienc.  des  MévUUI.,  ha  questa 
strand  opinione,  riputata  capricciosa ,  e  falsa  da* suoi 
stessi  CofUnicatatori  ;  è  vero  per  altro  ,  che  la  sut 
autorità,  diceami  il  dottiss.  Ab.  Lan/J  •  /ianMfirtt^^ 
non  deve  tenertfì  per  gran  ccisa . 

(2j  Mi  è  Venuta  in  mano  per  gentilezza  del  Sig. 
Agostino  Magni  di  Sarzana ,  che  la  trovò  nelle  veC* 
chie  mura  di  una  casa  da  lui  receatemerite  acqui- 
stata ad  ingrandimento  della  sua  magnifica  abita- 
zione .  Da  persona  istruita ,  eh*  egli  e  »  volle  cono* 


4S 
bene  questa  scienza  bellissima  per  noi  non   si 

professi,  e  si  voglia  in  essa  candidacnente  con- 
fessarci ,  quali  già  dichiarò  i  Megaresi  di  sé 
pro-untuosi  l'Oracolo  presso  li^Scoiiaste  diTeo« 
crito  (!) 

....  ocTrf  rp/roi  y  otfrs  rérctpTOi  j 

E^  questa  moneta  ad  un  bel  circa  del  peso  di 
un  Paolo  Fiorentino.  Da  ambe  le  sue  facce 
rinchiude  l'area  un  c:erchìo  parallelo  al  contor- 
no in  qualche  distanza,  sicché  possa  lasciar  cam- 
po fra  sé,  e  l'orlo  estremo,  alla  leggenda . Que- 
sto  cerchio  è  cordato,  come  T  altro ,  che  tutta 
contorna  al  lembo  la  moneta.  Nel  diritto  di  es- 
sa, e  nel  suo  campo  evvi  Aquila  a  due  capi  : 
nel  rovescio  Croce,  che,  per  essere  prufondis- 
iimamente  incavata,  può  assomigliarsi  a  quel* 
le,  che  i  Re  Normanni  imprimevano  nelle  mo- 
nete loro ,  onde  potessero  facilmeote  divìdersi, 
0  rompersi  in  due.  £ssa  per  altro ^  nel  che  dif- 

scerne  1*  importanza  p  ei  essa  fu  il  premio  non  pic« 
G:)lo  della  mia  fatica .  Attuarmente  questa  preziosa 
moneta  conservasi  nrl  privato  Museo  di  S.  A.  !• 
Madama  la  Granduchessa  di  Toscana  ,  cui  mi  feci 
un  pregio  di  offrirla  in  dono . 

(i)  Airidilio  XIV.,  ove  fischine  non  curato  dal« 
la  moglie,  che  da  lui  fuggita  stasicene  col  drudo, 
si  va  cof)  dolendo  nella  mia  versione  di  quel  Poeta  : 

^  Ma  tutto  1^  Lieo,  a  Lieo  essa  in  balìa 
^  Die ,  fin  la  notte  ;  e  noi  compagni  lassi 
„  O  Megaresi,  d*  empia  sorte  ,  e  ria  ; 

1^  0'  esser  nomati  degni  noi  non  bassi  » 
s,  O'  Homini  in  conto  noi  nemmen  è\  tiene,  ec^ 


4<S 

ferisce  dall*  Aquila,  sorpassa  il  suo  campo,  o 

giunge  a  toccare  il  cerchio  cordata  estremo ,  di* 
iridendo  in  quattro  sezioni  la  leggenda  :  ciascu« 
sia  delle  sue  traverse  è  formata  da  due  linee  pa« 
rallele,  che  vanno  a  terminare  come  la  lettera 
I.  majuscola.  La  leggenda  poi  del  diritto  in 
caratteri  abusivamente  detti  Gotici,  ossia  bar- 
bari (i) ,  poiché  i  Goti ,  e  i  Longobardi  usaro* 
no  sempre  i  caratteri  Romani  ne*  pubblici  mo- 
numenti ,  e  quella  maniera  di  carattere  non  re« 
gnò,  che  nel  Secolo  XIV.  »  e  comintnò  solamen- 
te verso  la  fine  del  precedente ,  (•^)  è  la  seguen* 
te  fj  Amed'jus  Comes  Sabaudiae  ^.  La  leggen^ 
da  del  rovesc^io,  dividendo  il  principio  dalla 
fine  due  stellette,  dice  99  Pedemontensis  ,9  ed 
in  ciascuna  delle  quattro  aree  triangolari  for* 
mate  nel  campo  dalla  Croce,  avvi  una  dello 
appresso  lettere  A  M  £  D ,  cioè  Amedeus . 

La  Savoia  detta  in  Latino  del  medio  evo  Sa* 
bdudia .  SdpdHdia  (3),  e  nella  carta  di  divisio-^ 
ne  di  Carlo  M.  costantemente  Sabota ^  per  un  e- 
stesìssimo  corso  di  anni  fu  retta  da  Conti,  che* 
l'adulazione  portata  all'eccesso  fé  discendere 
d^*  Sigueartl ,  da*  Vindichindi  Re  di  Sassonia 
presso  il  Genealogista  Conte  Loschi  (4),  Ema- 
nuel Tjssauro  (5),  Pingoni  (6),  e  lo  stesso  Gai- 
chenoue;  genealogia  con  ragione  disapprovata  « 

(f)  Lami  Anttch.  Tose.  part.  2. 

(ijj  Verona  ìllust.  lib.  XL 

i^)  Ap.  Ennodium  in  vit.  S.  Epiphanii  pag.  4^8, 
Sirmund-  Prosper,  in  Chron.  Amm.  Marceli.  l5. 

(4)  Compendi  Storici. 

(6)  Regno  d' Italia  . 

(6)  Arbor.  Gent.  grad.  4.  Pingoni-Guichenon  Hi* 
stoire  Genealogique  de  la  maison  de  Savoie-. 


4Z 
dal  Muratori  (i),  e  dal  Maffei  (2);  e  questi  Conti 

in  più  vicini  tempi  ottennero  il   grado  dì  Du- 
chi .  Gli  Eruditi  sono  stati  gran  pezza  incerti 
sul  tempo  preciso,  nel  quale  la  Casa  di  Sa^ojiC 
fu  iusignita  di  questa  onoranza^e  l'incertezza 
nasceva  non  tanto  dai  non  esserne  manifesta  per 
documenti  1* epoca,  quanto  dal  non   conoscersi 
la  numerazione  de*  varii  Amedei  di  eodesta  il- 
lustre Gahata  da  Albertino  Mussato  detti  Amei 
dal  (3)  francese    Amé^   come  ottimamente  an- 
notò il  Pignorio  (4).  Alcuni,  fra*  qua  lì  gli  Scrit- 
tori delle  cose  Savoiarde  Wander-Brunchio ,  e 
Massone  seguiti  dal  Pignorio  nelle  note  al  sue- 
crt.  Albertino  Mussato,  non  vogliono  Amedeo  I.' 
nella  serie  de*  Conti  per  esser  morto  prima  di 
Umberto  suo  Padre  detto  dalle    bianche  mani . 
Ma  noi  seguiremo  la  comune  senza  impicciarci 
in  discussioni  stucchevoli  anzi  che  nò,  e  fare- 
mo co*  Continuatori  delle  successioni  del  P.  Pe- 
tavio  (5)  unitamente  regnare  Amedeo  I.  ed  Um- 
berto. Il  Ducato  ò  stato  attribuito  primieramen- 
te a  varj;  ma  la  controversia  più  agitata  ,  e 
con  più  fondamento  sostenuta  risguarda   Ame- 
deo VI  (6).  Sostengono  costui  autorità, e  con* 
temporauei  Scrittori.  Daniello Gbinazzo  (^  C09» 

(i)  Antichità  Estensi  Prefaz. 

(2;  Verona  iJloscrata . 

(3>  De  testìi  Henri  ci  VII. 

(4)  Lib.  2.  Rubr.  VII. 

(5)  Success.  LXXIX. 

(6)  Amedeo  VI  Jecto  il  Verde  Conte  di  Savoia  XIV. 
secondo  la  diz^cendenza ,  che  ne  traccia  Benv.  San- 
giorgto  nella  Storia  del  Monferrato .  R.  It.  Script, 
tom    XXIII. 

il)  R.  It.  Script,  tom.  XV. 


vo  Scorico  delU  guerra  di  Ghlozza,  Biondo  da 
Forlì  (i)  nelle  Deche»  Enea  Silvio  aell*  Epito- 
me, parlando  della  pace  da  esso  trattatale  con- 
chiusa  tra  Veneziani,  Genovesi,  Carraresi  ec. 
costantemente  Io  chiaman  Duca ,  e  dietro  loro 
Wauder-firunchio ,  e  Massone  Scrittori  Savoiar- 
di; Langier  poi  si  è  mostrato  indeciso /ed  (2) 
ora  Duca ,  ed  ora  Conte  ha  chiamato  quell*  A- 
medeo.  Ma  ancor  quando  Guichenone  non  a- 
vesse  trovato,  e  pubblicato  il  Diploma  d*  ere- 
zionC'  della  Savoia  in  Ducato  a  prò  di  Ame- 
deo Vili,  dato  da  Ghamberi  per  Sigismondo 
Imperatore,  e  non  da  Lione  (3)  come  han  pre* 
tQ40  alcuoi  francesi,  1*  anno  1416.  (4)  a'  i6. 
Febbraio;  eli* era  cosa  di  leggier  momento  il 
determioare  ,  che  molto  pici  tardi  deli'  Ame- 
deo VI.  doveva  ^sser  V  epoca  del  Ducato.  Il 
dottiss.  Muratori  (5)  osservò,  che  Daniello  Chi- 
uazzo  era  stato  interpolato  anzi  tempo  nella  sua 
Storia ,  essendo  chiamati  Duchi  oltre  i  Signori  di 
Savoia  que'di  Milano.  Il  primo  Duca  di  Mila- 
no fu  Gio.  Galeazzo  conte  di  Verta  ^  e  non 
Bernabò ,  com*  egli  asserisce ,  sollevato  a  questa 
dignità  Tan.  iSpS.  secondo  (6)  alcuni,  e  V  an. 

(1)  Dee.  2.  lib.  io.  passim  . 

(2)  Storia  Veneta  lib.  XVII. 

(3)  Becchetti  Stor.  degli  ultimi  IV.  Secoli  della 
Chiesa  . 

(4)  Hist.  Geneal.  tom.  2.  p,  262.  ugual  data  ha 
presso  B.  Sangiorgio  Stor.  cit. 

(5)  Nella  Prefaz.  R.  It.  Script,  tom.  XV. 

(6)  E^  curiosa,  che  canto  B.  Sangiorgio,  che  !• 
Scrittore  Anonimo  dogli  Annali  Milanesi  R.  It. 
Tom.  XVI.  cap.  CLVII.  p.  824.  riportino  il  Diplo- 
ma dato  per  Vencedlao  da  Praga ,  ed  abbiamo  una 


.  -J-»-! 


49 

i392.  secondo  altri,  non  mal  Pan.  i386.  «come 

asserì  il  Blusanzio  nelle  tavole  Cronologiche  • 
Biondo  da  Forlì, e  T  Epitome  eran  corretti  dai* 
la  Storia  d*  Europa  (i)  d*  Enea  Silvio  stesso ,  che 
parlando  del  Pseudo-Papa  Felice  V.  poi  Cardi* 
naie ,  chiama  costui ,  cioè  Amedeo  Vili  ,  il  pri" 
mo  Duca  di  Savoia.  Un  contratto  finalmente 
di  Lega  passato  l*an.  1394.  fra  Teodoro  Mar«^ 
chese  di  Monferrato,  e  Lodovico  Duca  d'Or- 
liens,  e  riportato  dal  Sangiorgto  (2)  toglieva 
ogni  dubbio;  poiché  fra  le  altre  cose  ivi  sì  sti* 
pula,  che  possano  éVìtrar  nella  lega  V  illustre  Si- 
g^nor  Conte  di  Savoia  ,  ed  Amedeo  di  Savoia  Prin^ 
cipe  di  Acaia .  Or  essendo  morto  Amedeo  VII. 
il  iSpi.,  anche  neir  anno  terzo  del  regno  di 
Amedeo  Vili,  suo  figlio,  e  successore  in  età  di 
anni  8.  la  Savoia  era  (3)  Contea .  Il  Ducato  (4) 
dunque  di  Savoia  non  sussisteva  prima  di  Ame- 
deo* Vili. 

data  diversa.  Presso  it  Sangiovgio,  sebbene  con  S« 
Antonino  part.  3.  della  Cronica  tir.  22.  e.  3.  $.  22. 
Io  riporti  sotto  l'anno  lopS. ,  è  dell'an.  1 392  (  ere* 
dono  alcani ,  che  il  diploma  d*  erezione  veramente 
aia  dell' an.  iSpi.,  il  dipi,  deferente  le  insegne  del 
1392.):  negli  Ann.  Milanesi,  con  i  quali  concorda 
il  Sozomeno  Specim.  Hitt.  R.  It.  Tom.  XVI.  p.  il 59.» 
porta  la  data  del  MCCCXCV. 

(1)  Gap.  XLII. 

(2)  Cit.  Stor.  del  Monfer. 

(3)  Muratori  negli  Ann.  io  vuole  di  anni  7.  non 
compiti  • 

(4)  L'  equivoco  del  Ducato  presso  atenni  Scrittori 
nacque  dall'essere  stati  i  Conci  di  Savoia,  e  Conti 
di  Savoia,  e  Duchi  del  Cbiablese,  e  d'Aosta  fin 
da'  tempi  di  Feder.  II.  Denina  Riv.  d*  Ital.  lib^  2t. 
cap.  ili. 

4 


\ 

\ 


\ 


So 

Con  r  epoct  del  Ducato  ecco  subito  un  pua* 
to  fisso  f  e  da  cui  non  si  può  recedere  per  ista* 
hìììrt  il  tempo  della  nostra  moneta  »  la  quale 
chiamando  Conte  il  Signor  di  Savoia ,  fa  vede* 
re  esser  ella  anteriore  al  1416.  L'  altro  punto 
cardinale  da  fissarsi  è  il  tempo ,  in  cui  i  Conti 
di  Savoia  poterono  chiamarsi  Signori   di  Pie* 
monte.   Imperciocché  allora  avendo  in   mezzo 
da  due  lati  la  data,  che  si  ricerca  di  questa  mo-* 
neta ,  sarà  più  facile  rintracciarla ,  e  quindi  pas- 
sando ancora  ad  argomenti   pili  positivi  dime* 
strare  il  tempo,  ed   il  Sovrano,  a  cui  appar« 
tenne.  Alcuni  Scrittori  (i) hanno  chiaimato  Con* 
tea ,  e  Principato  il  Piemonte  ;  ma  essendo  in* 
concussa  l'epoca,  in  cui  sene  impadronirono^ 
non  sarebbe  forse  si  agevole  impresa   il  dimo^ 
strare,  che  godessero  i  suoi  Signori   titoli    leg- 
gali di  Conte,  o  di  Principe;  o  se  avvenne  y. 
egli  avvenne  ben  tardi.   Primo  Conte  di  Pie- 
monte (2)  dicesi  Amedeo  III.  ,*  che  fu  figlio  di 
Umberto  IL,  e  mori  nel  1149.»  e  eh* egli  s'in* 
signorisse  di  parecchie  terre  di  Piemonte, e  àéU 
la  stessa  Turino  ci  viene  assicurato  da  GuglieU 
mo  Ventura  (3)  nel  Cronico  Astense ,  e  da  An- 
tonio Astigiano  (4)  nel  Carme ,  e  fu  dell*  anno 
MCXXXVII.  Ma  s'egli ,  o  i  suoi  Successori  fu- 
rono legali  Sovrani  di  quel  paese  i  seguenti  fatti 
lo  dicono.  Tommaso  Conte  di  Savoia,  che  sue* 
cesse  (5)  al  fratello  Amedeo  IV. ,  o  per  dir  mo» 

(i)  Fra  gli  altri  Denina  Riv.  d'Italia. 

(2)  Moreri  Dice.  Historiqaé  . 

(3)  R.  It.  Script,  tom.  XI.  cap.  XXV. 

(4)  De  Varietaee  Fortunae  lib.  2.  cap.   IX.  R-    IC 
tom.  XIV. 

(5)  Cugl.  Ventura  ctp.  XXIV. 


\ 
\ 


\ 

\ 

\ 


5i 

glio  a  Bonifazio  di  lui  figlio,  essendogli  anda* 
to  male  un  fatto  d*  arme  contro  que'  d*  Asti  vie* 
uè  imprigionato  da* Torinesi,  e  dato  a*  nemici 
TÌttorio8Ì  in  riscatto  de*prigìoni.  Filippo  Prin* 
cipe  di  Acaia  compra (i)  da  Arrigo  il  VII.  per 
a3.  mila  fiorini  il  Vicariato  di  Pavia,  Vercel- 
li, Novara,  e  Piemonte  (2)  non  avendo  prima 
altro  titolo,  che  quel  d*  Acaia.  Lo  stesso  Arri* 
go  (3)  venuto  a  Turino  dà  nuove  leggi  a  quel- 
la bitta.  Se  realmente  sussisteva  la  legale  So* 
vranità  loro  in  Piemonte,  non  veggo  come  i 
Torinesi  avrebbero  imprigionato  impunemente 
Tommaso,  Filippo  avrebbe  compro,  il  Vicariato 
di  un  paese ,  sul  quale  aveva  un  titolo  non  con- 
troverso, Torino  avrebbe  ricevuto  leggi  da  al- 
tri fuor  del  proprio  legittimo  Sovrano.  Ma  la 
faccenda  come  andasse  si  capisce  di  leggieri  , 
purché  si  vogliano  considerare,  come  difatti  fu- 
rono ,  prima  i  Conti  di  Savoia,  quindi  i  Princi- 
pi di  Acaia  Signori  A  del  Piemonte ,  (  tanto  ò 
vero  (4)  che  in  dispute  domestiche  di  succesMO-^ 
ne  vi  transigon  sopra ,  e  ne  dispongono  a  pia- 
cere come  cosa  propria  )  ma  non  orniti  di  al- 
tro titolo,  che  quello,  che  contemporaneamen- 
te avevano  per  cagion  d'  esempio  in  Pavia  il 
Conte  Filippone  di  Langusco,  in  Vercelli  Si- 
mone da  Golumbiano,  Guglielmotto  Brusato  in 
Novara,  i  quali  per  rimanere  in  Signoria  all' 

(i)  Albert.  Mussai.  Hist.  Aug.  ].  7.  R.  1 .  pag.  434. 
R.  It.  tom.  X. 

(2)  Io.  de  Cermenate  Hist.  cap.  XLII.   an.    i3n. 
R.  le.  toni.  IX. 

(3)  Albert.  Mussar.  Rubr.  IX.  pag.  «^3o.  tom.  cit, 
(4;  Io.  de  Cermen.  Hist.  cap.  L.    tom.    cit.   alla* 

desi  alla  transazione,  di  cui  più  sotto. 


53 

arrivo  di  Arrigo  a  certi  patti  procurarono  allo 
•cesso  Filippo  il  Vicariato  delle  respetcive  Git- 
tjA  (i).  Difatti  in  quanti  documenti  son  ripor- 
tati dal  Satigiorgio  (2) ,  che  o  direttamente  ri* 
guardano  i  Signori  di  Piemonte  (3) ,  o  per  in- 
cidenza gli  nominano ,  mai  veggonsi  chiamati 
Conti  «  o  Principi  di  Piemonte,  ma  puramente 
dopo  Filippo  Principi  di  Acaia,  sebbene (4)  far 
$i  dovesse  pili  caso  di  un  titolo  vero,  che  di  un 
titolo  di  mero  nome;  e  prima  della  divisione 
della  Signoria  di  Piemonte  dalla  Contea  di  Sa- 
voia ,  a  dir  molto  »  e  di  rado  vengon  detti  Tau* 


(1)  Albert.  Massat.  Hist.  1.  Vtl.  Rabr.  i.  tom.  cit. 
9  Hoc  princeps  proposito  civitates  easdem  gaber* 
oandas  susceperat,  ut  nominatis  optimatibtis  ea« 
tandem  favores  impenderet.  Ipsi  namque  titulo  Vi- 
cari^^tus  servato  Principi,  honorificentiaque  praesti^ 
ta  populis  praeerant,  et  prò  libitu  ,  ut  ante  Caèsari^ 
advemum  ,  dominatus  obtinebant.  „  Fr.  Guai,  de 
la  Flanfima  Manlp.  florum  eap.  CCCL.  R.  It.  Script, 
tom.  XI. 

(*2)  Stor.  cit. 

(3)  Veggast  per  cagton  d*  esempio  il  compromes- 
so nell'Arciv.  Giovanni  Signor  di  Milano  fra  il 
March.  Gio.  di  Monferrato,  Amedeo  Conte  di  Sa- 
voia, e  Giacomo  di  Savoia  Principe  di  Acaia  rispet* 
to  alla  Città  d' Ipporegia  ,  ed  altre  terre  del  Ca« 
aavcse .  Veggasi  il  lodo  ossia*  Sentenza  dell'  Ar* 
civ,  ec.  il  trattato  fira  Lodovico  d'OrUens,e  Teo* 
doro  March,  di  Monfi*rrato  ec« 

(4)  D^W  an.  MCCCII.  circa  Filippo  ebbe  per  par- 
te della  moglie  Margherita  il  Principato  d'  Acaia 
Cron.  Astens  cap.  XV.,  del  MCCCVI.  gli  è  oonfi^ 
scato  da  Carlo  d*  Angiò  cap.  XLII.  R.  It.  tom.  XI., 

{perciò  forse  Gualvano  della  Fiamma  dice»  che  Fi- 
ippo  se  prìnaipem  Ackaiae  falso  titulabat,  Manip. 
Fior.  C.CCCL.  eie 


6t 

rìnenseà  ^  0  Pedemontenses  f  come  v*ha  esempio 
presso  Ottone  Frisi ngease  (i),  ove  trovasi  nel- 
la comitiva  di  Lodovico  Re  di  Francia  crocia- 
to UQ  Amedeo  coli' aggiunto  di  Torinese^  vale 
a  dir  forse  Signor  di  Torino,  e  non  mai  Cua- 
te  Torinese  t  come^  hB,  nell'indice  il  Muratori. 
La  prima  volta  »  che  il  Sangiorgio  (2)  dà  a*  Pren- 
cipi  di  Acaia  altro  titolo  ^  è  di  Principe  di 
Piemonte  alTan.  i338.  in  conformità  di  Pietro 
Azario  Notaio  Novarese,  di   cui    riportasi    uà 

Sasso  relativo  alle  imprese  di  Giovanni  di  Teo* 
oro  Marchese  di  Monferrato;  ma  è  da  osser- 
vare,  che  unicamente  in  quel  luogo  è  datti  a' 
Signori  di  Piemonte  per  tutto  ti  corso  di  quel* 
la  Storia;  finché  non  sì  giunga  a  Lodovico  \m* 
mogenito  di  Amedeo  VIIL  ,  da  qua!  tempo  re- 
stò a' primogeniti  tutti  della  casa  di  Sai^oia.Ml 
non  sarà  forse  lontano  affatto  dal  vero,  che  il 
titolo  di  Principe  talvolta  venisse  loro  dato  , 
benché  non  in  modo  legale ,  come  dagli  Stori- 
ci si  dà  agli  altri  Signori  (3)  o  perchè  viri 
principes  nelle  respettive  città,  o  perchè  Pa- 
droni y  e  Governatori  delle  medesime ,  ed  a  que- 
sto modo  i  Signori  di  Milano,  ì  Signori  dei  la 
Scala  ec.  devono  intendersi  principi .  Né  la  Grò* 
nichetta  di  Rivalta  può  recarsi  in  mezio  a  fi« 
nìr  la  questione;  poiché  dicendo  ella  Filippo 
Principe  primo,  Lodovico  Principe  terzo,  non 
dice  mica  di  Piemonte^   e  cosi  tanto  di  Pie« 


(i)  De  gest.  Prid.  I.  e.  XLIV.  t.  Vt 

(ss)  Stor.  cit.  p.  461. 

(3j  Donato  Acciaioli  presso  lo  stesso  Sarigiorgio 
dell'anno  MCCCLII.  chiama  Galeaazo  Principe  pag. 
597. 


«4 
monte  può  intendersi  quanto  di  Acaia  (i).  An«« 

drea  Dandolo,  o  il  suo  continuatore  parlando 
della  pace  di  Turino  (2)  dice,  che  quella  cit- 
tà  è  nella  Provincia  di  Piemonte  ^  perchè  noq 
iscrivere  nel  principato ,  0  Contea  Al  Piemon- 
te, se  il  Piemonte  era  Contea  o  Principato? 

Or  che  sono  stabiliti  in  modo,  per  quanto  a 
me  sembra  certo ,  e  chiaro ,  i  limiti ,  dentro  i 
quali  sicuramente  fu  coniata  la  moneta  nostra , 
cioè,  fra  il  MCXXXVIL.cd  il  MGGCGXVL; 
la  ispezione ,  e  V  esame  della  moneta  stessa  ci 
additeranno  uno  spano  ancor  più  ristretto  di 
tempo,  e  ci  porgeranno  mezzi  per  individuare 
precisamente  1*  epoca ,  e  T  Amedeo  ,  che  ri* 
guarda  . 

L'aquila,  che  dal  secondo  (3)  Consolato  di 
Mario  fu  stabilmente  insegna  delle  Legioni  Ro- 
mane ,  e  nelle  medaglie  antiche  non  si  vede  , 
che  ad  esprimere  le  apoteosi  degl*  Imperatori  , 
è  delle  Imperatrici ,  e  me  ne  sia  garante  la  fa* 
iiiosissima  coniata  in  onor  di  Marciana ,  ovve- 
ro a  dimostrare  la  confidenza  dell'Imperatore 

(1)  Antonio  Astigiano  lib.  V.  cap.  11.  chiama  Fi- 
lippo Principe  Pedemontano^  ma  o  lo  dice  poetica- 
mente per  Signore,  o  lo  riferisce  al  Principato  d*  A- 
caia .  Lo  stesso  forse  può  dirsi  della  Cronica  di  Bo- 
logna all'  anno  MCCCCIX.  R.  It.  Script,  tom.  XVIII. 
E^  poi  da  osservare»  che  questo  Filippo  senza  no- 
minarlo chiamasi  talvolta  dagli  Storiai  mt\  iì^ùx^r, 
Principe  :  Alb.  Mussar.  Hist:  Aug.  lib.  VII.  Rubr.  VII. 
e  Vili.  R.  It.  tom.  X.,  e  la  Cronichetca  di  Rivalta 
tom.  XVII.  te  lo  dimostreranno. 

(2)  Andreae  Danduli  Ckronicon  et  Continuatio  Ra- 
pha/fni  Cafesini  R.  It.  Script,  tom.  XII.  pag.  465.  in 
civitate  Taurini  Provinciae  Pedemont\um  . 

(3)  Dempsterua  Antiq^uitatum  Rom,  lib.  X.  cap.  V.  . 


Ir 


V 


I 


V 


55 

Mila  protezione  di  Giove ,  come  re  n*  ha  di 
Augusto  ,  di  Vespasiano ,  di  Tito  ec. ,  ha  susci- 
tato  grande  questione  fra  gli  eruditi  sul  tem* 
pò 9  e  suir autore, che  innestolle  due  teste.  Al- 
cuni vogliono,  che  sia  stato  Costantino  per  em* 
blema  di  unione  (i),  altri  Carlo  M.^  sebbene 
Giusto  Lipsio  asserisca  averne  veduta  una  a  due 
capi  nella  Colonna  Antonina.  Molti  finalmen* 
te  (2)  fanno  derivare  quest'usanza  dalTOrien* 
te  y  dove  sovente  trovandosi  due  Imperatori  u- 
nitamente  sul  trono ,  a  risparmio  di  due,  una 
ne  posero  bicipite,  e  di  costì  vogliono,  che 
poi  il  costume  medesimo  sia  passato  in  Otri* 
dente  con  la  differenza,  che  (3)  presso  gli  O- 
rientali  1^  aquila  era  tutta  d*  oro ,  presso  gli 
Occidentali  nera.  Ola  comunque  ciò  sia  noi  gli 
lasceremo  lambiccarsi  il  cervello  a  lor  talento^ 
poiché  per  noi  saper  basta ,  che  mentre  T  aqui-^ 
la  semplice  fu  insegna  della  casa  di  Savoia  da 
antichissimi  tempi,  e  forse  dal  cominciar  della 
prime  arme  Gentilizie  (4)  ,  (  cosicché  il  Guiche* 

([)  Da-cange  in  Dissert.  de  nammis  inferiori^  aevi* 
Heineccius  in  Uh.  de  SigilUs .  Pignori  us  ad  Hi  se.  Aug< 
Masstti  lib.  IX.  Rabr.  i.  /    Lipsius  de  M.lit.  Rom. 

(2)  Muratori  ap.  Argelat.  de  monetis  Italiae  . 

(3>Borghini  delle  arme  delle  Famìglie  fiorentine. 

(4>  L'arme  gentilizia  semplice  è  cominciata  se» 
condo  i  più  avveduti  antiquar)  dopo  il  Secolo  XI. 
Fontanini  dell'  eloquenza  Ital.  1.  I.  cap.  XXXVI.  Ad 
esda  dettero  origine  le  giostre,  e  tornèi  Cavallere- 
schi, che  principiarono  nel  Seco]  X.  Arrigo  I.  Re 
di  Lamagna  cognominatp  V  uccellatore  Padre  di 
Otto  di  Sansogna^  come  lo  chiama  il  Villani  «  ne 
bandi  il  primo  in  Maddeburgo  V  an.  988.  Bastian.. 
Munster.  della  Cosmografia  lib.  III.  L'arme  inquar- 
tata ha  una  data  assai  meno  remota*,  talché    vien 


«  > 


56 
none  (i)  la  voglia  indotta  nella  caia  di  Savoia 
dal  favoloso  suo  stipite  Sassonico  )  assai  prima 
di  Filippo  di  Acaia  T  Aquila  bicipite  formava 
Tarme  di  Savoia,  con  tutto  che  abbia  asserito 
il  Muratori  (2)  essere  stato  veritjìmilmente  co- 
stui il  primo  di  quella  casa  ad  usarla  ,  sedotto 
forse  dair  opinione  9  che  al  principio  del  secolo 
XIV.,  o  al  cadere  del  XIII.  foss*  ella  compari- 
ta. Egli  peraltro  non  fu  costante  in  questo  suo 
pensamento .  Imperciocché  se  Filippo  Principe 
di  Acaia  morto  Tanno^  i334.  prese  il  primo  l'a- 
quila a  due  capi ,  come  attribuisce  ad  Amedeo  IV. 
la  moneta  XI.  (3),  ov*  ella  si  vede?  Ola  che 
quella  maniera  d'aquila  fosse  anteriore  a  Fi^ 
lippo  é  di  agevole  dimostrazione.  Noi  abbiamo 
fra  le  altre  tre  Monete  di  Savoia  con  aquila  bi* 
cipite;  una  è  la  nostra,  l'altra  è  la  seconda 
del  Muratori,  che  poco  dalla  nostra  difFerisce, 
e  l'undecima  (4),  nelle  quali  bavvi  il  santo  au- 
gello  a  due  capi  ^  e  le  quali ,  se  sussìstesse ,  che 
Filippo  fosse  il  primo  ad  usar  T  aquila  in  quel- 
la foggia  ,  dovrebbono  appartenere  all'  unico 
Amedeo  della  sua  linea»  che  gli  fu  successore. 
Ma  in  che  modo  l'Amedeo  figlio  di  Iacopo  di 
Filippo  può  prendere  il  titolo  di  Conte  di  Sa- 
voia, come  uella  nostra,  e  nella  seconda  Mu« 

detto,  che  il  Re  Renato,  che  succede  a  Giovan* 
na  II.  morta  del  1435.  sia  stato  il  primo  ad  inquar- 
tarla  . 

(1)  Hist.  Gen*  tom.  I.  cap.  l5. 

(2)  Ap.  Argel.  de  monet.  Irai.  Verisimile  est  Pki" 
lippum  Sabaudiensium  vel  ad  eorum  imitationem 
(  imp.  Graecorum  ) ,  vel  qttad  ab  eis  privilegium  ac" 

'  ceperit ,  hniusmodi  aquila  usum  Juisse  . 

(3)  Ap.  Argel.  de  monet.  Ita!,  tom.  I.  tab.  70. 

(4)  Ap.  Argel.  cit.  tom.  I.  tab.  70. 


5? 
ratoriatia  ?  io  che  modo  non  prende  il  titolo  con» 

veniente  allo  stato»  che  possiede,  cioè  di  Si* 
gnor  di  Piemonte,  nella  undecima,  ripetendo 
invece  su  le  due  facce  quello  di  Conte  di  Sa- 
voia ,  Comes  Sdbaudiae ,  Sabaudiensis  ì  Dunque 
all'Amedeo  della  linea  di  Filippo  non  appat- 
tengono  le  suddette  monete;  ma  se  non  appar- 
tengono a  costui ,  le  sono  d*  alcuno  de*  Conti  di 
Savoia;  dunque  1*  aquila  bicipite  apparteneva an* 
cora  a*  Conti  di  Savoia. Or  se  l'aquila  bicipite  è 
pur  arme  de' Conti  di  Savoia,  sarebb'egli  buon 
discorso ,  se  taluno  interrompesse ,  dicendo  non  im- 
plicare, essendo  primo  nell'uso  di  quell'aquila 
Filippo,  che  ancora  i  Conti  di  Savoia  V  abbiano 
a  sua  imitazione  adottata?  Imperciocché  man- 
cherebbe a  mio  avviso  l'oggetto  principale,  per 
cui  le  arme  sonosi  introdotte.  Non  si  sono  el- 
leno introdotte  1'  arme  appunto  a  distinzione 
delle  fanfiglie?  Ox  come  da  una  linea  potè  paa* 
Bar  questa  insegna  all'altra  formando  ornai  fa- 
miglie separate,  e  dominanti  in  diversi  stati» 
e  confonder  così  ogni  distinzione  fra  loro  ?  E^ 
egli  verisimile ,  che  dalla  linea  vassalla  passas- 
se alla  Sovrana  (i),  cioè  a  dire,  che  la  linea 
più  illustre  credesse  di  onorarsi  prendendo  1*  in- 
segna di  linea  da  meno  di  se,  e  non  avvenisse, 
come  suol  esserd  d*  ordinario ,  tutta  la  faccenda 
all'opposto?  Non  prova  anzi  Tuso  di  essa  in 
ambe  le  linee,  ch'ell'era  in  casa  prima  della 
separazione?  Ma  concedasi  pure,  che  tutto  que*. 
sto  non  sia  molto  da  valutarsi . 

(i)  Vedi  presso  il  Sangiorgio  Stot.  cit.  pag.  499. 
lodo  citato  deir  Arciv.  Gio.  Signor  di  Milano  ri- 
guardo ad  Ipporegia  ec.  ivi  Iacopo  Principe  d' Acata 
è  detto  Vassallo  dei  Conte  di  Savoia . 


S8 

Tommaso  I.  conte  di  Savoia,  e  Kignor  di 
Piemonte  ebbe  XV!  figli ,  e  lasciò  erede  uit 
d'essi  morendo,  che  fu  Amedeo  IV.,  il  quale 
OOQ  avendo  avuta  altra  prole  maschile» che  Bo>* 
nifazio  morto  in  tenera  età  dopo  essergli  suc- 
ceduto, r  eredità  venne  in  Tommaso  II.  (i)fra« 
tello  di  Amedeo  IV.,  e  secondogenito  diTom- 
maso  I.;  ma  morto  egli  pure  ben  tosto,  e  la«» 
sciati  i  figli  in  minore  età,  lo  Zio  Pietro,  e 
quindi  Filippo  Vescovo  prima  di  Valenza,  ed 
Arcivescovo  poi  di  Lione  fecersi  elegger  Conti 
in  pregiudizio  (2)  de'  figli  di  Tommaso ,  e  re« 


(t)  Tommaso  II.  noti  si  suol  vedere  fra  i  Con^i 
di  Savoia,  P.  Petavii  Success.  LXXIX. ;  ma  egli  vi 
deve  esger  po^to,  poiché  da  Guglii^hno  Ventura  nel 
Cronico  Astense,  R.  le.  Script,  com.  XI  cap.  XXIV. 
anno  MCCLV.  è  chiaramente  chiamato  Conce  di  Sa- 
voia ThomaB  Comes  Sabaudìae  hoc  aadieftSy  qui  eroi 
in  Tantino ,  venie  Tferstis  Moncalerium  cum  ev/ortù» 
suo  ipso  die  i  e  venne  contro  que'  di  Asti ,  che  s' e- 
rano  avanzati  fin  lì ,  ma  £u  battuto .  E^  per  que« 
8to  ,  che  io  di  topca  non  esitai  punto  a  chiamarlo 
Conte  . 

(3)  Ho  parlato  a  questo  modo  per  uniformarmi 
agli  Storici  ;  ma  potrebbe  esser  soggetto  di  plaast<* 
bii  questione:  se  realmente»  o  no,  fosser  queste 
usurpazioni .  Odasi  il  Muratori  nelle  Antichità  E- 
stensi  pare.  i.  e.  V.  „  Le  dignità  di  Conte  ,  Mar- 
chese ,  Duca  non  erano  in  antico  ereditarie  come 
sono  oggidì  ,  e  Bignon,  Blandello,  Fiorentini  ,  ed 
altri  r  hanno  avvertito .  Anzi  fin  sotto  Federigo  I. 
Imp.  fu  ciò  stabilito  per  legge»  avendosi  nel  codi* 
C^  de' Feudi  L  I.  tit.  14.  de  marchia  ^vel  ducatu^ 
vel  comitatu ,  vel  aliqua  legali  dig aitate  si  quis  iti' 
vestitus  fuerit  per  beneficinm  ab  imperatore  ,  ille  tan* 
ttim  debet  habere  \  haeres  enim  non  succedit  ullo 
modop  nisi  ab  imperatore  per  investita ram  acqulsie* 


^9 

ipettivi  Nipoti.  Non  v*è  altro,  che   PArcive* 

scovo  di  Lione  ammogliatosi  non  ebbe  frutto, 
e  vedendo ,  che  gli  Stati  tornavano  a*  pregiu- 
dicati nipoti,  volle  morir  nella  ingiustizia  pre- 
diligendo il  minore  contro  il  maggiornato,  cioè 
Amedeo,  che  poi  fu  detto  il  Grande  contro 
Tommaso  III.  Ma  cresciuto  Filippo  figlio  di 
Tommaso  IIL,  Amedeo  o  di  propio  moto,  o 
importunato,  o  che  altro  ne  fosse  il  motivo. 
Tanno  lapS.  venne  seco  a  transazione,  ed  in 
forza  di  essa  ritenendosi  gli  Stati,  che  venia- 
DO  sotto  il  nome  (i)  di  Savoia  ec. ,  passò  il  Pie^ 
monte  a  Filippo.  Ora  in  queste  monete  quel 
Conte  di  Savoia  è  pur  Signore  del  Piemonte  ; 
dunque  o  anteriore  alla  divisione ,  o  posteriore 
alla  novella  consolidazione  in  uno  di  dominio 
della  Savoia ,  e  del  Piemonte  .  Ma  posteriore 
oonr  può  essere ,  perchè  Lodovico  successo  al 
Fratello  Amedeo  negli  Stati  di  Piemonte,  e  ti- 
tolo di  Acaia  (2) ,  lasciando  i  suoi  Stati  ad  A- 
medeo  VIIL,  morì  Tanno  1418. ,  cioè  due  an- 
ni dopo  (3),  che  quelT  Amedeo  fu  Duca;dun« 

rit  ^ .  Se  va  cost  ]a  faccenda ,  ed  essi  fur  ricono- 
sciuti! chi  può  tenerli  usurpatori,  ed  ingiusti? 

(i>  Io.  de  Cermenate  Hist.  cap.  L.  R.  It.  tom.  IX.  ^ 
Chron.  parv.  Ripaltae  „  anno  lagS.  Philippus  de  Sa* 
baudia  recepit  terram  $uam  de  Pedemonte  a  Domino 
Amedeo  de  Sabaudia  avunculo  suo  ^  , 

(2)  Guich.  Hiit.  Geneal.  tom.  i.  p.  246.  Preuves 
pag.  253.  Denina  ftiv.  d' It.  1.  XVI.  e.  VII. 

(3)  Muratori  negli  Annali  ha  preso  un  abbaglio 
chiamando  questo  Lodovico  Conte  di  Savoia  „  Guer- 
ra fu  in  quest'anno  fra  Teodoro  Marchese  di  Mon* 
ferrato,  ed  Amedeo  Principe  della  Morea ,  assisti- 
to da  Lodovico  Conte  di  Savoia  ^.  Nessun  Conte 
di  Savoia  ebbe  tal  nome,  e  poi  a  dire  dello  stesso 


''9^   4  II 


6ò 
que  il  Conte  nominato  in  eiie  è  anteriore,  tta 
8*  egli  è  anteriore  alla  divisione,  e  coitsegoen* 
temente  le  monete,  anco  T aquila  bicipite  deve 
esserlo»  dunque  1* aquila  bicipite  ^ra  in  casa  di 
Savoia  prima  di  Filippo;  dunque  Filippo  non 
(il  il  primo  ad  usarla. 

Beco  fatto  un  buon  passo;  poiché  come  ri* 
monta  T aquila,  rimonta  la  data  della  nostra 
moneta.  Eli' era  rinchiusa  fra  il  MGXXXVIL, 
ed  il  MCCGGX VI. ,  ora  è  fra  il  MGXXXVII  ed 
il  MGGXGV. ,  anno ,  nel  quale  successe  fra  l' A* 
medeo  il  Grande,  e  Filippo  la  nota  transazio* 
ne.  Sfa  sì  l'aquila  bicipite,  che  la  nostra  roo* 
neta  appartengono  ad  epoca  più  remota.  Ame- 
deo V.  detto  il  Grande  è  il  primo  avanti  il 
idpS.  ad  incontrarsi;  ma  egli  non  ò  per  questo 
. l'Amedeo  della  moneta  nostra. 

La  croce,  che  vediamo  nel  diritto  di  parec* 
chie  monete  Savoiarde  è  stata  una  delle  arme 
di  Savoia;  per  altro  sono  si  varie  le  opinioni 
degli  Scrittori^  e  tante  le  favole ^  per  le  quali 

Annalista  in  tal  tempo  era  Conte  di  Savoia  Ame* 
deo  Vili.,  che  iio  dall'anno  iSpi.  era  successo  al 
padre  morto  di  veleno  in  etk  non  per  anche  di  7. 
anni.  Il  Lodovico  danque,  che  a  detto  del  Mura- 
tori assistè  Amedeo {veggasi  Sangiorgio  nel  qui  sot- 
to riportato  passo) era  fratello  del  Principe > e  quin* 
di  successore,  e  quello  stesso,  che  morendo  lasciò 
i  suoi  Stati  al  primo  Duca  di  Savoia.  L'abbaglio 
peraltro  è  venuto  negli  Annali  Italiani  dal  Sangior- 
gio Stor.  di  Monfer.  citata  ove  si  l^ggc  »  Tanno 
MCCCLXXXXVI  agli  8.  del  mese  di  Maggio  fra  Teo- 
doro Marchete  di  Monferrato,  e  Guglielmo  suo  fra- 
tello per  runa  parte,  e  Lodovico  Conte  di  Savoia 
con  Amt^deo  Principe  di  Acaia  suo  fratello  per 
r  altra  cominciò'  grandissima  guerra  ec 


/ 


dicesi  presa  da  qne* Prìncipi,  che  il  Guicbeno- 
ne  (i)  ba  dovuto  trattenervisi  «  e  confutarle  di 
proposito,  nulla  però  egli  determinando  di  me- 
glio. Ciò  che  par  senza  dubbio  si  è,  che  una 
delle  insegne  piìi  antiche  nelle  monete  di  Sa* 
voia  (2)  è  la#  Croce ,  come  può  vedersi  presso 
il  Guicbenone»  ed  il  Muratori  (3), e  che  o  per 
un  motivo,  o  per  l'altro  Amedeo  V.  lasciata  del 
tutto  l'aquila  usolla  a  detta  universale  (4)  per 
arme  sua,  an^i  secondo  Guglielmo  Paradino  la 
dichiarò  stemma  della  famiglia .  Ma  lasciata  da 
parte  ogni  discussione  di  Scrittori,  la  moneta 
nostra  non  appartiene  a  costui  dopo  il  MGGXGV. , 
poiché  com'  essa  ci  mostra ,  quel  Conte  aveva 
anche  la  Signoria  del  Piemonte;  e  questi  in 
quell'anno  appunto  se  ne  spogliò;  non  gli  ap- 
partiene avanti,  poiché,  sebbene  in  una  delle 
facce  siavi  la  croce,  nell'altra  v*è  l'aquila  bi- 
cipite, e  costui  lasciò  ogni  insegna  fuor  della 
croce;  infatti  io  (5)  documento  dell* anno  1296. 
Tarme  sua  ò  la  croce,  e  la  croce  in  documen* 
to  del  1293.  parimente  si  trova.  Ma  se  a  co* 
ftui  non  appartiene  questa  moneta  (6)  veggano 


»» 


(i)  Hist.  G«n.  tom.  1.  pag.  126. 

(2)  Pingont  la  cieni^  sì  antica,  ohe  giunge  ad  es« 
•er  persuaso ,  che  nella  casa  di  Savoia  la  croce  sta* 
vi  venuta  da' Re  Longobardi-,  proposizione,  dice 
Gaicbenon  1.  e.,  avanzata  senza  prova. 

(3ì  Ap.  Argelat.  de  morftis  Itat^ae  tom.  I. 

(4)  Gdich.  Hist.  eie.  com.  i.  pag.  |26.  Moteti 
Dict.  Hist. 

(5)  Gaichen.  Hist.  cit.  tom.  f. 

(6)  Ad  Amedeo  V.  secondo  me  deggion  darsi  la 
VI.  e  la  VII.  del  Muratori  ap.  Argel.  de  monet.  Ital. 
tom.  I.  tab.  70  attribuite  al  Conte  III  di  questo 
nome  •  E^  vero  che  Gugl.  Paradino  opina ,  che  Ame« 


da 

gli  eruditi  T antichità,  a  cui  risale  Taqaila  bi*- 
dpìte;  poiché  per  trovare  avanti  il  V.  Ame- 
deo altro  Conte  di  simil  nome, egli  è  neoessa- 
fio  saltati  quattro  regni,  cioè  di  Filippo,  di 
Pietro,  di  Tommaso  II.,  e  Bonifazio,  venirne 
al  IV.  Amedeo,  che  fu  figlio  del  Tommaso  I., 
vale  a  dire  alla  metà  del  Secolo  XIII.,  ed  uà 
pò*  avanti. 

Conviene,  eh*  io  tolga   una   difficoltà  ,  che 
coir  autorità  di  qualche  Storico    potrebbe  op-' 
porsi  a   questa  mia  conclusione .  Amedeo  VI. 
detto  il  Verde  ^  avendo  avuto  alcune  diflTereuzo. 
con  laoopo  Prencipe  di  Acaia ,  gli   mosse  guer* 
ra,  in  seguito  della  quale  delPanno  i36o.(i), 
secondo  la   Gronichetta  di  Rivalta  s'impadro- 
nì della  stessa  Turino,  imprigionò  quel   Prin- 
cipe in  Rivoli,  pose  la  sua  (a)  sede  in  quella' 
città,  ove  del  i38i  conchiuse  (3)  la  pace  tra' 
Veneziani ,  Genovesi ,  Carraresi  ec. ,  però  det« 
ta  nella  vita  di  Carlo  Zeno(4)5ua  città.  Ame* 
deo  il  Verde  fu  dunque  Signore,  o  Principe  di 
Piemonte?  a  costui  apparterranno  le  monete, 

deo  III.  nella  crociata  del  1147*  prendesse  ta  croce; 
ma  noi  vedremo  or  ora  moneta  con  aquila  se/;ipft** 
ce»  che  non  può  appartenere ,  che  a  lui  :  d' altron* 
de  il  V.  rigettò  della  su*  arme  V  aquila ,  ed  a^isan^  - 
se  la  Croce  ;  qui  abbiamo  scudo  con  croce  )  empie 
l'area  invece  dell'aquila  V  iniziale  del  suo  nome« 
Amedeo  V.  non  può  prendere  il  titolo  di  Signor 
di  Piemonte^  è  qui  sostituito  T  antico  titolo  di  Mar- 
obese  in  Italia. 

(1)  R.  It.  Script,  tom.  XVII. 

(2)  Loschi  Compendi  Storici. 

(3)  FI.  Blond.  Forol.  Dee.  2.  1.    io.  Aeneae  Sylv. 
Epist.  Daniello  Chinazzo  ec. 

(4)  Caroli  Zeni  Vie.  R.  It.  Script,  tom.  XIX.    . 


6a 

•he  ne  portano  il  titolo ,  e  delle  quali  ragior 
nìamo?  Quanta  egli  è  fatto  certo,  ed  evidente» 
che  tutti,  o  quasi  tutti  gli  stati  del  Principe 
Iacopo  fossero  invasi  da  Amedeo;  altrettanto 
è  indubitato,  eh'  egli  per  questo  non  se  gli  ap- 
propriò tutti»  ma  solamente  trasse  partito  dal- 
le circostanze  facendosi  fare  delle  cessioni  ,co« 
me  di  Chieri  apparisce  dalla  stessa  (i)  Cronica 
di  Rivalca .  Gb'  egli  ponesse  la  sua  Sede  in  Tu- 
rino ell'è  nuda  asserzione  del  Conte  Loschi 
uomo  visionario  ^  ed  inesatto  ;o  se  in  verità  av- 
venne, come  la  pace  spvraccennata  ivi  conchiu- 
sa, e  r  espressione  dello  Zeno  nella  vita  di  Car- 
lo potrebbe  far  sospettare,  certamente  fu  per 
esser  egli  rimasto  tutore  (2)  de*  figli  di  Iacopo 
morto  del  i366.  Infatti  a  Iacopo  non  succe- 
dette Amedeo  secondo  la  stessa  Gronichetta  ,  ad 
Amedep  Ludovico  del  1402.?  Non  fu  dunque 
il  Padre  loro  spogliato  de' suoi  stati;  il  Conte 
Verde  non  si  fece»  né  fu  Principe ,  0  Signore  di 
Piemonte. 

Il  primo  Amedeo  dunque,  a  cui  ragionevol- 
mente possa  attribuirsi  questa  preziosa  moneta, 
ò  il  Conte  di  questo  nome  IV. ,  anzi  ad  Ame- 
deo IV.  soltanto ,  pare  a  me ,  può  attribuirsi . 
Abbiamo  io  Guichenone  un  Sigillo  (3)  dì  que«> 
•to  Conte  apposto  a  due  documenti ,  che  riguar* 
dano  la  cessione  di  certe  Signorie  a  ^livore  di 

(i)  La  cronlchetta  di  Rivalta  ha,  che  Amedeo 
veramente  sentenziò  la  total  perdita  del  Piemonte 
contro  di  Iacopo  violatore  del  gius  delle  genti,  ma 
dalla  stessa  apparisce,  che  non  eseguì  poi  la  sen- 
tenza . 

(2)  Moreri  diction.  Histori<|. 

(3j  Histoiie  Gen.  tom.  i. 


«4 
Margherita  di  Savoia  8ttà  sorella  »  e  Contessa 

di  Kibourg  dell'anno  1239.,  ed  in  esso  vedesi 
l'aquila  bicipite.  Usava  dunque  Amedeo  IV. 
per  sua  insegna  l'aquila  bicipite. Oltreché Gui- 
chenone  da  monete  ad  Umberto  I. ,  ed  A^ie- 
deo  II.,  ma  il  Muratori  (1)  con  ragione  le  at- 
tribuisce a  qualcuno  de* susseguenti, e  noi  quel- 
la d'Amedeo  II  la  facciam  dello  stesso,  che  la 
nostra.  I#  Amedeo  III.  è  dunque  il  primo  de' 
Conti  di  tal  nome,  il  quale  abbia  monete.  Ma 
se  a  costui  vogliam  noi  dare  la  nostra ,  e  la  se- 
conda Muratoriana,  le  quali  hanno  stemma  si- 
mile affatto,  ed  uguale  (2),  leggende  di  poche 
lettere  varianti ,  grandezza  forse  pari  e  pari ,  a 
chi  apparterrà  la  decima?  Muratori  attribuisce  ^ 
questa  al  IV.  «  a  cui  noi  vogliamo  attribuire  la 
nostra ,  e  la  seconda  sua ,  ma  al  Muratori ,  sia 
con  pace  di  tanto,  e  sì  dotto  uomo,  non  posso 

(i)  Ap.  Argelat.  de  monet.  ItaL  1.  0. 

(3)  Potrebbesi  sospettare,  che  dalla  poca  diligen* 
xa  del  disegnatore ,  del  quale  si  servì  il  Muratori ,  / 

dipendesse  la  diiFerenza  di  queste  due  monete;  ma 
ella  è  troppo  vistosa  nella  forma  della  croce  ,  e 
nelle  abbreviature  della  leggenda ,  perch*  io  me  ne 
persua4a.  Per  altro  nell'opera  dell' Argelati  in  que- 
sto genere  son  corsi  degli  errori .  Eccone  un  esem* 
pio ,  che  ho  sotto  gli  occhi  in  moneta  Bolognese 
minori»  moduli  ^  e  nella  quale  contemplasi  Arrigo 
VI.»  che  dette  il  privilègio  al  Podestà  Agnello  di 
batter  moneta  ;  confrontata  con  altra  oh'  io  posseg- 
go ,  è  incredibile,  e  mostruosa  la  diiFerenza  nella 
forma  del  carattere ,  che  passa  fra  loro;  oltre  di  che 
nel  tipo  dell'  opera  delle  monete  di  Italia  manca 
un  punto  avanti  la  lettera  B.  di  Bononia  ,  lo  ch^ 
non  sarebbe  per  se  gran  cosa ,  ma  eumulativamen*  . 
te  dimostra  grandissima  inesattezza.  Tomo  I.  tab« 
XLIII.  pag.  56. 


6S 
acquietarmi  per  pia  ragioni.  Primo,  perchè  in 
essa  81  vede  1*  aquila  secylice,  che  il  IV.  Ame- 
deo usava  bicipite.  Secondo,  percbò  V  aquila 
semplice  dicesi  1*  insegna  più  antica  della  Gasa 
di  Savoia ,  e  non  potendo  appartenere  al  IV. 
non  può  essere  »  che  di  un  antico  pih  di  lui . 
Terzo  perchè  V  epigrafe ,  che  porta  in  Italia  Mar^ 
eho  invece  di  Marchio^  sembrami  caratteristica 
di  maggiore  antichità ,  e  così  mi  fa  più  verisi^ 
mile,  che  la  moneta  appartenga  piuttosto  a  piti 
antico,  che  a  più  recente.  Io  dico  dunque, che 
quella  X.  moneta  sia  d*  Amedeo  III.  Ma  se  dàs« 
si  a  questi  la  decima,  torgli  non  sarà  forza  la 
nostra ,  e  quella  del  Muratori ,  che  1'  assomi- 
glia? Troppo  a  me  strano  sembra  il  supporre 
in  un  Principe  di  que'(i)  tempi  la  mutazione 
in  monete  simiglianti  di  tre  con],  la  variazione 
<M)ntro  la  universal  costumanza  dello  stemma  a- 
dottato  omai  in  pubblici  monumenti.  Or,  con* 
eludiamo ,  dopo  1*  Amedeo  IV.  la  nostra  mo* 
lieta  non  può  appartenere  ad  alcuno;  prima  del 
terzo  gli  Amedei  non  hanno (2)  monete, e  deli* 

(l)  Non  è  da  credere,  ohe  si  contassero  in  que 
tempi  dimoire  monete ,  quantunque  ogni  Principu* 
colo  avesse  o  d'  arbitrio,  o  con  privilegio  la  sua  zec* 
ca,  aoiii  da  questo  si  può  comprendere,  che  niuna 
di  ..esse  ne  dava  gran  copia.  Delle  zecche  dì  Pie- 
monte ognun  lo  vede  da  quel  che  rimane ,  che  fu 
piccolissimo  il  numero  . 

(-2)  La  moneta  II.  Muratoriana^  ap.  Arget.  tom. 
cit.  tab.  cit.,  secondo  me  appartener  deve  ali*  Ame- 
deo VI.  •  VII.  Ad  Amedei  anzi  il  V.  non  può  ap«. 
partenere  >  perchè  non  è  verisimile ,  che  si  volesse 
lasciare  il  titolo  di  Signor  di  Piemonte,  che  altri 
avea  già  preso,  per  ripeterne  sotto  pari  stemma  uà 
solo  isteaso,  Come§  Sabaadiae^  Sabaudimn$i$  :  del  V. 

é 


66 

Amedeo  ITI.  abltSam  prosato  non  esMre;  F  A« 
medeo  IV.  è  1*  unico»  ^  cui  ai  combini  la  pos* 
iibilità;  ad  esso  ne  conviene  lo  stemma;  dun- 
que ad  Amedeo  IV.  il  foale  cominciò  a  regna- 
raf  deiranno  I233. ,  e  mori  deli*  anno  !a53.  , 
fuor  di^ogni  dubbio  appartiene,  dal  che/sicco- 
sie  io  credo,  n'andrà  meco  ciascun  persuaso» 

Beco  quanto  ho  sapato  dire  su  questa  mone* 
ta  il  pia  brevemente ,  che  poteasi ,  braoiando 
che  altri  o  pia  istrutti»  o  pia  forniti  di  mezzi, 
cb*  io  non  sono  si  occupino  espressamente  a  ret* 
tificare  la  Numismatica  del  medio  evo  Italico^ 
che  non  sarebbe  opera  perduta ,  ed  il  bisogno 
V* è  grandissimo  »  come  d*  alcuna  d^Ue  monete 
degli  Amedei  di  Savoia  si  è  potuto  vedere  in 
questo  scritto ,  e  più  altre  non  mancherebbero , 
oonostantechè  Eruditi  di  moltissimo  gridone  di 
profondo  sapere  vi  abbiano  impiegati  i  loro  stu- 
di, e  le  dotte  loro  fatiche.  Ma  egli  è  propria 
dell'umana  natura  il  non  arrivare  alla  perfe- 
zione; e  d'altronde  1*  indole,  e  la  complica^ 
zioae  del  lavoro,  1* oscurità  de' tempi,  la  moU 
tipticità  delle  zecche  opponeano  degli  ostacoli 
quasi  quasi  invincibili ,  o  «icuramente  non  còsi 
Àcili  a  superarsi. 

Giacomo  Lari 


non  ^uò  essere  perle  ragioni  già  addotte ,  e  che  ora 
sarebbe  soverchio  replicare:  di-ll'  Amedeo  VIIL  pri- 
ma che  fosse  Oiica,la  roz'^ezza  dello  stemma  lo  fa 
discreder*'':  reità  che  sia  dell'uno  di  loro,  ed  ag- 
giungo piuttosto  del  più,  che  del  meno  antico  . 


ifeguito  della  Scelta  A  Rime  Antiche,  (l) 
Di  Lupih  difsl^  U^Jtl.  ^4l  C?flrf«e  4, 

jS  uovo  ^aQtA  a,i9,ora99.  pqo:({aQ)eiiitf^ 
Gir  io  mi  4Q/1  d^W  a  t^  PV  i^rvìdi^Q^, 
Che  b^  pr^??o  vit%  ip  al?^to^  d*  ngiòr^  ,, 
E  8ua  bQltji  pììv  4'og{)i  altra  è  piace,^tp  , 

S^  vai  in  qi^Ua  parte^  ovq  (dimora  , 
Io  ti  vo*far  i^emiiQ  {^ 
Si  che  non  falli  a  sua  àoW^  accog>ì^ii^^,. 
Eagiona  di  vert^  ^ìyti  ).*ÀAQaa^9rs^a 

Se  vuoli  esser  udit^  %. 
Parla  con  motti  che  pp&uo  »enténzs|j^ 
E  8*  ell^  troverà  'n  te.  f^pspenza^  (3) 
Ella  t* accoglier^  ì\o%  di  cor  lento: 
Gh^^lTè  tanto  i|i  cal^r  bijoh  sefi^im^pFQ 
Che  lascerà  fi^r  t^  Qg^nia^tr^  g^nte. 
Quando  averai  di  .lei  pf^pp  Q<Mitezga, 

Che  sia  celataoiente  f 
'  Siavi  chi  vuol.,  6#  non  septu  d'^^mq^re 
Soave  le  ra^caorda  can  pianezza. 
Di*  SQ  OQQ  r  è  apiacente  < 

Gh*  io  tengo  in  fio  (4)  da  lei  la  vita  e  il  core* 
E  s'  ella  cangia  allor  viso  o  colore, 
Diràle  tosto  che  non  m'attalenta 
Nuir  aUro  se  non  c\^  cl^e  lei  gonteiìfa, 
^qUAAlP  vuol  YOgrio  similep^ente. 

([)  Vedi  il  Voi.  Xiy.  à\  qoest^  QoUezion^  p.  ^g. 

(2;  Ti  vo\far  sentita 9  o^^nier^  antica  che  yf  ^  » 
fi  vo^  ,f^^'c  accorto  . 

(ó)  L*Ubaldini  Tav.  al  Barb.  v*  canoscenza  ,  ci^ 
ta  questo  verso  e  il  segaence,  ooUa  foia  dìversicà 
che  legge  cnnoscema* 

(4j  Fio,  secondo  moici  trae  la  «u(i  origina  é^.feu(fj^. 


^    t 


6% 

Se  la  vedrai  appresso  disdegnosa 
Che  r  averai  contato 
Omaggio  e  detto  qual  è*l  mio  volere. 
Di*  che  non  sia  di  questo  dubitosa; 
G:ie  quanto   ho  desiato 
£  d'  un  desio  non  varca  suo  piacere. 
Io  non  porrìa  d'altra  vita  gioire  » 
Dico  8^  è  alcuna  fuor  che  di  sua  gioia , 
E  maggiormente  assai  mi  greva  e  noia , 
Che  la  mia  dogiia  è  ciò  che  Tè  spiacente. 

Se  di  merzè  la  trovi  sì  adornata  , 
Come  d*  altro  valore 
Securamente  muovi  la  tua.  nota  . 
Ben  potrai  dir  che  la  ventura  data, 
A  farti   [HÙ.  d*  onore 
Che  facesse  ad  alcun ,  poi  volse  rota , 
£  se  la  troverai  per  te  ri  mota 
Lontan  da  gente,  o  sia  in  donneando 
Ella  t'accetterà  ciò  cb^  dimando , 
Se  merzè  ò  in  sua  virtìi  possente. 

Nuovo  canto  tu  vai  si  umiiemente 
E  segui  sì  diritta  via  d' amore  , 
Che  tu  debbi  S|)erar  d'  aver  otuin , 
Poi  che  tu  vai  a  donna  conoscente  . 

Dello  stesso  Lupo ,  e  Mino  d'  Arezzo  Jc*  U  4toU 

Dal  Cod.  A. 

*  • 

Gentil  mia  donna,  là  virtù  d* amore' 
Che  per  grazia  discende  in  cor  umano  ^ 
Se  Io  trova  gentile 
E  viene  accompagnata  di  valore» 
Da  cui  lo  ben  s'  apprende  , 
E  sentimento  dà  chiaro ,  e  sottile  » 
,  Merzè  di  voi  m'  ha  fatto  tanto  onore 
Che  m*  insegna  e  difende 
Gh'  io  non  aggia  in  caler  mai  cosa  vile» 


69 

£  vuol  che  sol  di  voi  sia  servidore: 

Ogni  altra  mi  contende 

E  io  lo  sento  al  cor  dolce  ed  umile  . 

Eo  mi  conosco  non  ben  sufficiente 

Servo  di  voi  dov'  6  tanto  piacere 

Che  sete  senza  pare  » 

Amor  pur  vuol  cb*io  vi  sia  obbìdiente; 

Mercede  a  ciò  vi  piaccia  provvedere, 

E  quanto    piaccia  a  lui  vostro  volere: 

Ch'  altra  gìo'  non  m' è  cara 

Nel  nuovo  canto  il  potete  vedere  . 

i  Set  Noffj  Notaio  (V oltrarno.  Dal  Cod.  A. 

Volendo  dimostrare 

Novellamente  amore 

Per  rallegrare  ciascun  gentil  core 

Nella  mia  donna  degna  fé*  riposo. 
E  perchè  senza  pare 

Fosse  lo  suo  valore 

Interamente  le  donò  riccore 

Di  tutto  piacimento  dilettoso. 
Che  r  ànima  gentile  che  la  mira 

In  ciascun  membro  amor  vedesse  scorto , 

E  di  piotate  sempre  accompagnata  , 

E  d*  umiltà,  che  mai  non  1'  abbandona. 
E  in  fra  le  donne  pare 

Lumera  di  splendore  « 

Che  a  ciascun  altra  sempre  rende  onore  , 

Tant'  è  M  suo  portamento  grazioso  . 
Chi  la  puote  affisare 

Finger  si  sente  fuore 

Subitamente  ciascheun  dolore 

E  di  tormento  ritornar  gioioso  . 
Ma  non  concede  questo  amor  gentile , 

Tant*  ò  la  sua  possanza , 


1 


I    f 


Al  cor  l;h^  ViUsYi  ila 
In  nulla  guisa  sua  gran  8]gnt>Ha 
Né  M  m<^  valor  Imàgihar  tìeente  . 
Glie*n  lei  dimorA  un  atto  ^gnoì'ile  , 
Che  sempre  la  pietanza 
Par  che  aggia  in  oblia  » 
Sì  feris  ciaschettn  ,  eh'  altVo  disia  * 
Che  gentilezza  ne f là  phn  mente. 

Detto  stesso  Ser  mj^ .  Dal  Codioe  A.. 

Vedete  s*  è  pietoso 

Questo  tìieo  Slgìiorfe  aoorie 

A  chi  il  fuole  ubbidire» 

E  se  egli  è  grazioso 

A  ciascun  gentil  cure 

Oltre  all'  uiìxan  desirb. 
Che  io  stava  si  doglioso 

Che  ogni  uom  diceva  «  il  Uttote^ 

Per  lo  meo  lontan  gire  " 

Da  quella  in  cui  ro  pOiO  ' 

Piacer  tutto  e  valore 

Dello  mio  fin^  gioire. 
E  stdtodo  in  tei  maniera 

Amor  m'apparve  scortò, 

£  in  suo  dolce  parlare 

Mi  disse  umilemente  : 
Prendi  d*  amore  spera 

Di  ritornare  a  porto  ^ 

Né  per  lontanò  stare 

Non  dismagar  neente  • 

Di  Cina  dà  Pmoia.  Ì)àl  Codice  4. 

Io  mi  soB  tutto  dato  a  t regger  oro 
A  poco  a  poco  dal  tivme  ,  che  '1  mena , 


^1 

Pensandomi  arricchìrB, 

E  rredomi  ammassar  pia  che  *1  Re  Poro 

Traendo!  sottilmente  fra  lai  rena, 

Ond*  io  (lotrei  gioire  : 

E  penso  tanto  a  questo  mio  lavoro 

Glie  6*  io  trovassi  d'arìenco  vena 

Non  mi  porrìa  gradire; 

Però  che  non  è  mai  maggior  tesoro 

Che  quello  cbe'l  cor  tragge  fuor  di  pene^ 

E  coutenta  il  desire.   . 

Però  contento  Són  pur  ad  amare 

Voi,  gentil  donna,  da  cui  mi  conviene 

Più  Sottilmente  la  speranza  trare 

Che  di  quel  fiume  V  oro. 

Frottola  4el  P&trarca .  Dal  Codice  A. 

Accorri  ,  accorri ,  io  muoio  , 
Che  trar  si  possa  il  cuoio 
A  chi  così  noi  manda* 
E  la  buona  vivanda 
Fa  il  buono  appetito  > 
Ed  il  duro  partito 
Pa   r  uomo  acridioso  • 
Con  r  uomo  eh' è  ritroso 
£^  un  male  trafficare. 
Non  vadia  mai  per  mare 
Chi  vuol  viver  sicuro. 
L'  uomo  eh'  è  troppo  duro 
E^  peggio  d*  una  besta;  (i) 
E  i!  pollo  senza  cresta 
NoQ  è  pòro  cappone. 

(l)  Besf^  in  vece  di  be$tia.  Cos)  lo  stesso  Pe- 
trarca nel  Trionfo  $lql  f^mpq.ha  detto  divorilo  per 
divorsbio  •  VoUa  d*  alcun  de  9UGÌ^iàfa/r  divorsbo. 


2*. 

Chi  tira  di  rampone 

No0  è  da  chiamar  oca. 

La  fede  è  già  sì  poca 

Che  ad  uo  soffio  fia  spenta . 

Chi  dà  buona  sementa 

Anche  ha  buona  speranza. 

Chi  va  dietro  ali*  amanza 

14 OD  sa  che  ben  si  sia  . 

Hon  faccia  beccherìa 

Chi  non  sa  scorticare. 
.  Deb  vadasi  a  annegare 

Chi  non  sente  del  gatto. 

Che  vale  oggi  un  contratto   ^ 

Se  non  sente  di  golpe? 

B  pur  le  buone  polpe 

Piacciono  a  ciascheduno. 

Il  bianco  con  il  bruno 

Si  fa  chiamar  balzano  • 

E  pur  di  mano  in  mano 

Ne  va  la  gatta  in  sacco  . 

Colui  che  vuol  buon  bracco 

Lo  gastighi  a  buon*  ora. 

Nò  suocera  né  nuora    * 

Non  si  volson  mai  bene. 

Colui  riman  con  pene 

A  chi  r  ingrato  serbe    (i) 
'    Fiamma  che  tien  del  verde 

Niente  può  durare. 

Fra  compare  e  comare 

Non  s*  usa  prestar  staccia.  (2) 

(1)  Serbe f  cioè  serve  per  isforzo  di  rima  ;  come 
nella  Frottola  dello  stesso  Petrarca  pubblicata  dia! 
Bembo  si  trova  cìvo  per  cibo, 

(2)  Staccia 9  credo  che  sia  in  luogo  di  staccio^  né 
so  se  presso  altrf  sctitton  ai  trovi  :  forse  è  solo  ef- 
fetto della  sima. 


Z3 
E  mal  si  cuoce  V  accia 
Io  dico  senza  cenci  ere.  (f) 
Quel  che  non  ha  da  spendere 
E'  molto  mal  veduto. 
Colui  non  trova  aiuto 
Che  non  può  render  cambio. 
Mulo  che  porta  d'ambio 
E  dolce  cavalcare. 
Sai  quel  che  si  vuol  fare^? 
Stiamo  ad  udir  se  piove . 
Le  cinque  vaglion  nove 
A  chi  sa  soiFerire, 
E  troppo  grande  ardire 
Si  debbo  biasimare . 

Di  Guido  Guiruzelli.  Dal  Codice  A.  (2) 

Pur  a  pensare  è  ben  gran  maraviglia 
Come  1*  umana  gente  è  sì  smarrita , 
Che  d*esto  secol  largamente  piglia 
Come  non  fosse  più  mai  altra  vita  • 

(i)  Cendere ,  per  cenere  è  voce  che  non  è  rimasa 
che  nel  contado. 

(•2)  Questo  Sonetto  è  attribuito  pure  al  Goinizelli 
in  ou  Codice  del  Sia.  Cav.  Morelli  R.  Biblioteca- 
rio di  Venezia:  cosr  ancora  nella  Raccolta  del  Re- 
di per  testimonianza  del  Bottari»  che  per  due  vol- 
te lo  cita  nella  Tavola  ai  Gradi  dì  S.  Girolamo-. 
A  pag.  106.  riporta  la  prima  quartina  con  qualche 
itversitk  in  tal  guisa. 

pur  a  pen$ar  mi  par  gran  maraviglia 
Come  V  umana  gente  è  sì  smarrita  ^ 
Che  largamente  questo  mondo  piglia  9 
Com*  regnasse  così  senxa  finita  . 
E  a  p.  85.  alla  voce  autro  cita  il  nono  verso  coi): 
E  sempre  vede  V  un  V  autP^  morire  • 


^  r4 

E  in  adafriarsi  ciagcuns*  asil^tti^lìs. 
Come  regnas^er  qui  «onsa  finita. 
Poi  vien  la  morte  •  tutti  gli  acompigli 
Go4  r  intenzion  vien  lor  facilita  . 

£  ciascun  vede  1*  un  i*  altro  morire  ; 

Gognosoou  eh*  ogni  cosa  muta  «tato,        * 
E  non  si  saM  mesi^bin  uom  rìn£renire. 

Mei  credomi  che  sìa  solo  il  (leccato. 
Che  r  uomo  actieca,  e  fallo  si  smarrire 
Che  vive  come  pecora  nei  iprai:o. 

Di  Ser  Lapo  Gianni.  Dal  Codice  P. 

Amore,  io  non  son  degno  ricordare 
Tua  nobiltà  ,  e  tuo  conoscimento, 
Però  chitcro  perdon  se  fallimento 
Fosse  di  me  voi/liendoti  laudare. 

Eo  laudo  amordi  me  a  voi  amanti 

Che  m'  ha  sor  (i)  tutti  quanti  mcritete, 
£  *n  su  la  ruota  locato  veramente  .  (2) 
Che  là  *nd*  io  solea  aver  tormenti  e  ptaail 
Aggio  sì  buon  sembianti  d*ogni  lato 
Che  salutato  sou  bonariamente. 
Grazie  e  mercede  a  tal  signor  valente^ 
Che  m*  ha  si  altamente  sormontato , 

«  ■  * 

« 

(l)  Sér  ,  cioè  sopra,  «u,   wur .  Vedi  Bottnn,  Nbr 
<a  191.  alle  Lett.  di    Fra    Guirt.   L' Ubai d ini   ne\\» 
^av.  al  Jlairb;  alla  voce  Sor  cita  questa  verso  e  l*  an- 
tecedente, e  concorda.   Il    Xjodioe  A.   legge  .foi^, 
ch<^  vorivbbe  dir  ten%a  conforme  osserva  lo  stesso 

Boctari  Nota  \i3.  alle  sud.  Lettere:    ma  la   prima 

lezione  «embre  migliore . 

{'2)  Ambedue  i  Codici  P  .  ed  A .  hanno  veramen^ 
léè ,  >nia  per  la  misara  del  veMO  fa  4'  uopo  leggere 

ter  mento  • 


S  aublimato  m  quel  giro  tondo  (i) 
Gbe  in  questo  mondo  non  mi  credo  pare. 

Un  qua  non  credo  par  giamrnai  trovare 
Se  in  tale  stato  mi  mantiene  amore . 
Dando  -valore  -alla  mia  innamoranza  . 
Or  mi  venite»  amanti,  *a  accompagnare^ 
E  qual  di  voi  «entisie  al  cor  dolere  (s) 
Impetrerrò  d*  amor  per  lui  allegraitza: 
Gli'  egli  è  signor  di  tanta  beninanza 
Che  qual  amante  a  lui  vimI  star  fedele, 
S'  avesse  il  cor  crudeie , 
Si  vuole  in  ver  di  lui  umiliare. 

Vedete  y  amanti ,  come  egli  è  umile 

fi  di. gentile  e  d*  altero  baronaggio,  (3) 

Ed  ha  U  cor  saggio  in  fina  conoscenza; 

Che  me  veggendo  venuto  sì  a  vile 

Si  mosse  il  eignoril  come  messaggio  ,- 

Fé*  riparaggio  alla  mia  cordogltenza , 

£  rstoqntstò  *1  mio  cor,  oh'  era  in  perdenza. 

Di  quella  ehe  m'  avea  tanto  «degnato. 

Poi  chel  gli  ebbe  donato  (4) 

H'  ha  poi  sempre  degnato  salutare .. 


(f)  Nel  Cod.  A.  8i  trova  in  margine  questa  cor^ 
refciofte;  E  sa  quel  gifo  tóndo  sublimato',  ma  la  ri« 
ma  che  si  riprende  a  mezzo  verso  m'  obbliga  à  ri* 
f  ercarla . 

(2)  Dolere.  Nel  C'^d.  A.  dolore ^  e  sta  bene  . 

(3)  Nel  Cod.  A.  bnrrtaggio.  Beiuiì  ti  verso  può 
star  bene  anche  nel  Cod  P.  purché  si  tronchi  at- 
fvro,  come  facevano  gli  antichi ,  che  scrivevano  4e 
voci  intr*re ,  e  le  troncavano  pronunzia  ndo  •  Vedi 
VbaJdint  Tav.  al  Barb.  voce  yersi  ac. 

T4)  Quei9to  verso  presenta  alquanto  d'  oscurità  • 
Forse  potrebbe  interpcrrarsi  coȓ:  Poi  eh*  ella  gli  ei^ 
be  dato  o  rettituuo  il  oore* 


t6 

Dello  stesso .  Dal  Codice  P. 

Gentil  donna  cortese  di  bonare,  (i) 
Di   cui  amor  mi  fé'  prima  servente  « 
Nerzè ,  poi  e b*  in  la  mente 
Vi  porto  pinta  per  non  v'  obliare. 

Io  fui  sì  to<)to  servente  di  voi 
Come  d*  no  raggio  gentile  amoroso 
Da  vostri  occbi  mi  venne  uno  splendore , 
Lo  qual  d*  amor  si  mi  comprese  poi 
Gbe  avanti  a  voi  sempre  fui  pauroso, 
Si  mi  cerchiava  la  temenza  il  core. 
Ma  di  ciò  grazie  porgo  a  quel  signore  « 
Glie  *ì  fé*  contento  di  lungo  desio 
Della  gio*  (14)  che  sentio. 
La  qual  mostrò  in  ^moroso  cantare  • 

In  tal  mauera  fece  dimostranza 

Mio  cor  leggiadro  della  gio'  che  prese 
Che  *n  graad'  orgoglio  sovente  salio , 

(1)  Di  bonare  j  cioè  di  lieto  aspetto  y  di  buon  vi^ 
90 .  Nella  ballata  antecedante  si  troira  :  Che  saluìa* 
co  aon  bonarie.mente ,  cioè ,  con  lieto  viso .  Nel  Li* 
vio  MS.  Pucciano  Deca  I.  Lib.  I.  cap.  46.  car.  4Y. 
a  tergo;  Elli  ebbe  uno  fratello y  eh*  era  chiamato  Ar* 
rohio  Tarquino ,  (7  quale  fu  di  buona  aere  ^  e  di  nty» 
tura  dolce  ed  umana .  E  poco  appresso  :  La  minore 
di*  era  tanto  umile  e  di  buono  aere  ec,  facendo  qui 
aere  maschile.  Di  nuovo  nella  stessa  Deca  Lib.  2. 
Gap.  60.  car.  5o.  a  tergo  ;  Quinto  di  natura  era  dot* 
ce  e  di  buona  aere  ec.  Nel  Vocabolario  il  signifi* 
xato  d'aspetto  si  pone  alla  voce  aria, 

(2)  Gio  e  gioì  son  troncamenti  della  voce  gioia  : 
e  Dante  Farad.    8.   ha    fin  detto   gioì   per  gioisca  • 

'Cisì  trovasi  noi  per  noia.  Vedi  Boctari  nelle  Note 
alle  Lete  di  F.  Gaict. 


Puora  «correndo  (t)  vostra  disnoranta. 
Ma  poi  riconoscendo  com*  v'  oflfese, 
Gtisl  folle  pensier  gittò  in  oblio. 
Quando  vo8tr*alto  intelletto  Pud  io, 
SI  come  il  cervo  in  ver  lo  cacciatore 
Così  a  voi  servidore 
Torn5 .  che  gli  degnaste  perdonare . 
Fenion  cherendo  a  voi  umilementé 
Del  fallo  che  scoverto  si  sentia 
Venne  subbietto  in  vista  ver^o^nosa. 
Voi  non  seguendo  la  selvaggia  gente , 
Ma  come  donna  dì  gran  cortesia 
Perdonanza  gli  feste  copiosa. 
Ora  mi  fate  vista  dislegnosa, 
E  guerra  nuova  in  parte  cominciate;  (d) 
Ond*  io  prego  pietate  » 
Ed  amor  che  vi  debba  umiliare . 

I)ello  stesso.  Dal  Codice  P. 

Angelica  figura  nuovamente 

Dal  ciel  venuta  a  spander  tua  salute  , 

Tutta  la  sua  virtute 

Ha  in  se  (3)  locata  V  alto  Dio  d'  amore  • 

Dentro  al  tuo  cor  si  mosse  un  spiritello, 
Gtie  usci  per  gli  occhi,  e  vennemi  a  ferire 
Quando  guardai  lo  tuo  viso  amoroso , 
E  fé'  il  cammin  pe*  miei  si  fiero  e  snello 

(l)  Scorrendo.  Nel  Cod.  A.  scovrendo'^  che  par 
migliore .  Ne'  Documenti  del  Barberino  in  vece  4i 
•coprire  sempre  si  legge  scovrire . 

(*2)  Quesito  verso  è  citato  dall' Ubaldtni  Tav.  Dog. 
Barb.  V.  Comenza  . 

(3)  Inae.  Non  00  se  tornaaie  meglio  leggère^ 
SA  te . 


Che  H  core  a  V  iIim  feM  m  partirò  t 
Dormendo  V  uno  ,  •  V  altro  pauroso  ; 
E  quando M  sentff  giilguer  sì  orgog4ioso, 
E  la  psesta  percossa  rosi  forte 
Temetter  eh^  la  morte 
In  quel  punto  overa-se  fi)  ì\  auo  valore* 

Poi  quando  l^alma  fu  rìnvigofìta 

Chiamava  il  eor  gridando  ;•  se*  tu  morro^ 
Gh*  io  non  ti  sento  irei  tuo  loco  stare  ? 
Bispondea  *1  cor  cb'avea  poco  di  vita  » 
Sol ,  pellegriiK)  ,  e  senza  alcun  ceoforto, 
,  Quasi  scemando  non  ^lotea  parlare  , 
È  disse:  oh  alma,  aiutami  a  le^^are 
E  rimenare  al  eas^er  (s)  delta  mente. 
E  cori  )n8Ì«imemefiie 
N*  andare  al  loco  ood'el  fur  piqtì  fuore. 

Onde  mia  labbia  (d)  sì  mortificata 

Divenne  allora  ohimè!  eh'  io  non  parca ^ 
Sentendo  il  cor  perire  innaverato. 
Dicca  meco  sovente  ogni  fiata  : 
Ahi  lasso  !  amor ,  ohe  già  non  mi  credea 

([)  Overasse  j  cioè  operfiftoe.  In  P.  Giftitt.  trovasi 
pure  oitferatore^  «opra'  di  che  si  vegga  la  Nota  iS6* 
del  Bottari.  Questo  sqaaroio  ai  spiritoso  ji  P^^'^it 
poiie  in  cHiaro  il  valore  4i  qofM^a  Pipre^ciao  voetti. 

(2)  Ca»$9r ,  l\  cassero  $  un  ricinto  di  mura  o  for- 
tilizio: e  qu)  forse  con  metafora  ardita  il  Poeta 
ba  voluto  indicare  hi  testa  ,  ove  sta  come  in  guar* 
dia  lo  spirito-  Il  Redi  nelle  Memorie  per  le  erigi* 
ni  della  Lingua  Toscana  MS.  presso  t)  Sig.  V.  Leo- 
poldo Rioasoli  dice  che  questa  voce  è  Arabica. 

(3)  Labbia  ,  v«ce  antica  che  significa  aspetto,  cot 
me  è  voce  antica  ìnnaverato  o  inaverato  ,  che  è 
poco  appresso,  e  significa  ferito;  vdi  Tav.  ai  Gt. 
di  S«  Gir.  p.  no.  Ch*  io  non  parca  ^  i^mbra  che  vop 
glia  dire:  Ch*io  non  parca  più  essere' me  medesima* 


Che  foMi  in  irerio^ffi^  g|*  Sfil^tatii  •  « 
Ahi  che  crudele  torto  e  gran  peccato 
Fai  in  ver  di  me  si  tuo  servo  leale  ! 
Che  marze  non  mi  vale 
Che  tu  non  mi  tornititi  a  tutte  V  ore. 


Ì9 


Dello  stesso* 


CodUs  P. 


Amor  ,  io  prego  la  tua   nobittade 

Gh*  entri  nel  cor  d*  eata  donna  apietoaa  , 

£  lei  facci  amorosa 

Sì  che  la  spogli  U'  ogni  crudeltade. 

Odi  la  nimistà  mortai  »  che   regna 
Fra  lo  suo  cor  e  1  mio  novellamente  ^ 
Amor,  eh* esser  solevano  una  cosa. 
Con  A  fieri  sembianti  mi  disdegna 
Glie  par  che  il  mondo  e  me  aggia  a  niente  , 
£  se  mi  vede  fugge ,  e  sta  nascosa  ; 
Onde  non  spero  eh'  io  mai  aggia  posa 
Mentre  che  in  lei  sarà  tanta  fierezza 
Vestita  d'  una  atpreaaa  , 
Ghe  par  che  sia  nemica  di  pirtada. 

Amor ,  quando  ti  ^are  muovi  inteso  , 
£  se  vai  in  parte  chp  possi  parlare 
A  quelita  ,  che  mi  fa  guerra  sfidata  » 
Bon  potrai  dir  che  «enea  culpa  offesa 
Da  lei  mi  trovo  nel  mio  lamentare: 
Onde  mia  alma  piange  bconsolata  » 
Se  nou  che*l  cor  l'  ha  alquanto  confortata, 
£  dicele:  nou  pianger,  mia  sorella , 
Tu  averài  novella 
Che  amor  le  porta  manto  d*  umiltade  . 


8o 

Dello  iteiso.  Dal  Codice  F. 

Angioletta  in  sembianza 

Novamente  è  apparita» 

Che  co*  uccide  la  vita  , 

Se  amor  non  le  dimostra  sua  possanza. 
Se  amor  farà,  sentir  per  li  suoi  raggi 

Della  6ua  gran  dolcezza  » 

Tempo  mi  dà  conforto  ,  (t) 

Minuirà  il  martire. 

Che  in  me  saetta  la  sua  giovinezza; 

Ond*  io  son  quasi  morto , 

Che  son  venuto  a  porto 

Gbe  chi  mi  scorge  fiso 

Puote  veder  nel  viso 

Gh*  io  porto  segno  di  grave  pesanza . 
Kon  furo  gli  occhi  miei  nella  sua  vista 

Una  fiata  ancora 

Gh*  egli  avesser  vigore. 

Io  gli  conforterei 

Con  la  virtù  che  dentro  gì*  ianamoxa. 

Se  non  eh'  e*  fugge  amore  » 

Che  non  par  che  il  valore 

Possa  mettere  in  lei , 

Anzi  dice ,  costei 

E'  quella  che  la  sua  franchigia  avanza. 
Kon  può  vincere  amore 

Di  pinger  nella  ménte  gentilia  (2) 

.  D*  està  novella  cosa  ; 

« 

(i)  Per  la  chiarezza  <iel  senso  pare  che  ili  debba- 
no  considerare  in*  parentesi  queste  parole  :  Temf 
mi  dh  confòrto f  come  se  dicesse:  «pero  che  col  tem» 
pò  ciò  $eguirh . 

(2)  Gentilia  »  voce  antica  che  è  lo  scesse  che  gea* 
tiiez^a . 


8i 
Che  selvaggia  a  tutt*  ore 
La  trova  con  sì  nuova  leggiadria 
Contro  di  lui  sdegnosa, 
E  negli  occhi  amorosa 
A  chi  la  mira  pare. 
Onde  ne  fa  pensare 
Amore  ,  a  chi  (i)  ne  prende  desianza  . 
Non  spero  dilettanza , 
Né  gioia  aver  compita  » 
Se  il  tempo  non  m*  aita  , 
Od  amor  non  mi  reca  ^itra  speranza . 

Dello  stesso.  Dal  Codice  P. 

Dolce  è  il  pensìer  che  mi  nutrica  il  core 
D'  una  giovane  donna  cb*  e'  desia  ^ 
Per  cui  si  fé*  gentil  V  anima  mia 
Poi  che  sposata  la  congiunse  amore. 

Io  non  posso  leggieramente  tr^re  (2) 
Il  nuovo  esemplo,  ched  ella  somiglia; 
Quest*  angela  che  par  dal  ciel  venuta 
D*  amor  sorella  mi  sembra  al  parlare  ,  (3) 

(1)  A  chi.  Nel  Cod.  A.  si  legge  e  chi^  e  qnesta 
lezione  a  mio  giudizio  è  preferibile. 

(2)  L*  Ubaldini  nella  Tav.  al  Barb.  alla  voce  fra- 
re  cita  questo  verso  e  il  seguente  colLi  sola  dìver- 
fitk  di  leggiermente  in  vece  di  leggieramente .  Per 
salvare  la  misura  del  verso  nella  citazione  dell'  U- 
baldini  si  potrebbe  sciogliere  il  dittongo  gie  nella 
voce  leggiermente.  Tuttavia  non  può  cader  dub- 
bio sulla  voce  leggieramente ,  trovandosi  in  Fra 
Guitt.  Vedi  la  Nota  288.  alle  Lett.  del  medesimo. 

(«3)  Questo  verso  è  citato  dall'  Ubaldini  Tav.  al 
Barh.  v.  semblare  colla  sola  diversità  di  semola  ii\ 
vece  di  sembra  « 

6 


Ed  ogni  suo  atterello  (i) ,  è  maraviglia  « 

Beata  l'alma  che  questa  saluta! 

In  colei  8Ì  può  dir  che  sia  piovuta 

Allegrezza,  speranza  ,  e  gio'  compita. 

Ed  ogni  raipa  dj  virtù  fiorita. 

La  qual  procede  dal  suo  gran  valore. 

Il  nobile  intelletto ,  ched  io  porto 

Per  questa  giovin  donna  eh' è  apparita. 
Mi  fa  spregiar  viltade  e  villanìa. 
Il  dolce  ragionar  mi  i^  conf<»rto, 
Ch*  io  fei  con  lei  delT  amorosa  vita  -, 
Essendo  già  in  sua"  dolce  signoria 
Ella  mi  fé'  tanto  di  cortesìa 
Che  non  sdegnò  mio  soave  parlare  : 
Ond'  io  voglio  amor  dolce  ringraziare, 
Che  mi  fé' degno  di  cotanto  onore. 

Com'  io  son  scrìtto  nel  libro  d'amorfa 
Conterai  ,  balìatetta,  in  cortesia 
Quando  tu  vederai  la  donna  mia , 
Voi  che  di  lei  fui  fatto  servidore . 

Deello  stesso .  Dal  Codice  P. 

Novelle  grazie  alla  novella  gioia 
Vestutc  d'  uraìlttide  e  cortesia 
Girete  a  quella  che  m'  ha  *n  signoria  , 
E  dispogliato  deir  antica  noia  . 

Quando  sarete  avanti  a  lei  inchinate, 

fi)  Atterelto.  Questo  diminutivo  manca  al  Vo- 
cabolario .  Vi  sono  alcuni  ch«?  portano  opinione  non 
doversi  ammassare  i  diminutivi  nel  Vocab.  mentre 
vi  è  la  voce  radicale  da  cui  dipendono.  Io  non  di- 
spM'gio  le  loro  ragioni,  ma  gli  prego  di  osservare 
quel  che  dice  il  Bottari  sopra  di  ciò  nella  N.  36. 
all«  Lctt.  di  F.  Guìtt. 


»3 

E  poi  udita  sua  dolce  accoglienza  , 
Dite:  madonna j  il   vostro   fedel  servo 
A  voi  ne  manda  che   ci  riceviate  « 
Dicendo  che  lo  scoglio  (i)  di  doglienza 
Have  gittato  y  come  face  il  cervo  : 
Pregando  che  ritegnate  in  conservo 
L'  anima,  e  il  core,  e  tutta  sua  possanza, 
Che  'n  voi  ricorre  tutta  sua  speranza 
Come  nel  m^re  ogni  corrente  ploia.  (s) 
Appresso  \e  direte  che  la  mente 

Porto  gioiQsà  del  suo  bel  piacere  »  (3) 
Poi  che  m*  ha  fatto  degno  dell*  onore  \ 
E  non  è  vista  di  cosa  piacente. 
Che  tanto  mi  diletti  di  vedere , 
Quanto  lei  sposa  novella  d'amore. 
E  non   m'  avviso  che  alcuno  amadore  » 
Sia  quanto  vuol  di  gentil  intelletto , 
Che  abbia  rinchiuso  dentro  dal  suo  petto 
Tant'  allegrezza  che  appo  me  non  muoia . 

(i)  Scoglio ,  qaì  significa  scorza ,  ed  havvene  molti 
esempi  nell'  antiche  scriccure  . 

(2)  Ploia  y  voce  antica  per  pioggia  ,  usata  da  Dan- 
te, cne  il  Buci  citato  dal  Vocab.  vuoie  d'origine 
Francese.  Il  Fontanini  la  crede  voce  Friulana.  Ma 
gli  antichi  talvolta  solevano  nelle  voci  fognare  al- 
cune consonanti  per  addolcire  T  idioma  ,  dicendo 
p.  e.  veo  per  veggo,  come  ottimamente  è  osserva- 
to nella  N.  321.  alle  Lect,  di  F.  Guitt. -Per  la  sces- 
sa ragione  in  questa  ballata  si  trov^  voia  per  vo- 
glia ,  e  appoia  per  appoggia  . 

(3j  L'  Ubaldini  nella  Tav.  al  Barb.  alla  v.  plage- 
rò riporta  questo  verso  coli'  antecedente  leggendo 
piagere:  e  reca  pure  4U  tal  proposito  due  altri  ver^i 
d'  altra  ballata  di  Lapo  ,  che  sono  :  Dirai  ,  oo/tz'  io 
son  sempre  desioso  Di  far  gli  suoi  piageri  oltra 
'  misura  . 


Ballata  y  e*  non  è  donna  alla  mia  vola 
Che  tanto  degna  sia  da  onorare 
Quanto  colei ,  a  cni  ti  vo'  mandare  , 
Cui  gentilezza  ed  ogni  ben  s' appoia . 

Dello  stesso.  Dal  Codice  P. 

Ballata  »  poi  che  ti  compose  amore 
Nella  mia  mente ,  ove  fa  residenza  , 
Girai  a  quella  che  somma  piagenza 
Mi  saettò  p^r  gli  occhi  dentro  a4  core . 

Poi  sei  nata  d^  amore  ancella  nuova 
!>'  ogni  virtù  dovresti  essere  ornata , 
Dovunque  vai  dolce,  savia,  ed  intesa:    ' 
La  tua  vista  ne  fa  perfetta  fede , 
Però  dir  non  ti  compio  V  ianbasciata. 
Che  spero  s* hai  del  mio  intelletto  presa»  (i) 
E  tu  la  vedi  nel  tuo  viso  accesa .  (2) 
Non  dicer  motto  se  fusse  adirata , 
Ma  quando  la  vedrai  umiliata 
Farla  soave  senza  alcun  timore  • 

Quando  cortesemente  avrai  parlato 
Con  bello  inchino ,  e  con  dolce  salute 
Alla  serena  fronte  di  beltate , 
Apprendi  suo  responso  angelicato, 
Che  muove  lingua  di  gentil  virtute 
Vestuta  manto  di  soavitate; 
Se  l*è  in  piacer  d'avermi  in  potestat^ 
Non  fia  suo  viso  colorato  in  grana 


(i)  Nel  Cod.  A.  81  legge  a  questo  verso  la  se- 
guenti^ correzion  marginale  :  Che  spero  sei  del  mio 
intelletto  appresa . 

(2)  Il  Teseo  del  Cod.  A.  porta  :  nel  suo  viso  ac 
cesa  . 


85 
Ma  fia  negli  occhi  suoi  uuiile  e  pi^na , 
E  palidetta  quasi  nel  colore . 

Appresso  che  lo  tuo  dir  amoroso 
Prenderà  la  sua  mente  con  paura 
Del  pensoso  membrar  che  amor  le  dona  , 
Dirai  com'  io  son  sempre  desioso 
Di  far  li  suo*  piacer  oltre  misura 
Kentre  la  vita  mia  non  m*aM)andona. 
Di* che  amor  meco  sovente  ragiona, 
Che  fu  principio  d'està  benvoglienza 
Quei  che  la  mente ,  e  '1  core ,  e  mìa  potenza 
Ha  messe  in  signoria  dei  suo  valore. 

Tu  vederai  la  nobil  accoglienza 
Nel  cerchio  delle  braccia  »  ove  pietade 
Ripara  con  la  gentilezza  umana: 
£  vederai  (t)  sua  dolce  intelligenza 
Nelli  atti  suoi  se  non  parla  villana: 
£  vederai  meraviglia  sovrana 
Gom*  en  (2)  formate  angeliche  bellezze , 
E  di  nuovi  miracoli  adornezze» 
Onde  amor  traggo  V  altezza  d*  onore  . 

Muovi  »  ballata,  senza  far  sentore, 
£  prenderai  1*  amoroso  cammino; 
Quando  sei  giunta  parla  a  capo  chino , 
Non  mi  donar  di  gelosia  errore  . 


(1)  Vederai .  Nel  Cod.  A.  è  corretto  in  mf^rgine 
udirai . 

(2)  En^  Enno  ,  ed  anche  Enp  son  voci  antiche  per 
sono  terza  persona  del  più.  V.  Ubaidint  Tav  al 
Bavb.  a  queste  voci .  Nel  concado  si  mantiene  tuc^ 
torà  l'uso  di  esse,  come  ha  osservato  il  Marrini 
nellii  Noce  al  Lamento  di  Cecco  da  Varlungo  p.  i65. 


86 

» 

Dello  stesso  .  Val  Codice  P . 

Io  sono  amor  ,  che  per  mia  libertade 
Venuto  sono  a  voi ,  donna  piacente  »  . 
Che  al  mio  leal  servente 
Sue  grave  peii'5  deggiate  allegcfiare. 

Madonna  ,  e'  non  mi  manda  ,  e  questo  h  certo , 
Ma  io  veggendo  il  suo  forte  penare, 
E  l' angosciar  che  il  tene  in  maleanza  , 
Mi  moséi  con  pietanza  a  voi  venendo. 

Che  sempre  tiene  suo  viso  coverto  , 
£  gli  occhi  suoi  non  finan  di  plorare  , 
E  lamentar  di  sua  debil  possanza  , 
Merzede  alla  sua  manza  e  a  me  cherenda. 
Per  voi  non  mora  poi  eh*  io  lo  difendo  , 
Mostrate  in  ver  di  lai  vostra  allegranza , 
Sì  eh*  aggia  beniuanza  : 
Merzè ,  se  '1  fate  ancor  porria  campare  « 

Non  si  convene  a  me»  gentil  signore 
A  tal  messaggio  far  mala  accoglienza. 
Vostra  presenza  vo*  guiderdonare , 
Sì  come  suol  usar  buona  ragione  . 
Veniste  a  me  con  sì  libera  core , 
Di  vostro  servo  avendo  cordoglienza  : 
Gran  coDOscenza  lo  vi  fece  fate  , 
Ond'  io  va'  dare  al  suo  mal  guarigione. 
Portategli  lo  cor  eh*  avea  io  prigione, 
E  da  mia  parte  gli  date  allegranza; 
Che  atea  fermo  a  sua  manza 
Di  buono  amore  puro  da  laudare . 

Mille  merzè  ,  gentil  donna  cortese  , 
Del  buon  responso  »  e  del  parlar  piacente. 
Che  interamente  m' avete  appagata^ 


«2 

£  adoblato  (i)  mia  domandagione  • 

Sì  che  in  ver  voi   non  posso  usar  riprese: 

Glie  inai  non  trovai  donna  sì  valente  » 

Che  suo  servente  abbia  sì  meritato, 

Ciì'  è  suscitato  da  morte  a  prigione. 

Donne  e  donzelle  ,  che  amate  ragione^ , 

Or  ecco  donna   di  gran  valentia  , 

Che  per  sua  cortt^sia 

Vuole  suo  servo  sì  guiderdonare. 

Dello  stesso.  Dal  Codice  P. 

Nel  vostro  viso  angelico  amoroso 

Vidi  i  begli  occhi  ,  e  la  luce  brunetta  , 
Ghe*n  vece  di  saetta 
Mise  pe*  miei  lo  spirito  vezzoso. 
Tanto  venne  in  suo  abito  gentile 
Quel  nuovo  soiritel  nella  mia  mente 
Che  M'  cor  s'  allegra  della  sua  veduta  . 
Dispose  (3j  qui  T  aspetto  signorile  ^ 
l'arlando  u'  sensi  tanto  umilemente 
Ch*  ogni  mio  spirito  allora  il  saluta  . 
Or  hanno  le  mie  membra  conosciuta 
Di  quel  signore  la  sua  gran  dolcezza  , 
£  il  cor  con  allegrezza 
1/  abbraccia  poi  che  *1  fece  virtuoso  .  (3) 

fi)  Adoblato  ,  da  adohlare  ^  raddoppiare  -,  come  do- 
Mare  ,  e  dobbrare  significanti  lo  stesso  .  V.  Bottari , 
Nota  218.  alle  Lctt.  di  Fra  Guitt. 

(2)  Dispose 9  cioè  depose.  Nel  Cod.  32-  Plut.  pc. 
della  Laurenziana  ,  Dispuose  giù  ec. 

(3)  Prima  di  lasciare  le  Poesie  di  Lapo  Gianni 
stimo  bene  di  fare  qualche  osservazione  sulla  bel- 
la Canzone  di  lui  stampata  per  la  prima  volta  dal 
Scrassi  in  Roma  nel  1774*  insieme  con  altre  poche 


88 

Di  Gianni  Aljani  Cittadino  Fiorentino 

Dal  Codice  P. 

Guato  una  donna  dov*  io  la  scontrai , 
Che  con  gli  occhi  mi  tolse 
Il  cor  quando  si  volse 
Per  salutarmi ,  e  no  mei  rendè  mai. 


Poesie  d*  aleniti  antichi  Rimatori  Toscani  >  le  quali 
il  trovano  nel  Voi.  3.  della  Raccolta  intitolata  r 
Anecdota  litteraria  ex  MSS.  codicihus  eruta . 

Il  S'crassi  stampa  cosi  i  verdi  i6.  e  17.  della  pri« 
ma  strofe  : 

Che  amor  non  debbe  voler  per  ragione 
Ch*  io  merto  perda  per  lo  buon  servire  ec. 

Il  Codice  P.  ha  questi  due  versi  com«  gli  pone 
il  Serassi  »  ma  poi  gli  corregge  con  un  ovvero  scri- 
vendo : 

Che  amor  non  dee  voler  per  ragion  cb'  io 
Merito  perda  per  lo  buon  servire .  -, 

Esaminando  1'  andamento  delle  strofe  si  vede  che 
dovca  scegliersi  la  seconda  lezione;  perciocché  ia 
tutte  il  verso  ló.  rima  col  12. ;  e  nella  prima  le- 
zione vi  sarebbe  la  vnc*^  ragione^  che  non  rimereb- 
be con  alcun  verso  delta  strofe,  il  che  non  si  può 
supporre  aver  fatto  il  Poeta . 

Nel  fine  della  Canzone  termina  il  Serassi  la  li- 
cenza ,  Canzon  mia  riuo\*a  &c.  al  verso  [5.  Che  se 
p*-ima  si  muor  vostro  è  il  peccato.  Nel  Codice  P. 
seguit'iuo  altri  tre  versi  che  riducono  la  strofe  del- 
la licenza  al  medesimo  numero  ed  ordine  di  versi 
delle  antecedenti  :  ed  oltre  a  ciò  segue  nuovo  in- 
dirizzo di  versi.  14*  Non  so  se  il  Serassi  tralascias-' 
se  prima  i  tre  versi  della  licenza  perchè  il  senti* 
mento  gli  paressre  meschino ,  e  poi  il  secondo  in- 
dirizzo perchè  fuor  di  regola  delle  Canzoni:  ovve- 
ro perchè  tutto  questo  pezzo  mancasse   al  suo  Co- 


«9 

Io  la  pur  miro  là  dov*  io  la  vidi , 
E  veggiovi  con  lei 
Il  bel  saluto  che  mi  fece  allora  ,    ' 
Lo  quale  sbigottì  sì  gli  occhi  miei 
Ch*  egl'  Incerchiò  di  stridi 
L'  anima  mia  che  li  pingea  di  fuori;  (i) 

dice.  Comunque  ciò  sia,  io  aggiungerò  questi  ver- 
si »  o  buoni  o  cattivi ,  o  regolari  o  \vTegol^Xi  che 
sieno  . 

E  non  vi  varrà  più  aver  pierate, 
Che  se  per  voi  servendo  e' fosse  morte 
Poco  varrebbe  poi  darli  conforto  . 
E  tu  martoriata  mia  sofFrenza , 
Con  questa  mia  figliuola  va'  plorando 
Avanti  a  quella  donna  ove  ti  mena. 
Quando  sei  giunca  dirai  sospirando: 
Madonna ,  il  vostro  servo  ha  tanta  pena 
Che  se  voi  non  avete  provedenza , 
Io  '1  lasciai  con  sì  debole  potenza  f 
Ched  ei  non  crede  mai  veder  Fiorenza . 
E^  in  suo  soccorso  lo  spirito  mio  , 
Però  da  San  Miniato  si  parti o  , 
Ed  io  che  sua  difetta  sono  stata 
Noi  posso  più  difender  affannata  . 
Dunque  vi  piaccia  lui  e  me  campare» 
Madonna,  se  mercè  volete  fare.  .  * 

(i)  L*Uba1dtni  Tav.  al  Barb.  v.  pinge^  cita  que»' 
sto  passo  dell' Alfani  con  qualche  diversità  di  U- 
zione  e  di  giacitura  di  versi  cosi  : 

Lo  qtial  sbigottì  sì  gli  occhi  miei 

Ch*  egli  incer.rhiò  di  stridi  V  anima  mia  f 

QC  egli  pingea  di  fuor  e  00. 

L*Ubaldini  al  secondo  verso  soggiunge:  leggo  aU 
ma.  Non  trovo  ragione  d'abbandonare  la  lezione 
e  la  disposizione  del  Codice;  solo  in  vece  dimori 
leggo  jiiora . 


Perchè  sentiva  in  lui  venire  umilef* 

Un  spirito  gentile 

Che  le  diceva  :  ornai 

Guata  costei ,  se  no  tu  ti  mofrai . 
Amor  vi  vien  colà  dov'  io  la  miro 

Ammantato  di  gioia 

Nelli  raggi  di  luce  cb*  ella  spande , 

E  contami  che  pur  convien  eh*  io  muoia 

Ver  forza  d*  un  sospiro  » 

Che  per  costei  debbo  fare  sì  grande 

Che  r  anima  smarrita  s*  andrà  via  . 

Ahi  !  beila  donna  mia . 

Sentirai  tu  que*  guai  ? 

Che  te  ne  incresòa  quando  li  udirai . 
Tu  sei  stata  oggi  mai  sett'  anni  pura  » 

Danza  mia  nuova  e  sola  , 

Cercando  il  mondo  d*  un  che  ti  vestisse . 

Ed  hai  veduto  quella,  ehe  m*  im:baia 

La  vita  y  star  pur  dura  , 

E  non  pregar  alcun  che  ti  coprisse  . 

Però  ti  convien  gire  a  lei  pietosa  ,  (i) 

E  dirle  :  io  son  tua  cosa. 

Madonna ,  tu  che  sai 

Fa'  eh'  io  sia  ben  vestita  di  tuo'  vai . 
Se  tu  mi  vesti  ben  questa  fanciulla , 

Donna  »  uscirò  di  culla  , 

E  saprò  s*  io  serrai 

Alcuna  roba  vaia ,  si  V  avrai . 


(i)  Qttesto  verso  intero  manca  nel  Cod.  P.  Io  lo 
testituiflco  prendendolo  dal  Cod.  A. 


tìeUo  Hesso .  Dal  Codice  P. 


9» 


fialiatetta  dolente  , 

Va*  mostrando  il  mio  pianto, 

Che  di  doÌQr  mi  cuopre  tutto  guanto. 

Tu  te  lì*  andrai  in  prima  a  quella  gioia , 
Per  cui  Fiorenza  luce ,  ed  è  pregiata  , 
£  queta mente  che  non  le  8Ìa  noia 
La  priega  che  t*  ascolti ,  o  sconsolata  : 
Poi  le  dirai  affannata 
Come  m*  ha  tutto  infranto 
Il  tristo  bando  ,  che  mi  colse  al  canto  .  (l) 

S'  ella  si  volge  verso  te  pietosa 
Ad  ascoltar  le  pene  che  tu  porti 
Traendo  guai  dolente  e  vergognosa 
Lei  piangi  (2)  come  gli  occhi  mia  son  morti 
Per  gli  gran  colpi  e  forti  ^ 
Cije  ricevetter  tanto 
Da*  suoi  nel  mio  partir ,  che  or  piango  io  canto . 

Poi  fa*  sì  eh'  entri  nella  mente  a  Guido  , 
Perch'  egli  è  sol  colui  che  vede  amore  , 
£  mostrali  lo  spirito  eh'  un  strido 
Me  trae  d*  angoscia  del  disfatto  core  :  (3) 
E  se  vedrà  '1  dolore 
Che  *1  distrugge  ,  mi  vanto 
Ghcd  e*  ne  sospirrà  di  pietà  alquanto . 

(1)  Mi  colse  al  canto.  Cogliere  o  giugnere  il 
canco  significa  prendere  con  inganno  o  a  tradimen- 
to ,  .come  fa  chi  aspetta  alcanu  ciietro  al  canto  d' 
una  stratla  . 

(2)  Piangi,  Resto  in  dubbio  se  debba  leggersi  pm- 
gi)  cioè  dipfngi  o  esponi  a  lei  come  ec. 

(3)  A  me  noa  si  mostra  chiaro  il  senso  di  que- 
sto verso  .  Forse  dovrà  leggersi ,  in  vece  di  me  trae  ^ 
ne  trae,  oppure  metttae ,  oioè  mecterk. 


Dello  stesso,  tìàl  Codice  P. 

Quanto  più  mi  disdegni  più  mi  piaci  . 

Quando  tu  mi  di*  ,  taci  , 

Una  paura  nel  cor  mi  discende 

Che  dentro  un  pianto  di  morte  v*  accende / 
Se  non  t' incresce  di  veder  morire 

Lo  cor  che  tu  m'  bai  tolto  » 

Amor,  r  ucciderà  quella  paura, 

Che  accende  il|)ianto  del  crude!  martire , 

Che  mi  spegne  del  volto 
,  L'  ardire  in  guisa  che  non  s*  assicura 

Di  volgersi  a  guardar  negli  occhi  suoi  ; 

Però  che  sente  i  suoi 

SX  gravi  nel  finir  che  li  contende ,  (i) 

Che  non  gli  può  levar,  tanto  gì*  incende. 

Dello  stesso.  D(d  Codice  P. 

Se  quella  donna  ,  ched  io  tengo  a  mente , 
Atasse  il  suo  servente , 
Io  sarei  ribandìto  ora  a  Natale, 
Ma  io  so  certo  che  non  gliene  cale . 

Però ,  parole  nate  di  sospiri , 
Ch*  escon  del  pianto  che  mi  fende  U  core , 
Sappiate  ben  cantar  de*  mie*  martir) 
La  chiave,  che  vi  serra  ogni  dolore, 
A  quelle  donne  che  hanno  il  cor  gentile  v 
Sì  che  parlando  umile 

(i)  Verso  o^uro  ,  da  cut  malamente  si  cava  co*^ 
strutto.  Leggendo  eh* elli  in  vece  di  che  li  si  pò* 
trcbbe  intender  così:  Però  che  sente  i  suoi  occhi  sì 
affaticati  nel  finire  ciò  eh*  ^li  si  sforza  di  fare  > 
cioè  di  vincere  la  paura  ^  e  fissare  gli  occhi  in  que' 
gli  della  sua  donna  ,  che  non  gli  può  ec. 


9^ 

Freghili  colei ,  per  cui  ciascana  vale , 

Che  faccia  tosto  il  mio  pianto  mortale. 
6*  ella  fa  lor  questa  grazia ,  eh'  io  chieggio , 
Colui  che  per  mio  peggio 
Non  lascia  partir  V  anima  dal  male 
Perderà  quella  prova  dov*  e*  sale  . 

Di  Guido  GuinizeUi.  Dal  Codice  P. 

Sì  son  io  angoscioso  e  pien  di  doglia 
E  di  molti  sospiri  ,  (i)  e  di  rancura 
Che  non  posso  saper  quel  eh*  io  mi  voglia , 
Né  qual  possa  esser  mai  la  mia  ventura . 

Disnaturato  son  come  la  foglia 

Quando  è  caduta  della  sua  verdura  ; 
E  tanto  pih  che  m*  è  secco  la  spoglia  ^ 
E  la  radice  della  sua  natura  . 

6i  eh'  io  non  credo  mai  poter  gioire. 
Né  convertir  la  mia  discoufortanza 
In  allegranza  di  nessun  conforto.  (2) 

Soletto  come  tortora  vo'  gire  , 
Solo  patir  mia  vita  in  disperanza 
Ver  arroganza  di  così  gran  torto  . 


(i)  La  parola  sospiri  mancava  al  Cod.  P.  Si  sap- 
pllsce  col  Cod.  37.  Plut.  90.  della  Laurenziana  ,  • 
ne  professo  obbligo  al  dotto  Sig.  Gaspero  Bencini 
sottobibiiotecario  della  medesima  . 

O2)  Questo  terzetto  è  riportato  nella  Nota  870. 
alle  Lett.  di  Fra  Guittone,  e  nella  Nota  prima  al 
Volgarizzamento  del  Trattato  di  Tullio  sull*  ami- 
cizia . 


94 

Dello  stesso.    Dal  Codice  P.  (i) 

Gentil  donzella  dì  pregio  nomata 
Degna  dì  laude  e  di  tutto  1'  onore, 
Che  par  dì  voi  non  fue  ancora  nata, 
Né  sì  compita  di  tutto  valore. 

Pare  eh*  in  voi  dimori   ogni  fiata 
Jja  deità  dell'  alto  Dio  d'  Amore    . 
Di  tutto  comiHtnenui  sete  nata  ,  (2) 
E  d'  adornanz.a  e  di  tutto   bellore. 

Che  '1  vostro  lume  dà  sì  gran   lumera 

Che  non  è  donna  eh*  aggia  in  se  licitate  . 
Glie  a  voi  d* avanti  non  s'oscuri  in  cera  , 

Per  voi  tutte  bellezze  so  affinate  , 

E  ciascun  fior  fiorisce  (3)  in  sua  maniera 
Lo  giorno  quando  voi. vi  dimostrate  . 

■ 

Ddlo  stesso.  Dal  Codice  P. 

Che  cuor  avessi  mi  potea  laudare 
Avanti  che  di  voi  fossi  ^moroso  ; 
Ed  or  s'  è  fatto  ,  per  troppo  adattare  (4) 
Di  voi  è  di  me,  fero  ed  orgoglioso  . 

Che  sovent'  ore  mi  fa  svariare 

(1)  Nel  Codice  A.  e  po^ta  in  frante  a  questo  So- 
netto la  seguente  nota:  Secondo  il  testo  del  Bembo 
questo .  Sonetto  è  di  Maestro   Rinuccino  . 

(2)  Nata .  Nel  Cod.  A,  si  legge  ornata ,  il  che 
giova  così  al  senso,  come  alla  rima<  Ornata  ha  pu- 
re il  Cod.  37.  Plut.  ^o.  della  Laurenziana. 

(3)  E  ciascun  fior  fiorisce .  Una  correzion  margi- 
nale del  Cod.  A.  ci  dk ,  E  ciascuna  fiorisce  ,  che 
torna  meglio . 

(4)  Adastarvy  voce  antica  che  significa  trattenersi 


95 
Di  ghiaccio  in  foco  ,  e  d'ardente  gielosO}(i) 

£  tanto  mi  profonda  nel  pensare 

Che  sembro  vivo  ,  e  morto  vo  ascoso  . 

Ascosa  morte  porto  a  mia  possanza  , 
E  tale  nimistade  aggio  col  core 
Che  pure  di  battaglia  mi  minaccia  . 

£  chi  ne  vuole  aver  ferma  certanza 
Risguardimi  ,  se  sa  legger  d'  amore  , 
Gh*  io  porto  morte  scritto  nella  faccia  . 

Dello  stesso.  Dal  Codice  P. 

Fra  r  altre  pene  maggior  credo  sia 
Por  la  sua  libertate  in  altrui  voglia  . 
Lo  saggio  dico  pensa  prima  via 
Di  gir  che  vadia  che  non  trovi  scoglia  . 

Uomo  eh*  è  preso  non  è  in  sua  balia ,  (2) 
Gbhveneli  obbedir  ,  poi  n*  aggia  doglia , 
Gh*  a  auge!  tacciato  dibattuta  è  ria  ,  (3) 
Ghe  pur  (4)  lo  stringe,  e  di  forza  lo  spoglia  . 

In  pace  adunque  porti  vita  e  serva 
Ghi  da  signore  alcun  merito  vuole  * 
A  Dio  vie  più  y  che  voluntate  chete  * 

E  voi  Messer  ,  di  regola  conserva  ;  (5) 

(1)  Gieloso  ,  da  gielo  ,  qu)  vale  gelido ,  ed  è  con- 
trapposcp  d*  ardente . 

(2)  Nella  Tavola  ai  Gradi  di  S.  Girolamo  p.  102. 
fi  cita  questo  verso  tratto  dalla  Raccolta  del  Redi 
così  :  Omo  ,  eh  è  priso  y  non  èr  Vi  sua  bailia . 

(3)  Ho  corretto  questo  verso  col  mezzo  del  Co- 
dice A.  trovandolo  assai  malconcio  nel  Codice  P. 

(4j  Pur»  Ambedue  ,i  Codici  hanno  pur.  Propon- 
go che  HI  consideri  f?e  torni  meglio  legger  più. 

(b)  Per  me  que^o  verso  è  affatto  inintelligibile. 
Per  cavarne  un  poco  di  senso  leggerei:  Avoi^Mes" 
'Ser  y  di  regola  ciò  serva  . 


Pensate  allò  proverbio  »  che  dir  suole  : 
A  buon  servente  guiderdon  non  pere. 

Dello  stesso.  Dal  Cod.  P.  (i) 

Tegno  di  folle  impresa  ,  allo  ver  dire  , 
Chi  s^  abbandona  ver  troppo  possente  ; 
Sì  come  gii  occhi  miei ,  che  fer  rismire  (sfe) 
In  ver  di  quelli  della  più  avvenente  ^ 
Che  sol  pej  lor  son  vinti  (3) 
Senza  eh'  altre  bellezze  lor  dien  forza  : 
Ghe^  a  ciò  far  Qono  spinti 
Sì  come  gran  baronia  di  signore 
Quando  vuole  usar  forza 
Tutto  8*  appresta  in  donarli  valore  . 

Di  sì  forte  valor  lo  colpo  venne 
Che  egli  noi  ritenner  di  neente  ,  (4)         , 

(1)  Nel  Codice  A.  questa  Canzone  si  dice  tratta 
dal  Testo  del  Bembo  e  del  Brevio . 

(2)  Rismire.  Il  Codice  A.  ci  presenta  questa  Vft- 
ria  lezione  nel  testo:  Non  feron  gli  occhi  eh*  esser 
rismire  :  e  poi  nel  margine  due  cotrezioni  *,  la  pri- 
ma :  Siccome  gli  occhi  miei  che  fer  sue  mire  )  la  se- 
conda :  che  fecer  smire.  Rì.spetco  «Ila  seconda  non 
no  (londe  venga  smire ,  se  non  forse  da  sniirare ,  cioè 
pulire»  ma  non  quadra.  La  prima  e  il  testo  non  mi 
pprsu9.dono  ad  abbandonare  la  lezione  del  Codice  P. 
Siccoft>e  abbiamo  riguardare  e  rìsguardare ,  così  gli 
antichi  avranno  avuto  rimirare  e  rismirare.  E  se  da 
risguardaire  nasce  risguardo ,  da  rismirare  può  esser 
nato  il  nome  rismira. 

(3)  L*  Ubaldini  nella  Tav.  al  Barb.  v.  En  ,  cita 
questo  verso  e  il  seguente  con  qualche  varietà  co- 
sì :^  Che  solo  per  loro  en  vinti  Senza  eh*  altre  bel" 
lezze  le  dia  forza. 

(4)  Il  Codice  A.  Che  fili  occhi  noi  ritenner  di 
fieente .  Cosi  il  Lautenziano  sopra  citato . 


9? 
Ma  passò   dentro  al  cor  ,  che  lo  sostenno  , 

E  sentissi  piagato  duramente  . 

E  poi  gli  rendè  pace  , 

Sì  come  è  troppo  aggravata  cosa  » 

Che  pon  in  letto  e  giace  ; 

Ed  ella  non  si  cura  di  neente  » 

Ma  vassen  disdegnosa 

Che  si  sente  alta  e  bella  ed  avventosa  .  (i) 
Ben  si  può  tener  alta  quanto  vuole 

Che  la  più  bella  donna  è  cJmTsì  trove  , 

Ed  in  fra  V  altre  par  lucente  sole  , 

E  falle  disparere  a  tutte^rove  . 

Che  'n  lei  enno  adornezze  ,  (2) 

Gentilezze»  saver,  e  bel  parlare, 

£  compiute  bellezze  ; 

Tutto  valore  in  lei  par  che  si  metta  . 

Posso  in  breve  contare  : 

Madonna  è  delle  donne  gioia  eletta  . 
Ben  è  gioia  eletta  da  vedere 

Quando  apparisce  ce  ...  (3)  e  adorna 

Che  tutta  la  rivera  fa  lucere 

E  ciò  che  r  ed  (4)  in  cerchio  allegro  torna. 

(()  Meglio  assai  il  Codice' A.  Che  si  vede  alta  e 
bella  ed  avvenente .  Così  il  Laurenziano  s.  e. 

(2)  L' Ubaldini  Tav.  al  6arb.  v.  Eno  cita  così: 
Chel  lei   eno  adornezze  ,  Gftntilezze  ,  e  bel   parlare  . 

(3)  Il  Cod.  A.  nel  testo  ha  cesmata  ,  e  in  margi- 
ne questa  correzione:  Qì^ando  appare  in  fra  V  altre 
più  adorna .  Il  testo  non  lo  intendo ,  e  la  correzio-* 
ne  mi  pare  troppo  lontana.  Non  saprei^ immagina- 
re altra  correzione  che  leggendo  gemmata  .  Il  Cod^ 
Laurenziano  legga  come  la  correzion  marginale. 

(4)  E'd.  E^  cosa  assai  conìune  la  d  posta  per  ap- 
poggio ad  una  vocale  per  isfuggire  il  concorso  d* 
un'  altra  vocale  ,  che  segue  »  cosa  praticata  pur  dai 
Latini  :  ma  posta  all'  è  verbo  io  non  aveala  trovata 


V 


98 

La  notte  se  apparisce  , 

Come  di  giorno  il  sol  rende  splendore  , 
Così  1*  aere  sclarisce  , 

Onde  il  giorno  ne  porta  grande  inveggìa,(i) 
Gh'  ei  solo  bave  il  chiarore 
Ed  or  la  notte  igual mente  lampeggia  . 
Amor  m*  ha  dato  a  madonna  servire  , 
O  voglia  io  o  non  voglia,  cosi  este ,  (2) 
Né  saccio  certo  ben  ragion  vedere  (3) 
Di  .come  sia  caduto  a  'ste  tempeste: 
Da  lui  (4)  non  ho  sembiante  , 
Ed  ella  non  mi  fa  vista  amorosa 
Pf^rch"  eo  divenga  amante  , 
Se  non  per  dritta  forza  di  valore  , 
(ihe  la  rende  gioiosa , 
Onde  mi  piace  morir  per  suo  amore. 


ancora.  Confesso  che  il  verso  potea  leggersi  così: 
E  ciò  che  V  e  d*  incftrchio  allegro  torna  ,  perciocché 
forse  si  dice  ì'  incerchio  come  si  dice  d' intorno  . 
Ho  notato  queste  due  diverse  maniere  affinchè  il 
Leggitore  scelga  qua]  più  gli  piace  .  Il  Laurenzia- 
no  s.  e.  clielle  dincerchio, 

fi)  Inveggmy  voce  antica,  che  significa  invidia. 

(2)  Ette^  voce  Latina  come  pitta,  ed  altre  che 
facilmente  s' introducevano  nel  dirfeorso .  Rem  si 
trova  ne' Docum.  del  Barb.  p.  '2iy. 

(3j  Vedere,  Dovrebbesi  legger  vedire  per  rimar 
con  servTro.  Ma  sa  queste  rime  false  degli  antichi 
vedi  Ubaldini  1.  e.  v.    Altri,  v.  Estro,  e  v.  Sairta  . 

(4j  II  CodUce  A .  Da  lei .  Non  lascerei  la  lezio- 
ne del  Cod.  P.  riferendo  il  pronome  ad  Amore  , 
che  non  gli  dà  segno  ec. 


(  Sarà  continuata .  ) 


9g 

Memoria  intorno  al  risorgimento  delle  belle  Arti 
in  Toscana ,  e  ai  ristoratori  delle  medesime 
del  Ch.  Sig.  Canonico  Domeoicp  Q!|urt:in .  (i) 

JL  anta  è  la  gloria  proireouta  alTItalìa  dal- 
le Lettere  y  e  T  Arti ,  che  sempre  è   stata    va- 
sto, e  dilettevole  argomento  agli  scritti  di  mol- 
ti. Qua!  altra  nazione  infatti»  dirò  delle   mo- 
derne, pub  darsi  vanto, come  la  nostra,  di  tan- 
ti ,  e  sì  fatti  poeti?  Stupisco  quando  cademi  in 
mente,  che  tra  noi  fiorirono  un  Dante,un  Pe- 
trarca, r  Ariosto  y  il  Tasso,  (  ne  ometto  molti 
secondoonore  per  noi,  forse  primo  per  altri  )di 
cui  per  un  solo  potevamo  venire  in  rinomanza , 
qual  per  Omero  è  la  Grecia,  il  Lazio  per  Vir- 
gilio. Né  qui  mi  arresto  col  mio  pensiero .  Con- 
sidero, che  per  esser  tutti  nobilissimi  cantori, 
pure  in   universale   son   eglino   assai   diversi  , 
onde, se  è  vero  che  la  natura  dei  grandi  Scrit- 
tori» de' primi  poeti   in  ispecie,  quella    palesi 
della  loro  nazione,    una  bella  pruova   si    trae 
del  vasto,  e  perspicace  ingegno  degi' Italiani , 

(l)  Questa  dotta  Memoria  può  servine  dt  una  bre- 
ve istoria  delle  tré^  Arti  belle  in  Toscana  ,  e  spe- 
cialmente in  FirenzeL.  Essa  per  alcuni  pochi  Cileni- 
plarL  impressa  ora  aeparacamente ,  si  vedrà,  fra  non 
molto  unita  a  due  Vite  di  Ser  Brunellesco^  del  Bai- 
dinucci  V  una,  e  l'altra  d*  un  Anonimo  contempo- 
raneo a  BCt  Filippo,  ambedue  di  grande  utilità  ,6 
non  pubblicate  gìan^mai .  Spesso,  spesso  il  Ch.  Sig. 
Moreni  scopre  dei  tesoretti  letterarj ,  e  donagli  ai 
dotti,  che  gliene  sanno  buon  grado. 


lOO 

(B  deir esteso  lor  sentimento.  Tutto  questo* pia 
si  conferma  se  delle  Arti  si  parli. 

Ha  per  esempio  la  Pittura  un  Vinci ,  un  Buo- 
narruoti,  un  Raffaello,  ut}  Correggio,  un  Ti- 
ziano, ed  altri  molti,  tutti  sommi  maestri,  e 
pur  var)  fra  loro ,  sì  che  rassembra  che  quasi 
ad  imitare  non  avanzi  pii^  di  natura .  Anzi  nel- 
la sua  ampiezza  è  tanto  acuto  e  delicato^al  bel- 
lo il  senso  Italiano,  che  vi  bau  degli  Artisti, 
in  particolare  di  seconda  schiera,  in  un  tal  mo- 
do differenziati ,  che  i'  occhio  erudito  lo  vede  ^ 
r anima  il  sente,  ma  la  lingua  a  gran  pena 
r  esprime'.  Mi  sono  avvisato  di  argomentare  la 
grandezza  d'Italia  dalle  Lettere,  e  V  Arti  sol- 
tanto ,  ed  ho  tralasciate  le  Scienze .  Se  non  che 
anco  in  queste  avendo  ella  con  altri  molti  il 
divin  Galileo  dubito  fortemente,  ohe  per  ogni 
conto  non  debba  reputarsi  la  nuova  Grecia  del 

mondo. 

Questa  nostra  grandezza  pertanto,  com*  io 
diceva  poc'anzi,  ha  sempre  destato  molti  Scric- 
tori  a  narrarla,  fra  i  quali  tieu  dignitoso  luo- 
go il  Sig.  Canonico  Moreni.  Dotto  come  egli 
è  nelle  patrie  istorie  ,  pur  da  lui  con  molte  o- 
pere  illustrate,  ha  scritto  l'accennata  memoria 
del  risorgimento,  e  dei  ristoratori  delle  tre 
Arti  in  Toscana ,  parte  per  avventura  la  mi- 
gliore d'Italia.  Comincia  il  N.  A.  da  Cima- 
bue  ,  ed  esaminando  la  priorità  di  tempo  fra 
esso.  Guido  Senese,  e  Giunta  Pisano ,  per  sal- 
de autorità  sembragli,  ed  a  noi  pure  il  sembra, 
che  il  Fiorentino  sia  primo  a  pingere  di  nuo- 
va maniera ,  abbandonati  gli  esempi  dei  Gre- 
ci,  cioè  di  quella  nazione ,  che  più  d'ogni  al- 
tra intese  un  tempo  la  natura,  e  allora  (tanto 


lOI 

possono  sugl'ingegni  le  vicende  d'impero)  era 
rovinata  in  una  compassionevole  ignoranza  ,  e 
rozzezza.  Ola  quand*  anche  rispetto  a  Gimabue 
*rimangavi  dubbio ^  né  Siena,  né  Pisa,  riflette 
il  N.  A. ,  possono  in  quei  tempi  opporre  a  Fi- 
renze,  pittore  di  Giotto  più  eccellente.  £gH  è 
colui  che  per  detto  dell*  Alighieri  oscurò  la  fa- 
ma di  Cimabue,  che  giunse  secondo  il  Boc- 
caccio ad  ingannare  il  visivo  senso  degli  uomini , 
tanto  è  per  quella  età  morbido,  tanta  affezio- 
ne delineò  nei  volti,  tanto  per  Tiscesso  Buo- 
narroti ancora  dipinse  al  vero  simigliante;  si 
che  y  se  non  m*  inganno ,  parmi  la  causa  del 
grand* incremento  della  Pittura  sotto  Masaccio, 
ed  un  avanzato  principio  della  di  lei  perfezio- 
ne sotto  Kaflfaello.  E^  Masaccio  un  sommo  in- 
gegno, ed  arcoglie  tutti  i  pregi  di  rarissimo 
Pittore.  De' suoi  nudi ,  degli  scorti ,  delle  pro- 
spettive stupiva  i!  Vasari.  Negli  aiFreschi  della 
Cappella  dei  Braucacci  sono  tanto  veri,  ed  ac- 
cordati i  colori ,  il  rilievo  è  sì  grande ,  »sl  ac- 
concia l'espressione  dei  volti,  che  sembra  che 
quelle  teste  disgiunte  dal  muro  possano  con  es- 
so voi  parlare.  Come  a  Masaccio  la  naturai 
dipintura,  la  bella  e  sublime  è  dovuta  al  sovra- 
no intelletto  del  Vinci.  E  Michelangelo  Buo- 
narruoti  sebben  sia  detto  daMons.  Freart  il  cat- 
tivo Angelo  della  pittura,  pur  siede  ^  son  paro- 
le del  N.  A. ,  maestoso  a  lato  a  Raffaello  col 
Correggio ,  e  con  Tiziano  negli  annali  della  ri» 
sorta  pittura  ,  e  ad  essi  Jan  corona  un  fra  Bar- 
tolommea^  un  Andrea  del  Sarto  ,  un  Rosso  ,  un 
GhirlanJajo  il  giovine  ,  sommi  luminari  della 
scuola  fiorentina^  per  tatti  i  quali  sopra  1' attr^ 
d'Italia  tiene  ouoranza  di  po&to,   sebbene  gè- 


I02 

neralmente  non  sìa  nel  colorito ,  come  nel  dise- 
gno pregiata  .  A  un  tal  difetto  oggimai  si  va 
riparando  per  i  viventi  pittori,  ed  è  qui,  do* 
ve  il  N.  A.  dà  lunga ,  e  meritata  lòde  ai  va- 
lorosi Artisti  Pietro  Benvenuti  ^  e  Luigi  Sa- 
ba tei  li. 

Se  Cimabue  ,  e  Giotto  la  Pittura,  Niccola  Pi- 
sano ritornò  in  luce  la  Scultura  .  Il  mostra  il  suo 
Bassorilievo  dell'  Inferno,  che  precorse  giusta  i 
più  la  divina  commedia,  e  T  Arca  di  S.  Domenico 
in  Bologna,  che  donogli  il  nome  di  Niccola 
dell'Arca.  IVIa  né  egli,  né  Giovanni  suo  fi- 
glio, ne  Andrea  Pi«ìaiio,  né  Agostino,  né  A- 
gnolo  Sanesi ,  né  Niccolò  d'Arezzo,  cogli  al- 
tri di  quel  tempo ,  sebbene  tutti  imitatori  de' 
Greci  monumenti,  venuti  in  Italia  alla  mina 
deir  Imperio  d'Oriente  poteron  far  opere^  che 
degno  confronto  valessero  a  sostenere  con  le 
compite,  ed  avvivate  dal  greco  scarpello .  So- 
lo a  Donato  Bardi  detto  per  vezzo  Donatello 
fu  questo  concesso  «  Ne  fan  testimonianza  i  mol- 
ti lavori,  che  quk  e  là  si  vedono  per  la  no- 
stra Firenze,  oltre  quelli  che  infinitissimi,  co- 
me afferma  il  Vasari,  in  Padova  lasciò.  Sorse* 
ro  pure  in  fama  non  volgare  un  Filarete,  un 
Beroldo,  un  Benedetto  da  Marano,  un  Baccio 
da  Montelupo,  un  Desiderio  da  Settignano ,  un 
Luca  delta  Robbia  ,  un  Mino  da  Fiesole  ,  ed 
altri ,  finché  si  venne  a  quel  supremo  ingegno 
che  vinseli  tutti ,  e  la  posterità  scoraggiò,  Par- 
1,0  del  Buonarruoti,  di  cui  fé  tanto  dispregio  il 
freddo,  ed  arrogante  Milizia.  Né  mi  dà  ma- 
raviglia. Michelangelo  disdegnoso  del  comttnv 
immaginare  inte^ea  ritrattar  quasi  sempre  quel- 
la parte  di  natura,  che  agli  oechi  altrui  è  la 


io3 
più  strania ,  e  pellegrina .  Altronde  nel  giudi- 
care dell'  Arti  d' imitazione  per  i  principi  meta- 
fisici spesso  addiviene  (  e  chi  è  uso  a  pensare 
lo  pruova  )  che,  anco  intorno  a  coloro,  come 
Omero,  Virgilio,  e  KaiFaello,  che  quella  na- 
tura ci  bau  descritta ,  da  tutti  o  veduta  o  sen* 
tita,  non  si  può  sempre  agevolmente  porgere 
una  pripa  ragione;  ma  per  altro  un  animo  bea 
nato  la  bellezza  vi  scorge,  e  la  contempla.  Or 
che  sarà  delle  opere  del  Buonarruoti ,  nuove  del 
tutto  e  strane ,  ed  e-^aminate  dal  misero  iVIilizia 
che  non  ha  pronto  il  cuore  per  andare,  ove  ma- 
lamente arriva  la  ragione?  £  che  d'altra  par- 
te ha  tanta  baldanza  del  suo  freddo,  e  però 
mal  lido  ragionare  (:),  che  mai  noti  pende  nel 
pronunziar  sentenza?  Se  quel  sublinie  Scultore 
nel  suo  concetto  è  originale  sarà  per  lui  stra* 
vagante  j  se  forte,  aspro ,  o  duro,  se  grande  nel- 
le forme»  caricato  e  grossolano.  Noi  volentieri 
rimandiamo  il  Lettore  al  libro  dell' A.  o^eavrà 
una  lunga,  ed  animata  confutazione  di  queir 
inetto  sofista,  alla  quale  aggiugnendo  egli  le 
Iodi  del  nostro  Sig.  Stefano  Ricci ,  pam  a'  di- 
soorrere  sul!'  Architettura . 

Questa  diificil  Arte  ancora  fu  ri  menata  in 
onore  dagli  uomini  Toscani.  Sono  questi  un 
Arnolfo  di  Lapo ,  un  Fra  Giovanni  da  Cam- 
pi, un  Fra  Sisto,  un  Fra  Ristoro  Domenicano , 

fi)  Nel  giudicar  della  Poesia,  e  dell'Arti  la  ra- 
gione dee  sommettersi  all'interno  sentimento.  In 
ciò  consiste  quel  che  gusto  s'appella  .  Tutti  colo- 
ro, che  amano  di  ragionare,  dovrebbono  persua- 
'  dersi ,  che  quegli  è  maggior  Filosofo,  che  della  Fi- 
losofia nelle  Lettere ,  e  1'  Arti  usa  più  con  tempe- 
ranza. 


!Ò4 

UQ  Giotto»  uà  Michelostzo,  e  T  Orgagna  che 
tolse  air  Arco  il  sesto  acuto,  e  disegnò  rele- 
gante e  magnifica  loggia  de' Lanzi.  Ma  non 
ogni  rozzezza  8*era  tolta  per  anco  dall' Archi-' 
lettura;  finché  nacque  il  Brunellesco,  per  cui 
fu  logata  in  quello  stato,  in  che  la  Pittura  per 
Raffaello.  Emulo  della  greca  semplicità, e  della 
romana  grandezza,  or  con  ardimento^  concet- 
to solleva  queV  gran  monumen^ ,  dì  cui  uQ 
maggiore  non  ne  inventò  la  industria  umana  ^ 
e  piccolo  e  lontano  esempio  ne  dà  l'antichità, 
cioè  la  Cupola  della  Metropolitana  Fiorentina, 
or  con  placido  ed  ameno  disegno  architetta  la 
Basilica  Laureuziana ,  e  quel  tempio  di  S.  Spirito , 
di  cui  fra  la  Cristianità  non  si  ritrova  il  più  va* 
go .  Allievo  del  Brunellesco  fu  Leon  Battista  Al- 
berti ,  che  dall'  avere  scritti  con  eleganza  ed  eru- 
dizione i  dieci  libri  d'Architettura  ebbe  nome 
di  Vitfuvio  Fiorentino.  Né  die  solo  precetti ^ 
anzi  fcon  opere  celebratissime  gli  avvalorò,  6 
sopra  tutte  coif  la  Chiesa  di  Rimini ,  per  cui 
dagli  Scrittori  glie  ne  vengono  copiosissime  lo- 
di. Chiude  ilN.  A.  il  suo  bel  libro,  e  la  Sto- 
ria de'  nostri  Architetti  col  nome  del  divin  Buo- 
fiarruoti.  La  Cupola  di  S.  Pietro  di  Roma,  ed 
altri  edifizj  ivi  per  sua  opera  alzati ,  la  Cappel-» 
la  Medicea  in  S.Lorenzo,  con  la  Biblioteca, 
e  l'Atrio  magnifico  di  essa  fan  testimonianza 
che  in  quest'  Arte  ancora  Michelangelo  per  la, 
nuova  natura  del  suo  ingegno  sepp' essere  ori- 
ginale, grande,  terribile,  e  maestoso.  Solo  il 
Milizia  non  Io  intende,  o  gli  è  maligno,  e  con- 
tro di  lui  pur  non  si  tace  il  chiarissimo  nostro^ 
Autore. 

Antonio  Zannoni. 


' . 


io5 


ALLA  TOMBA  D'  ALFIERI 
SONETTO. 

Oimè ,  chi  può  frenarsi  ?  I  ilanni  tuoi 
Ben  piangi  Italia^  e  riparar  disperi: 
Ahi ,  che  dentro  quest'urna  è  chiuso  Alfieri^ 
Che  il  gran  Coturno  calzò  sol  tra  noi. 

Mal  Grecia,  e  Ijazio  vanteriano  Eroi 
Di  santo  patrio  amor  più  caldi ,  e  fieri. 
Né  mai  sì  grandi,  e  liberi  pensieri 
Virtù  spirò  nel  petto  ai  figli  suoi. 

O  degno  d'altro  secolo,  che  '1  nostro, 
O  Tu ,  '1  cui  canto  com'  aquila  vola  ^ 
Non  sdegnar  se  dinanzi  mi  ti  prostro. 

Dissi,  e  per  l'urna,  come  nom  vivo  fosse. 
Fra  lo  scricchiar  degli  ossi  andò  parola; 
Non  i'intes'io,  ma  tutto  mi  commosse. 


t)l  Giacomo  Lari , 


ì66 

I  «  ■         II.  » 


Polissena   Tragedia   di   Gio.    Batista   Nìccolini 
FiorenUno.  Firenze  presso  Niccolò  Carli  i8ii. 

v^ome  d*  Aulide  i  Greci  non  sciolsero  le 
navi  y  se  il  rege  AgameQQone  noq  sparse  avauti 
il  sangue  della  sua  6glia  Ifigenia,  cosi  pure  to- 
glievasi  loro  alla  patria  ilritoroare,  se  prima 
Achille  fra  i  numi  annoverato  non  onoravano 
con  vittima  umana.  Voleasi  questa  della  regaL 
stirpe  di  Troja ,  dì  cui  con  £cuba  sventurata 
]or  madre  sol  ritoaneano  Polissena,  e  Cassandra  , 
amore  l' una  di  Agamennone,  l'altra  di  Pirro. 
Ai  fin  si  elegge  Polissena,  perchè  Achille  in  un 
certo  tal  modo  dalla  tomba  T addita;  onde  nel 
disegno  che  il  Sig.  Niccoli  ni  «i  formò  della  sua 
Tragedia,  l'ombra  dì  quell'Eroe, (oltreché  ,  se 
poco  0  nulla  move  Pirro,  dà  per  altro  al  po- 
polo sbigottimento,  e  tumulto)  anco  per  quella 
ragione  non  è  punto  oziosa,  contro  quel  che 
ad  alcuni  sembrò .  Esposto  così  T  argomento  del- 
la Tragedia,  ne^anderem  divisando  le  parti. 

K  Polissena  una  donzella  di  un  bello,  e  ge- 
neroso coro,'  ma  non  è  della  rigida  virtù  della 
madre.  Infatti  nella  desolazione  di  Troja, pre- 
sa es«a  da  Pirro,  e  nelle  sue  tende  condotta  , 
sco:isìgiiatamente  invaghisce  di  lui,  cioè  di  un 
fit^rissimo  nemico  della  patria  sua,  e  figlio  di 
quell'Achille  che  ne  portò  la  mina.  Se  tutto 
questo  sa  Polissena,  eppur  l'amore  non  le  con- 
ctìde  esser  forte,  ignora  intanto,  che  sia  Pirro 
del  vecchio  ed  imbelle  suo  padre  lo  spietato  uc- 
eisore.Lo  apprende  dalla  madre,  e  comincia  ad 


t 


102 


Ondeggiare  in  tempesta  di  affetti,  di  pietà,  di 
dolore,  d'odio,  e  d'amore.  Parla  con  Pirro,  lo 
scongiura  ad  abbandonarla,  quindi  discoprendo 
che  essa  è  la  vittima  eletta  dai  Numi  ,dapperse  si 
offre  a  morire,  tenzona  con  Pirro,  che  gliel  vie- 
ta ,  e  porta  l'armi  contro  Ulisse  ,  contro  Calcan- 
te, e  tutti  i  Greci,  che  vorrebbero  svenarla, e 
alfine  quando  si  slancia  per  ferire  Calcante  , 
autor  per  esso  dell'  uman  sagrificio,  ella  si  frap- 
pone, riceve  il  colpo,  e  cade.  Così  placa  l'om- 
bra d'Achille,  e  ammenda  nobilmente  il  dete- 
stato e  colpevole  amore  col  perire  per  quella  de- 
stra ,  che  trucìdolle  i!  padre  (i). 

£'  Pirro  di  animo  ardito,  ed  infiammato.  Ze- 
loso  dell' onor  paterno  freme,  minaccia  quan- 
do il  bugiardo  Ulisse  crii  dice  che  Agamenoo- 
ne  lo  contrasta  .  D'  altra  parte  su  quel  core  gio- 
vanile ha  la  più  gran  possanza  \*  amore.  An- 
nunzia infatti  Calcante,  che  una  delle  figlie  di 
Ecuba  debbe  versare  il  sangue  alla  tomba  d'A- 
chille, ed  ei  temendo  della  sua  Polissena  la  di- 
fende coir  armi ,  e  fa  gran  strage.  L'ombra  del 
genitore  aspramente  lo  rampogna,  ne  ha  spaven- 

(i)  La  morte  di  Polissena  non  è  dunqifft  come  quel- 
la d*  Ifigenia  .  In  questa  donzella  si  opprimeva  V  in- 
nocente virtù,  e  la  di  lei  morte  piottosjlocbè  di 
pietà  dovea  colmar  gli  spettatori  di  sdegno.  Pero 
Euripide  fa  scender  Diana  a  liberarla,  e  il  delica- 
to Racine  dopo  avere  per  gran  pezza  agitato  il  cuo- 
re dei  lettori,  fa  immolare  V  invidt<isa  Enfila,  che 
quasi  fl' è  resa  degna  di  m<'»rte  coli*  aver  congiurato 
ai  danni  deli'  infelice  Ifigenia  .  Onde,  savissimo  ^  e 
tragico  è  stato  il  divinamonto  del  Sig.  Niccolini  di 
far  Polissena  amante  di  Pirro.  Cosi  ella  per  questo 
fallo  perdonato  a'^suoi  anni  noa  Tira,  ma  la  com- 
passione desta  nella  sua  di^^eguale  sventura  .* 


io8 
to ,  ma  breve ,  e  seg^uita  ad  infuriar  fra  i  suoi , 
faceudosi  rebelte  alla  gloria  dei    padre.  E^  ge- 
neroso ,  e  prode  in  armi ,  ma  ne*  suoi  sdegni  men 
provveduto  di  lui. 

E^  Cassandra  una  femmina  di  bellissimo  co** 
re,  e  di  quel  senno  che  conveniasi  a  sacra  Pro« 
fetessa.  Onde  a  differenza  di  Polissena  mai  suo 
grado  si  era  prestata  ali*  amore  di  Agamennone 
(  At.  I.  se.  2.),  e  rifrena  molte' volte  la  madre, 
che  nel  dolore  trasmoda»  e  non  tollera  i  decreti 
dei  Numi.  Élla  congiunta  con  Polissena ,  oltre- 
ché induce  il  dubbio  della  sorte,  qual  di  am- 
bedue cioè  debba  immolarsi ,  genera  passione  , 
quando  chiede  alla  madre  di  cadere  per  la  sua 
destra ,  e  più  ancora  quando  colla  generosa  so- 
rella ha  contrasto  di  morte. 

Agamennone  sembrami  presso  a  poco  serbare 
ancora  queir  animo,  che  ebbe  nel  sacrifìcio  del- 
la propria  figlia  Ifigenia  (i).  In  tal  fatto  ci  si 
dà  per  uomo,  clie  sente  il  pregio  della  virtili, 
ma  non  vi  si  appiglia.  Ama  la  figlia,  si  addo- 
lora della  di  lei  sventura ,  ma  non  sa  coir  au- 
torità del  sovrano  comando  impedirla ,  e  la  vo- 
glia d*  impera  gli  è  viva  forza  a  farlo  divenir 
crudele  ,  mentre  che  piange .  In  questa  Trage- 
dia pure  consente  gli  affetti  per  Cassandra  es* 
sere  indegni  di  lui ,  eh'  è  il  re  de'  regi ,  ma  pur 
li  foitienta-,  lacrima  alla  rimembranza  della  fi- 

(l)  Ho  detto  presso  a  poco,  atteso  che  moltissima 
sia  l'azione  di  lui  ncU*  argomento  dell' Ifigenia ,  e 
grandemente  minore  quella  che  ha  nella  morte  di 
Polissena.  Questa  è  la  ragione,  per  cui  tal  perso- 
naggio nella  Tragedia  del  Sig.  Niccolìiii  può  sem- 
brare agli  inesperti  nelle  dottrine  teatrali  mcn  chtf 
gli  altri  dignitoso  .r 


109 

glia,  mostrane  pentimento,  ma  porto  opinione, 
ch«  l'amor  del  regno  e  la  propria  gloria  gli  sa- 
rebbe anche  ora  ,  come  in  avanti  tiranno .  Scon« 
giuralo  infatti  Cassandra  (  At.  IV.  se.  4.)  *  sot- 
trarle la  sorella  dal  furore  dei  Greci ,  che  inci- 
tati dal  vate  Calcante  ne  vogliono  il  sangue  , 
ed  ei  che  pur  dianzi  avea  detto  ad  Ulisse  di 
non  credere  agli  oracoli  pronunziati  da  mortai 
Sacerdote  (  vedea  bene,  che  era  una  scellerata 
vendetta  sotto  covertura  di  religione  Y  uccider 
Polissena,  e  però  al  capo  della  Grecia  ,  e  all'a- 
mante di  Cassandra  parteneva  il  vietarla  )  or 
soggiugne  a  Cassandra 

Cassandra 

Il  duol  t'accieca.  Col  rigor  dell'armi 
Il  volgo  irriterei     ...... 

e  quindi 

£  la  mia  gloria 

> 

Certamente  ora ,  come  in  prima  lo  signoreggia- 
va. Egli  ha  poi  autorità  nei  suoi  detti  (At. 2. 
se.  3.  )  e  il  fasto  dell'  impero ,  come  un  tempo  d'  A- 
chille,* portalo  adesso  a  non  si  curar  di  Pirro. 

Calcante  è  il  Sacerdote  che  può  a  suo  talento 
governare  i  superstiziosi  soldati.  £^ alquanto  ri- 
troso in  disvelare  la  volontà  dei  Numi,  perchè 
teme  gli  sdegni  di  Atride,  e  di  Pirro.  £^  gra- 
ve nel  suo  parlare,  é  lascia  di  se  molta  rive- 
renza (  At.  II  se.  I.) 

Or  si  viene  ai  due  caratteri  di  Ecuba,  e  di 
Ulisse,  che  per  avventura  sormontano  tutti  gli  al- 
tri di  questa  bellissima  Tragedia.  Niuno  piiì  di 
Ulisse  penetrò  nell'  altrui  pensiero.  Egli  avea 
noti  gli  animi  di  tutti ,  e  a  seconda  di  essidi- 
rix:ib  sempre  i  suoi  pensamenti.  Come  ben  di- 


no 

sceiueva  la  natura  dei  vizi,  e  delle  virtkyCosì 
conoscea  le  maniere ,  onde  altri  a  vicenda  vi  po- 
tesse 0  allettarne  ,.0  distorue.  Però  mentre  die 
è  capace  d*  ardire,  se  abbisogna,  timido  appari- 
rà, talvolta   in   se   prezzerà  un  cautu   timore  ^ 
e  pur  senza  modo  moficcerassi  audace,  sarà  vi- 
le ,  quaudo  si  beute  valoroso ,  pietoso  in   parole 
ed  internaqieutc  crudele,  a  dir  breve  purché  i 
suoi    consigli  ottengan  compimento  usa  egual- 
mente e  di   vizio,  e  di  vinii ,  e  con  tal   mente 
a^utò  sempre  i  grandi  fatti  della  sua   nazione  » 
In  questa  Tragedia  ancora  è  colle  sue  arti   il 
promotore  del   sacritizio.  Egli  solo  vince  il  lun- 
go silenzio  di  Calcante,  e  conosciuto   il   voler 
dei  destini,  fa   credere  a  Pirro,  che  Agamen- 
none lo  diffami,  e  al   nuovo  nume   di    Achille 
dinieghi  onore  ^  così  rendegli  nimici,  e  disgiun- 
te  le  forze  sono  entrambi  impotenti  a  togliere 
dalla  morte  le  amate  Tr<».june  ;  egli  pure  avreb- 
be ad   Ecuba  sottratte  Polissena,  e  Cassandra, 
se  Pirro  noi  giungeva.  Insomma   ad  esaminar 
bene  questa  Tragedia  apparisce,  che  quasi  tutta 
l'azione  si  debbo  alla  scaltrezza  dì  Ulisse,  che 
vale  a  sostenere  l'ardire  di  Pirro,  Tautoj^tà  di 
Agamennone,  e  la  furia  di  una  disperata  madre. 
E'  questa  Ecuba  T  antica  regina  di  Troja,  Ja 
moglie  di  Priamo ,  la  genitrice  di  Ettore  e  di 
altri  eroi.  CIU  dopo  aver   perduti  regno,   ma- 
rito, e   figli»  ed  esserle  solo  rimase  PolÌ£isena, 
e  Cassandra,  lontana  da  loro  visse  tristamenta 
in  servitù  di  Ulisse,  fincbè  da  Pirro  ne  fu  li- 
berata. Pur  tutte   queste  disveuture,  e  la  vec- 
chia età,  anzi  che  domare  Taltierezza  del  suo 
cuore,  le  avean  dato  vigore,  ed  impetor  piìx  for- 
te. Or  qual  sarà  questa  regina,  se  altra  cala- 
mità le  sopravviene?  Certamente  io  credo,  che 


Ili 

in  quella»  che  è  argomento  di  questa  Trage* 
,dia»  cioè  nel  sacrifizio  di  una  delle  figlie,  noa 
portasse  rigidezza  di  animo  maggiore,  maggior 
violenza  di  sentimento.  Né  già  rilasciata  a  un 
disperato  dolore  scuote  sempre  ed  empie  di  ter* 
r^re  *,  ella  è  tratto  tratto  si  passionata ,  che  ne 
forza  al  pianto.  Questo  è  un  tal  carattere, che 
in  molte  parti  può  gareggiar  co'  più  vivi  dell' 
antico  y  e  moderno  teatro . 

Lo  etile  ancora  di  questa  Tragedia  ha  gran 
nobiltà ,  ha  dei  forti  movimenti  ,  è  conciso  ,  e- 
naturalmente  variato.  £^  sparso  di  molta  poe^^ia, 
ma  non  cosi  che  di.  leggieri  si  palesi  T arte. Le 
narrazioni  che  da  Eruba ,  e  Polissena  (  Att.  1. 
Se.  I.  )  si  fanno  degli  nltimi  casi  diTroja,  l'ap- 
parir dell'ombra  di  Achille  contato  da  Calcan- 
te (  At.  IV.  8c.  2.)  i  terribili  presagi  della  divi- 
na Cassandra  (  At.  IV.  se.  4.  )  dan  testimonian- 
za dì  qua!  poetico  ingegno  vada  fornito  il  Sig. 
Niocolini . 

Vi  han  pure  delle  amare  situazioni ,  in  ispecie 
rispetto  alla  madre  ,  lo  sceneggiare  è  retto  ,  il 
verso  in  generale  non  lirico,  ma  pur  sensìbil- 
mente sonoro^  e  con  molto  concitamento  sem* 
brami  che  alla  catastrofe  si  venga.  Finalmente, 
tralasciando  altre  particolarità,  cui  ha  l'A.  a- 
dempiuto  con  lode ,  e  che  insieme  colle  menzio- 
nate fin  qui  pongono  la  Tragedia  fra  ì  com- 
ponimenti i  più  difficili  per  T  umano  intellet- 
to ,  diciamo  (  e  siam  sinceri  nel  dirlo  )  che  la 
Polissena  mostra  dappertutto  svegiìo,  e  nobil 
sentimento,  ed  elevato  ingegno;  e  porge  all'Ita- 
Ila  certe  speranze  di  presto  ottenere  dal  Sig.  Nìc- 
cotini  una  Tragedia,  che  possa  raffrontarsi  col 
Gid ,  con  la  Fedra ,  e  la  Zaira . 

Antonio  Ztnnoni . 


s 
/ 


lì2 

INDICE 

DELLE  MATERIE 

Contenute  nel  presente  Volume 


XVagguaglio  delle  inedite  Lezióni  di  Mona. 
Gio.  Bonari  «opra  il  Decamerone.  Pag.  3 

Memoria  letta  nell'  Adunanza  della  Società  Co- 
lombaria da  Vincenzio  FoHini  ec.  27 

Illustrazione  di  una  Moneta  di  Amedeo  IV.        43 

Seguito  della  Scelta  di  rime  Antiche.  67 

Estratto  della  Memoria  intorno  al  risorgimen- 
to delle  Belle  Arti  in  Toscana  e  ai  ristora- 
tori delle  medesime  del  Chiarìgsimo  Sig.  Ca- 
nonico Domenico  Moreni .  ^ 

Sonetto  alla  Tomba  d'  Alfieri  4el  Sig.  Giaco- 
mo Lari.  io5 

Ragguaglio  della  Polissena  del  Chiarissimo  Sig. 
Gio.  Batista  Niccolini.  106 


COLLEZIONE 


D*  OPUSCOLI  SCIENTIFICI 


E  LETTERARI 


E    D 


ESTRATTI  D'  OPERE  INTERESSANTI 


Viresque  acquirit  eitndo, 

VIRG. 

'  '■ ■•       I      .1     |,  , 

Voi.  XVI. 


FIR£NZE  i8ia. 


PRESSO  FRANCESCO  DADDI  IN  BORGO  OaNlISXMTl 


/ 


■ 

5 

COLLEZIONE 

D'OPUSCOLI  SCIENTIFICI 
E  LÉTTERARJ 

ESTRATTI  D*  OPERE  INTERESSANTI. 


Fine  della  Scelta  di  Rime  Aiitiche.  (i) 
Di  Guido  Cavalcanti.  Dal  Codice  Ai 

vTuarda  ,  Masetto ,  quella  sgrignutuzza, 
£  pon  ben  oientecom*  è  sfigurajti^^ 
E  come  bruttaa)jBDti9<  è  cjivi^at^ , 
E  quel  che  par  q^uaind'  ella  si,  raggruzza . 

E  g'  ella  fosse  vestita  d'  qn'  u2^za:  (2) 
Con  cappellina ,  e  di  yel  soggolata  , 
E  apparisse  di  dì  accompagnata 
D*  alcuna  bella  donna  gontiluzza. 

Tu  non  avresti  i.niquità  sì  torte  ^ 

Né  tanta  angoscia  ,  (3)  ne  tormento d' amore  , 
Né  sì  rinvolto  di  inalinconia  , 

(i)  Vedi  Voi.  XIV.  p.  88.  di  qnevta  Collezioni^. 

(2|  Uzza.  Non  80  cosa  sia  qitesc'  ttsza  da  vestir- 
si .  Ho  dubitato  che  pej:  la  parentela  e  amistà  del- 
le lettere,  di  cui  parl^  il  Salviati  (  Avveit.  Voi.  L 
Lib.  3.  Part.  ip.  )  e  per  ragione  di^  i^ma  »  abbia  det- 
to il  Poeta  uzza  in  vece  di  ussa^  ot|0  significhe- 
rebbe zingara  .  In  questa,  supposìzionis  potriasi  leg- 
giere da  uz%ar  cipè  da  a^ingana,.  in  vece  d*  un*  wA" 
za  .  O  piuttosto  leggerei  dì  mazza ^  essendo  la  ninz- 
za  nella  baasa  latinità  una  specie  di  veste,  onde  è 
nato  mn^^Eetca  o  mezzetta . 

(S)  Angoscia .  Perchè  il  verso  sia  giusto  di  siila- 


4 
Che  tti  non  fossi  a  rischio  della  morte 

Di  tanta  rider  ,  che  aprirebbe  il  core , 

O  tu  morresti ,  o  fuggiresti  vìa  . 

Dello  stesso.  Dal  Codice  P. 

Certo  mie  rime  a  te  mandar  vogUendo 
Del  grave  srato  quale  il  mio  cor  porta  , 
Amor  m'  apparve  in  un'  imagin  morta  , 
E  disse  :  non  mandar  eh'  io  ti  rispendo,  (i) 

Però  che  se  1*  amico  è  quel  eh'  io  'ntendo  , 
E'  non  avrà  già  sì  la  mente  accorta 
Gh'  udendo  la  'ngiuriosa  cosa  e  torta , 
Che  io  ti  fo  soffrir  tutt'  ora  ardendo , 

Temo  non  prenda  tale  smarrimento 

Che  avanti  che  udito  abbia  tua  pesanza 
Non  si  diparta  dalla  vita'  il  core . 

E  tu  conosci  ben  eh'  io  sono  amore , 
E  eh'  io  ti  lascio  questa  mia  sembianza  « 

E  portone  ciascun  tuo  pensamento. 

• 

Dello  stesso.    Dal  Codice  P.  (a) 

S'  io  fossi  quello  che  d*  amor  fu  degno  , 
Del  qual  non  trovo  sol  che  rimembranza  ^^ 

.  E  la  donna  tenesse  altra  sembianza  , 
Assai  mi  piacerla  sì  fatto. segno. 

be  è  necessario  *o  cangiare  il  né  seguente  in  e  con- 
giunzione ,  o  piuttosto  con  troncamento  considera- 
bile leggere  ango*  in  vece  di  angoscia.  Ho  osser- 
vato di  sopra  che  Dance  ha  detto  ^rW  per  gioisca, 
onde  sì  fatto  troncamento  d'  angoscia  non  può  pa- 
rere stranissimo. 

(1)  Ri^spendo .  Porse ,  rispondo >  cangiato  per  isfor- 
zb  di  rima  :  o  per  error  del  copista  in  vece  di>  ri-' 
prendo  .   .  ^  • 

(2)  Il  Codice  A.  dice  essere  questo  Sonetto  in  ri- 
sposta a  quello  di  Dante  :  Guido  io  vofrei  che  tu  ^ 
e  Lappo  i  ed  io  ec* 


\ 


è 

^  tu ,  che  se'  deir  amoroBO  regiio 
Là  oade  di  merzè  nasce  speranza, 
Riguarda  se  *1  mio  spirito  ha  pesanza, 
Gh'  un  presto  arcier  di  lui  ha  fatto  segno  . 

E  tragge  V  arco ,  che  li  tese  amore  , 
Sì  lietamente  che  la   sua  persona 
Par  che  di  giuoco  porti  signoria . 

Or  odi  maraviglia  eh*  ella  fia. 
Lo  spirito  fedito  li  perdona 
Vedendo  che  li  strugge  il  suo  valore. 

Dello  stesso .  Dal  Codice  P . 

Un  amotoso  sguardo  spiritale 

M'  ha  rinovato  amor  tanto  piacènte 

Che  assai  più  che  non  suole  Uomo  (  i  )  m*  assale , 

Ed  a  pensar  mi  stringe  coralmente  »(2) 

Ver  la  mia  donna  «  verso  cui  non  vale 
Merzè  ,  né  pietà  ,  né  esser  soffrente ,  (3) 
Glie  sovent*  ore  mi  dà  pena  tale 
Che  'n  poca  parte  il  cor  la  vita  sente  « 

Ma  quando  sento  che  sì  dolce  sguardo 

.    Per  mezzo  gli  occhi  passò  dentro  al  core  i 
E  posevi  uno  spirito  di  gioia , 

Di  farne  a  lei  merzé   giammai  non  tardo  : 
Gosì  pregata  fosse  ella  d' amore 
Ghe   un  pò* di  pietà  no  isasse  (4)  noia. 

(1)  Uomo:  Una  correzioii  marginale  del  Codice  À. 
^oné  ora  in  vece  di  uomo. 

(2)  Il  Codice  A.  E  ttringemi  a  pensar  corale^ 
mente  • 

(3)  Il  Codice  A.  in  cortez.  mttrg.  Né  merzè  >  nh 
pietà  y  ne  star  soffrente , 

(4)  hassè .  Luogo  corrotto  :  eh*  io  noti  saprei  cor- 
teggerò con  certezza.  Il  Codice  A.  legge  mi  ^fitsse f 
ma  la  correzìoii  marginale  pone  no  isuMie .  \Jn  Co« 
dicoMagliabcchiano  VII.  Var.  1040.  ha»  noi  fri  ss 


./ 


V 


'^ 


Dello  stesso.  Dal  Codice  P. 

Dante,  un* sospiro  memagger  del  core 
Subitamente  m*  assalì  dormendo  ; 
Ed  io  mi  disvegliai  allor  temendo 
Ghed  egli  fosse  in  compagnia  d'amore. 

Poi  mi  girai,  e  vidi  il  servitore 

Di  mona  Laggia ,  che  venia  dicendo  , 
Aiutimi  pietà  ,  sì  che  dicendo  (i^ 
Io  presi  di  pietà  tanto  valore, 

Gh*  io  giunsi  amore  ,  che  atnlava  i  dardi  : 
Allor  lo  domandai  del  suo  tormento , 
Ed  elli  mi  rispose  in  questa  guisa: 

Di*  al  servente  che  la  donna  è  presa  , 
£  tengola  per  far  suo  piacimento , 
E  se  noi  crede  ,  di'  che  agli  occhi  guardi . 

Dello  stesso.  Dal  Codice  P. 

Sol  per  pietà  ti  prego  giovinezza  (2) 

mnruda .  M*  atterrei  a  qaest^  ultimo  leggendo  no  i 
fosse.  Perchè  siccome  f  Ubaldini  Tav.  Doc.  Barb. 
V.  I.  ha  osservato  che  gli  ern  ci  chi  ponevano  ì  in  ve- 
ce di  a  lui,  può  essere  che  alcuna  volca  l'abbiano 
posto  invece  di  a  lei  o  le:  onde  il  senso  sarebbe  non 
le  fosse  a  noia,  f  et  allontanarsi  meno  dal  Codice  P* 
e  dalla  correz.  marg.  del  Cod.  A.  che  non  deve  es- 
tere scaca  posca  a  caso  ,  si  porrebbe  leggere  non  u- 
sa»$e  a  noia ^  prendendo  a  per  con, 

(l)  Dicendo.  Senza  dubbio  ha  qu)  errato  il  co- 
piata: a  me  pare  ohe  «òì»ticuirp  »i  debba  ,  udendo  . 

('Z>  GiovineTkiMi .  Nella  Nota  4^.  al  Volgarizzamen- 
to djel  TxattRCo  di  Tullio  aull' amicizia  lasciai  cor- 
rere un^errore ,  leggendo  allora  giovinetta  per  gio* 
vinezea.  Il  Muratori  (Ferf.  Poes.  Lib.  1.  Cap.  3.  ) 
cita  il  prima  verso  di  questa  Ballata  così  :  Sol  per 
pietà  ti  prego  giovanezza.  E  T Ubaldini  Tav.  Do* 
cum.  iPfrh.  V.  Chesta  i  primi  due:  Sol , per  pietà  ti 


v 


V, 


Che  la  dischieita  di  ABróè  ti  caglia , 
Vùi  cb0  la  tnotte  ha  mosso  là  battaglia  ; 

Questa  discbiesta  anima  ihia  si  trova 
Sì  sbigottita  per  ìù  spirto  torto  ,  (i) 
Cbe  tu  noD  curi ,  anti  seF  fatta  pruova  , 
E  mostri  bene  scenesbenza  scorti^. 
Tu  sei  nimico ,  ond*  or  prègo  colai 
Cb*  ogni  durezza  muove  ,  vince,  e  taglia 
Ch'  aoz'  alla  fine  (a)  mia  mostri  che  vaglia . 

Tu  vedi  ben  che  V  aspra  condizione 

Ne'  colpi  di  colei  ,  che  ha  in  odio  vita» 
Mi  stringe  in  parte,  ove  umiltà  si  spone  ; 
Sì  che  veggendo  1'  anima  cb'  è  iti. vita 
Di  dolenti  sospir  dicendo  vélhL  (3) 
Gb*  io  veggio  ben  com*  il  valor  si  crcaglia* 
Deb  prendati  merzè  si  cbe  in  té  saglia . 

Di  Fra  Guitton  d*" Arezzo.  Dal  Cod.  A.  (4) 

Currado  d*  ©sterletto , 

La  canzon  mia  vi  mando  ,  t  Vi  j^teèento  ; 

prego  giovanezza  ^  Che  la  dischbsbà  di  jfcbrsè  tt  cfl- 
^lia  ,  Ond^  ie  mi  persuado  ptehamedte  che  debba 
leggersi  in  questa  guisa.  Mi  pare  bensì  ballata  Ai- 
quanto  oscura;  ne  so  se  le  poche  varianci  del  Co- 
dice A.  basteranno  per  agevolarne  ì^  intelligenza  . 

(l)  Il  Codice  A.  Per  V  esperto  torto. 

i'i)  II  Codice  A.  Ckb  anzi  la  fine  . 

(3)  Una  correzion  marginale  del  Codice  A.  varia 
così  questi  vetsi  : 

Di  dolorósi  spiriti  diceftdo', 

Volta  eh*  io  veggio  che  il  valor  si  soglia  : 

Deh  prenditi  merzè  ec» 

(4)  Il  Codice  ci  da  notizia  che  questa  Poesia  fu 
diretta  da  Guittone  a  Currado  nSandatidogli  la  sua 
Canzone,  die  comincia:  Se  ài  voi  Donna  gente  ec. 
la  qual  Canzone  nella  Raccolta  dt'l  Zane  è  à  p.  'ióo. 


8 

Che  vostro  pregio  gento  (  i  ) 

M'  ha  fatto  a  voi  fidale  inscio  ch'io  vaglio. 

£  8*  io  non  mi  travaglio 

Di  vostro  pregio  dir  ,  questo  è  cagiono 

Che  bene  in  sua*raeion6 

Non  crederria  giammai  poter  finare . 

Non  d^e  V  uom  cominciare 

La  cosa^  onde  non  è  buon  finitore^ 

Del  Re  Enza.  Dal  Codice  A, 

Amor  mi  fa  sovente 

Lo  meo  cor  pensare; 

Dammi  pene  e  sospiri.» 

£  son  forte  temente 

Per  lungo  addimorare 

Ciò  che  porrla  venire  » 

Nonch^aggia  dubitanza 

Che  alla  dolce  speranza 

In  ver  di  gie  fallanza  ne  facesse , 

Ma  mi  tiene  in  dottanza  (2) 

La  lunga  dimoranza , 

E  ciò  che  addivenire  mi  potesse. 
Però  n'  aggio  paura , 

£  penso  tuttavia 

Al  suo  grande  valore , 

Se  troppo  è  mia  dimora 

Io  viver  non  porrla. 

Cosi  mi  strigne  amore , 

£d  hammi  cosi  priso , 

In  tal  guisa  conquiso 

■ 

(i)  Cento y  voce  antica  per  gentile,   come  gente 
femminile,  e  genti  nel  numero  del  più. 
(2)  DottanTut^  voce  antica  significante  timore. 


9 
Che  in  altra  parte  non  ho  pensamento  ; 

Ma  tuttora  m'avviso 

Di  veder  lo  bel  viso ,  \ 

E  tegnomelo  in  gran  conforta  mento , 
Confortò  m*  è ,  e  pur  non  aggio  bene 

Tant'  è  lo  mio  penare 

Gh'  io  gio'  non  posso  avìre . 

Speranza  mi  mantene» 

£  fammi  confortare, 

Che  spero  tosto  gire 

Là  've  è  la  più  awenente^^ 

LVamorosa  piacente , 

Quella  cbe  m'  ha  ve  e  tiene  in  sua  balia . 

Non  falserò  niente 
'     Per  altra  al  mio  vivente ^.(i) 

Gh*  io  la  terrò   per  donna  in  vita  mia. 

Vi  Noffo  Buonaguliii,  Dal  Codice  P. 

Ispirilo  d*  amor  con  intelletto 

Dentro  dallo  meo  cor  sempre  dim#ra» 
Gbe  mi  mantiene  in  gran  gioia,  e'n  diletto» 
E  senza  lui  non  viveria  un'  ora. 

Ed  hammi  fatto  amante  si  perfetto 

Gh'ogni  altro  in  ver  di  me  d'amore  è  fuora. 

(f)  Al  ntio  vivente  i  cioè  nel  corso  dì  mia  vita. 
Una  simile  maniera  trovasi  nel  Volgarizz.  di  Livio 
MS.  Pucciano  ,  Deca  I.  Lib.  I.  Gap.  48.  corrispon- 
dente al  latino  me  vivo.  Tarquimo  9  che  cosa  è  que* 
sta  ì  che  ardimento  hai  tu  ,  disse  elli,  di  citare  a 
co^te  i  Padri  nel  mio  vilmente  y  e  di  sedere  nella  mia 
sedia?  La  quale  espres^iione  nel  mio  vivente  trovdiH 
pure  in  altro  Codice  MS  della  stessa  Deca  del  Sig. 
P.  Leopoldo  Ricasoli ,  e  fieli'  odÌ7.ioiic  del  Sec.  XV. 
fatta  in  Firenze  da  Laca  Bonacorsi  . 


le 

Noil  "h^  ìBai  ^ehè ,  né  VSitpiti 
Cotanto  buonamente  (i)  i^Mànàmorlt .' 

XiO  spirito  d*  amor,  che  meco  paì'la 
Della  mia  gentil  dlSdna  ed  avvenente 
Mi  dice:  nùo  voler  tnài  t)ih  che  amarla,  ' 

SI  com*  ella  ama  te  coralèiàent^  » 
*  £  di  fin  cor  servirò  ,  ed  onorària , 
Gli' è  la  gioia  del  mond^  pia  (^iìacéntcl. 

Della  stessa.  Hai  Codice  P. 
•        • 

Le  dolorose  pene  che  U  ineo  core 
torta  si  forte  mi  fanno  languire: 
Nascono  del  pensier  eh*  ho  del  partire  : 
Gelar  non  posso  sì  mi  strugge  amore . 

Se  alquanto  noa  m*  aiuta  lo  valore , 
E  la  speranza  del  tosto  redire  > 
Viver  non  possa  portando  il  màrtire  : 
Pasconsi  i  cor  ini  amor  di  dolore . 

Fef6  gli  mostro ,  o  gentil  dounà  mia , 
Per  d^liosi  sospiri,  e  per  parlare, 
E  sgraverrò  ta  mente  eh*  è  aiFannata  . 

£  gli  occhi  con  amaro  lagrimare 

Si  sfogheranno:  il  cor  m*ha  consumata, 
Ed  angosciosa  la  mia  vita  fia . 

OcUq  stesso .  Dai  Codice  F . 

Coni*  uom  che  lungamente  sta  in  prigione 
In  forza  di  signor  tanto  spietato. 
Che  non  ama  drittura  ,  né  ragione  , 
Né  mercè ,  né  pietà  non  gli  è  in  grato ,  (2) 

fi)  Buonamente^  significa  in   vcritk,  vcramciue  , 
che  ora  si  direbbe  di  buono  . 
(2)  In  grato  ,  cioè  in  grado. 


II 


Tener  sì  puote  a  fera  condizione , 
Se  in  altra  guisa  non  cangia  suo  stato: 
In  sìidìI  loco  amor  lunga  stagione 
M*avea  tenuto,  ond'era  disperato. 

Or  m'era  per  ingegno  dipartito 

Del  periglioso  loco,  ch'aggio  detto, 
£  della  pena  in  gran  gio*  rivenup. 

Più  che  davanti  ten6dii  dialetto. 
Or  come  faraggìo  io  in  questo  punto? 
Lasso  dolente  me!  ohe  son  distrutto,  (i) 

Dello  stesso  .  Dal  Codice  P\ 

Giorno  né  notte  non  fino  pensando 
Di  fero  e  d' angoscioso  pensamento  » 
Sì  che  niente  son  fuor  di  tormento . 
À  tal  condotto  m'ha  l'amore  amatido. 

Ghe'n  primamente  presemi  guardando^ 
É  poi  m'  innamorò  di  piacimento 
Di  quella  per  cui  tanta  pena  sento 
Clh*e  a  morte  mi  conduce  inspirando. 

Ahimè  las6o!  che  dolce  e  dilettoso  (2) 
Incominciai  l'amor,  eh' è  tafito  amaro; 

Mi  stmbla  al  cor  suo  savor  venenoso.         * 

« 

(t)  Per  quanto  gli  antichi  Bìmatori  fossero  alle 
volte  trasandati  nel  fatto  della  rima  »  non  mi  ho 
persuadere  che  1*  irreg' Inrita  che  si  osserva  in  que- 
sti due  terzetti  sia  tutta  negligenza  dei  Poeta ,  e 
non  piuttosto  sbaglio  del  copiatore  .  Perciò  in  luogo 
di  dipartito  leggerei  dipartuto  ,  come  dicesi  ff ro- 
to, pentuco  ,  ^ctftuto  :  e  in  luogo  di  distrutto  leg- 
gerci  defunto . 

('2)  L'  Ubtfldini  Tav.  al  Barb.  v.  semblare  cita  co- 
sì questo  terzetto  :  Alme  Iqò^o  che  dolce  e  dilettoso 
Incomincia  V  amor  eh*  e  tanto  amaro  Mi  semola  or 
suo  savore  velenoso  • 


Ab  Dio,  mercè!  tvrb .giammai  rìpogd,  % 
O  troveraggio  in  ver  l*amor  riparo? 
Sì ,  se  pietà  dei  aver  d*  uomo  amoroso . 

Di  Francesco  Ismera ,  (i)  Dal  Codice  P. 

Per  gran  soverchio  di  dolor  mi  muovo» 
Io  dico  a  dir  che  di  viver  gon  lasso. 
Poi  che  io  tristo  son  <;ondotto  a  passo 
Che  sovra  me  ciascun  tormento  ponda .  (a) 
Cosi  fuor  d' allegrezza  mi  ritrovo 
Che  son  d*  ogui  sovrau  diletto  casso  ; 
E  porto  dentro  formato  nel  casUo  (3) 

(1)  Questo  Poeta  fa  Fiorentino,  ed  era  dell'  il- 
lustre Famiglia  de' Beccanugì ,  che  fino  nel  1210. 
trovavasi  tra  quelle  che  andavano  per  sestieri  ,  e 
sole  potevano  avere  in  casa  il  supremo  onore  del 
Consolato .  Essa  andava  pel  Sesto  di  S.  Branca^io  . 
Ismera  o  Smera  non  è  cognome  ,  ma  nome .  In  un 
Cod.  MS.  Pucciano  delle  Meditazioni  della  Vita  di 
Gesù  Cristo  tra  le  altre  Leggendt^  che  sonovi  ag- 
giunte si  tronca  questa:  La  Leggenda  di  Santa  Smo' 
ra  avola  di  nostra  Donna  .beata  Vergine  Madonna 
Santa  Maria.  E  in  fine:  Quì^finisoe  la  Leggenda 
di  Madonna  Santa  Smera  madre  di  Santa  Anna  . 
Onde  Iacopo  Smera ,  o  Francesco  Smera  è  cosa  si- 
mile a  Iacopo  Maria,  o  Francesco  Maria.  Iacopo 
Smera  padre  del  nostro  Poeta  fu  de' Priori  nel  1284. 
l5.  Febbraio  v.  st.  e  il  Poeta  medesimo ,  cioè  Pran* 
Cesco  di  Iacopo  Smera  fu  pur  de' Priori  nel  l3i  1. 
nel  tempo  che  era  Gonfaloniere  Gianni  di  Forese 
Alfani ,  alcune  poesie  dtl  quale  son  pubblicate  di 
sopra .  • 

(2)  Ponda 9  gravita.  O  vi  fu  in  antico  il  verbt» 
pondare  nato  da  pondo  ^  o  pe't  liberck  po^ecica  pon- 
da è  un^ accorciatura  di  pondera. 

(3)  Casso,  secondo  il  Vocabolario  è  la  parta  cofl^ 


i8 


Amaro  pianto,  che  agli  occhi  m* abbonda. 
E  chi  dicesse:  ciò 'donde  ti  surgfe? 
Bispondo:  dalla  partenza  gravosa, 
Gh*  io  feci  dalla  mia  donna  amorosa. 
Onde  ogni  ben  da  me  si  causa  e  fugge. 
Udite  ben  eruche!  tempesta  e  doppia: 
Gran  maraviglia  ghe'l  cor  non  mi  scoppia. 
Trovando  me  d'ogni  conforto  mondo, 
B  poi  d' ogni  pericol  messo  in  fondo . 
Gotal  destin  pensar  tutto  mi  strugge. 
Ab  misero!  partenza  fei'n  un  punto 
Dalla  mia  donna,  e  da  me  ojg^i'bene. 
E  tuttor  che  di  ciò  mi  si  sovvenè 
AiFanno  e  angoscia  mi  cresce  e  sdfmonta. 
Con  ira  e  con  travaglio  son  congiunto , 
£  quanto  ch'io  disio  contro  mi  viene. 
Corti  forte  sventura  mi  sostiene 


cava  del  corpo  circondata  dalle^costole.  In  rimarsi 
trova  casse  nello  stesso  significato  in  un  Poema  in 
terza  rima  diviso  in  capitoli  pomposto  da  Ristoro 
Canigtani,  e  intitolato  il  Ristorato.  Gap.  21.  Or  boi 
udito  9  lettor  y  quante  masse  La  ingiustMa  fa  di  scoti» 
ci  vizj  Seguir  da  chi  la  tien  dentro  a  suo  casse  • 
Siccome  non  trovo  chi  abbia  dato  notizia  di  que» 
ito  Poema,  mi  sia  lecito  soggiugnere  che  esso  è 
preceduto  da  una  lettera  o  avviso  dell'autore,  in 
cui  egli  dice  averlo  composto  in  Bologna ,  ove  erasi 
rifugiato  nel  i363.  per  isfaggire  la  peste,' che  in 
queir  anno  facea  grande  strage  in  Firenze  .  Il  MS. 
trovasi  presso  l' omatissimo  Sig  P.  Leopoldo  Ri- 
casoli .  Oggi  si  direbbe  più  volentieri  Cassa  del  pet^ 
ro,  benché  non  sia  nel  Vocabolario.  Ne' Dialoghi 
Filosofici  dell'Imperfetto  MS.  originale  presso  il 
suddetto  Signore  si  ha-  La  cassa  del  petto  e  quella 
che  si  distende  tra^l  ^ollo  e  il  diafragma ,  e  dicesi 
torace.  .  *  - 


^4- 

Che  a  suo'poder  nel  mio  peggio  mi  poota. 

Ahimè  ch'io  mi  nutrico  pur  di  guai» 

E  sospirando  lasso  ,  dico  ,  tristo  , 

Che  tutti  i  mali  rammasso  ed  acquista , 

E  fuor  di  pene  non  esco  giammai 

Pensando  che  'i  partir  fu.forpiia  voglia . 

Così  compreso  m'  ha  tutto  di  doglia 

Che  ^timol  credo  sia  a  chi  mi  vede  : 

Sì  forte  pestilenzia  mi  possiede , 

Gbente  ho  vita  veder  potete  omai. 

Or  che  niijy,f/ita,  sì  è  in  tanto  errore 
Gh*  io  m.et.qj^Qsmo  consumo  ed  offendo, 
£  trovo  v^o  ciò  a   eh'  io  m'  apprendo  : 
E'  ciascuna  virtÌL  a  volermi  stanca  . 
Così  dispostp  sono  in  tal  tenore , 
Che  chi  nuocer  mi  vuol  non  mi  difendo, 
3Ia  chi  m*  aggrava  più  men   mi  conjtcnéo  ; 
Così' forza  e  saver  tutto  mi  manca, 
E  tante  pene  con  pesanza  tempro 
Che  di  ciàscun^ontrara  ho  preso  forma . 
Gotal  sentenza  Dio  concedut'or  m*  ha 
Credo  per  dar  di  m^  al  mondo  es^mpro  . 
Perchè  chi  ^.ed^  di  me  tanto  stento 
S' egli  ha  tormento  tosio  n*  è  contemo 
Vedendo  i  mie' cotanto  duri  e  pessimi . 
Ed  io  m'  appago  sé  Dio  ad  empiessi  mi 
La  speranza,  la  quale  io  mecq  ho  sempro. 

In  che  speri?  porriemi  (i)  esser  richiesto.. 

.  (i)  Porriemi^  in  vece  di  porrìami ,  poriamì  »  o  po<« 
triami .  E  fprs' anche  originariamente  poceva  esse- 
re scritto  potremi  per  potrebbcmi ,  rrovandoai  spes- 
so 9  massime  nei  comici  9  un  simile  tioncamenci» 
nell'imperfetto  delP  otturi vo .  Cecchi ,  Rivali  Comm. 
MS.  A.  2.  S.  I.  E^  si  trovere*  forse  eh*  elV  avrebbero 
Principi  più  oat^vi  ce.  Detto,  Sciamiti  Comm.  MS. 


S*  io  noi  8aIvf«5L ,  io  satìa  da  r\prcqdei:e . 
IKraouip  alqviAnto  sol  per  non  conteftder^, 
Ma  c\(X  eh*  io  celo  dentro  a  pie  rU^rbo. 
D'amor  servire  ;  e  qui  fo  pianto  e  resto. 
Per  questo  membro  potete  comprendere 
In  ciò  eh'  io  a[>ero  se  mi  vale  attendei^e . 
Tempo  che  passa  bea  matura  acerbo. 
Onde^l?el  l>io  d'Amor,  provvedimento 
Ti  piaccia  s^v^r  di  me  seni^a  disdegqo , 
Qhe  a  dritta^  8ort;e  80,n  di  morte  d^gno . 
Npn  giudicar  secondo  il  fiiliimento; 
£  per  pietà  ti  chero  questo  dono: 
Non  fosse  colpa  ,  non  saria  perdona  • 
Poi  del  partir  ho  t^nto  mal  soATertPn 
Se  alla  mia  donna  rìtorno«per  certo 
Giammai  da  lei  non  farò  j)ar6imentQ. 
A  che  diruto ,  Amor  ,  son  vostro  servo 
Dirò  in  parirenza,(i) perchè  addo):>Ue  <:r^c^ 
A  ciascun  che  d' amar  ha  voglia  fresca  : 
Fermo  coraggio ,  e  soiFrir  non  spaventi , 
Galee  armate  vedere  in  conse^vp , 
Donn^  e  donzelle  in  danza  gir^.  a  tJ^e^ca» 
{i'^ria  pulita  quando  si  rinfresca 
Veder  fioccar  la  neve  senza  venti , 
£  cavaglieri  armati  torneare. 
Caccio  di  bestie  e  falcon  pi^r  riviera  ^ 
Le  pratora  fiorir  di  primavera, 
(Canti  d'augelli  e  stormento  aonar%. 


/k.  3.  S.  6.  Quanto  s^re*  me\fattp  il  ^«r^t  d*  esM^ 
re  «e.  E  finalmente  il  medesimo  «el  Saaaoi^ritan^ 
Farsa  ìfiS*  A.  2.  S.  6.  Ah/  t!  ì^isogneir^*  ^ocqa^sé,  m 
loro  ec^Nel  Bsrberino  s%  tiov^.  jpo/ ^t^  p^  po.tre8H 
a  p.  23o,  e  247. 

(l)  Parvenza,    ppch<;9za>   cioA  in    Bftobe.  piM^^U > 
con  brevità'. 


i6 

E  tutto  questo  sentire  e  vedére 
Niente  è  ver  mia  donna  al  mio  parere , 
A  cui  tornar  sempre  il  volere  afferro 
Più  che  s'io  fossi  per  natura  ferro, 
Ed  ella  calamita  per  tirare. 
Uuovi ,  mio  dire ,  di  lontana  parte , 
E  senz*  arresto  Madonna  ritrova . 
Dille  che  faccia  di  fé*  dritta  prova  ; 
E  8*  io  fallito  avessi  in  nulla  parte 
Che  ti  corregga  secondo  che  i  sembra,  (i) 
(ihe  Amor  la  signoreggia  ciò  mi  membra , 
Però  la  sua  sentenza  fia  perfetta  .    . 
Geli  lo  nome  mio  e  sottometta  ; 
Di  questo  prega  molto  da  mia  parte. 

Di  Ser  Monaldo  ds  Hofentt .  Dal  Codice  A.  (s) 
Donna ,  il  cantar  piacente , 

(1)  Che  i  sembra.  Ho  accennato  di  sopra  dietro 
la  scorta  dell'  Ubaldini  che  gli  antichi  hanno  posto 
I  per  a  lui ,  ed  ho  sospettato  che  potessero  aver  po- 
sto ancora^  £  per  a  lei .  Questo  esempio  par  che  com- 
provi il  mio  sospetto,  /per  ei  si  trova  nel  Sonetti 
del  Cavalca  uniti  al  Trattato  delle  trenta  Stoltizie 
p.  274.  e  p.  393.  E^iz.  di  Roma. 

(2)  Monaldo  da  Sofena  è  nominato  nella  Raccol* 
ta  dell'  Allacci,  e  nella  Tavola  dell'  Ubaldini  a'  Do- 
cum.  del  Barberino.  Il  Crescimbefii  Comment.  V.4. 
p.  55.  Ed.  Ven.  dubita  esser  possa  lo  stesso  che  Mo- 
naldo da^Siena .  Ma  una  tal  Famiglia  è  nominata 
nelle  nostre  antiche  memorie ,  come  si  può  vedere 
nel  Voi.  p.  p.  295.  delle  Delizie  ec.  pnbWicate  dal 
r.  Ildefonso  Fridianì ,  ove  si  tratta  delle  (avallate 
ratte  contro  gli  Aretirti,  sotto  Tanno    1290.  Dom. 

catari  5^^^'.^^  Soff^^^   quidam  fidelis,  et  ala 
capti  ab  Arretinis . 


Gh*  io  feci  dolcemente  di  adastiaro  :  - 

Però  m'è  lo  grato  farce  dimostranza.  (i) 
Dimostranza  in  tal  gui&a 

Faccio  del  meo  cantare 

Per  lo  adasùar,  che  fu  tanto  gravoso. 

E  tal  cosa  iudovisa; 

Gli*  è  ^ua  speme  fallare  , 

E  per  troppo,  parlai  e 

Doventargliel  noioso. 

Però  ranto  gioioso 

Per  rallegrar  mia  vita  con  lo  core, 

E  far  sentor  della  mia  innamoranza. 
H essere  ,  del  tuo  canto 

S*aV.egra  lo  meo  core  ; 

Ogni  valore  in  gio*  mi  riconforta. 

E  di  ciò  iQÌ  rammanto,  (-2) 

£  vivono  in  gioire. 

Ben  aggia  amor  ,  che  tal  gioia  m'apporta; 

Ond*  eo  mi  sono  accorta 

Per  li  malvagj,  che  grand* astio  m'hanno. 

Or  spandi  canto  di  grande  allegranza. 

Di  Dino  Compagni  a  M  Lapo  Salterelli 
Giudice.  Dal  Codice  P.  (3) 

O  sommo  saggio  ,  e  di  scienzia  altera^ 

(1)  Il  Vocabolario  della  Crusca  cita  alla  Voce 
Adasciare  i  tre  primi  versi  di  questa  Ballata ,  e  nel 
terzo  verno  pone.  Però  m*  e  grato  ^  in  vece  di  Pe« 
rò  m'  t/  in  grata.  E*)So  però  cicando  il  Testo  di  Ri* 
me  antiche  di  Pier  del  Nero  attribuisce  questa  poo* 
sia  a  Riccuccio  da  Firenze  . 

(2)  li  Vocabolario  cita  come  sopra  alla  V.  Ram- 
manrare  . 

(3)  D'  alcune  poesie  di  Dino   Compagni  a  Lapo 


Seconda  fegg«  ìm{r«rtt. 
Fior  d'ecfuiinde,  e  iiaturitTé  «Mfgio% 
Per  Dio  mi  date  una  sìetszÌÈ.  (t)  vert 
D'  una  quibtion  leggiera  , 
Gh'  è  Mta  di  dirìtCQ.  màritUggi<^. 
Un  uom  prese  una  donthi  per  mogfierft 
Con  dote  sìa  quaat^era. 
Morì  M  marito  ,  un  lor  figlia  it  teca'ggld 
Fre*  (2)  un  altro  in  simil  manera 
Con  la  dote  primera  , 
Facendo  al  figlio  Ate  e  réfutaggu».  (3) 


Salterelli  fa  menzione  il  Manni  nella  Prefazione 
alla  di  lui  iX^rìa  p.  xii.  Firenze  1728.  ma  non  so 
se  questa  sia  tra  quelle  clipei  vide.  Una  questione 
legale  ,  che  s'  è  voluta  esporre  in  rrma ,  ha  coperto 
d'  oscurità  qualche  luogo  di  quetta  poesia .  Più  rn- 
trateiatr  ancont  pare. la  tiépoita  di<  Lap0«  che  ti  è 
astretto  a  rispondere  per  le  rime ,  col  medestAlo  titi- 
mero  di  versi ,  e  presso  a  poco  della  medesima  spe- 
cie "ì  e  una  lacuna  del  MS.  concorre  ad  aumentarne 
r  imbroglio.  In  una  Copia  della  Cronica  di  Dino 
fatta  nel  Sec.  XVII.  da  Braccio  Compagni  che  fa 
adop^ata  da!  MaMi  per  essere  srata  tratta  da  un 
antichissimo  MS.  (  Pref.  p.  x.  )  si  legge  questa  me* 
moria:  Morì  Dino  Compagni  a  dì  26.  di  Febbraio 
lSi3.  SepnUo  in  Santa  Trinità»^ 

{\)  Sienzia.  Così  il  MS.  Credo  che  debba  leggersi 
scienzla^  o  piuttosto  sentenzia  > 

(2)  Pre'  in  y0ce  di  prese  per  fvoneamefieo  comu- 
nissimo nei  vM!(>i  ;  ma  pare  che  ai  vèrso  manclir 
qualche  parola  ,  come  se  doi^esse  dire  FreVèUa  eù» 
Né  so  se  la  voce  tre*  sì  debba  piuttoste  riferire  al 
Wirso  anteeed'ente  leggendo  :  un  tur  figlio  prése  iif 
retaggio  . 

(3)  RcfiièfCiggìB  ^  vt>ee  antica  che  manca  al  Voea- 
'bojario,  in  vece  di  rejutanzay  o  rifiuto*  Oggi  9Ì' 
direbbe jfE^e  e  qtìietanwa* 


< 


S  in  guisa  tale  fibbe  terzo  ttarito  ^ 
Al  quél  norìo^  a  ksciogli  una  figliai 
Or  s*  è  per  morte  dal  secdl  partita  ; 
Poi  d' un* altra  ebbe  il  oarito  altra  .figlimi 
A  queste  doti  ogni  figliuol  s*  appiglia 
Dal  prióio  al  terao^  tòme  avete  iHlitOi 
Giascua  si  crede  aver  dritto  pulito. 
Piacciavi  dir  se  torto  vi  sciaiiglia  • 


\ 


i  M.  Lapo  Salterèlli  ìh  rUpostd .  Ì)àl  Coi.  >.  (i  ) 


Vostra  quistion  è  di  sottil  matera 

Di  ragione  stranerà^ 

Onde  convìemmi  providenfea  oiàggio(3) 

Che  mio  senno  nQn  |^orta^  t>iù  iòtera 

Scienza  che  non  èra 

Lo  mia  proveder  di  tal  loco  «aggio  ^ 
Sfa  perchè  a  voi  la  mia  ihtetzai  fìk  fero 

Non  sembri  che  la  vero 

Di  fuor  non  era  sì  ri tpodd eraggio 

A  voi ,  che  siete  d*  iogegtib  ludiiera  ; 

Che  picciola  aringbiera 

Prenderà  la  sentenzia^  ch%io  diraggio . 

(i).  Lapo  Salterelli  i  meficovnjto  pii  v^ee  oeiri« 
storia  della  stesso ^Dino  ;.  è  nelle^  anuche  iiienioria 
si  trova  essere  stato  nìoltd  aaoprato  ne^li  alFari  «el« 
la  Repubblica.  Fa  anìbascìàtórè  ài  l^apa  nel  \'2S)S* 
e  nel  ri99.  Ve4i  neU*  Archivio  delle  Rif(>fiii.  Lib. 
di  Consigli  del  112:84.  ec.  a  yt,  i  Lil^.  3t  Stàn^iaMentl 
dal  ispp.  al  iScfl.  i  tf. 

(9)  Maggio ,  troncamente  di  aM^{f|ore«  €r)t)la  «,^ 
atra  Via  Maggio  fu  (n  principio  cbinastata  Via  osag^ 

fiore,  come  osserva  il  Velluti  ùelLa  Crònica  ^4* 
diz.  di  Fir.  173 r.  Guido  Cavalcanti  net  Soii.  Bìltk 
di  donna  ec*  E  tanto  k  più  iV  ogni  altra  canoscen' 
tà ,  ^mni^  h  dèh  *  dèUd  tèrra  ihngj[iù  . 


/ 


so 
Dico  dunque  che  il  caso  è  diffinito , 
£  in  questo  modo  la  ragion  lo  piglia. 
Di  patrimonio  eh' è  tra  lor  sortito 
Per  egual  parte  non  è  maraviglia 

8e  legge  è  contr'  all'  uom  eh'  aggia  sentito 

Tratto  di  grand'  invito, 

Poi  r  altra  cogli  forte  e  la  sottiglia . 

Di  F.  Guittoì^e  iV  Arezzo .  Dal  Codice  P. 

Amor  non  ho  podere 

Di  più  tacere  omai  ; 

La  gran  noi'  che  mi  fai  ; 

Tanto  mi  fa  dolere 

Che  mi  sforza  la  voglia , 

Amor,  eh'  io  di  te  doglia. 

Però  per  cortesia 

Sostien  la  mia  follia , 

Poi  di  doler  cagione  ^ 

Mi  dai  senza  ragione  .  ^ 

Amor  ,  or  mira  s' hone 

Ragion  che  dolor  dia. 

Ch'alia  tua  sigfioria^ 

Caper  quasi  uom  non  puòne. 

E  or  centra  mia  voglia 

Mi  fai  amar  con  dog.lia  ^     • 

E  non  posso  capere 

Che  cun  merzè  cherere 

Me  U  prometti  ^ssai, 

Tanto  a  gran  schifo  m'hai»  (i) 
Amor ,  certo  torto  hai , 

E  per  poco  sapere 

Voler  tu  ritenere 

(i)  Io  riporui  qnesta  seconda  strofa  nella  Nota  47. 
al  Volgariaz.  del  Trattato  dell' amicizia  di  Tullio- 


21 

Tal  che  ti  spregia  assai  ^ 

E  chi  ver  te  s' orgoglia  . 

E  me  che  di  gran  doglia 

Tuo  servitor  mi  fone 

Pur  sdegni  ;  onde  matròne 

S'esta  noi*  guerria 

Lo  cor  e  V  alma  mia . 
Amor»  pili  ch*akro  uom  dia  (i) 

Te  piacer  per  ragione; 

Che  se  in  piacer  sone 

Della  madonna  mia 

Che  pregar  che  m*  accoglia , 

E  che  il  servir  mio  toglìa 

Non  è  mestier ,  ciò  sai . 

Ma  non  mi  porria  mai 

Forte  di  lei  gaudere. 

Né  d'alcun  suo  piacere 
Amor,  puoi  sostenere. 

Dello  mal  me  non  fai. 

Non  è  ragion  ,  ben  sai , 

Gh'  io  del  ben  decgia  avere 

Che  se  mal  non  mi  sfoglia 

Non  mi  render  ben  foglia . 

Ciò  s' io  noi  servo  pria 

Non  saver  m' ad  venia  : 

E  fo  fallo  se  none 

Prendo  u*  degno  non  sone  • 

Amor  I  verso  e  canzone  ^ 

• 

(l)  Dia:  Deve,  così  spiega  l'Ubai  di  ni,  che  n  elici 
.Tav.  al  Barb.  v.  Dia  riferisce  il.  primo  e  secondo 
verso  di  questa  strofa  così:  Amor ^  pia  cK  altro  or 
dia  Te  piacer  per  ragióne .  Qaesta  e  la  seguente 
strofa  ,  o  per  colpa  di  cattiva  scrittura  ,  o  di  roz- 
zezza d'espressione,  non  rara  ih  quegli  antichissi- 
mi tempi  della  .  volgar  Poesia ,  riescoiio  ^quanto 
•scure .  . 


£  ciascuna  ragion^^ 
Che  di  sollazzo  sìa 
Lasso  io  per  tuttam , 
Mentre  eh*  està  rea  doglia 
Non  torna  in  Lu^iui  voglia. 

Di  Ftancesco  da  BarUrino.  Da  wi  Goàtce 

RUa9aìi  (t). 

Poi  eh'  egli  è  chiuso  sMto  si  grail  oo»e  ^ 
Guardi  ciascun  ben  come 

(i)  Questi  pezzi  ài  ^^tÀtk  Jet  Bartutxi^o  •«Atra  tei  ^ 

da  un  Codice  MS.  antÌQO  d«l  GentìlUsi^Q  Sig.  P< 
Leopoldo  Rìcasoli ,  in  ci^i  ingi|eM^  con  ^U^^  9^*^  ^ 
Latìne^p  Toscane  si  trovatip  i  Pocygieiiti  d^  i^mo* 
re  di  esso  BarHerino  copiati  assai  cctfetTai;|ìefite .  la 
fine  dopo  il  verso  Et  esso  ti  chttide  «  cK  a  ben  non 
si  sforma  f  eh' è  T  ultimo  dtìUi  stampa  ,  si  lèggono 
dello  stesso  carattere  i  rexsi  tke  fon  %u.ì  posti .  Nel 
margiilé  del  MS.  si  veggono  aggitinteposceriotgien*  y 

te  le  spiegazioni  delibi  %Mte  di  caràttere  anfico 
behsi»  niK  d*  i  il  chiostro  sbiancato  ass^i ,  e  mvito 
diverso  da  quello  del  Testo .  E  benché  la  legatura 
del  libro  sìa  molto  aittica  in  asse  e  pel^e,  nnMsdi" 
meno  nelle  vicende  dì  tosatura  degr  indiscreti  ri-* 
legatori  le  carte  hanno,  perduta  v^t^  tetterà  i^elfe 
dette  spiegazioni,  dove  più,  e  ^ot^  fieiio.  Io  ri« 
porterò  quel  pezzo  ^ì  §pijvg:^z'^pae  ch^.  pare  'relKti- 
va  ai  versi  cbe  Uvii  si  pubblicano ,  lasciando  le  If^t* 
fere  che  mancano,  o  supplendole  con  diirersQ  ca« 
tatti're. ,,  Poi  dall'altro  canto  è  d.  ^r  .  .  .  uno  gran- 
de gigante  .  .  w  «olla  tipzéà  Ai^za  ttutta  à^  {bde- 
to,  e  paté  itto« .  .  «  .«  pare  che  dica  quasr  e  parote* 

tv  $on  vjg<Msa  ci  ^uuHtk.  pie  v-eniase 
AlauA  ohe  H  liina  mpri^^e.^ 
E  se  noi\  fesse  aetal  eh  eirte  i  cT^Md^ 
SatétU  d'està.  apiadA  n^  io.  pefiCo* 


\ 


A3 

Ad  aprirlo  si  mette  \ 

Che  jsc  nott  fcxiier  aotlB 

Ben  1«  fijso  aiaDÌ  e  *d  oiK>re  » 

Vede  uA  eh'  d  per  trar  la  spada  fiiOMl  ^ 

Ed  è  chiamato  vigor  dà  colti! 

Che  tutti  gli  altri  e  lui 

Poeto  mandar  e  inanda. 

Perchè  quanto  oemanda 

Cielo  ed  inferno  e  terra 

doB  ciò  che  dentro  lerxa 

Gonvegnon  ubbidire. 

Che  nullo  puote  cantra  sì  gran  Sire, 

l)^llù  stesso.  Dei  inedesìmó  Codioé. 

io  sono  amor  in  nova  ferma  trattò , 
E  se  di  sotto  di  me  riguardrete, 
L*  ovre  eh'  io  faccio  in  Bgore  vedrete  « 

^er  li  gran  colpi  ho  già  perduto  il  cuore  ^ 
Ma  si  ti  dico  eh*  io  potre*  campare , 
Non  che  per  rosa>  ina  per  un  guar^^fo^ 

Se  io  potessi  dimostrarti ,  amore , 

Come  mi  piace  il  colpir  che  tn  fai,    * 
Gittresti  rose ,  e  non  pc^r  datidi  ornai . 

Gli  altri  verri  che  seguono ,  tratti  dal  medesimo 
Codice,  hanno  una  spiegaziona  che  è  oonfonne  al- 
rqUima  Figufa  dell'  edieiane  deH'  Ubuldimt ,  ^  è 
questa .  ,,  Qui  è  figurato  Amore  fanciullo  ignudo 
con  alle,  a  cavallo  ritto,  con  pie  d*  ùoc^Uo  ,  cgn 
turcasso  e  saette,  gittando  saette  e  fiorì  9gl!  infra- 
scritti.  „  Dopo  il  primo  terzetto  detto  da  Amore» 
gli  altri  si  figurali  detti  da  quelle  diverse  petsone 
accennate* 


«4 

Amor  mi  fer^,  e  monrami,  per  trarmt , 
Che  mi  dra  gioia  se  io  mi  rassecuro 
D*  entrar  in  quel  di  eh*  io  poco  ancor  caro. 

Io  8011  percossa  d*  uà  dardo  mortale, 
U  veggio  bea  che'l  mio  desire  è  folle: 
Ma  che  posV  io,  poi  cosi  Tamor  volle? 

Pregoti  amor,  poi  che%n*  hai  così  morta, 
Gae  almen  coverta  sia  la  mia  ferita, 
Si  seguirà  di  questa  morte  vita  . 

Non   temo  tuo  ferir,  né. don  ti  chero , 
Ch*io  porto  d'  onestà  mio  cor  armata» 
Ma  non  disamo  chi  t*  ha  seguitato. 

Amor ,  che  ci  ha  di  due  fatti  una  cosa 
Con  superna  virtù  per  maritaggio  » 
Fa  durar  d*  un  paraggio 
La  nostra  vita  in  questa  già  tuttora. 
Sia  grato  il  fin  com'è  nostra. dimora. 

Ringrazio  la  tua  gran  potenza  amc^re 
Che  m*  hai  degnato  far  servo  in  piacere 
Di  quella  cui  ti  potevi  tenere. 

Tu  veJi  ben  eh*  io  son  ferito  a  morte, 
Ma  tanto  lancia   eh*  io  venga  ben  meno, 
Che  troppo  è  fera  l' angoscia  eh'  io  meno  r 

Io  sento  ben  la  colpo  che  mi  desti , 
Ma  tu  me  ne  poresti  as-ai  lanciare, 
Gh*  io  pur  san  fermo  di  te  seguitare  r 


aS 

Io  8on  ferito,  e  non  so  ben  perchè; 
Ma  credo  che   mi  die  quella  donzella. 
Dì  cui  memoria  pìaguendo  favella. 

Io  ho  martire  di  morte  per  quella 
Cui  mi  fiicefiti  procura  eh'  io  vada 
Coir  alma ,  ov*  ella  sera  poi  maudada 

Non  piaccia  a  Dio  che  da  che  tu  mort'  hai 
Colui  per  cui  viverà  (i)  la  dolorosa , 
Un  sol  dì  sia  me  da  morte  nascosa  . 

Di  Francese/lino  degli  Alhizzi.   Dal  Codice  A» 

Non  desse  donna  altrui  altro  tormento 
Se  non  delle  diverse  gelosie. 
Si  *I  fa  morir  bea  mille  volte  il  die  . 

Ciò  che  m*è  doglia ,  se  gradite  altrui , 
Non  è  per  astio ,  ma  è  solamente 
Glie  voi  ed  io  n'  avete  per  niente , 
E  non  sarà  di  me  increscer  a  cui 
PerchMo  non  penso  a  me,  penso  di  vui, 
£  voi  d*  altrui  pensate;  adunque  chie 
Avrà  pensìer  delle  fatiche  mie? 

Di  F.  Domenico  Cavalca.  Da  un  Codice 

Facciano  {2), 

A  Dio  eletta  e  consecrata  sposa 
Se  esser  li  vuoglt  sempre  graziosa 


(1)  Pure  che  qui  abbia  errato  il  copi  età .  Io  leg« 
geret  gli  ultimi  due  versi  cosi:  Colui  per  cui  vive-* 
rò  daIoro$a  »  Un  sol  dì  sìa  a  me  morte  nancosa  . 

(2)  I  Compilatori    dei  Voeabolario  della   Crusca 


ù6  >* 

Caccia  U  mQndp  cao  tfgui  0oa  cqH 
Dal  tuo  afte. 
Pensa  ,  soriQlla  mia  ^  nel  mio  (0  doiare^ 
Vedi  ehe  pende  in  croce  par  tuo  amore  ^ 
Se  lasci  l^^ ,  a  prandi  altro  amatore 
Fai  villania  1 
A  far  t;al  cambip  (2)  mi  par  gran  paz^ì^,^ 
Lasciar  d'amar  lo  figliuol  di  Maria 
Veff  ^maLX  creatura,  qua!  vpo'  sia 
In  qui90t^  ?ita  , 
Se  ami  lui  se'  iqoIm  ingentilita 
Perchè  V  amor  ti  fa  con  lui  unita  i 

nanno  fatto  grandissimo  conto  dell'Opere  del  Cti^ 
▼alca  ;  e  il  celebi^e  Bpctari  le  ha  ristampate  presso 
che  tutte  riducendole  alta  loro  vera  lezione.  Egli 
ha  pubblicato  alcrest  alcune  sacre  pot^sie  del  me^- 
destmo  autore,  era  le  qu«ll  è  il  Servai»  tese  presen- 
te, ma  oiiirilaco,  che  ai  t»ov^  dopo  il  Volgarisxa- 
tnento  del  Qialogo  dft  S.  Gregorio ^  ci  Ji*  Espiatola  di 
S.  Girolamo  ad  Euacochio^  Homa  17$4«  ^1  Bottari 
ne  fu  somministrata  copia  dal  Manna  »  tratta  da  nn 
codice  del  Paganelli^  Ove  mancava  ad  ogni  strofa 
il  meezo  verso  in  fine.  Ci6  fa  A  che  il  senso  in 
tutto  il  Sirventese  o  nianca  affatto  4  o  zoppica*  as« 
sai .  Io  riprodvoo  intem  questa  poesia  coi  mezzi 
versi  aggiunti  servendomi  di  un  MS.  del  Sec.  XIV. 
che  Qpncìene  le  Laujli  di  F.  Ifacopon^,  ed  coltre  di 
diversi,  il  (|Uar  MS.  difettoso  in  pm  luoghi  esiste 
nella  Libretta  delF  <n?natttf9imo  Sig.  Giuseppe  Puc* 
ci.  Ho  consultato  eziandio  altro  MS  ,  che  pare  del- 
lo stesso  Secolo  «  contenente  lo  Specekio  dkCrbce, 
e  in  fine  lacune  jpoesìe  4^1  CUvs^  ;  e  ^^sto  mi  ^ 
stato  favorito  dal  Sig.  Ab.  Sebastiano  Lotti ,  a  cui 
esso  appartiene  ^ 

(1)  Il  Bottari  neZ  «rio,  ma  il  senso  éorfe  assai  peg« 
fio  *  Anche  il  MS.  Loui  ha  na2  tuo . 

(2)  Il  B.  A  far  tal  ossa.  Par  migliore  la  leèioaa 
éA  Mi.  r.  e  concorda  il  MS.  L. 


Di  elò  oh^  altr^  ami  9t*  molto  inviHttit 
la  ventate. 
Omè!  che  puzza ,  e  che  gran   nequitate 
Lasciar  d'  amar  la  divina  Bontate , 
La  qual  ci  chiama  (i)  con  grande  pietate 
Slande  io  croce. 
Quelle  ferite  pittano  gran  voce . 

Chi  in  tal  fornace  d*  amor  non  bì  code 
Non  giova  la  sua  morte,  anzi  gli  noce; 
Or  dunque  l'ama. 
0  sconoscente,  or  non  ve^com^t?)  brama? 
Per  molti  modi  (a)  non  ve^eom*ti  chiamai 
Ogni  altra  cosa,  e  te  prima  disama, 
fi  pur  lui  prende  i 
l)*ogni  altro  amor  sai  che'i  <?or  tt  riprende.  (3) 
E'  maraviglia  come  non  si  fende: 
Quel  solo  ha  paqp ,  che  a  queste  attende 
t^nramente , 
Che  può  temer  chi  ha  1^ onnipotente? 
Chi  in  lui  si  mette  non  fla  mai  dolane. 
Di  ciò  che  altro^ami  ptun  esser  perdente^ 
Ben  lo  tal. 
Quest*  è  cagion  (4)  che  il  mondo  ha  tanti  guai , 
E  nullo  peccttor  è  pieno  assai  ; 
Che  ciò  eh'  è  men  che  Die  ned  empie  mai 
Il  eor  umano! 
Immagitì  è  (5)  dell*  alio  Dio  sovrano  ^ 

(i)  !l  MS.  L  ti  chiama. 

(2)  Il  MS.  L.  P^r  fttoxiei'.dMcfitCbéio  ^referivei  • 

(3)  Il  B.  ti  prènde,  I  due  MSS.  P.  e.  L.  s^aecec* 
dallo  in  legger^  ti  riprèjude  ^  ed  hsAiéii  ragione. 

(4)  Il  B.  Qué*ck*  aggion  cA  i  eh*  ha  *l  mondo ,  han 
guai;  itzìont  assai  peggiore.  Il  M&  L.  concorda 
col  MS,  P. 

(5)  Il  Boctari  e  il  MS.  L.  immagine  senza  U  ireap 
ho   sostantivo  è.  Preferisco  la  lezione  del  MS.  P« 


«8 

Perciò  non  1*  empie  lo  mondo  ob*è  vano« 
Credi ,  suor  mia ,  al  mio  consiglio  sano  , 
£  non  r  amare. 
Ciò  che  ama  lo  cor  nostro,  e  vuol  (i)  cercare^ 
Face,  ricchezza,  onor,  e  dilettare 
Giammai  nel  mondo  si  può  ben  trovare, 
Sfa  in  solo  Dio  . 
Che  ben  o  pace  ha  mai  (2)  T  uomo  eh* è  rio: 
Di*  dunque  :  o  dolce  amore  sposo  mio , 
Fammi  di  te  gustar ,  perciò  che  io 
D'altro  non  curo. 
A  te  dono  il  mio  corpo  ,  e  lo  cor  puro; 
Tu  se'  mio  sposo  ,  e  diletto  sicuro. 
A  te  m'arrendo  ,  ed  a  te  fede  giuro. 
Amor  divino. 
Con  grande  reverenza  a  te  m'inchino, 
O  dolce  amore  sopr'ogni  altro  fino: 
Aggi  pietà  dello  mio  cuor  tapino , 
O  buono  sposo . 
Lasciati ,  omè  !  per  amor  fastidioso. 
Or  mi  ti  rendi ,  lesii  amoroso  ; 
Che  sempre  mai  fosti ,  e  se'  pietoso  (3) 
A'  peccatori . 
Poi  eh'  arai  cosi  pianto  con  dolori , 
B  renunziato  agli  fetenti  amori , 
Adorna  lo  tuo  cor  d' automi  fiori  » 
E  dilettosi .  (4) 

(i)  Il  Bottari  e  il   MS.  L.  hanno  gtiol.  '■ 

(2)  Il  B.  Che  beri  pace  ama .  Il  MS.  L.  Che  bea 
ne  pace  ha  mai . 

(3)  Il  B.  Inteso  e  provato  che  se*piatoso  .  Così  pò* 
re  il  MS.  L. 

(4)  Il  MS.  L.  in  vece  di  questo  mezzo  verso  pò- 
ne  Sì  che  gli  piaci ,  e  seguita  coli*  altra  strofa  Se 
ben  gli  vuoi  ec.  in  fine  della  quale  pone   E  dilet* 


Faratti  gustar  cibi  savorosi , 
Intendimenti  arai  maravigliosi  ^ 
Fsiratti  star  co*  suoi  santi  amorosi 
Ne*  suo*  palazzi . 
Se  ben  gli  vuoi  piacer  fa  che  ti  spiacci , 
£  lui  escetto  dì  nulla  t*  impacci  : 
la  verità  se  *1  fai  sentirai  sollazzi 
Contemplando  . 
Ciò  eh*  è  di  sotto  al  ciel  si  metti  in  bando  ;(i) 
Amando  grida  e  piangi  suspirando, 
Dimanda,  picchia  ,  e  cerca  ben  orando , 
Se  tu  *1  vuoli . 
Non  esser  pigra  più  com*  esser  suoli  , 
Che  se  per  amor  forte  ti  riduoli 
D*  averlo  offeso  arane  ta' figliuoli  (2) 
Che  sarai  beata . 
Già  sterile  non  è ,  ma  fecundata 
A  tale  sposo  Y  anima  botata  :  (3) 
Ripensa  dunque  a  cui  se*  disposata  ^  (4) 
E  tiengli  fede. 
Come  geloso  fi  li  guarda  e  vede; 
Però  «ia  savia  ,  e  con  lui  *n  cella  (5)  siede  » 
Se  leal  troveratti ,  ora  mi  crede , 
Arai  gran  rose. 
Tu  sai)  suor  mia^  che  le  mondane  spose 

$osij  attaccando  la  strofa  Faratti  ec.  col  mezzo  ves- 
so in  fine  Contemplando  .  La  disposizione  del|e  stro- 
fe nella  stampa  del  Bottari  concorda  col  Cod.  L. 

(1)  Il  MS.  L.  Ciò  che  ìi  men  che  Dio  si  mette  in 
b^ndo . 

(2)  Il  MS.  L.  araine  ta*  figliuoli  .  Il  B.  arai  *n  ar* 
ra  figliuoli . 

(3j  II  MS.  L.  e  il  B.  vocata^ 

(4)  Il  MS.  L.  e  il  B.  disponsata . 

(5)  Il  B.  ancella 9  ma  i  due  MSS.  concordano. 


Zo 

ì'ortando  e  partoroado  fon  panoit^ 
Per  molti  modi  poi  son  dolorose  ^^ 
£  sciagurate . 

Da  questi  guai  son  nette  e  liberate 
Quelle  che  a  Cristo  amor  son  disposate  i 
Portano  Di<i,  e  gi^  90u  pon  gravate 
Di  tai  peso, 

liui  partorendo ,  s<^condQ  che  bo  iateso  , 
Hao  di  dolcezza  ^9^  il  cor  compreso 
Che  per  diletta  in  Dio  (i)  fta  sospeso , 
E  tutto  unita. 

Vedendo  poi  che  '1  figlia  ban  partorito , 
E  che  ha^una  Dio  per  figlio  (a)  e  p^  n^antU 
Per  gran  dolrezz^^tien  il  cor  rapito 

Jm  Par^idisa. 

£  quivi  contemplando  il  chiaro  viso 
Del  lorq  sposo  hi^nno  sollazzo  e  risOj 
Ogni  cosa  creata  hanno  in  deiiso.f 

£d  i(\  dispeuv* 
La  pace  che  hanno  escede  lo  'ntelletto. 
Omè  !  Qol  provo ,  ma  si  V  abbo  letto . 
Se  avesama  »  suor  mia  ^  puro.  V  aiFeuQi 
Si  *i  santi  re  nima  . 
Le  gioie  d*  esto  sposo  dcQvreamOi 
La  sua  dolcejM  -un  poco  gusteremmo) 
Gustato  tal  sapor  non  cureremmo 
Poi  le  pene. 
La  dota  d*  e^o  spòso  è  Ogni  bene  » 
E  dota  la  sua  6posa ,  e  fargliel  viene  ^ 
Perciò  cbe  egli  è  riqco  »  e  vede  bene 
Gh*  eir  ò  mendica . 

(1)  Il  B.  Iddio.  I  MSS,  concordano. 

(2)  Il  B.per  isposo  \  ma  U  senso  noa  eorre  ^  t  due 
MSS.,80A  coafomi. 


9t 

Altro  che  ftflkof  d&  lei  mm  chieda  mìtai 

Però  »  flt^Of  aia  »  eb^  Dio  ti  benedica  » 
Dagliele  tutto ,  (i)  e  (guanto  puoiU  nutrica , 
B  te  dfsptézca. 
A  lui  cosi  ttoha  con  ferdiMta 
Vedrai  ,  e  peséedrai  l6  sua  rtcebeztt  • 
A  quanta  salirai  co^  lui  altezaa 
Non  lo  so  di^e. 
Ben  odo  che  fa  ¥  anima  lar>guire  . 
Brighiauci  et  moado  iti  tutto  di  morire , 
£  spero  in  lui  (2)  che  ci  farci  seotire 
Di  se  avaocio . 
O  phi  pofia  contar  qnant*  è  '1  soUaccio 

Suand'  esco  0pO9o  tien  la  àpo«a  in  bracone? 
ol  può  provar  né  credei  to  cor  ghiaccio , 
Ma  *1  ben  caldo . 
Legittimo  d' amor ,  e  non  bastardo , 
Gentile  ^  e  costumato ,  t  non  ribaldo , 
Valente  alle  battaglie ,  0  iiofi  codardo 
Quello  pro^a. 
Del  ben  che  sente  già  non  sa  dar  porota , 
DI  M  rimati  perdento  e  fion  si  trova  «  • 
Sì  è  fermato  non  è  chi  *1  tliliuóva 
Per  nullo  modo  . 
In  Dio  è  trasformato  e  tanto  sodo 
Che  cf  eatora  non  sciogUerìa  (3)  tal  nodo . 
Omè  !  noi  provo ,  ma  a  to  lo  lodo 
Per  verape. 
O  anima  gentil  di  Dio  capace  ^ 

(1)  Il  B.  Dal  cielo  tutto»  ti  MS.  JL.  in  tutto. 

(2)  11  B.  £   ptrò  *n   lui  spero   ec.   ma   il  verso  i 
itorptato .  I  due  MSS.  concordano . 

(3)  Il  B.  e  11   MS.  L.  scioglie  «  ferckè  il  V^kso  tot* 
ni  nel  MS.  P.  bisogna  far  creatura  di  tte  sillaba  • 


3ft 

Acciò  che  proti  jquesta  som  ma  pace 
^uggi>  AÌ^  paziente,  piangi,  e  tace, 
£  lui  domanda. 
Con  gran  fervor  fa  ciò  che  li  comanda , 
Faratti  allor  gustar  la  sua  vivanda  : 
Se  puoi,  suor  mia,  pn  poco  me  ne  manda 
Gb'  io  n*  assaggi . 
Pregoti,  suor  mia,  pensa  (i)  gli  vantaggi. 
Che  t*ha  fatti *1  tuo  sposo,  e  cari  ii  aggi^ 
Acciò  che  come  ingrata,  tu  non  caggi 
In  gran  ruina  . 
Quest*  è  comune  sentenza  divina, 
Gbe  chi  dispregia  la  sua  grazia  fina 
Diventi  poi  d*  ogni  vizio  sentina, 
E  del  nemico. 
Abbi  dunque  Dio  caro  e  per  amico  » 
Che  chi  lui,  ha  giammai  non  fia  mondino  , 
£  chi  lo  spregia  ,  or  credi  che  i*  tei,  dico  ^ 
Sempre  ha  male  . 
Oh  te  beata  di  sposo  cotale  ! 
Oh  misera  se  poco  te  ne  cale  ! 
Gho  tutto ,  e  sopra  tutto  ogni  ben  vale  : 
Or  r  abbi  caro. 
Gran  gioie  dona  ,  che  non  è  avaro  • 
Lasciai  intrare  a  te  ,  non  far  riparo. 
Vieo  con  dolcezza ,  e  sanza  nullo  amaro 
£  sanza  pena. 
Nel  cor  che  gli  apre  entra,  e  con  lui  cena, 
D*  acqua  di  grazia  creavi  tal  vena  , 
Ghe  qui  lo  sazia ,  e  poi  in  ciel  lo  mena 
A  star  co*  santi  . 
Quivi  vede  i  beati ,  che  son  tanti; 

(i)  Il  B.  e  il  MS.  L.  pensa y  suor    mia.   Il  verM 
xietce  migliore. 


33 
Nullo  flbbachista  potrebbe  dir  qnaDti. 
Lodano  Dio ,  e  sempre  fanno  canti 
Dolci  molto. 
Beati  soo  che  veggion  Dio  in  volto , 

£  beato  è  chi  questa  parte  ha  tolto  ;  (i) 
Ha  chi  la  spregia  assai  mi  pare  stolto 
E  {sciagurato. 
Omè  !  del  dito  nell'occhio  m*ho  dato, 
Che  io  son  quel  che  Dio  abbo  spregiato  » 
Ma  tuttavia  confesso  il  mio  peccato, 
E  mercè  obero . 
Fregai ,  suor  mia ,  non  mi  si  mostri  fiero , 
Avvegna  eh*  i*  gli  sia  stato  guerriero .  (2) 
Anco  ti  prego  che  al  tuo  San  Piero 
Mi  raccomandi. 

Dello  stesso  Cavalca.  Da  un  Codice 
delSig.  Lotti.  (3) 

Come  r  uomo  dèe  seguitare  la  vita  de*  buoni , . 

non  pure  lodargli. 

Chi  loda  il  corridore  ,  e  sta  a  vedere , 
S*  esso  non  corre .  non  ha  la  corona  : 
Però  $'  inganna  ciascuna  perdona , 
Che  crede  altrui  lottando  a  Dio  piacere. 

In  se  virtù  ciascun  procuri  avere: 

Per  virtù  d'altri  nulla   mente  è.  buona. 
Chi  da  quel  ben ,  che  loda,  si  dissona 
lusto  giudicio  spetti  ricevere. 

(1)  Il  B.  e  il  MS.  L.  sciato. 

(2)  Il  MS.  L.  Fticvia  di  ine  pur  come  par  weatierOm 

(3)  Nel-  menzionato  MS.  del  Sig.  L(>tcì  olrreai  12. 
Sonetti  itanipati  col  Dialogo  di  S.  Gregorio  dopo  il 
Serventese  8 'pra  riferito',  sono  altri  y.  Sonetti  ine* 
dici  tra  1  Quali  ne  scelgo  quattro. 

z 


34 

Quest*  è  de*  grandi  efi^r  dV  cpieflta  iftta  f 

Gb'  uom  fugga  in8<^  quei  che!  a  altrui  condieadfi 
E  piacciali  in  altrui  quel  che  in  st  vita. 

Sol  qualche  alma  che  éua  vìCa  emenda 
Vif tu  che  ama  in  altri  molto  aita  . 
Chi  codtra  fa  peoai  che  cagten  renda  • 

Delio  stèsso.  DdU.  medesimo  Codice.  * 

■ 

pome  molto  è  utile*  accostarsi  af  buoni  ^  e  mote 
da  temere  la  troppa  famiUaritadé . 
t  .1 

Io  tempo  e  luogo  tenebroso  posti , 

Fra  tante  idale  lingue  ,  e  mala  gente  ,<      ■- 

Farmi  gran  senno  che  chi  po6  s' accosti 

A  chi  ha  vita  santa  e  rilucente. 
Dall'  suitra  part»  à:  veggio  disposti 

Li  piùe  a  dir  pur. mal,  i|OD  hen  niente: 

E  leggo  e  veggo  i  lacciuli  nascosti , ,. 

Che  tifi  par  buon  che  diavol  perdseiltd. 
Onde  tener  lo  mexso  in  osto  fatto 

Già  nulla  pu6  sonza  diyin  conaigUO;. . 

Tal  crede  vinte  aver  i  cl)e  bià  acacce  mattCK 
Chi  troppo  fugge,  io.  pec  me  lo  ripìgiliQ  i  •  • 

E  ch^  s'affida  troppo  m  par  matte^  • 

Aiutami  lesù»  che  a:te.m*a{riMglio« 
Amar  di  cuore»  e  poco  visitare^ 

Farmi  che  sia  la  via  per  me'  ctmpase. 

« 

Dello  stesso .  Dal  medesimo  Codice  • 

Riprensione  d*  alcuno  che  groppo  conversa  con 
qualche  persona  f  di  cui  jsra  teatato . 

Foichè  hon  fuggi  lo  fuoco  ben  ardi 
Ora  di  corpo ,  e  goi  d*  eterna  i^eqa^^ 


SI 

VeftOv  ftelBk»  tfke  p(A  ftoif  tdfiil  tudk 
*  Sd  tiWBdo  mal  I«  e«4pa  fa  catena . 

Ot  tfel*  ptlfltfipTi^  pftfgc^  che  ti  gtianii, 
Ctte  bmi  f  avvedi  chef  M  diavol  d  ntótìar. 
O  la^so.  tapiiìcl ,  di  cuV  t*  imbardi  f 
Bdiv.  mostri  che  foi»c(a8tj  nella  rena. 

0«ajuiiaib  ^ntiV»  com*  mv  iiiviUfea  ! 
Penikre,  amaséoemvtmra»  Iddio  ,^ 
Pfe'rtu*  c(yrt  danno,  &  w€tg&%m  il' arai; 

C  bfsogno  è  che  amsir^  dènti  vita , 

Che  mai  non  trova  pace  P  uom  eh*  ^  rtó, 
Oimè^  quanti  ti  veggio  venir  guaif 

JJello  stesso .  Val  m^^simo*  Codice  •• 

JTttlà  dafetza  e  dello  pedcnlo  di  siuttH  che  fioit 

O  nieisui  d«re  »>  piae^  enod^  «he  pietra  » 
Ghr  pviiro  éi  le^ù  iìo\>  par  vi  caglìa-r 
Le  9tm  ca»lor  vostri^  ghiiicbta  non  s'qu^gKaS, 
Non  riceve  suo  8oV  vosti^'alnìa  tetYa.- 

E  ai  armata  avete  la  faretra, 

Sua.  africa  lanci»  vMrr'araK)  nofv  maglU** 
Si  forte' coatastate-a^-jua  batfeitgUav 
Minaeer  o*  piatii  miUa  é»  vov-  ierpetr^. 

Prometti 9  mente  dura,  io  fin  pentire» 

Verdìti  ìì  tempo"  iri'  mafe  adoperare*,  ' 
'  Credendo  quando  vuoi  tornar  potere. 

ILa^tBl  ae^nteozìa  Miei  l*  uom<»  riceperc  & 
Se  quando  pu^fM»ut  ihinle  a  Uio  tornare, 
NoQ>  a^tf  qaaadon  ve^t)!  tornm?  si^eirev 


§6 

Il  Bocttrl  nelU  Predizione  «1  Dialogo  di  S.*Gre- 
gorio  p  36.  dice  :  Avrei  anche  collazionato  i  l3. 
Sonetti  del  testo  medesimo ,  quando  io  a^enn  trovia^ 
to  un  altro  manoscritto  o  antico ^  o  pure  almeno  wO* 
derno  ,  dove  fossero  questi  sonetti  ;  ma  per  tutte,  le 
ricerche  fatte  non  mi  è  riuscito  di  trovarlo  ;  laon* 
de  m*  è  convenuto  lasciare  alcuni  passi  malconci  f 
disperato  di  poterli  curare^  e  ^opra  alcuni  arri<^ 
schiare  qualche  mia  oonghiettura  »  comunqtte  sia  . 
Avendo  io  perranto  avuto  la  comodità  di  collazio* 
nate  col  MS.  Lotti  i  predetti  \%  nonetti  atampati 
da  lui  y  ne  ho  tratto  le  seguenti  varie  lezioni ,  pbe 
mi  Bono  sembrate  le  più  importanti. 

Son.  2.  ver.  3.  Che  m'  hai  donato  deh ,  e  terra  »  e  tene»  p 

S.  2.  V.  6.  non  oso  fuggire  . 

S.  2.  V.  II.  E  petti  me  converti f^o  dolce  amore. 

S  3.  V.  6.  Che  tendo  amato  in  prima  n*  è  obbligato  • 

S.  4*  Quader.  2.  E  già  non  s*  ama  sì  teneramente  , 

E  poi  contrito  piange  7  suo  difetto , 
An%i  si  duol  col  fine  sì  imper fitto  » 
E  poi  7  confina  ben  generalmente  • 

S.  5*  V.  2.  Viver  centra  di  se  per  Cristo'  amore, 

S.  5«  V.  9.  Sì  gran  virtù  da  pochi  è  cogaosciuta  9 
Da  meno  amata  ec. 

S.  6-  V.  5.  Za  tentazione . 

S.  7.  V.  4*  vi  sta  dimorato . 

S.  8.'v«  6!  Erede  e  figliaci  fa  chi  P  ha  in  amore. 

S.  8.  V.  IO.  Prenda  allegrezza  ^  e  amili  Crùcifiseo  , 

S.  9.  V.  9*-  £  in  suo  etempio  ci  donò  fortezza» 

Mi  sia  lecito  aggiungere  qualche  mia  congbiet- 
tura .        ' 

Son.  I.  V.  d. ,  e  S.  8.  v.  4.  Leggerei  diaulo  9  o  diaolo 

per  la  misura  del  verso  • 
S.  3.  V.  4«  Leggerei  con  lui  in  vece  di  colui. 
S.  4.  V.  11.  Il  MS.  L.  Poi  serio  riputato:  e  leggerei, 
•  Poi  s'  è  rio  riputato  • 

• 
Il  titola  del  Son.  4*  ^  nella  stampa  :  De*  sette  gra* 


•3? 

di  dett  odio  pio  .  Il  aon  avere  avvertito  1*  abbrevia- 
tura di  un  doppio  p  ha  fatto  leggere  pio  in  vece 
di  propio .  Fa  maraviglia  ohe  sotto  gli  occhi  d(d 
Bottari  si  sia  stampato  V  odio  pio ,  tanto  più  che  il 
titolo  del  Son.  5.  serviva  a  correggere  il  titolo  del 
Son.  4.  A  p.  l^c.del  Dial.  di  S.  Greg.  si  trova  aZ- 
V  ora  della  Mtella  in  vece  di  alV ora  della  sesta  .  Ciò 
moi^tra  con  quanta  facilità  prendano  abbaglio  an- 
(phe  gli  upmini  grandi  »  e  quanta  ponderazione  .sia 
necessaria  oell* esame  degli  antichi  Manoscritti. 

I  L    F  I  NE. 


Al  Sig,  Ab.  Gin:  Batista  Zannoni  Imp. 
Antiquario  del  Museo  Fiorentino  ec. 

Sìg.  mio  ed  Amico 

\fae8te  idee  su  la  Storia  della  Statuaria  e 
intorno  ad  altri  passi  di  alcuni  Classici  Greci 
t  Latini  relativi  all' argomento  Je  dirigo  a  voi 
perchè  vi  appartengono  come  seguito  di  quelle 
Osservazioni,  che  già  vi  piacque  d'accogliere 
anni  sono,  intorno  alla  formazione  del  Metallo 
Corinto .  L' amicizia  che  passa  tra  noi  da  molto 
tempo  fa  sì  che  a  voi  le  dirìga  perchè  non  t«- 
XDO  un  giudice,  e  perchè  non  apparisco  di  a*- 
busare  del  costume  di  queste  dediche  per  ven- 
dute non  convenienti  alla  ingeuuità  letteraria. 
Voi  da  Letterato  qual  siete  mi  colmate  di  mil' 
le  letterar)  favori,  ed  io  con  equivalente  mo- 
neta, ma  di  bronzo  contro  inargento,  procuri^ 
di  corrispondervi.  Intanto  amatemi  e  crede- 
temi 

Vostro  Affezionatiss,  Amico 
Ab.  Sebastiano  Ciampi. 


^ 


^eve  Prospetto  i(?fP  Origine  della  Statuaria , 
Dalle  Vif.rie  miìterie  in  diversi  lem  pi  a4opcratc 
p^r  U  Statue  djigli  Dei  e  de^lì  Vcf^i^i-  f^arÌ9 
tigni^ato  dei  nomi  spe<i^li  iodlAanti  ^gtn^ri^ 
camem^  Stàtua .  Si  oonciliane  DUinisio  d'  Aìu 
carnasso.T.  Livio,  Pluiarco  «4  altri  Scrittori 
con  Plinio, 


A 


presa  di  voler  risalire  ali*  origine  d'alcune  arti 
che  4Ì*uso  iiavemerabWe  per  la  eoddHfasioue 
dei  bi/u^oi  fidici  o  inoraH  dell*  uomo ,  teuibra- 
no  aver  avuto ,  direi,  contemporaneamente  con 
Tuomo  stesso  1  origina  «  L'uotuf)  i^l  quale  ora 
il  conosciamo  non  è  mai  stato  seoz* ambizione , 
fi^i  «0i죣^  di^sìd^rio  d'ui»'  e»isiN»ilia  più  lunga 
lU  60,9  delift  e^Ì9teiiz9  e  presenta:  de^uoi  pie 
i>&ri  gik  morti  o  as^ooti .  Gonsegtieoxa  di  tali 
iffé&ionf  esjser  dovette  la  Statuaria.^  che  man^ 
tenendo  davanti  a  gli  occhj  le  corporali  sem*- 
biauze  appaga  Ì9  certa  moda  il  à^$ìo  d'  una 
.{irolpngata  esititenza ,  e  la  loofaimuxa  di  chi 
V4>rrebbosi  (vicino  meno  grave  riduce  (r). 

Di  qui  i  chef  le  statue  furooo  riguardate  quali 
Opponi! n issimi  meiosi  di  pubblìi^a  onorevole  tir 
euiApoa$a  fino  dal^et^  più  remote.  Tra  le  pri^ 


(l)  Omnium  fingendcrrnm  similirudìnum  ratio  i^- 
efrco  ab  omnibus  inveiita  est  ut  poesent  memoria 
-«eviiìett»  qurvel  «torte  subtfacti  veì  ubientia  f ae- 
rane separati.  Lattanzio  de  Origine  erroris   UK  0. 


•le  ^  ftibblHro  decreto  cwtte  si  tioon<>  da  Pr- 
illo quelle  d'  Armcxiio  e  d'ArVstogi tenie  'm  Ate- 
ne in  premio  4'a^er  iitferata  la  Patria  dai  treo^ 
ta/Tiranni.  Io  Roma  fino  dai  prt-Éii  tempi  ^ne 
farofKi  orette  ad  Arìo  Navo  ,  a  Ciloiia ,  ad  Ura- 
%io  Goetrte  e  ad  altri  É^enenfienti  per^iiag^i . 
"  '  Come  tutte  le  arti ,  così  qoe^ta  dovètto  ave- 
te 41  flfuo  naM^imemo,  i<  progresso,  -e  la  per  fé* 
zioiio.  Anche  quaodd  la  istoria  non  cel  confer*> 
ihasde  sembra  che  Wl  pia6tìca  ed  il  legno  fossero 
i  priocipì  da*  quàfì  «i  rifece  la  Statuaria  ;  Poi* 
che  s'incominciò  colla  terra,  col  gesso,  è  con 

%  ^a  cera  a  cavare  dalle  membra  le  forine  perrom- 

^omecosHe  softi'glianto,  dotte  ttììXÌvùv^  eìxévcn; 
t  iydhfjLotm  ù^pciz/m  Kut  yrihtvà^  presso  iGre- 
^i ,  o  da4  Latini  jic fìtta  simniacra  ,  signa  te.  Dopo 
le  suddette  materte  più  fàcile  td  atto  per  lavorar<si 
fii  il  legno,  e  questo  noi  primi  tempi  dovette 
Vpecialmonte  adoperatsi  dagli    Artefici  quando 

A.  non  À  proponotano  la  somiglianza  della  f)erBo- 

tia,  come  ttelle  statne  degli  Dei .  fnfatn  le  pìji 
antiche  tra  queste  rammentate  da  Fausania  era- 
tio  di  varia  specie  di  legni,  come  il  Gipres^so, 
la  Quercia ,  il  Pero  silvestre  ,  V  AceVo ,  il  Bus- 
solo, 1* Ulivo,  il  Loto,  la  Smilace,  il  Gedro, 
l'Ebano^  la  Vite,  il  Sughero,  la  Palma,  Il 
Pioppo,  il  Tillio,  il  Salcio;  di  légno  fabbricai 
ransi  specialmente  in  Kgitto  (f  ) ,  e  per  ciascun 
Dio  si  preferiva'  la  pianta 'd.  Itti  saéra  ,  come  il 
Cipresso  a  Silvano  y  la  Quercia  a  Fiutone  ed  a 

fi)  Paus.  lib.  I.  Gap.  43-  Hb.  2.  cap.  17.  e  19.  lib. 
6.  cap.  19.  lib.  tocap.  1*8.'  li^*  io.  cap.  19;  l'eofra- 
\  sto   lib.  5.  hÌ8C.  Piant.  cap.  4.  Giunio  éeTict.  vec. 

lib.  3.  cap.  40.  -    '' 


Giove  ec.  Tra  lonnmerabili  altre  di  legno  eraii 
il  Giove  di  Friaaio ,  T  Apollo  Licio  fabbricato 
da  Attalo  Ateniese  e  dedicato  nel  tempio  d'^Ar* 
go  da  Daoao  (  i  ) . 

Queste  statue  di  legno  chiaoiavaasi  Daedala. 
Fau«ania  crede  che  tal  nome  avessero  molto 
prima  del r  esistenza  di  Dedalo  figlio  di  Pale* 
JDOoe  Ateniese»  au'.i  vuole  che  quet^te  dessero 
il  nome  a  lui ,  e  non  già  egli    a  queste  {o) . 

Perchè  il  legno  non  intarlasse  solevano  in  ver* 
niciarto,  o  ungerlo  con  unguento  di  rose  pre* 
.parato  a  tal  uopo  (3).  Alcune  statue  erano  o 
duratelo  dipiate  iu  tutto  il  resto»  fuori  che  nel 
volto»  nelle  mani»  e  nei  piedi^  le  quali  parti 
talvolta  furon  fatte  d'avorio»  o  di  marmo»  co- 
me la  statua  dì  Minerva  in  Egira  (4).  Altre 
Tolte  tiogevansi  col  cinabro  e  col  minio  (5)  ^ 
come  iLsimulacro  di  Bacco.  Spesso  le  vesti  va- 
so con  tonaca  e  pallio  di  lana»  o  d'altra  ma* 
teria ,  come  i  simulacri  d*  Esculapio  ed  Igia  io 
Titaoe,  ed  altri  che  Pausania  chiama  d' antico 
lavoro  (6). 

Ma  poiché  r  uso  delle  statue  dall'  interno 
de*tempj  e  delle  case  passò  a  servire  d*  orna* 
mento  alle  pubbliche  piazze,  e  perciò  dovendo 
Stare  esposte  alT intemperie  delle  stagioni  trop* 
pò  fragili  gì  ravvisarono  la  terra  cotta,  il  gea* 
00^  e  la  cera»  ed  anche  il  legno»  si  pensò  d'a- 
doperare materie  piìi  resistenti  ^  ed  ecco  la  pie» 

(i)  Piin.  lib.  2.  cap.  ^4.  19. 

(21  Psus.  lib.  9.  cap.  3. 

(3)  Paiis.  lib.  p.  cap.  4« 

(41  Paus.  lib*  7.  cap»  %6^*    <      m 

(5)  Idem. 

6^  Paas.  lib.  9.  cap.  IK 


4« 
tra  ed  il  marmo,  il  ferro,  e^^ar)  altri  metalli, 

e  poiché  il  lusso  ci^ebbe,  il  bronzo  dorato ,  fa- 

vorio  (i) ,  l' elettro  (a),  il  vetro ,  1*  oro ,  V  argei^- 

to«  le  pietre  prezioise,  le  gamme,!  marmi  più 

rari,  mesture  dif^pendioiissime^come  il  metallo 

corinzio  ed  altre. 

Io  sarei  d'avviso  che  la  terra,  il  gesso,  la 

cera ,   i   metalli  fossero  in  .  principio  adoperati 

piil  comuoemente  per  le  statue  erette  ad  uomir 

ni,  come  materie  più.atce.^e  piii  facili  a  xraroa 

la  somiglianza  per  Tajuto  dell*  arte  plastica  e 

della  fusione;    più  artificio    richiedendosi   nel 

trasportarla  sul  I^gno,  sul  m?rmo  ;  e  perchè  la 

somiglianza  non  cercavasi  negli  Dei,  potè  oV* 

tre  la  terra ,  il  geaso ,  e  la  cera  impiegarsi  an* 

(i)  In  mancanza  d' Avorio  si  usarono  ancbe  i 
denti  di  Ippopotamo  o  cavallo  fluviatile  .  Paua.  Ub.  8* 

(*i)  Della  natura  dt  questo  Elettro  degli  Antichi 
sono  state  fatte  molte  questioni .  Il  P.  Angelo  M. 
Corri novis  in  una  dissertazione  inserita  negli  Atti 
di  Chimica  Tom.  t.  Pavia  1790.  ha  preso  a  dimo- 
strare che  r  a nttco- elettro  fosAe  di  tre  speoiv;  una 
(Corrispondente  alla  moderna  Platina  ,  la  2.  al  Sue* 
ciao  »  o  a^bra ,  la  3.  vuol  che  fosse  una  mestura 
d'  oro  e  d'  argento,  prevalendo  per  due  parti  l'oro. 
Sembra  che  di  queste  tre  specie  si  facessero  sta- 
tue .  Ved.  anche  il  Giunio  de  Pict.  Vet.  lib,  3.  cap. 
xr.  Electrum. 

Di  due  specie  d'Elettro  fa- menzione  anche  Pau* 
SMiia  lib.  5.  cap.  V2  una  naturale  che  si  raccoglie- 
va tra  le  rene  del  Pò  , l'altra  artificiale  per  una  mi- 
stura d'argento  e  d*oro.  Ved.  Plin.  Hist.  I^.  lib.  37. 
cap.  3.  Salmas.  Exercit.  PI.  p.  434-4-36.  Gesner  in 
Comment  Soc.  Scìcn.  Goetting.  TJ*.  III.  p.  88.  Ved. 
Lettera  di  Luigi  Bofs^  sopra  un  pasgo  cf'  Erodoto 
dove  si  nomina  Voio  bianco.  Poligrafo  An.  2.  N« 
91.  *24.  Maggio    l8iU. 


'4» 
che  prima  il  legho^  al  {l'ttfaviHO  ^^  lofo'siiAti* 

kcri.  Né  8i  dcbbc  08clii4eré  as^bluta^bentè  i4 
ferro  o  altro  tttetalto'  itialtoablfa  per  u9o  delie 
«tatuo  dolli  Dei;  p)riAka  ého  per  la  Statuaria  st 
fie  pratieaMo  la  fusiono ,  esser  potendo  i  lor  »i- 
mulacri  componi  di  lastra  lavorata  u  ci'sello,  o 
'di  var)  pezzi  «odi  insieme  collegati.  8ap|iiamo 
^he  il  simulacro  di  Giove  Galcioeeo  in  Igpatv 
tft,  opera  di  Learco  diReggio  scolare' di  Oi»- 
petio  e  di  Scillido ,  o  secondo  altri ,  di  Dedalo, 
^ra  composto  dì  pezzi  di  metallo, o  di  lastre  la- 
vorato separatamònre  a  martello,  e  le  farie parti 
itavano  insièmo  unite  pet  mezzo  di  chiodi ,  di 
'^bule  B  di  spranghe  ;  o  appunto  per  qtiesta  ma- 
niera di  lavoro  fu  eteduto  da  Pausa nìa  il  pifc 
antico  simulacro  tra  quanti  ne  esìstessero  di  ma* 
tersa  aietallica  (t).  L*  «ree  d*  unire  il  ferro  agli 
altri  motalli  senza  chiòdi,  o  altri  atmili  mezzi  » 
tbvi  per  saldatura  fu  ritrovamento  di  Glauco 
Cbia  che  fabbricò  una  base  di  ferro  per  un  cra- 
tere, cujus  junctarae  singula^  nullis  Ai^t  fibulU ^ 
4mt  olUvh ,  ^f il  solo  ioagmentaiae  gtmt  ferrami^ 
-ne  (a) .  Quésto  racconto  è  confermato  ancor  da 
"Erodoto  (3)  il  quale  aggiunge  che^non  solamen- 
te fere  la  base,  ma  un  cratere  di  ferro  più  pic- 
colo d^  un  akro  di  argento  che  Aliatte  ionò  ai 
Tempio  di  Delfo. 

Sebbofifi  air  Olà  d'Omero  li  lavorassero  il  fer- 
ro, l'oro,  r argento,  ed  altri  esetalli.  Pausa* 
*ai«  è  d*  opinione  che  non  si  còtioscesd^  Ttirt» 


(i)  Paus.  lib.  3.  cap.  17. 
(2)  Paus.  lib.  io.  cap.  rtf. 
(3>  Lib.  1, 


43 
i\  \^0ìHVì*%  4i  foed#rU  (i)  in  qaelU  perfe- 
zione e  jper  uao  di  «taiiie ,  che  fu  poi  trovata 
da  Reco  e  de  Teodoro  (2)  .Sa  qnefttO'  fonda mear 
to  egli  ricala  d^  amiaettere  per  vero  che  Uli«a 
aveflse  dedicata  uaa  statua  di  Nettuoo  fiqueitfe 
di  fu80  oietallo,  come  preteadevano  i  Feaeati  (3) 
e  che  nella  rocca  d*  Aafissa  da  Toaate  ne  fosse 
«tata  crasportata  ao* altra  di  metallo  fuso;  por* 
tiooe  della  preda  dei  Greci  ia  Troja  (4) .  Dal- 
le espressioni  di  Fausaoia  pare  che  tutti  que'  la* 
vori  di  legpo,  di  metallo ,  o  d'altre  materie  da 
Jui  cbianate  prisci  operis  altro  non  fossero  che 
siseri  sforzi  d' un'arte  nascente.  Tale  dovette 
easere  il  sitauiaiQro  d'Apollo  Amicleo  che  Fao- 
«ania  non  crede  lavoro  di  Baticle,  autore  del 
•ti'oao»  ma  bensì  molto  più  aocico:  Non  fuit 
opus  Batyclìs  ;  est  enim  priscum  »  et  sine  arte 
Jactum  ;  oempe  quod  praater  0$ ,  manus ,  et  imos 
pede^  9  omiM  CQluiMae  sit  simile  (è) .  Da  Dìch 

(1)  Cost  parmi  de^Hano   intendersi   le  parole  di 

Pausania  ,  e  non  già  à*  una  rotale  invenzione;  giao- 
che  senza'  ona  fasione  que*  metalli  poQ  potevano  ri- 
dursi agli  usi  che  si  vedono  praticati  in  var)  luo- 
ghi d*  O.Tìero .  In  fiittt  Jtce  Paiuania,  Reco  e  Teo- 
doro Srm  tJ;  itffivmf  X*^*o*r  W{  €Ìtifi$è^r^99  «r^ox  ,  e  ho 

ai  tempi  d'  Omero  m  p«arì;cai}.«e  la  fusione  doli'  oro 
e  dell'argento»  pare  potersi  dedurre  dai  versi  6p. 
60.  61.  dèi  lib.  23.  dell'Odissea  «(  <^*  0^  fi  Xf^^ 
♦f fiAlW'troi  dfyif^^  àvti^  .  .  .  ^  .  }(;« f ier«  é^  ifya  nXmm . 
{'2)  Nel  lìb.  8.  cap.  14.  di  Pau.<)ania  ^  e  nel  Jib.  10. 
cap.  38.  Reco  è  detto  figlio  di  Filoo,  e  Teodoro  di 
Te1cc1o«  Così  lo  chiama  Erodoto  nel  lib.  3.  Ma  Dio- 
doro Siculo  nel  lìb^  |«  dice  che  Toledo  e  Teodora 
furon  figli  di  Re«o« 

(3)  Lib.  6.  cap.   li. 

(4)  Lib.  10.  cap.  38. 

(5)  Lib.  3.  cap.   19. 


44  • 

doro  Siculo   rUeviamo  %he  1«  Ststoaria  noo  i 

Dedalo  noa  prese  forme  migWoTi  (i)  qui  primu$ 
Qculos  dedit  simulacris  et  crura  fecìt  gradientia  » 
manusque  protensas]  merito  in  admiratìone  habitus 
€St\  quandoquidem  priores  artifices  fabricahar^ 
iigna  luminibus  dausis  ^  manìbas  demissis  .  ac  la'- 
teribas  velati  agglutinatis .  If  ODOstanre  però  que« 
Iti  miglioramenti  attesta  Pansania  (2)  che  Dae^ 
daU  quidem  opera  rùdia  sunt ,  neque  aspectu  de- 
cora \  attamen  numeri  velati  qaoddam  praesefè- 
runt\  lo  che  significa  .qu6l  che  noi  chiamiamo 
Carattere  e  Maestà.  Tale  nipote  di  Dedalo  per 
parte  di  sorella  e  scolare  dì  Dedalo  stesso  ao 
crebbe  le  invenzioni  del  maestro,  ritrovò  la  x<h 
ta  da  figuline,  la  sega,  il  tornio  ed  altri  utiH 
arnesi .  per  1'  esercizio  della  Statuaria  e  dellli 
«coltura. 

Dopo  tali  miglioramenti  non  tardarono  le  ar- 
ti ad  aumentarsi  in  Asia  ed  in  Grecia.  Perga- 
mo, Corinto,  Sidone,  Atene  diventarono cele- 
ibratissime  scuola,  dalle  quali  molte  e  molte  sb 
ne  diramarono  per  la  Grecia,  per  quella  parte 
d'Italia  che  Magna  Grecia  fu  detta,  per  la  Si- 
cilia» ed  ancor  per  TEtruria.  Rimasero  per  al- 
tro nella  loro  infanzia  in  Egitto.  Quel  siste** 
ma  di  non  far  uscire  le  arti  dalie  famiglie  , 
quel  Qon  volere  adottar  mai  invenzioni  ed  ar*- 

'  fi)  Intorno  alla  patria  ed  al  padre  di  Dedalo  non 
sono  daccordo  gli  Antichi.  Diodoro  lo  vuole  Ate- 
niese, cerne  pure  Pausania;  ma  il  primo  lo  dice  fi'- 
glio  d' Eupalmo  ,  e  l'altro  di  Palemone.  Forile  dai 
varj  paesi  dove  soggiornò  prese  varj  nofni  di  Pa- 
tria, e  per  gara  fu  da  var|  popoli  tra' quali  dimori 
spacciato  per  loro  Concittadino. 
(*i)  Paus.  lifo.  !l.  cap.  4. 


4^ 
ti  Btradiere  per  uà  iato  allootatiava  dal]*  eser- 
cizio dello  medesioie  il  geaio,  e  V  ingegno  di 
tanti  che  avrebboo  potuto  felicemente  coltivar^ 
le,  dall'altro  impediira  di  poter  profittare  del- 
le invenzioni  straniere.  In  Grecia  ali* opposto 
]a  libertà  d*  ogni  individuo  di  poter  profittare 
delle- invenzioni  forestiere  e  d'andare  in  lenta* 
ne  contrade  a  raccogliere  e  riportare  in  Patria 
ttz,  l'applauso  de'  suoi  quanto  di  meglio  e  d*  u- 
tile  avesse  trovato ,  la  cortese  accoglienza  fatta 
ad.  ogni  estero  che  ivi  stabilito  si  fosse ,  por- 
tandovi qualche  arte»  il  campo  aperto  e  libero 
ad.  ogni  ingegno  di  applicare  a  che  dalla  na* 
tura  fosse  invitato»  e  finalmente  gii  onori  e  le 
ficomnense  tributate  agli  artisti  distinti^  furo» 
no  tutte  potentissime  cause  che  a  grado  tanto 
aublime  le  Belle  Arti  inalzarono. 

Quel  che  fa  per  l'Asia  e  per  la  Grecia  .la 
Fenicia  e  1'  Egitto ,  troviamo  essere  stata  in  gran 
parte  d'Italia  ia  nostra  Etruria  »  cioè  la  mae- 
stra dell'  Arti.  £^  però  cosa  oramai  fuor  di  que^ 
Btione  che  la  sola  Grecia  perfezionò  l'arti  etra» 
•che  e  le  italiane.  Io  ho  detto  che  la  Fenicia  e 
^Egitto  per  l'Asia  e  per  la  Grecia  furono  le 
maestre  dell' Arti. Quel  che  troviamo  nei  Greci 
Scrittori  attribuito  come,  invenzione  al  tale. o  al 
tal  altro  Greco  Artista  per  lo  piìk  debbo  inten- 
dersi che*  furono  que'  tali  i  primi  a  far  conosce* 
re. in  Grecia»  o  a  migiiorare^le  arti  delie  quali 
aon. vantati  inventori.  Ed  in  fatti  quando  le  arti 
non  erano  peranche  conosciute  »  o  coltivate  con 
eleganza  in  Grecia»  troviamo!  Fenici»  e  gli  Ebrei 
già  instruiti  in  varie  di  quelle  arti  stesse  che 
1.  Greci  molto  dopo  attribuiscono  a' loro  inven- 
tori s  <  é .  bensì  vero  cbe  non  sappiamo  che  ve« 


46 
rua*> altra  Nuiene  U  mMkvawÈe  n\  pomo  èiel^ 
gania  e  di  pregl#  coi  gìoio^ero  iiresse.  daitGror 
ci .  Lai  preceéeitte  06Mrva«ìaMi  paxmi  oppoct^^ 
itiilsiciiB  per  cowrlìare  la  diverge  «piciiótìt  »n^od- 
laa  alla  pkuni4ità  deg fi  ìtfveoton  d'iiha.'ii»€KÌeai- 
ma  oof»c6tebratl  d^  queata,  o  da..q4É0BH*  iditia 
Gictà  <ji  Naticme.  GkaactMduDa.  chi^nò  .w»reatara 
aotti^Hobe  pfimo  avealei  re^ta  Tiiaor^a  la  p«v« 
fiizìon0>4^PD'aace  iiMiYaiui  nou  oeoaaiÀata  ^  a 
non  pcaricépa.  *      -      . 

P'^uebbèsi  d^ariaaihfra  ee  r  u^^o^  dalle!  «catha 
kicòoiincfasie  par  li  Dai  o  {ter  li  UqmiiTii  ..  la 
aoQ  d'opiaifrae-^  ohe  pavgii  uomiar.  Infatti  ja 
la  staaiia  acm  ^  cha  uaa  aoiQÌgliaa^aL  érlVao^ 
«101  non  aafà  amiea.  Rateata  aigli  Dai  .eàs  quaa« 
do  ^li^vaafinà  iacooriaK^ìarafiiH  a  eaugiare  par 
dir  eoa) ,  in  uaaNaf  li  steM  Dai  ,  facandaiti  sua 
aéetaibiti'  delle  a^fesae  debiileate  a  pasfiionii  ;  e 
fifixraiidaaoii  d'Ispana  wmhhat^ .  È  vermtmta^ 
Stkyfi  Un  'tempo  uri  (|qala^  presto  alaafad.oasia^ 
vk  ara  araduto  ìib*  aacnilegia  rapprtfsentàret  la 
Di<al^ìl  aoao  utsao^  aàR>Mi»ze-.  |  Gnèoi  atassa 
aegli  nmialiiasiini'  tem^  cslibeao  pao  psutrio*  co» 
leu  aia  ruies  tspitK'stfnt^  DH*  a^tta  ac  -ùmuLi^ 
4Pa  ipsa*  còlen  (r)i.      ♦         '  '*- 

•  ^vt€%%e»  ptatrcr»  emma  ùcala  qauadia  agiata  ri  ^ 
Trama  di  (^uaafa,  ci^achad^mst  cari  mAartd*  uim 
Diaiinf^,'  st^aoo  iutoiraQ  a:  Meroaaio^^gùseù 
m-Fa^a  &^  A^^aja  C^^.  Taiq  fìa  puee.l/  Idofa)  dfiEaai 
aoia  leitoi  iia)  Bcoaiai  (3):;  Pvaawai  d' Jbbuaat oaat 

(t)  Paus.  lib.  1,  «ap,.  258».   . 
(2J|  Paus.  J,  e. 

(3)  Sìgnom  noir  esr  arte  eUfioratumf,  «ed  nidit, 
prisco-  more»  lapisi.  Pau^*  lUh-  p,  oap.  »4i  In  ^«tittii 


9fit'  «qsVf*  cb%  li  Dei  Penati  di  Lavioio  eraiié 
cadWei  di  ferra,  ^i  UrooM,  ed  un  pezzo  di 
t&rra  c«ua  troìaoa .  DI  qui  aai^ifìs^taaAéutQ  a{t- 
psiri^e  cbe  il  vogabaJo  .Wt^^i^y  esprioi^  rapprisr 
ientaziooa,  alla  cacata  d'  uo  iegua  iadicaace  V  i- 
dea  che  vi  è  luu  ^nìMfsa.,  •  noLla  più,  aaijza 
v«ra  sQOiigliaaza  4700.  Vm^^xq  i^appre$e(YU(a . 
I  v9nal>0(li  poi  slgai^aiui  Siaiua  soikO  relativi 
o.aU' u<Kiio,  ad  all^^arxroae  la  cui  è  rapprcseo* 
tato«  0,  all*qg{ett€i  qbo»  gli.  aotaiai  h  propo^a* 
IO  oeir  erigerla ,  ed  a<o^he  %]Ia  materia  eh/?  la 
compone.  Eii  iuvexo  liv^^itt;'^?^  da  dfttf/p  sono  le 
•ta(;u«  evetie  agli  uomifiii  \^alorosi  ed- al  B^e..  £/- 
jtiirV  ^  i'eJ$gie  d^H'i^o'm^  <;&ma  dalW  'memora 
delU.pexsfMaa..  *hy4À^sm^  Jesi^tiAe  d'oraaiaaa^f 
tv,  2(a6iioy  seconda ^rtvio  /mmUfnim  ì>rey^i^d 

laiine^  detuhriuìi^a  Ubr^aivi^  ra;fa  Ugnq .  (  V-,  J^'à^ 
QU)ia.  de  aff  vocab.  diSer., ,)  llpo^ofi  da  i$ft^$/t 
€i%^M  •  GOfoe  preciso  i  I^aùoi  «ii^tai^.ti.  ^san^  ^q 

apoxul nino»  ali*  eàiùPioy  di^'tìreei»  e  .((«e«tQ  •veci 
fuK9o  ancl^  più  {Kircipo^rmeuta  i^sepbate-  a  ia^ 
diic«,reJe  giaiu^  degli,I)ei.>H»o  cioaie  stat^^Q  pr«- 

medesimo  senso  Incei^dere  sì  debbono  quelle  fsppes- 
sioni  d<?l  Gap.  26.  del  Lemico  ^  nwt  facieti»  yobis 
Idolnm  ^  et  S4.  t/Z/if i/e  y  neo  titxdum.  erigetis ,  nec  insl* 
j^imnt^  .lap^^t^m  ponetis  in  t^^rra.  '^estm  ut  udor^M 
eum  ^  E  niet  Nnint^ri  ca|».  33.  v.  ^8.  tonfrìngite  ti* 
tulos  et  gjtatuas  cwaminuitM . 

(ij  Ex  quo  {actata  est  ut  poAtea  atbletae  9  catari- 
4ue  actifiQes  Us  statibas  in  gxatuis  ponendis  ncerenf 
tur  inqiùbua  viosofiiaiBi  essent  adepti.  'Cor*  Nep,  in 
Caòria . 


4« 

pria  mente  9  ma  come  s^ni.  Si^num  autem  est  quoA 

facit  aliud  aliquid'ln  fnenwm  v.^nire.  lu  questo 
senso  siftna  erano  quélPaótirhe  pietre  alle  quali 
era  legata  1*  idea  della  Uivitiìià;  e  quand*aacbe 
_^i:  r\-:  r..-^«^  ~rette  stat^^    -^    *■* — **"■ 

li  Latrai 
rapprese  I 

vero  ben&ì  che  presso  gli  Scrittori  Latini,  con* 
tro  rojpiuione  d*  Aldo  ]yranuzio(i)  Signa  furoQ 
chiamate  le  statue  non  solo  degli  Dei  ne*  Tem«* 
pj  e  quelle  nelle  case;  ma  anche  l'esposte  nelle 
piazze^  e  in  altri  pubblica  luoghi  (2). 

Poiché  dunque  ebber  gli  unuiini  trasferito  le 
umane  passioni  agli  Del;  invece  che  le  virtù  di** 
vioe  passassero  agli  u^iiii  come  picfttòsto  vo« 
luto  avrebbe  Cicerone  »  fu  stillato  d'onorare  gli 
Dei  egualmente  che  gU  uomini»  con  eriger  a 
loro  le  statue.  An2i  se  per  gli  uomini  il  costum- 
ine era  di  fare  la  statua  èXarnèv  àvSfài  fMBTps^ùtf 
mediocris  staturae  inr^o  fninor  .come  Plinio  ci  tt* 
testa  ^e'Dionisio  d*  Alicaroai^  conferma  parlan* 
do  della  statua  d»*  Azio  Nàvo:  quelle  degliDei* 
furono  molto  maggiori  delTiimaiTa  statura, per* 
che  secondo  Sv^onio  ad  cuUùm  Deorum  perii» 
nere  veteres  existìmarunt^  si  ut  tempia  iis^  put^ 

fi)  Qaaesttones  Inter  amicos  per  èpìstolas. 

(•i)  Coerentemence  alle  fatte  disti n^-ioni' lèggiamo. 
in  Erodoto  lib.  i.  ayaX/Jta  chiamata  la  statua  di  Giu- 
none ,  «»ovflr^  le  statue  ài  Cleobee  Ditone  eretto^ « 
dagli  Argivi  in  Delfi)  ;  le  quali  statue  sappiamo  da 
Pausania  essere  state  di  pietra  (lib  2.  cap.  ioj;  che 
fossero  fatte  al  naturale  T  espressioni  di  Pàusam^ 
il  confermano  ivmfya^ftiv^t  x/>fp  KX%o$if  t^  B/orv.  An- 
che Cicerone  chiama  le  statue  degli  Dei  simulaora , 
^i^na  {qudQ  sunt)  in  fam$  et  commimibus  locis>' 


*9 
cribra  domibus ,  ita  et  sìmulacra  corporibus  aai-' 

fliora  facerent .  Né  solameote  gli  Dei  si  rappre* 

aeotàroQo  di  figura  superiore  air  umana,  ma  an* 

che  le  Anime  dei  Defonti   credevansi  apparire 

«gli  uomini  molto  maggiori  in  aspetto  d' Ombre. 

Goereatemeate  «  ciò  disse  Virgilio: 

fylnfelìxsimulacrum  ,atque  ipsius  umbra Greusae 
^Visa  mihi  ante  oculos^ec  uota  major  imago. 

Quella  idea  degli  Dei  nacque  forse  dal  timo- 
re che  gli  uomini' concepivano  del  loro  sdegno , 
e  dall'idea  della  potenza  divina;  ed  a  tuttociò 
facevano  corrispondere  la  smisurata  statura  ;  per* 
che  il  volgo  gli  uomini  pia  grandi  crede  esser 
Miche  i  piò  terribili  e  forti .  Né  solamente  i  Gen- 
tili ebbero  quest'idea.  Osserviamo  molte  pitta- 
re, specialmente  a  musaico  del  greco  stile  de*  ba^ 
si  tempi, e  vedremo  le  figure  del  Padre  Eterno 
e  dei  Santi  di  straordinaria  statura,  anzi  gigan- 
tesca; ed  il  grosso  popolo  figurandosi  Dio  Padre 
d*  umane  sembianze  lo  concepisce  molto  mag- 
giore dell'umana  statura. 

L'Anime  poi  de' morti»  in  forma  d'Ombra 
gli  antichi  le  imaginavano  più  grandi  de' corpi 
a*  quali  appartenevano,  dal  vedere  che  spesso 
l'ombra  è  maggiore  del  corpo. 

Quando  dagli  Dei  ritornò  l'onore  delle  sta- 
tue agli  uomini,  quando  cioè  si  vollero  onorar 
gli  uomini  nel  modo  che  erano  onorati  li  Dei ,  si 
fecero  anche  per  gli  uomini  le  statue  maggiori 
del  naturale  a  proporzione  che  l' ambizione ,  o 
l'adulazione  consigliava.  Ed  ecco  l'origine  del* 
le  statue  colossali  erette  agli  Dei^  ed  agli  uo- 
mini. Fra  le  statue  di  questo  genere  niuna  si- 

4 


6o 
enranante  fu  pie  celebre  neir  antichità  di  qiiél^ 
U  dei  Giove  Olimpio  fabbricata  da  Fidia,  neU 
la  quale  si  riunivano  la  ricchezza  ^  la  magniii* 
cenza,  la  bellezza,  e  lo  sfarzo  della  Statuaria. 
£^  noto  ohe  V  idea  di  questo  gran  sicnulacro  fu 
suggerita  a  Fidia  da  que*  versi  d' Omero  del  li- 
bro  1.  deir  Iliade  v.v.  SaS-ap-So. 

< 

*A/u/0foVictt  /*  &fà  ;^ carati  iiri^f  «Vorv  Avaxmi 

£ra  tale  )a  sua  bel  lezza  j  e  maestà  j  tale  la  ve- 
nerazione che  ispirava»  da  aver  detto  Quinti-> 
liane  cujas  fmlcritudo  adjecisse  aliquid  receptM 
religioni  videmr  ,  adeo  mqjestds  operis  Deum 
ae^uavi^Ci).  Aggiunge  Strabene (2)  che  se  di  se* 
dente  che  era,  si  fosse  alzato  in  piedi  sarebbe 
stato  più  alto  del  tetto  stesso  delTempio.il  me* 
decimo  Strabone(3)e  Plinio  (4)  dicono  che  que- 
sto gran  simulacro  era  fatto  d' avorio  ;  ma  Pau- 
sania  che  ne  fa  una  special  descrizione  aggiun- 
ge che  era  d*  avorio ,  A*  ebano  »  d'  oro  e  di  pietre 
preziose  variamente  composto  il  tronQ  sul  qua- 
le sedeva;  le  pianelle  ed  il  pallio  d*oro  con  al- 
tri ornamenti,  come  specie  di  smalti.;  ma  la  sta*, 


(i)  Lib.  12.  cap.  IO. 

(2)  Lib.  8. 

(3)  L.  e. 

(4)  Lib.  34.  cap.  9.  Ante  omnes  tamen  Pkidias 
Aiheniensi$  >  Jove  OlympLae  facto  »  0x  tbore  quidem 
•e  auro  . 


run  »  datatela  H  racconto  ,««mbrd  che  tòste  Ai  èo* 
to  avorio.  B  qal  pèi-rebbegi  far  la  rioereà  se 
fosse  fabbricata  d'iirtieri  pezzi  d* avorio  lavò* 
rati  sodi  /  óppnté  ad  ìolpiallacciatiirB  ,  iriàj^to 
cioè  r  avorio  in  laòdiue  più  o  meno  ^sottili  e  irt- 
gieme  collega  té  sopra  nna  BOttOf^ò^ta  aribatu* 
rtt  di  ie.gno.  £  che  c4ò  foise  molto  probàbiitè 
sembra  potersi  dedurre  da  quanto  scrive  Patlk* 
saoia  y  cioS  che  Damofotite  Dlesttenio,  statua- 
rio di  nome,  esattissiaiaitìente  riunì  nel  Gto-. 
ft  Olimpio  r  avorio  che  si  distaccava  (i).  Seb-» 
bene  queste  espressioni  posisano  ihtendersi  del 
far)  tronchi  ,  o  pe^zi  che  si  corrispondeva<» 
ao  tra  loto,  pare  non  sembra  improprio  che* 
prendanst  nel  senso  del  distat^amènto  delle  irti* 
piallaeciaturfe  Jé  ^uali  fiirono  riunite  tanto  be* 
ne  da  Damofonte  che  gli  Blei  se  he  moscrardn 
grati  dandogli  moltissimi  onori .  Jje  parole  del 
testo  sembrano  molto  bene  adattabili  a  (Questo 
sigbificdro:  TOP  Aia  év  *OXvfi7riaènrìft6ir>^  iSn 
Ttv  i?^épxp7o^  ^uytip/uo^ep  é^  76  ixp//S^rfle7iv .  Paa 
sàdia  aggiunge  che  per  conservarlo  Pnngev^ino 
con  olio,  erufitio  di  mantenerlo  pulito  era  un 
privilegio  dei  discendenti  di  Fidia  chiaritati  perr 
Ireste  Pkedtuntae,  cioè  pulitori,  0  lustratori. 
Adoperavano  Tolio  per  renderlo  meno  soggetto 
ad  esser  guastato  dall' umidità  del  luogo;  come 
per  Salvarla  dair  alidore  rinfrescavano  con  acqui 
la  statua  d'avorio  di  Bfiuerva  nella  rocca  d'A- 
tene^ siccome  scrive  Pausanià  (i)  là  dove  parla 


(i)  Paàs.  Ilb.  4.  cap.  3i. 
(2;  Lib.  5.  cap.  XI. 


Sa 
a J  ungo  della  statua  di  (ìiove  Olimpio  e  del 
«uo  magnifico  trono ,  de*  quali  espongo  altrove 
rillustrazion  relativa. 

.  Antichissimo  fu  V  uso  delT  avorio  non  solo  per 
le  statue,  ma  più  anche  per  diversi  utensìli  ed 
arnesi .  In  Omero  ne  troviamo  manabj  da  chia- 
ve (i),  vagine  da  spada  (2) ,  ornaci  da  letto  (3), 
da  sedie  (4),  guarnizioni  e  musiere  pe' caval- 
li (5),  e  come  egregio  artefice  di  lavori  d*  avo- 
rio^ d'oro,  e  d'argento  rammentasi  Icmalio (6). 
Tingevano  l'avorio  del  color  di  porpora  (2), e 
probabilmente  anche  d'altri  colori.  Quest'uso 
rilevasi  da  Omero  essersi  specialmente  praticato 
dai  Meonii  e  dai  Garii;  giacché  alle  donne  di 
quelle  genti  assegna  l'arte  di  tinger  l'avorio  del 
color  di  porpora ,  onde  farne  guarnizioni  da  te- 
sta pe' cavalli,  special  mente  dei  Re.  E'  cosa  che 
fa  maraviglia,  che  quantunque  da  Omero  fino 
ai  tempi  d'  Alessandro  sia  stato  fatto  uso  gran- 
dissimo deir  avorio  dai  Greci  ;  pure  non  si  vi- 
dero in  Europa  elefanti  prima  della  vittoria 
d'Alessandro  contro  Poro;  ed  in  Italia  fino  al- 
la venuta  di  Pirro .  Lo  stesso  Omero ,  che  spes- 
so rammenta  l'avorio, non  fa  mai  parola  dell'a- 
nimale che  lo  Somministra,  ed  anche  al  tempo 
dì  Pausania  poco  se  ne  sapeva,  come  ricaviamo 
dal  cap.  12.  del  lib.  5.  dove,  dopo  d'aver  rac- 
contato per  una  maraviglia  d' aver  veduto  la  cal- 

(1)  Iliad.  lib.  21.  v.  7. 

(2)  Odiss.  lib.  8'  V.  404. 

(3)  Ivi  lib.  23.  V.  200. 

(4)  Ivi  lib.  ip.  V.  56. 

(5)  Iliad.  lib.  5.  v.  583.  lib.  4.  v.  141. 

(6)  OdÌ9«.  lib.   19.  V.  56. 

(7)  Iliad.  lib.  4.  V.   (^.l. 


X 


S3 

varia  d'un  elefante  nel  tempio  dì  Diana ,  e  do- 
po d*  aver  promossa  la  questione  se  V  avorio  si 
cavi  dal  dente  o  dalT  ossa  dell*  Elefante ,  ci  fa 
sapere  che  1*  avorio  veniva  in  Grexia  dati*  Etio- 
pia per  la  formazione  specialmente  delle  statue 
degli  Dei. 

Quantunque  antichissimo  in  Grecia  fosse  Tu* 
80  del  ferro ,  o  dei  metalli ,  dell'  avorio  ,  e  d' al* 
tre  ricche  materie  per  farne  statue,  Roma  e  pri- 
ma di  essa  1*  Etruria  par  che  non  facessero  aU 
tr' opere  che  di  plastica ,  di  legno,  e  poi, di  pie- 
tra. Tardi  videsi  la  prima  statua  di  metallo  ia 
Roma ,  se  crediamo  a  Plinio  (i) ,  non  prima 
cioè  di  quella  inalzata  a  Cerere  dal  peculio  di 
Spurio  Cassio ,  che  sarebbe  verso  V  anno  270.  di 
Roma.  In  fatti  la  statua  di  Giove  Capitolino^atta 
da  Turiano  di  Flegelle  per  ordine  di  Tarqui- 
Ilio  Prisco  era  di  terra  cotta  »  come  pure  un  Er- 
cole lavorato  dal  medesimo  Artista  (2).  La  sta- 
tua del  Re  Tulio  nel  tempio  della  Fortuna  era 
di  legno  dorato ,  come  attesta  Dionisio  d*Ali- 
carnasso  (3).  Sembrerà  cosa  strana  che  mentre 
ftoo  dal  tempo  di  Numa  lavoravansi  in  Roma 
il  ferro  ed  altri  metalli  da  avere  stabilito  quel 
Re  coUegium  fabrum  aerarium  e  da  aver  fatto 
lavorare  da  Mamurra  i  celebri  scudi ,  non  si  a- 
doprasse  la  fusioae  dei  metalli  per  uso  della 
statuaria .  Ma  nòta  fosse  0  uò  non  abbiamo  prò» 


.  (0  Lib,  ?6. 

(2)  Plinio  lib^  35.  cap.  12.  lib.  28.  cap.  2.  Fesco 
in  RatUmena  porta,  Plutarco  in  Publicola  rammen- 
tano ftlcri  lavori  in  terra  cotta  di  Turiano. 

(3)  Autiq.  Rom.  Iib.  3. 


H 


94 

v^  diii  coofermarno  TuAoper  Togata  iQdmi«^» 

MÙ  i^r  testimoQiaau  di  TiJ»qU0 

FiciUibuó  ere  vere  Piia  haec  auvti^  tempie. 

Si  potrà  rispoodere  per  altro  che  VrQ\^r^Ài^ 
mostrò  beo  altra  perwA^iooA  aJlUr^li^  £w^  di- 
os  a  Vertuttito    • 


les  acer.nu9  eraoi  dotasti,  faloe  dolaiw 
Àn«e  Numam  ,  grata  pauper  in  urbe  Pe^. 
At  tibi,  Mamurri ,  forinae  caelator  aliena^ 
Teli  US  attificea  noo  terai  osca  malici. 

Di  pia  e  Tito  Livio.,  eI>ìonUio.d'  ^Iloaraas* 
go ,  •  Senac» ,  e  Plutarco  aflTer^oaoo  che  le  etar 
tue  d'  A.ZÌ0  Navo ,  e  di  Clelia ,  furono  di  metallo . 
Scrive  r  AHcaraasseo  essere  itata  eretta  unaicar 
tua  equestre  ad  Orazio  Goietlite  mI  luogo  più 
distiato  del  Foro  (i).  Le  quali,  turt^  sarebbero 
di  varj  aani  ameriori  a  quella  di  Cerere  ram^ 
mentata  da  Plinio.  la  (guanto  all'autorità  di 
Properzio  dico  che  quelL' espressione  potre4ìbe 
pfendersi  per  un  usteran  pra^ronu-osa  non  io* 
solita  trai  Poeti.  DalT  essere  stato  Namurra  fa- 
iiro  erario. gli  attribuì  forse  e»teo3ÌvaineQte  aut 
fihe  l*arte  di  fare  statue  di  metallo»  ovvero  io 
i|Aiel  tempo  aUrei  per  avventura  non  fti  presso 
i  Romani ,  che  V  arte  di  lavorare  lastre  di  fer- 
ro, di  rame,  o  d'altro  malleabile  metallo  a 
giartello,  per  farne  lavori  sul  gusto  di  quel  Gio- 
ve Calcioeco  rammentato  da  IPausania:  ma  co-* 
munque  si  voglia ,  resterà  da  quelle  espressioni 

(i)  Dionys.  Anc.  Rom.  lib.  5. 


55 
iempre  iiM^rto  »  che  1»  ftuione  adoperata  foue 
per  la  statuaria,  ed  io  oltre  rimao  conferoiato 
che  prima  di  Numa  le  statue  delli  Dei  fossero, 
di  legno  come  abbozzato  da  una  falce  o  asciai 
lo  che  dice  il  Poeta  per  fare  intendere  la  roz^ 
«ezza  dell'arte  a  quel  tempo.  Un'altra  esser* 
vazione  mi  dà  luogo  a  fare  quel  passo  di  Fro^ 
perzio  ;  ed  è  che  non  i  soli  Etruschi  avesser  V  e* 
sercizio  delle  belle  Arti,  ma  gli  Osci;  giacihò 
vediamo  esser  Osco  Mamurra^  intender  forse 
cosi  dovendosi  quel  verso 

Tellus  artificei  non  terat  osca  manus. 

Di  maggior  forza  sono  certamente  le  obie- 
zioni tratte  dai  sopjra  citati  Scrittori.  Ma  per 
dare  un  adequato  giudizio  vediamo  come  sa 
questo  particolare  ciascuuo  s'esprìma. 

Mentre  dice  Plutarco  che  a  tempo  suo  ve*' 
devaù  la  statua  di  metallo  eretta  a  Clelia, Dio- 
nisio, vissuto  piii  d*uo  secolo  e  mezzo  prima» 
afferma  che  a* suoi  tempi  non  esisteva  più,  per 
essere  rimasta  distrutta  dall'incendio  delle  ca- 
se vicine;  dunque  la  rammentata  da  Plutarco  e 
da  Seneca  che  vissero  dopo  Dionisio  d' Alicar* 
nasse  non  era  l'antica,  ma  un'altra  posterior- 
mente rifatta.  Così  anche  Dionisio  suddetto  scri- 
ve che  la  statua  di  Azio  Navo  vedevasi^ail' età 
tua,  e  Tito  Livio,  che  fu  prima  di  Dionisio  , 
ne  parla  come  non  più  a  tempo  suo  esistente: 
Statua  Adii  polita  quo  in  loco  res  acta  est  »  in 
comitio  in  gradibus  ipsis  ad  laevam  Curiaejuit, 
Anche  Plinio  ne  fa  menzione  in  modo  da  de- 
dursene  che  fino  dai  tempi  diGlodio  non  vi  ri- 
manesse altro  che  la  base ,  la  quale  pure   peri 


5.<J 
neir  occasione  dell'. incendio  alla  morte  dì  Gio<« 
dio.  Or  dalla  diversità  di  queste  narrazioni  con- 
cludasi che  le  statue  da  T.  Livio,  dall' Alicar- 
nasseo ,  da  Plutarco  rammentate  non  furono  Im 
primitive,  ma  le  posteriormente  rifatte.  £  sicco- 
me quegli  storici  non  ebbero  l'oggetto  che  s'era 
proposto  Plinio,  di  determinare  cioè  la  materia 
di  cui  erano  composte,  si  limitarono  ad  a^àcu- 
rare  il  fatto  della  esistenza,  senza  darsi  pensie*. 
ro  di  verificare ,  se  quelle  che  a  giorni  loro  e- 
sistevano  fossero  veramente  le  antiche ,  o  altre 
rifatte  dopo.  Plinio  all'opposto,  come  storico 
dell*  arte ,  non  potea  trattare  così  grossolanamen^* 
te  quest'articolo;  egli  dovette  studiarlo,  e  dir- 
ne quel  che  più  conrorme  sembravagli  alla  ve- 
rità della  storia  delTarte  sul  punto  della  mate-, 
ria ,  determinando  che  statue  di  metallo  non  si 
videro  in  Roma  prima  di  quella  eretta  a  Cere- 
re dal  peculio  di  Spurio  Cassio.  E  che  Plinio 
veramente  avesse  tale  opinione  è  manifesto  ^al- 
l'aver  rammentato  egli  ptkre  le  statue  di  Clelia, 
d'Azio,  e  d'altri  Re  antecessori  di  Prisco.  Or 
gè  queste  pensava  essere  state  di  metallo ,  come 
mai  avrebbe  deciso  che  non  furon  vedute  in 
Rottia  statue  di  metallo  prima  diquolln  del  tem« 
pò  di  Spurio  Cassio?  Come  avrebbe  potuto  ag^ 
giungere  che  da  quell'  esempio  passò  V  onore 
delle  statue  di  metallo  anch'agii  uomini?  che 
anzi  termina  maravigliandosi  come  essendo  la 
statuaria  cotanto  antica  in  Italia,  pure  non  si 
erigessero  nei  temp]  statue  agli  Dei  altro  che 
di  legno,  odi  terra  cotta  fino  alla  conquista 
dell*  Asia.  Dalle  quali  parole  si  vede  che  egli 
riguardò  come  non  generale  il  costume  delle  sta** 
tu^  di  metallo  uei  temp)  fino  all'epoca  indi* 


N 


^1 

c»ta,  quantunque  il  primo  esempio  sì  fosse  ve- 
duto nella  statua  di  Cerere  rammeotata  di  so- 
pra.  E^  questa  una  nuova  prova  quanto  lenta** 
mente  s*  inducano  gli  uomini  ad  introdur  no* 
vita  nelle  pratiche  antiquate  del  culto  religio- 
so. Gos$ì  anche  nel  risorgimento  delle  Arti  quan- 
to tempo  non  &i  continuò  a  dipingere  le  sacre 
imagini  nell'antico  stile»  quantunque  Giotto  ed 
altri  insegnato  avessero  la  nuova  maniera  e  fos- 
se messa  in  pratica  in  qualunque  soggetto  fuori 
che  nelle  imagini  di  N.  Su  G.  Gbr.  e  della  Ver- 
gine Madre  e  simili? 

Mi  ricordo  d'aver  detto ^  che  le  statue, quel*. 
le  specialmente  di  legno  solevano  indorarsi, ed 
erano  queste  statue  chiamate  dai  Greci  vttÓ^vXol 
aydXfiaTu  ovvero  €Ìx»p  ì^v'hh^  xoLmj^pu^o^  : 
Quando  in  Italia  ed  in  Roma  incominciasse 
quest'uso,  non  è  certo.  Plinio  nel  libro  XV. 
ci  dice  che  gli  Antichi  solevano  inverniciare  le 
statue,  e  che  non  sapeva  se  il  dorarle  fosse 
d'invenzione  romana;  quello  che  poteva  sicu- 
ramente aflFermare  era,  che  l'uso  di  dorarle  non 
fu  antico  presso  i  Romani. 
'  Air  oppoiito  Dionisio  d' Alicarnasso  scrive  che. 
la  statua  di  Servio  Tulio  salvata  dall'incendio 
del  tempio  della  Fortuna  era  di  legno  dorato^ 
tuttora  a  suo  tempo  esistente  .  Anche  T.  Li- 
vio-(i)  discostandosi  da  Dionisio  s'accorda  con 
Eiinio,  afTermando  che  la  prima  statua  dorata 
che  si  vedesse  in  Italia  ed  in  Roma  fu  quella 
eretta  dal  Duumviro  Manie  Acilio  Glabrione 
a  Glabrione  suo  padre  nei  Consolati  di  F.  G. 
Getego,  e  di  M.  Bebio  Tamfìlo  Tanno  di  Ro- 

(i)  Lib.  40.  cap.  14. 


S8 
ma  S^d.  Manùi9   Acìlias  Gldbrio  Duumpir  s$4-* 
tttam  aaratani' i  quae  prima  omnium  in  Italia  sta-' 
tua  aurata  est ,  patri  Glabrioni  posuit. 

Per  conciliare  Dìodìsìo  coq  T.  Livio  e  eoa 
Plinio  fat  debbesi  la  medenima  osservazione  cho 
sopra ,  cioè  :  Dionisio  descrìsse  la  statua  di  Ser* 
vio  Tulio  tal  quale  vedevast  a  tempo  suo ,  di 
légno  e  dotata.  Slapotè  esser  benissimo  V  an-» 
tica  salvata  dall'incendio,  aggiuntavi  la  dora* 
tura  molto  dopo ,  quando  rifatto  il  tempio  deU 
la  Fortuna  fuvvt  riposta  T  antica  statua  di  Tul- 
io. £'  ben  verosimile  ch&  lo  squallore  antico, 
e  forse  il  fumo  die  sofFri  neir  ioceudio  del  tem- 
pio consigliassero  di  ornarla  della  doratura  pri-* 
ma  che  fosse  rimessa  nel  nuovo  tempio.  A  Dio« 
nisìo  non  premeva  di  fare  questa  distinzione»  e 
bastaragli  d'indicare  che  quella  era  l'antica 
statua  sottratta  all'incendio. 

Resta  ora  da  conciliare  eoo  se  medesimo  T. 
Livio ^  il  quale  nel  lib.  88,  eap.  21.  scrive:  eo« 
d9m  atMo.(  666.  Gonsulibus  G.  Livio  Salinato-* 
re  (i)  et  91.  Valerio  Messala  )  in  Aedenx  Hereu'* 
lis  sìgnum  Dei  ipsius .  ...  et  sejuges  in  capÌMlui 
aurati  dP.  Cornelio  positi ,  ...  et  Aedilis  Plebis 
Q.  Fulvius  FlaecHs  duo  sìgna  aurata  posuit .  Ma 
nel  libro  40.  aveva  detto  che  la  prima  statua 
in  Iraiiadbe  si  vedesse  dorata  fu  la  eretta  a  Già- 
brione  ne)  Consolati  di  Getego  e  Tamfilo  nel 
5^3  {2) ,  cioè  sette  anni  dopo  che  Fiacco  duo  41* 

(1)  Secando  la  cronologia  dei  Letterati  Inglesi 
nella  Storia  universale  i  detti  Consolati  cadono  nel 
566.,  ma^fiian^o  alla  Cronologìa  Polibiana  del  Ca- 
saubono  caderebbero  un  anno  prima. 

(2)  Secondo  il  Casaubono  1.  e.  5^2.  il  quale  se- 
condo Polibio  >  invece  di  Cetego  pone  P»  Camelie 
Lentolo  • 


gna  aurata  posuiii  dttitqne  la  status  di  Glabria- 
ne  non  fu  piil  la  prioia ,  perchè  sette  anni  a- 
voatì  e  P.  GoraeUo  e  Valerio*  Flocco  n'avea« 
no  dato  V  eaempio  . 

Facile  per  altro  ^i  à  il  ooncondare  qoe' due 
luoghi  di  Livio,  se  si  avverta  la  differenza  cba 
passa  tra  statua  e  s^mtm  indicata  di  sopra  :  quaa«< 
tunqae  siano  spesso  queste  due  voci  usace  per 
sinonimi. Laonde  quella  di  Giabrione  come  sta* 
tua  dorata  eretta  aul  uomo  fu  la  prima  a  vedersir 
MI  Italia;  nonostante  che  signum' HeraUU  ec.  dt 
P.  Gornelvo  e  duo  Agno,  aurata  di  Q.  Fulvio 
Fiacco  anteiDedeoteoieQte  come  aainlacri  delU 
Dei  si  fossero  veduti  indorati;  anai  probabil* 
«ente  dai  simulacri  delli  Dei  passò  la  doratura 
alle  statue  degli  uomini ,  come  della  statura  co* 
lessale  abbiamo  indicato. 


Due  Vitt  ìmdite  di  Filippo  di  Ser  Brunellesoo 
con  una  Memoria  in  principio  intorno  al  Ri^ 
sorgìmento  delle  Bellt  Arti  in  Toscana  e  ai 
Restaurtitori  delle  medasime  deW  Editore  Ca^ 
nonico  Domenico  Mortai .  Firenze ,  per  il  VarU  • 

JL I  nome  del  vSig.  Senatore  Cesare  Lucohesini 
Gonsigiiere  di  Stato  delle  LL.  AA.  II.  e  RR, 
i  Principi  di  Lucca  e  di  Piombiao,  nomo  dal 
Tiraboschi  nella  Storia  delia  Letteratura  Ita* 
liana  encomiato,  e  benemerito  agli  amatori deU 
le  Belle  Lettere  per  diverse  sue  Opere ,  tra  le 
quali  non  è  T  ultima  da  tai;ersi,  cioè  ,  la  Tra<f 
duaiono   Italiana   della   Tavola  Ai  Cabota ^  è 


6o 
posto  con  degno  elogio  io  fronte  a  questo  lU 
bro ,  che  aggiugne  ai  ineriti  del  Sig.  Canonico 
Morenl  per  la  Pttria  Storia  nuovi  motivi  da  sa- 
pergliene grado. 

La  Memoria  intorno  al  Risorgimento  delle 
Belle  Arti  in  Toscana  e  ai  Restauratori  delle 
medesime  ,  di  cui  fu  reso  conto  nel  precedente 
Volume,  non  potea  in  miglior  forma  essere  ac- 
compagnata, chedalla  pubblicazione  di  due  vi-* 
te  inedite  di  queir  ingegno  sublime  del  BruneK 
lesco ,  da  cui  tanto  furono  migliorate  la  Scul- 
tura e  r  Architettura,  per  i  mirabili  monumenti 
di  Grecia  e  di  Roma  fatti  da  lui. compagni  e 
scorta  del  suo  scalpello  e  del  suo  disegno  ar- 
chitettonico,  i  quali  fino  la  queir  epoca  negletti 
o  sepolti  eran  rimasti»  a  cagione  della  mancan- 
za dei  mezzi  e  dell'imperizia' di  quei  che  tali 
urti  aveano  professate.  La  prima  di  queste  Vi. 
te  scritta  da  Filippo  Baldinucci  e  rimasta  im- 
perfetta per  la  morte  di  lui ,  fu ,  come  dal  Pro- 
logo risulta  ,  riordinata  dal  Figlio  Avvocato 
Francesco  Saverio  Baldinucci;  ma  occulta  e 
smarrita  rimanea  con  tal  dispiacere ,  che  dal 
Bottali  e  dal  Piacenza  se  ne  deplorava  la  per- 
dita, come  gravissimo  danno  dell' arte  architet- 
tonica. L'altra  scritta  da  anonimo  Autore  con- 
temporaneo ed  amico  del  Brunellesco,  del  tut- 
to ignota  al  Vasari ,  e  a  chi  ha  fin  qui  fatto  pa- 
rola di  lui  y  è  quella  di  cui  sovente  si  fa  rimem* 
branza  nella  prima ,  ed  è  rammentata  da  Ghe- 
rardo Spini  nel  suo  Trattato  di  architettura  ms. 
nella  Naniana  di  Venezia  ,  il  quale  dell' accen- 
nata epoca  r  assicura  .  Il  Ch.  Editore  l'  ha 
tratta  diligentemente  da  uu  Codice  Magliabe- 
chiano  appartenente  .fino  dalla  metà  in  circa 


tff 

à^\  Seeolo  XVI.  al  celebre  Giovtniu  di  Dome- 
nico Mazzuoli  nominato  lo  Stradino '^  e  fattone 
ora  pubblico  dono,  è  da^credersi  che  univer^a^ 
le  ne  sarà  ancorali  gradimento.  Perocché ,  ol- 
tre la  felicità  ed  esattezza,  con  cui  da  nn  con- 
temporaneo amico  scrittore  è  trattata  rispetto 
alle  notizie  biografiche,  grandemente  interessa 
per  la  cognizione  delle  Opere  dì  cui  si  tratta  ^ 
perchè  apparisce  V  istorico  conoscitore  profon- 
do dell* arte  stessa.  La  buona  lingua  le  fa  cor- 
redo, e  ne  piace  anche  per  questo  T  acquisto  e 
la  lettura;  e  duole  per  tali  ed  altri  motivi  la 
mancanza  iu  fine  della  medesima  ,  non  cagio- 
nata da  mutilazione  alcuna,  ma  da  sospensione 
di  chi  rha  scritta. 

A  noi  ora  resterebbe  il  rilevare  l'interesse 
delle  annotazioni,  di  cui  è  stata  dal  Sig.  Edi- 
tore adornata ,  ma  ^  onde  non  oltrepassare  i  li- 
miti, che  ci  siamo  prefissi  .per  un  annunzio  , 
rimetteremo  il  Lettore  all'Opera  stessa.  Noi 
unicamente  V  as^iicureremo ,  che  vi  troverà  no- 
tizie in  buon  dato  risguardanti  la  Patria  Sto- 
ria, e  le  Opere  del  celebrato  Autore,  e  di  aU 
tri;  che  vi  ravviserà  schietta  la  verità  dei  fatti 
narratici  di  tant*  uomo  avvalorata  e  suggettata 
contro  a  quanto  è  stato  di  lui  irriverentemente 
asserito,  e  in  specfial  modo  dall'  ultimo  £ditore 
delle  Vite  del  Vasari  stampate  nel  1808.  del 
quale  anche  si  correggono  abbagli  intorno  a 
qualche  altro  Professore;  che  vedrà  con  piace- 
re^ come  un  nome  una  data  un  fatto  solamente 
sìa  talora  il  motivo  per  cui  si  correggono  erro- 
ri storici, si  fanno  critiche  ricercale  con  ottima 
riuscita  intorno  a  cose,  le  quali  0  credute  fin 
qui  ad  occhi  chiusi ,  ban  ooudotio  in  false  ere- 


deoze,  osti  atee  knpotsibUt  nelU  «còpriitteot% 
éel  la  loro  realtà ,  «i  evano  lasciate  in  abbtnd^oo  ; 
e  lo  assiccrrereaio  in  nltifDO,  che  <|uesto  osaiM 
Mvero ,  con  eui  a  procode  io  ogni  paleo  alle  rv- 
cerohe,  vastmimo  estende  il  caoipo  delle  ce* 
gniziotti  «opra  tali  materie . 

P08M  un  accoglimento  meritamente  plaustbir 
le'  invitar  sempre  daivamdg^io  il  Sig.  Ganoai- 
eo  N<)oeni  a  farci  parte  di  molte  altre  sue  fati- 
che ultimate  a  decoro  della  nottra  Istoria  ;  e 
r  esempio  di  loi  animi  altri  ad  arricchirci  di 
Libri,  come  questo,  onorevoli  a  noi. 

F.  G. 


*^M^MMHi*i^*i^taia*Mia*HiMte 


Memorie  ddU  famiglia  Cyho  e  delle  mùtiete  M 
Mae^a  di  Lunigìana  scritte  da  Giorgio  Vit^ 
ni.  Pija  i8o)(.  4. 

oe  è  vero  che  qui  cita  dat  bis  dat,h  vero  m 
ziandio  eh*  è  megUo  il  dar  tardi  che  mai  .  Do* 
vevamo  aver  reso  conto  gik  di  questo  bel  li'' 
broi  ma  servirà  a  scusarci  col  pubblico  il  far^* 
gli  sapere  che  tardi  ci  è  pervenuto.  Ciò  pére 
ritorna  a  nostro  profitto  t  giacché  V  aver  esM^ 
sodisfatto  i  dotti  è  guida  al  nostro  giudizio ,  0 
ci  libera  da  ogni  sospetto  di  parzialitìi  pe»l  d^tto 
Autore. 

Non  fu  mania  di  scrivere  che  gli  fé  rivolger 
l'animo  a  tal  opera;  ma  io  consigliò  1'  intere»' 
se  deir argomento  e  l'assoluta  omncanza  di  chi 
lo  avesse  estesamente  esposto.  Per  compier cid 
intraprese  a  svolger  le  filze  del  Ducale  Ar- 
chivio di  Massa ,  ove  raccolse  molte  cose  nuo^ 


4» 
ir«^«ÌGQre  «alla  famiglia  Gybo;  e  saria  stato 
ées&4o^AÌ>i^^  ^^  i^ì  ^i  fossero  conservate  uotì^ 
ùe  ugaalmeote  abbondanti  relatiraniente  alla 
secca  e  alle  monete  Slassesi .  liìsiste  n«  solo  £a^ 
scio  di  Scritture  appartenenti  quasi  tutte  alle 
monete  d'  argento  che  fece  battere  Alberico  li. 
Del  Secolo  diciasettesimo .  Conobbi  allora  y  dice  il 
Sig.  Viani  »  la  difficoltà  del  lavoro ,  e  voleva  ab- 
bandonare  Videa  di  proseguirlo.  Ma  conside^ 
rondo  ^  che  la  mia  Opera ,  benché  imperfetta , 
potrtbbe  recare  qualche  lume  a  coloro  che  si  os*- 
cupano  dello  studio  deUe  monete  >  e  che  in  una 
materia  del  tutto  nuova  si  deve  apprezzare  e  lo* 
dare  ogni  tentativo  ^  ho  risoluto  di  mandare  alla 
luce  le  poche  ma  vere  notizie  raccolte  da  fonti 
sicuri  e  V  illustrazioni  di  quelle  monéte  Massesi, 
eie  si  trovano  ne*  pubblici  e  privati  Musei  »  •  sin* 
gclarmente  nella  mia  collezione. 

Trascurassi  meritamente  dal  N.  A.  tutte  V  eti* 
mologie  che  si  sono  date  ridicolosamente  al  nome 
Gybo.  Si  limita  egli  ad  esporre  come  questa  illu- 
stre famiglia  uscita  dalla  Grecia  si  dirise  in  più 
rami  fin  quello  cioè  di  Ungheria  chiamato  dei 
Cybacchi,  nelT  altro  di  Genova,  da  cui  discese 
)a  famiglia  Ducale  di  Massaie  in  quello  di  Na- 
poli sotto  il  nome  di  Tomacellit  rego  celebre 
singolarmente  dal  Sommo  Pontefice  Bonifazio 
IX.  Incomincia  la  sua  storica  narrazione  da  Ara- 
no Gybo  padre  d'Innocenzio  Vili,  che  assai 
austro  recò  alla  famiglia  e  fu  la  principale  ca- 
gione del  suo  ingrandimento;  e  prosegue  fino 
a  Maria  Beatrice  d'  £ste  Gybo  Malaspina  ArT 
ciduchessa  d*  Austria  e  Duchessa  VI.  di  Massa 
appiaudeodo  a  questa  Gittà  e  a  Garrara  per  es- 
tere ora  dominata  dalle  Llii.  AA.  II.  il  Frin* 


64 

cipe  Felice  I.  e  la  Principessa  Elisa ,  alla  qua- 
le quest'Opera  è  consacrata.  Per  ciascbedua 
aoggetco  è  destinato  un  articolo  ,  nel  quale  ti 
ragiona  di  quello  con  brevità  e  con  critica ,  e 
8Ì  riserbano  giudiziosamente  altre  notizie  a  co* 
piosissime  note,  le  quali  sono  destinate  per  lo 
piii  0  a  correggere  sbagli  di  quelli  che  hanno 
«crìtto  antecedentemente,  o  a  porre  in  luce  co- 
se nuove  e  di  molto  interesse  per  la  Storia. 

Segue  la  descrizione  delle  monete  di  Massa, 
l^re  soli  Principi  della  famiglia  Gybo  Mala» 
spina  hanno  battuto  Moneta,  cioè  Alberico  I; 
Carlo  Le  Alberico  ILI  Successori  non  si  vai* 
sero  di  tal  diritto  ;  e  solo  nel  1792.  furono  dalP 
Arciduchessa  M.  Beatrice  fatte  coniare  in  Mi- 
lano per  Massa  alcune  monete  di  bassa  lega  e  di 
rame.  II  N.  A.  ne  descrive  e  ne  spiega  quan* 
te  ne  ha  potute  conoscere ,  e  ciò  con  tal  perizia , 
che  mostra  esser  lui  uno  dei  più  dotti  mone- 
tografi  d'  oggi  giorno . 

G.  B.  Z. 


Memorie  di   Scipione   Garteromaco  raccolte  ed 
illustrate  dal  Professor  Sebastiano   Ciampi'. 
'    Pisa   181 1. 


s. 


Oe  ogni  Città  dell'  Italia  avesse  alcun  dot- 
t*  uomo  rivolto  ad  illustrarne  i  fasti ,  come  Icha 
Pistoia  nella  persona  del  Sìg.  Ciampi ,  V  Ino-' 
ria  Letteraria  della  nostra  Penisola  salirebbe 
certo  in  maggior  rinomanza  .  Né  è  già  ^che 
ella  abbia  oggi  scarsezza  di  lustro;  giacché 
le  opere  di  tanti   nostri    straordinarj   ingegni 


6S 
che  circolano  o^ranque  a  perpetua  istruzione 
dei  nostri  e  degli  esteri ,  e  la  Storia  ehe  ne  tes- 
sè rimcDortal  Tiraboschi,  pongon  1' Italia  ael 
fatto  d*  ogni  scienza  al  di  sopra  di  tutte  i*  al- 
tre nazioni  .  Ma  in  tanta  folla  appunto  di 
Scrittori  avvenuto  è  necessariamente  che  le  ope- 
re di  alcuni  o  giacciano  ancor  iAano8crH,te  nel* 
le  biblioteche,  od  edite  piii  non  si  citino  pel 
sopravvenire  d'altri  libri ,  che  non  rade  volte 
le  cuopron  d*  oblio  non  per  vero  merito  eh'  ei 
si  abbiano  ,  ma  per  capriccio  piuttosto  dei  leg-* 
gitori  dediti  negli  stud)  come  nelle  mode  al 
più  moderno.  Or  quegli  eruditi  che  rivolgo- 
no solo  le  lor  cure  agii  Scrittori  delle  lor  pa- 
trie oltre  al  vantaggio  di  poter  visitare  a  beli' 
agio  i  loro  Archivi  e  le  lor  Biblioteche  per 
trarae  fuori  belle  notizie,  hanno  per  la  limi- 
tazione delle  lor  ricerche  tutto  il  tempo  di 
ponderare  ogni  più  minuta  cosa  degli  Scrittori 
che  illustrano ,  e  di  esaminarne  con  diligenza 
le  opere  loro  Ciò  noB  potè  fare  sempre  il 
Tiraboschi  impedito  dalla  vastità  dell*  impre- 
ta;  e  avvenne  a  lui  esser  più  abbondante  e  più 
vero  ov*  altri  V  avea  preceduto  nelle  ricer- 
che; ed  è  avvenuto  a  qu^  che  sopra  alcun  . 
letterato  han  scritto  con  diligenza  dopo  di  es- 
so, fare  a  lui  correzioni  ed  aggiunte:  tanto  è 
vero  che  la  Storia  Letteraria  d'  una  nazione 
allora  può  farsi  perfetta  quando  perfette  siano 
le  Storie  parziali  che  la  compungono,  di  cui 
quella  può  dirsi   il  compendio. 

Il  libro  che  annunziamo  è  tale  da  servir  d; 
supplemento  al  Tirabo&chl  che  poco  per  T  ac- 
cennate ragioni  potè  scrivere  di  Scipione  Car- 
teromaco  ;  e  la  vita  di  questo  vi  è  co^ì  per  en- 

i 


6^ 

^o  coUegata  eoa  ia  Storia  della  Letteratura. 
Pistoiese  ed  unirersale  ancora  del  suo  tempo, 
che  con  questo  libro  e  eoo  altri  che  il  dotto 
Autore  ha  già  collo  stesso  motodo  scritti  e  di 
cui  abbiam  fatta  onorevol  menzione  in  questa 
Giornale»  illustrato  ha  un  lunghissimo  tratto 
dei  fasti  letterar)  della  sua  Patria  . 

Nacque  Scipione  da  Domenico  d'Iacopo  For« 
teguerri  e  da  Madonna  Angiolina  di  Piero  di 
Paolo  di  Ser  Lazzero  ai  14.  di  Febbraio  del  1466, 
epoca  in  cui  s' incamminava  al  colmo  il  risor- 
gimento delle  Lettere  >  ed  erano  in  gran  nu-. 
mero  i  Mecenati;  onde  nulla  mancava  percbà 
i  Giovani  di  felice  ingegno  calcassero  con  ar-* 
dorè  la  gloriosa  carriera  degli  umani  studj^ 
L'esempio  del  padre  e  più  del  Cardinale  Nic* 
colò  Forteguerri  istitutore  d'  un  Liceo  io  Fa« 
tria  e  donatore  di  cospicui  fondi  per  mantenc: 
re  a  studio  nelle  più  celebri  Università  un 
numero  di  suoi  Concittadini  dovett*  essere  di 
grande  eccitamento  al  giovinetto  Scipione.  £^ 
probabile,  che  egli  facesse i  primi  studj  in  Pìr 
atoia ,  ed  è  certo  che  era  ancora  in  tenera  Qt^ 
quando  si  trasferi  a  Roma  per  erudirsi  .  Ivi 
dimorò  fino  al  1483.  e  probabilmente  dopo 
quest'epoca  apprese  greca  lingua  dal  Polizia- 
no,  di  cui  in  più  luoghi  de*  suoi  scritti  si  dioe 
discepolo . 

Il  ritrovamento  della  più  gran  parte  dei 
Glassici ,  avvenuto  in  quel  tempo»  impegnava  gli 
eruditi  ad  emendargli  ed  illustrargli.  Quindi 
erano  a  questo  scopo  rivolti  gli  stud)  di  tutti  i 
Letterati  d'allora.  Àvea  il  Carteromaco  tal 
lena  da  non  correr  ultimo  questo  stadio  ono-^ 
rato  •  Aldo  che  beo  sapeva  quanto  ei  fosse  va^ 


/ 


lente  nelle  Lettere  Greche  e  Latine  lo  ascri»- 
se  nella  sua  famosa  Accademia  che  dedica*» 
vasi  tutta  alla  correzione  ed  illustrazione  de» 
gli  Scrittori  dell'  antichità  che  si  stampavano 
nella  Veneta  celebra tissi ma  tipografia  dì.  lui: 
della  quale  Accademia  era  il  Garteromaco  se^ 
grerario ,  e  ne  stese  in  Greco  k  costituzione  ! 
Scrissero  altri  dell'  Accademia  d'Aldo;  ma  il 
nostro  Autore  ne  parla  e  piii  distesamente  e 
con  più  verità . 

Lesse  anche  pubblica meifte  il  Garteromaco 
Lingua  Greca  in  Venezia,  e  vi  spiegò  le  Orazio^ 
ni  di  Demostene,  cui  premise  1' onv/ione  sulle 
lodi  della  lingua  Greca ,  che  molto  fu  applaudita 
dai  dotti ,  più  volte  ristampatale  inserita  da  Ar*- 
rigo  Stefano  nel  suo  Tesoro  della  linpua  Gre<:a  . 
In  Venezia  e  in  Roma  erudi  il  Garteromaco 
in  questa  lingua  tali  che  colla  loro  celebrità 
crebbero  onore  a  tanto^  maestro .  Sì  trasferì  in 
Roma  nel  i5o6.  quando  per  la  lega  di  Gam<^ 
bray  e  per  la  guerra  sostenuta  dalla  Repub<- 
blica  di  Veuezia  fu  astretto  Aldo  a  partir  di 
là;  e  prese  servizio  onorevole  nella  famiglia 
del  Cardinale  Galeotto  Franciotti  della  Rove-^ 
re,  di  Patria  Lucchese,  e  nipote  di  Papa  Giu- 
lio per  lato  di  sorella;  al  quale  dedicò  la  ver* 
fionè  da  se  fatta  dell'  orazione  di  Aristide  su 
Roma.  EMa  vedersi  il  nostro  Autore  in  queste 
luogo  massimamente,  ove  parla  con  molto  cri- 
terio di  Aristide  e  del  carattere  della  lettera* 
tura  neir  età  in  cui  viveva  il  Garteromaco  . 
Mentre  egli  età  in  Roma  fu  ivi  pubblicata  lai 
Geografia  di  Tolomeo  eoo  le  correzioni  e  illu- 
strazioni dì  lui ,  del  01  usuro ,  di  Giovanni  Gotta  , 
e  di  Gorpelio  Benigno.  Morto  immaturamente 


/ 


6t 
il  Pranciotti ,  trovò  il  Carteroaiaco  benigna  ac- 
coglienza presso  il  Cardinale  Alidosio  ;  e  que- 
sto spento  a  tradimento  dal  Duca  d*  Urbino 
Francesco  Maria  della  Rovere  ,  si  portò  egli 
prima  in  Pistoia ,  e  trovò  poscia  ospitalità  in 
Koma  presso  Monsignor  Angelo  Golocci  da  Jesi, 
Vescovo  di  Nocera  ,  che  probabilmente  era 
stato  discepolo  neHa  greca  lingua  del  Gartero* 
mac§  ;  e  con  lui  dimorò  finché  non  entrò  in 
Corte  del  Cardinale  Giovanni  de*  Medici ,  che 
assunto  al  Ponti i%ato  col  nome  di  Leone  X. 
lo  mise  al  fianco  del  suo  nipote  Giulio  Cardi- 
nale e  Arcivescovo  di  Firenze ,  poi  Clemente 
VII.  Non  aveva  allora  il  Carteromaco  nulla  da 
desiderare  oltre ,  quando  la  morte  troncò  im- 
maturamente i  suoi  giorni  e  la  sua  prosperità 
il  lé.  Ottobre  deiranno  iSi5.  cinquantesimo 
non  intero  della  età  sua .  Pianto  e  lodato  dai 
dotti  fu  sepolto  in  Pistoia  sua  Patria ,  ove  vi 
si  era  in  avanti  trasportato ,  probabilmente  per 
indisposizione  di  salute. 

Seguono  nel  libro  del  N.  A.  il  catalogo  del- 
le Opere  del  Carteromaco ,  molte  eruditissime 
note  f  una  raccolta  di  Poesie  Greche  e  Latine 
oltre  un  sonetto  eh' è  V  unico  saggio  che  di 
esso  Carteromaco  sia  a  noi  giunto  nella  volgar 
poesia  ,  ed  una  dissertazione  sulla  rabbia  dei 
cani, pubblicata  ora  per  la  prima  volta  dal  dili- 
^entissinoN.  A.  la  quale  verte  sopra  un  passo 
d'  Aristotele  al  lib.  8.  e.  22.  della  Storia  degli 
Animali ,  il  qual  passo  avea  dato  luogo  a  infinite 
dispute .  Belle  osservazioni  ha  fatto  a  questa  dis* 
sertazione  il  dottissimo  Slg.  Senatore  Cesare 
Lucchesi  ni  nel  dar  conto  nel  giornaletto  Enci- 
clopedicodi  Firenze  del  presente  libro  del  Sig. 


Ciampi ,  ed  altre  ne  ha  aggiunte  sagacissioie  e 
vere  sulle  mura  dette  ciclopee ,  sulle  quali  sap* 
piamo  che  avea  raccolte  notizie  ilGarteromaco. 
Finiremo  questo  articolo  con  alcune  aggiun- 
te somministrateci  dallo  stesso  N.  A 

1.  Il  Sig.  Renouard  nel  suo  supplemento  agli 
Annali  della  Stamperia  d*  Aldo  p.  93.  avverte 
che  il  Teocrito  dei  Giunti  i5i5.  in  8.  con  po- 
stille del  Garterpmaco  ,  citato  dal  Sig.  Ciampi 
alla  p.  49.  è  da  se  posseduto  avendolo  egli  ac- 
quistato a  una  delle  due  vendite  della  Libre-^ 
ria  del  Cardinal  di  Brienne. 

2.  Il  Sig.  Ciampi  alla  pag.  18.  fa  menzione 
di  un  manoscritto  greco  di  mano  del  Gartero- 
maco.  Esso  è  nella  Imp.  Biblioteca  di  Parigi 
lo  che  ci  fa  sapere  il  predetto  Sig.  Renouard  • 

S.  Il  Bandi  ni  negli  Annali  della  Tipografia 
Giuntina  tom.  2.  pag.  2^-  s'inganna  credendo 
che  le  chiose  manoscritte  in  un  esemplare  del 
Teocrito  di  cui  ivi  parla ,  siano  di  mano  del 
Garteromaco.  In  fatti  il  Carteromaco  mancò 
di  vita  il  16. Ottobre  i5i5.  cioè  avanti  la  pub- 
blicazione del  Teocrito  ,  che  ha  la  data  del  ii>. 
Gennajo  i5iS.  stile  fiorentino ,  iSió.  stil  co- 
mune .  Appartengono  bene  ad  un  Michele  del- 
la stessa  famiglia ,  ma  un  poco  meno  antico 
di  Scipione.  La  sua  firma  si  trova  in  ben  due 
luoghi  ,  e  d*  altronde  lo  scritto  di  quelle  note 
non  somiglia  punto  il  carattere  del  citato  mano- 
scritto greco  di  manodi  Scipione.  Siasi  pur  de- 
bitori di  questa  notizia  al  Sig.  Renouard . 

4.  Nota  da  aggiungersi  alla  p.  5.  v.  3a.  Che 
in  quest*  anno,  cioè  nel  1498.  il  Carteromaco 
fosse  in  Patiova  ,è  manifesto  anche  dal  seguente 
monumento  scritto  di  sua  mano  nel  Codice  Va- 


4  * 


?0 


tricano  1406.  di  carte  022.  nei  quale  a  carte  ito. 
H  legge;  TéXo^  rcSv  è7ìré<rToX£v  rourm  TtoLp  e  (ah 
TziTr/ùfVog  Ketpnpojudx^^^  '"^^  ?rfTopiotiM  fAtrof 
yBypctfXfjLévdùìf  èv  XtotralSi^  y  tf-jr^^a^ovVdg  eV/ 
pt'>\0(ropla .  Btst  dirò  Kvpia  yevé^recùg  X^^^^^V 
rerpAKoa-iOTco  evvevviKO^o)  rplrco ,  fJLi/ìvòq  vostxfipiH 
eÌKoTy  Kctì  terdpTyiy  iv  tiioixlaL  rs  kclXh  itdyctOot/ 
veotv/ov  'lù}oivpov  hof^rhov  tot!  Bpevr/oo  tov  net- 
rafilpov  TTùXlrov  ^  ov  ^  rè  /SiSXioy  éroy^otue^ 
èvj  y^  tei  hotTrà^  Questo  Codice  contiene  i  varj 
trattati  di  Dionigi  d'  Alicarnasso  che  cornine 
ciano  da  quello  delle  orazioni  panegiriche, ed 
ì  quali  presentemente  sono  male  intitolati  ars 
Rtetorica .  Se^ue  una  lettera  del  medesimo  ad 
Ammeo  intorno  a  Tucidide.  Indi  un  trattato 
delle  figure  RettQriche  di  un  certo  Alessan- 
dro, diverso  forse  dall*  Afrodìsiense ,  con  alcc- 
^^  aggiiinte  anonime,  forse  inedite,  anche  su 
le  figure  pratiche.  Evvi  un*  operetta  di  Giorgio 
Cherobsco  su  questo  stesso  argomento,  un  trat- 
tato ivi  anonimo  intorno  allo  scrivere  episto- 
le., con  gli  esempi  delle  varie  specie  di  esse  . 
^guonò  molte  ed  eleganti  lettere ,  delle  quali 
la  prima  comincia  OvStU  tii  iy  gV/r/.uwVf/fy 
éfÀo/ysvofxl^Af  X.  T.A.  Il  libro  de  Senectute  tra- 
dotto in  Greco  da  Teodoro  Gaxza ,  le  Opere 
dì  Monandro  Retore  che  Aldo  pubblicò  lors^ 
su  questo  Codice.  Alcuni  Trattati  qui  anonimi 
prepì  (TvyToi^eóag  ed  altri  argomenti  grammati- 
cali ;  degli  scoi)  su  lo  scudo  d*  Esiodo;  le 
Allegorie  dell*  Iliade  d"*  Omero  di  Giovanni 
jCeci,  2ezi*o  Tzetze;  e  finalmente  Erodianod«' 
genitivi  secondo  l  dialetti,  0  piuttosto  varie  e 

dotte  soluzioni  grammaticali  che  sembrano  maa- 
eanti  di  compimento. 


Questo  Codice,  come  pure  dne  altri  continen* 
ti  UDO  la  Giropedia ,  e  V  Anabasi  di  Senofon- 
te diverse  in  guisa  dalla  volgata ,  cbe  posson 
ben  dare  a  credere  essere  esistite  anticamente 
due  diverse  edizioni  di  quest*  Opere  pregiatis- 
sime; r  altro  y  r  edizione  principe  di  Teocrito 
descritta  dal  Warton  con  in  margine  preziosi 
fcol)  inediti ,  che  sono  tutti  di  matto  del  Car- 
teromaco .  Della  stessa  mano  pure  sono  la  Teo* 
gonia  d*  Esiodo  con  comenti  e  scoi) ,  Dionisio 
Periegeta ,  ed  il  Pilottete  di  Sofocle ,  Tali  la- 
TOri  faceva  Scipione  per  propria  istruzione;  e 
forse  anche  per  comodo  della  Tipografia  d*  Al- 
do. Queste  notizie  le  ha  ricevute  l'Autore  dal 
Chiarissimo  Sig.  Girolamo  Amati  Scrittor  gre* 
co  della  Vaticana  9  dopo  d^aver  già  pubblicato 
le  Memorie  del  Garteromaco .  Ed  ecco  come  ne 
scriveva  il  suddetto  Sig.  Amati  al  Sig.  Ciampi 
con  lettera  dei  25.  Settembre  i8ii.  Io  aveva 
già  fatto  deW  Anabasi  una  làhoriosissìma  e  paU 
maria  collezione  insieme  con  altri  tre  Codici ,  ed 
aveva  incominciato  la  Ciropedia  per  commissiù* 
ite  .  ...  Ultimamente  V  Università  d*  jBirfe/òer- 
ga  ricercò  se  si  trovasse  nella  mia  dispensa  P«- 
leografica  alcun  lavoro  fatto  \  ed  io  le  ho  esibito 
questo  Tesoro  che  merita  onninamente  la  pubbli^ 
ca  luce.  Alla  opportunità  non  mancherò  di  dar0 
le  convenienti  lodi  ai  Garteromaco  ed  al  di  lui 
encomiatore  .  .  .  Trascrissi  anche  tempo  fa  gli 
scoi}  inediti  di  Teocrito  e  li  mandai  a  Lipsia 
con  un'  immensa  farragine  di  varianti  dei  tre  JStf- 
colici  ;  senza  saper  che  fossero  di  pugno  del  Car* 
teromaco  ;  ed  dtizi  credendoli  d*  un'  altro .  Ora 
poi  mi  converrà  avvisare  di  ciò  il  Ch,  Herman 
che  è  succeduto  al  Ch.  Schoef^r  nella  provincia 
di  questa  nuova  edizione .  G.  B.  Z. 


Elogio  dì  Stanislao  GanovM  scritto  da  Pompi' 
Jio  Pozzetti  Professore  em€rito  e  Biblioteca^ 
rio  nella  Reale  Università  Wi  Bologna.  Ivi 
i8ia.  8. 


e 


tome  un  pittore  espertissimo  ron  pochi  ma 
sicuri  tocchi  rappresenta  in  modo  evidente  ciò 
che  da  natura  o  da  arte  imprende  a  ritrar- 
re ;  così  un  sagace  e  profondo  Scrittore  tratta 
brevissimamente  e  insieme  con  acutezza  e  ve- 
rità qualunque  soggetto,  sia  quanto  si  vuole 
importante  e  sublime:  lode  che  fu  data  daCa-. 
tulio  a  Cornelio  Nipote,  a  chedee  purtribuirsi 
ora  al  N.  A.  Il  Padre  Canovai  è  benissimo  ri- 
trattato in  questo  Opuscolo  per  quello  in  ispe-» 
eie  concernei  meriti  letterarie  scientifici ,  che 
per  la  profondità  di  sua  mente  seppe  egli  con  ra: 
ro  esempio  in  se  riunire ,  e  far  ugualmente  ri«; 
fulgere,  allorché  Tuppo  il  richiese.  Si  dà  con-^ 
to  di  ogni  Opera  di  lui ,  e  ^e  ne  trae  fuori 
veramente  il  succo;  tanto  n'è  giusto,  sebbeu 
copcisissimo,  il  ragguaglio.  Vi  sono  anche  qua 
e  là  sparsi  bei  tratti ,  da  cui  traluce  I*  ingegno 
deir  encomiatore  ;  di  modo  che  può  dirsi  con 
tutta  verità,  che  il  soggetto  del  libretto  e  T 
Autore  di  esso  sono  scambievolmente  degni 
Tuno  dell'altro  . 

Nacque  Stanislao  in.  Firenze,  ai  a^.  Marzo 
del  1740.  da  Giambatista  Canovai  e  da  GatCf 
rina  Zolfanelli.  ìn  tenera  età  vestì  T abito  del 
Galasauzio ,  e  in  quel  fiorente  istituto  ebbe  pev 
maestri  nòjile  lettere  il  sempre  grande  Padre 
Corsipi  ,   e  il  P.  Antonioli  di  merito  molto,  a 


^3 
)tit  vicio<>,  e  nella'  Matematica  il  Fkdre  Gre- 
godo  Fontana ,  altro  luminare  degli  Scolopi  « 
Taato  si  elevò  il  Canovai  in  questa  facoltà  , 
che  non  era  ancor  molto  tempo  passato  da  che 
avea  compita  la  carriera-di  discepolo,  che  gli  fu 
dato  il  carico  dMstruirei  Giovani  suoi  confra* 
telli  .  I  celebri  alunni    che    usciron    dalla   sua  < 

Bcuola  formano  il  grande  elogio  del  maestro  * 
Destinato  nel  i^óS.  per  aver  Cattedra  di  Fi» 
losofia  e  Teologia  in  Cortona  attrasse  ivi  a  sa 
gli  occhi  e  la  benevolenza  di  tutti  .  Teok>go 
di  Monsignor  Giuseppe  Ippoliti  Vescovo  allo- 
ra di  quella  Città  rispondeva  ai  Teologici  que- 
siti di  lui  ;  e  tale  autorità  presso  tutti  egli  ac- 
quistò, che  divenne  Giudice  e  Consultore  di 
quanti  ivi  pubblicavano  scritti  in  prosa  od  in 
verso .  Era  Stanislao  buono  ed  erudito  prosato- 
re e  ad  un  tempo  colto  ed  immaginoso  poeta  • 
Attestano  il  primo  l'Opuscolo  ch'egli  scrisse 
in  difesa  delle  pubbliche  Scuole,  ed  altre  Scrit- 
ture edite  separatamente  e  in  collezioni  -,  e 
r  elogio  di  Amerigo  Vespucci,  del  quale  tor- 
nerà or  ora  il  discorso;  e  comprovano  il  secon- 
do le  Poesie  da  lui  tratto  tratto  divulgate  ^ 
massime  l'Ode  intitolata  La  vittoria  per  mona- 
cazione, che  pareggia,  al  dir  delN.  A. , quella 
del  Guidi  sulla  Fortuna, 

Ebbe  ih  Cortona  alcunst  contesa   letteraria  ; 
ma  ne  uscì  vittorioso ,  come  poi  in  ogni  altra  \ 

disputa»  avendo  egli  ingegno  grande  e  pari  ad 
esso  il  criterio ,  otìde  raggiunger  la  verità  Q 
non  vagar  largamente  ,  impaziente  di  treno,  pel 
vasto  campo  della  congettura  e  del  paradosso  « 
Fu  nel  1780.  che  restituissi  a  Firenze  per  se- 
condare i  voleri  de'  suoi  Superiori  Regolari  | 


I 

( 

/ 


che  ^11  iaimdaroM  la  nub^  Gairtédra  di  Filoso* 
fia  e  di  Marematica  fondata  nel  GoUegio  delle 
Scuole  Pie  da  Pietro   Leopoldo  Granduca  di 
Toscana.  Indicibile  consolazione  ritrasse  dal 
trotratvi  compagno  nel  rilevante  carico  il  ce- 
lebre suo  Discepolo  Padre  Gaetano   Del  Ric- 
co »  le  virtù  esimie  del  quale,  e  il  raro  sapere 
aveanlo  già  condotto  a  strignere  seco  lui  ami- 
cizia ,  che  stante  il  conversar  diuturno  e  V  uni« 
fotmità  dei-genio  e  delle  occupazioni  divenne 
tjuindi  più  liscerà ta  e  indissolubile  .  Questa 
amicizia  fu  di  grandissima  utilità  al  Pubblico ^ 
essendone  stato  il  frutto  le  lezioni  elementari  di 
Hatematicho  dell*  Ab.  Marie  dà  loro  tradot-* 
te ,  accresciute  notabilissimamente ,  e  cangia- 
te ove  era  d*  uopo  a   maggior  profitto   della 
gioventù,  e  gli  Elementi  di  Fisica  matematica i 
libri  che  sì  sono  più  volte  ristampati ,  e  di  cui 
si  sono  valuti  celebri  professori' nei  loro  corsi. 
Nulla  era  pel  Canovai  il  passare  iJalle  seve- 
rt  Filosofiche  discipline  air  amenità  deirelo- 
cjuenza.  Quasi  sarìasi  detto   un    Pancrazìaste , 
che  univa  la  lotta  al  pugilato.  Propose  TAc- 
«ademia  dì   Cortona  liberal  premio  a  chi  me- 
glio avesse  lodato  Amerigo  Vespuccì .  Correr 
volle  r arringo  il  Canovai,  e  n'ebbe  la-  coro* 
na.    Arrisero    al  giudìzio  datone  i  dotti,  sai* 
Vo  pochissimi  che  T  attaccarono .  Egli  parò  gli 
ribattè  vittoriosamente  ;  come  con  «guai  succes- 
so confutò  poi  gì*  ingegnosi  e  sottili  piuttosto^ 
cìio  veti  argomenti  del  giustamente  rinomato 
8ig.  Cav.  Napione,  che  si  è  sforzato  e  tuttora 
si  sforza  di  togliere  al  Vespuccì  il  vanto  d*  es- 
sere il  primo  approdato  al  continente  d*  Ame« 
rica:  del  eiie  abbiam   già   parlato  io  questo 


25 
Gioroale  ,  e  altravolta  ne  parlereaio  air  occa-. 

sione  di  dar  conto  delle  altre  vittoriose  prove 
addotte  a  prò  d*  Amerigo  da  nn  nobili^siioo  a 
«ultissioio  giovane  Fiorentiso . 

Di  altre  produzioni  del  Canovai  si  parla  nel 
presente  Opuscolo  colla  solita  esattezza  e  brevi- 
tà. Neppur  si  tace  delle  tante  Panegiriche  Ora- 
zioni da  lui  composte  per  la  featività  di  var| 
Santi,  le  quali  sempre  riscossero  molti  plausi  » 
e  di  cui  girano  manoscritte  assai  copie  in  Fi- 
renze •  Era  il  Canovai  fornito  di  un  sentamen* 
tp  vivissimo  per  tutto  ciò  chfe  scri^veva  od  agi** 
«  va .  Portato  questo  da  lui  a  tutto  ciò  che  ri* 
sguarda  la  veracissima  ed  augusta  nostra  Re-* 
Itgione^  eh' è  pur  atta  ad  empir  tutti  di  se  gì' 
intelletti  i  più  elevati ,  il  faceva  sentire  alta- 
mente di  lei ,  ed  essere  insieme  uno  dei  più. 
fervorosi  operatori  evangelici  ;  in  guisa  eh» 
può  diTsi  eh'  ei  desse  V  anima  sua  pe'  suoi  fra- 
^  telli  nel  Signoro  *,  giacché  logoro  non  tanto  da- 
gli studj^  quanto  dall'  assiduità  nell' ascoltare 
le  confessioni  e  nel  visitare  gì'  infermi  morì  ia 
Firenze  d' apeplessim  ai  17.  Novembre  dello 
I  scorso  anno  i8ti.  pianto  non  da*  suoi  confra-» 

telli  solamente,  non  da'seli  amipi:,  ma  da  tut- 
ta la  Città,  che  ne  rammenta  il  genio,  la  dot* 
trina ,  la  religione  »  la  carità  :  doti  che  fiunite 
ìxì  ispecìe  come  erano  in  un  uomo  di  focosissimo 
temperamento  a  se  chiameranno  gli  encom)  di 
tutta  la  posterità. 

G.  B.  Z. 


/' 


t^ ^ 

La  Gerusalemme  Liberata  di  Torquato  Tasso 
ora  ridotta  alla  più  esatta  lezione  .  Livorno 
presso  Tommaso  Masi  e  Comp.  1810. 

i3lotò  giustamente  il  celebre  Scipione  Maf- 
fei  nelle  Osservazioni  Letterarie  altra  cosa  es- 
sere una  nuova  edizione  di  un  Autore  ,  altra 
una  semplice  ristampa.  Poco  ci  ?uoIe  per  que- 
st'ultima y  assai  per  la  prima.  Forse  alcuno  giu- 
dicherebbe a  prima  vista  questa  Gerusalemme 
Liberata,  che  noi  .ora ,  sebbene  già  da  quasi 
due  anni  uscita  a  luce»  annunziamo,  una  sem- 
plice ristampa,  dopo  le  molte  reiterate  impres- 
sioni fattene,  ma  non  è  cosi.  Le  diligenze  usa- 
te dair  Editore  Sig»  Gaetano  Poggiali ,  bene- 
meritissimo de' nostri  Glassici  Autori^  in  que- 
sta recente  impressione  dèi  prelodato  Poema  ^ 
il  pregio  le  conciliano  di  vera  nuova  edizione. 
jN^e  dà  conto  di  esse  nella  dedicatoria  del  me- 
desimo  al    Sig.  Presidente  Antonio    Michon  • 

L'opportuna  menzione  di  questo  insigne  per- 
sonaggio ci  muove  ad  encomiare  anche  per  que^ 
sta  parte  il  Sig.  Poggiali,  per  avere  in  dedican* 
do  al  suddetta  questa  sua  edizione ,  tramanda-* 
to  meritamente  alla  posterità  il  di  lui  nome  . 
Un  Gittadino  che  procura  di  essere  utile  ai 
suoi  simili ,  e  coi  proprio  sapere  ,  e  còlle  sue 
sostanze ,  che  rende  importanti  servigi  allo  Sta- 
to, e  alla  propria  Città,  in  ispecie  nelle  circo- 
stanze  di  maggior  momento,  con  sacrifizio  an* 
cora  de'  suoi  propr)  comodi ,  merita  che  la  sua. 
memoria  non  venga  abbattuta  dalla  lunghezza  > 
e  veloce  fuga  del  tempo  . 


7Z 
iaado  a  parlare  del  metodo   tenuto  dal 

C\\.  Editore  ia  questa  nuova  impressione  ,  egli 
ha  seguitato  il  testo  degli  Accademici  dell^ 
Crusca  ,  viene  a  dire  V  edizione  di  Firenze  del 
12^A'  ^^  comecché  ravvisò  in  essa  molti  erro- 
ri di  stampa,  ed  altri  che  alterano  il  senso,  ed 
alcune  lezioni  ancora  meno  buone  di  quelle , 
che  sono  in  alcune  delle  .migliori  antiche  edi* 
zioai ,  egli  è  ricorso  perciò  anche  a  quella  fatta 
in  Mantova  per  V  Osanna  nel  1584.  riguardata 
come  r  ottima  dal  celebre  Ab.  Pierantonio  Se- 
rassi .  Con  questa  ha  egli  emendato  gli  sbagli 
occorsi  in  quella,  e  sostituite  le  migliori  e  più 
pregevoli  lezioni  della  medesima  a  quelle  ma-* 
nifestamente  errate,  e  alle  inferiori,  che  occor-* 
rono  in  quella  di  Firenze  .  In  alcuni  pochissi* 
mi  luoghi  però,  ne' quali  ambedue  queste  edi-» 
zioni  sono  a  lui  parute  viziose ,  ha  creduto  ben 
fatto  di  ricorrere  alla  Bodoniana,  formata  su-* 
gli  studi  fatti  negli  ultimi  anni  dal  Serassi  . 
£^  corredata  ancora  questa  •  novella  Edizione 
eseguita  in  16.®  con  nitidissimi  caratteri  ,  eoa 
rami  a  ciaschedun  Canto ,  e  con  ben  intesa  in- 
terpunzione  ,di  alcuni  adornamenti  utili  ai  Leg- 
gitori. Sono  questi ,  dopo  la  Lettera  Dedicato-^ 
ria ,  r  Elogio  del  Poeta  tratto  da  quelli  di  Lo* 
renzo  Crasso,  T  Allegoria  di  tutto  il  Poema 
scritta  dal  medesimo  Tasso  ,  ed  in  fine  una  nuova 
Tavola,  piìi  diligente,  e  completa  di  altre  già 
pubblicate,  di  tutti  i  nomi  pjroprj,  e  di  tutt» 
ciò,  che  interessa  la  macchina  di  questo  Poe* 
ma  ^  col  qual  mezzo  ha  il  Lettore   riunita  sott* 

J echio  1*  istoria  di  ciascuno   Ero^j  e  di  ogni 
oggetto. 

G.  Bencini. 


/ 


1^ 


Illustrazione  di  un  Vaso  antico  cU  vetro  ritrowa^ 
to  in  un  Sepolcro  presso  V  antica  Vopulonia  ^ 
ed  esistente  oggi  nel  cimelio  particolare  di  S. 
Altezza  Imperiale  e  Reale  Madama  la  Gran- 
duchessa di  Toscana  Principessa  di  Lucca  e  di 
Piombino ,  e  alla  medesima  umiliata  da  Dome. 
nico'Sestiai.  Fir,  i8ia.  4. 

T 

1.1  nome  del  Sig.  Sestini  è  nome  caro  ai  dot* 

ti 9  ripetuto  in  assai  moderni  libri  d'antiqua* 
ria,  ove  si  citano  con  lode  le  sue  scoperte  in 
Numismatica,  e  celebre  per  le  sue  molte  pro- 
duzioni in  questo  ramo  d'erudizione,  nel  qua- 
le certamente  primeggia  .  Gli  assicura  anche 
un  posto  distinto  tra  gli  espositori  dell'antichi* 
tà  scritta  e  figurata  V  illustrazione  di  questo 
b^Uo  e  rarissimo  monumento,  che  orna  lo  sceU 
to  e  ragguardevol  museo  delia  nostra  ben  ama- 
ta Qranduehessa,  tra  le  cui  lodi  non  è  cortola 
minore  il  conoscere  ed  apprezzare  assaissimo  le 
venerande  reliquie  della  dotta  antichità  . 

Questo  vaso  ò  vitreo  e  storiato.  Ha  la  figurai 
d*  una  caraffa  »  il  i;orpo  della  quale  non  è  det 
tutto  sferico  »  ma  un  poco  schiacciato  al  di  sot- 
tese similmente  alquanto  depresso  superiormen- 
te verso  l'attaccatura  del  collo.  Questo  è  della 
forma  d'un  cono  troncato.  Il  suo  maggior  dia- 
metro è  dove  si  parte  dal  corpo  della  caraffa  ; 
e  va  ristringendoti  fino  all'apertura  della  boc- 
ca. Il  corpo  soltanto  è  storiato,  il  collo  è  li- 
scio. Le  figure  sono  inscritte  sulla  superficie 
del  vetro  in  un  modo  simile  a  quelle  che  si  ve* 
dono  nei  bicchieri  arrotati  di  fabbricazione  mo- 


deroa .  Dentro  ad  asso  è  Angue  e  cenere  mesco- 
lata con  olio;  cosicché  pel  decorso  dei  tempi 
la  materia  cooteoiuavi  sì  è  ridotta  ad  una  n^ag.^ 
sa  saponai^ea  ;  e  molte  parti  del  sangue  reso  fe- 
gatoso 8Ì  osservano  tuttavia  in  piccoli  pezai  cosi 
conservati  d^  una  porzione  d'argento  vivo*uni« 
tovi  y  il  quale  per  la  sua  gravità  specifica  re- 
stando nel  fondo  del  vaso  gli  ha  dato  un  colo- 
re d*  argento  azzurro  ^  e  ne  ha  reso  quel  fondo 
scagPioso ,  talchi  a  poco  a  poco  si  sfarina  e  si 
sfoglia.  Si  osservano  in  questo  vaso  varie  iscri- 
zioni .  La  prima  è  acclamazione  :  ANIMA  F^- 
LIX  VIVAS ,  ed  è  situata  in  giro  quasi  3;!  prin-> 
cipio  del  collo.  Le  altre  servono  a  dichiarare 
la  rappresentanza  ,  la  quale  dee   giudicarsi  tut- 
u  attinente  a  Populonia .  La  voce  STAGNUm 
indica  la  naumachìa^  PALATIUm   il  palazzo 
formato  da  due  magnifiche    porte   riunite  per 
mezzo  di  una  galleria,  OSTRIARIA  un  serba- 
toio d'ostriche    Un  altro  edifizio  è  formato  da^ 
un'  arcata ,  la  quale  denota  il  passaggio  ed  ac- 
cesso alla  naumachìa,  e  vi  si  legge  in  mezzQ 
BIPA  .  Seguono  due   colonne ,  in  mezzo  allQ 
quali  è  scritto   verticalmente   con  una   lettera 
sotto  r. altra  procedendo  da  alto  in  basso  FI- 
LA£j  e  sopra  cui  appariscono  due  voliattili  che 
dal  N.  A.  sono  giudicati   cicogne.  Si  vede  in 
ijne  un  arco  trionfale  dì  due  porte  ,  che  forse 
accennano  l' ingresso  delle  navi  per  le  nauma-* 
chie  y  sul  quale  arco  appaiono  quattro  mezzi  ca- 
valli, che,  presone  argomento  dalla  rappresen- 
tanza, paiono  dover  esser  marini.  L*  epoca  di 
questo  vaso  è  dal  Sig.  Sestini  assegnata  al  se- 
condo 0  terzo  secolo  dell'era  cristiana.  Noi  ne 
abbiam  dftto.  ^reve  ragguaglio  inerendo  semi^rq 


«Uà  interpretazione  del  dotto  autore:  riman* 
diamo  ora  i  Lectorj  al  libro,  perchè  ivi  ap- 
plaudiscano alla  giudiziosa  e  solida  erudizlooo 
colla  quale  si  tratta  T argomento,  e  cui  non  può 
tener  dietro  un  Giornale, 

G.  B.  Z. 


Discorso  del  Presidente  deW  Imp.  Accademia 
della  Crusca  recitato  il  i8.  Ottobre  1812.  in 
congiuntura  della  solenne  distribuzione  de'  Pre» 
mj  triennali  delle  Belle  Arti. 


I, 


n  questo  nobil  recinto,  degno  dell* ooo» 
ranza,  e  della  gloria  dovuta  mercè  della  civil* 
tà  di  tutti  i  Popoli  colti  alle  Belte-Arti ,  ed  in 
mezzo  ad  una  corona  sceltissima  di  Professori 
tospicui ,  e  del  più  bel  fiore  di  giovani  Artisti , 
specialmente  Toscani ,  i  quali  vanno  addestran* 
dosi  nella  carriera  difficile  del  Disegno  ,  non 
fa  di  mestiere  per  avventura  richiamar  dalon-- 
tanogV  insegnamenti,  ed  i  vezzi  dell' Oratoria  ^ 
ond*io  possa  adempire  all'incarico  di  celebra- 
re, quanto  sarebbe  dicevole,  questo  Giorno  so- 
leaue,  per  cui  con  ragione  esulta  Firenze,  e 
secolei  tutta  Italia.  Parlan  difatto  in  vecedeir 
Oratore,  ed  anche  con  più  insinuante  facondia 
a  paragone  di  quella,  che  suole  ammirarsi  leg- 
ende gli  eloquentissimi  scritti  dei  Retori  •  o 
Greci  o  Latini ,  aringan  per  me  le  Sculture  ec- 
cellenti ,  gli  egregi  Di  pioti ,  V  Opere  pregievolis^ 
sime  del  Compasso,  le  quali  in  gran  copia ador-^ 
nano  i  Portici ,  le  Gallerie ,  le  Scuole ,  i  Musei, 


8f 
1^  e  nella  muta  ,  e  concorde  loro^  favella  ci  dico- 

P*  no  -  99  Voi  siete  nel  Tempio  maestoso  dove  con- 

10  99  tengonsi   i  sommi    Archetipi  delia  Bellezza  ^ 

^  99  e  tutto  mostra  air  intorno    la    venustà   delle 

99  Grazie ,  e  la  finezza  del  gusto:  voi  state  dappres- 
99  80  ad  i  0  11  u  mere  voli  Produzioni  dell'  Arte ,  che 
99  vi  rammentano  i  veuerati  Nomi  di  quei  tanti 
-  99  Uòmini  singolari  y  per  virtù  dei  quali  la  nostra 

99  avventurosa    Penisola  fu   sempre  in   ispecial 
I  99  modo  laudata,  e  distinta  a  riguardo  dell' im- 

I  99  maginativa  vivace  de' suoi  Abitatori  dal  rima- 

99  nence  dell'  Europa  ,  e  del  Mondo  99. 
^  Accesosi  neli'  età  bu)e  anteriori  alla  Storia  »•« 

segnatamente  dai  Greci ,  ed  Etruschi ,  il  fuoco  sa- 
cro animator  0egli  Ingegni,  non  han  potuto  mai 
spegnerlo  appieno  né  la  barbarie  dei  Secoli  né 
le  vicende  politichese  come  il  fuoco  di  Vésta, 
oscuratosi  per  brevi  intervalli  di  tempof  o  per 
più  luoghi  periodi  tenutosi  gelosamente  nasco- 
^  só^  ha  sempre  trabmesso  uulladimeuo  il  suo  ca- 

lore^ i  suoi  raggj  afRn  d'eccitare  qualche  spiri- 
to eletto  perchè  l' Italico  onore  neir  Arti  libe» 
rali ,  ed  ingenue  d*  ogni  maniera  non  mai  soffo- 
gato restasse  dalla  corruzione  del  gusto»  e  dall' 
avvilimento  di  qualunque  sapere.  Egli  è  però 
vero  che  né  la  Scuola  di  Firenze  né  la  sua  Ac- 
cademia rìputatissima  del  Disegno  non  giunse 
per  avventura  in  tanto  volger  di  Secoli  più  o 
meno  floridi  pei;  le  Arti  a  così  alto  punto  di  ri- 
nomanza  quanto  rinvigorita,  e  infiammata  co- 
ni'oggi  dagli  abbondevoli  privileg),  e  dall' in- 
cessante munificenza  del  Gbande  Imperatore  e 
Re,  che  ne  fa  la  delizia  de' suoi  sublimi  pen- 
sieri, il  gradito  sebben  corto  riposo  dalle  rile- 
vantissime cufe^  che   irrequieto   attorniano   il 

6 


Trono  ,  ed  il  priiicipal  guidordoot  de*  tuoi 
numerosi, ed  inauditi  trioni , da  cui  dee  dipen- 
dere ,  dopo  tante  guerresche  tempeste  suscitate 
dai  torbidi  fnimici  del  bene.,  la  perpetua ,  ed 
imperturbabile  tranquillità  dei  Continenti  »  e 
de' Mari.  Tostocbè  aunque  quest* Epoca  fortu- 
nata allegrerà  V  Universo  (  nò  potea  mai  spe- 
rarsi se  non  regnando  NAPOLEONE  )  a  quai 
maggiori  destini  son  riserbate,  a  qual  colmo  di 
nominanza  ,  e  d'  onore  sarann*  elle  condotte 
dair  Augusta  possanza  del  pjiqde,  deli*  sRoe 
del  Secolo ,  del  gran  Genitore  del  Re  di  Ro- 
ma le  Belle-Arti  in  Italia! 

Auspic)  sicuri  dell*  incomificiameoto  felice 
di  questo  Secolo  nuovo,  prelud)  certi  di  questa 
sperata  sempre  maggierr  grandezza  futura  son 
le  tant*  Opere  segnalate  «esposte  ai  nostri  ooob) 
intornoiblle  già  ricche  d'antichi  Esemplari,  le 
mirabilmente  adorne  pareti  in  ricorrenza  de* 
triennali  festeggiamenti;  sono  gli  spettatori  af- 
follati ,  che  a  gara ,  e  per  più  fiate  concorrono 
ad  osservarne  i  lor  preg);  egli  è  quest*  insolito 
dignitoso  apparecchio,  che  aumenta  ad  un  temr 
pò  la  giojà  dei  colto  Popolo  Fiorentino»  e  dà 
risalto  ,  e  vivezza  alle  maraviglie  dell*  Arte  • 
Ed  oh!  se  dal  piii  rimoto  Settentrione  »  come 
sull'ali  della  Fama  velocissimo  corre. per  og9Ì 
dove  il  risqonante  suo  Nome,  cosi  un  ratto  vo* 
lo  spiccar  potesse  verso  di  noi  il  massimo  Imfe- 
AATORE,  e  riemijir  della  sua  inaspettata  paesbn- 
ZA  il  trionfo  di  sì  bel  giorno!  Ma  pure  Et  vi 
guarda»  o  Giovani  artisti^  che  ben  meritate^ T 
aggiudicata  Corona.  Vedete  come  animandosi 
in  un  tratto  quel  Marmo,  che  rappresenta  al 
vivo  l'Immagine  del  poderoso  Monarca ^  im- 


mantlaeati  ti  parte  dall'  alto  ove  posa,  e  cìr« 
conda  »  e  riveste  det  suo  splendore  il  IXelegato 
•upreiBOy  che  à%lV  Augusto  fa  degnamente  li^ 
veci  per  la  discrihuzion  delie  Palgie  d*oaove. 
Simile  a  Jfucne  nel  lampeggiare  d€)gU  ocob)»  e 
nella  maestà  delle  fattezze  del  volto  par  che 
NAFOLCONE  egli  e tesea  sorrida,  e  compiace 
ciasi  di  questo*  mirabile  incanto:  ve' come  pie- 
no la  mente ,  ed  il  cuore  dei  fervidi  sentimen- 
ti,  ed  affetti,  che  nutre  per  l' Arti-Belle,  ap- 
plaudtice  gentile  ai  vostri  forbiti  lavori ,  e  di-^. 
rebbeai  che  or  si  prepara  a  aalennemetue  pre^^ 
miarli  colle  medesime  Auguste  me  mani . 

La  eomuQ  Patria  ne  giubbila ,  e  vi  ramme- 
mora lieu  i  grandi  Esempi  del  cinquiecento  ;  se- 
gna aollecita  i  vestii  nomi  nei  propr) Annali;  e 
ii  ri  premette  da  tali  giovanili  principj  che.,  co* 
m' è  cresciuto  rapidamente  sovra  ogni  umano,  oon- 
oetto  il  nuovo  felicissimo  Impeto ,  cui  abbiamo 
la  aorte  d'appartenere,  cosi  V  Accademia  di 
Firenze. sia  per  accrescere  oltre  misura  la  ^\n^ 
gelare  reputazione ,  della  i{uale  ha  godutoqi^n* 
d'erano  altrove  estinte,  o' corrotte  le  Selle- Ani 
della  Grecia ,  e  del  Lazio ,  vale  a  dire  di  quel-r 
le  antiche  beate  Regioni  dov'ebbero  feltcemeiiT 
tè  nei  tempi  andati ,  se  noa  la  nascita ,  i  progressi 
più  insigni,  il  perfezionamento,  e  il  decoro.  . 


u    

Al  Signore  Abate  Carlo  Denina  Bibliotecario  di 

'  8.  M.  C  Imperatore  e  J?e ,  Cavalier  delV  Jm^ 

pero ,  uno  de*  Comandanti  della  Legion  4!  Onore . 


Chiarissimo  Signore 


e 


lome  igfìusaraii  seco  Lei  del  troppo  lungo 
gileazio?  Come  6* io  mi  tacessi  piò  lungameote, 
potrei  saU'aroii  dalla  taccia  di  scoDOscente ,  an- 
zi d' ingrato  »  quando  mi  rammento  la  cortese  e 
gentile  accoglienza  che  Ella  mi  fece  in  Ber- 
lino ,  ove  ignoto  a  lei ,  giovane  ancora ,  e  mi- 
litare non  avev^  veste  veruna  per  meritarla  ? 
Ma  allorché  si  compiacque  di  dirigermi  due 
dottissime  Lettere  eh*  Ella  modestamente  intitolò 
Micrologie  Grammaticali  e  Tipografiche  »  credei 
doverle  dare  se  non  un  equivalente  dono,  uno 
almeno  non  troppo  inferiore,  imprendendo  a 
trattare  argomento  analogo  a  quello  da  Lei  trat- 
tato. Ma  fa  d'uopo  d*ozio  e  di  riflessione  per 
fare  di  diritto  pubblico  uno  scritto  che  dee  ap- 
parire sotto  gli  auspici  del  chiarissimo  Scrittore 
delle  Rivoluzioni  d*  Italia.  Impresi  con  timi* 
dezza  a  rispondere ,  o  se  valesse  la  pena  d*  intrat- 
tenerla di  ciò  cbe  mi  concerne,  le  direi,  che 
una  folla  d'incessanti  faccende,  e  d'incarichi 
mi  obbligarono  a  desìstere  dall'  intrapreso  la«* 
vero.  Quando  nell'essere  in  Pisa  ai  giorni  pas- 
sati ,  seppi  a  caso  che  Ella  ricolmandomi  4i  nuovi 
favori  aveami  dirette  treal tre  Lettere  nel  Saggio 
Isterico  Gririco  sopra  le  Ultime  vicende  della 
Letteratura.  Ella  può  imaginarsi  cbe  crebbe  il 


85 
rossore  .  Tornato  iu  Firenze ,  le  ricercai  senza 
frapporre  indugio,  avidameote  le  lessi,  e  sen* 
za  esitazione  sonomi  risoluto  in  una  replica  di 
pagare  nel  modo  che  per  mesi  possa  migliore  il 
quintuplice  debito. 

Veggendola  trattare  argomento  che  interessa 
essenzialmente  la  patria  nostra ,  parmi  di  ravvi- 
'Sare  in  Lei  un  figlio  che  vuole  cousulare  la  ma- 
dre e  che  nell*  assenza  le  scrive  tratto  tratto 
per  dimostrarle  non  solo  di  non  averla  dimenti- 
cata y  ma  di  continuare  ad  amarla  teneramente. 
Felice  Lei  che  può  dartene  riprove  cosi  solenni . 
E  che  scriver  posso  di  nuovo  in  si  fatto  argomen- 
to a  Lei  che  nulla  ignora;  non  sarebbe  egli  per 
valermi  del  trito  proverbio, 

^  Portar  nottole  a  Atene  ,  e   vasi  a  Santo  ? 

L*  affezione  che  non  minor  di  Lei  nutro  per 
le  cose  patrie  potrà  in  parte  salvarmi  dall'  ac- 
cusa suddetta  se  cercherò  di  giustificar  la  Toscana 
dalla  taccia  datale  di  aver  negletti  gli  stud]di 
Lingua  nel  secolo  decimottavo. 

£d  in  vero  non  merita  la  prima  metà  di  quel 
secolo  un  sì  fatto  rimprovero.  Nuu  fu  percerto 
un  lieve  sforzo  quello  fatto  sul  ràdere  del 
precedente,  e  sulT  iucominciamento  diquellodi 
sollevare  il  volgar  nostro  dall' a4^eziòné  nel  qua- 
le era  caduto  dopo  T  eia  del  Tasso ,  del  Guarino , 
del  Davanzati  e  del  Salviati.  £d  in  vero  al  chia*» 
rissimo  Redi  si  debbo  di  avere  ricondotti  i  To* 
flcani  nella  buona  strada .  Come  ei  sbandi  dalla 
Medicina  i  ri medj  degli  empirici  de' secoli  d* 
ignoranza ,  e  ridusse  la  scienza  a  quella  salutare 
semplicità,  inefficace  talvolta,  ma  nociva  non 
mai  i  cqA  ei  spogliò  Itf  favella  da  que'  modi  gonfi , 


188 
iforzati,  dovente  fa tfii  ed  insùlsi'dd' secèntmi  chi 
trotterò  attentare  ne  nuove  ed  erte  fieoza  il  valore 
Ài  poggiarvi .  Quel  Redi  scrisse  ean  una  pMpriedl 
e  vaghezza  di  voei  e  di  modi  che  in  vero  ra*^ 
pisce,  sa  sollevarsi  8*ei  vuole,  e  fa  tantocbiaro 
ògòi  argomento  che  a  niuno  aocade  di  non 
comprenderlo  .  Ben  mi  ramibenco  che  allorcfat 
impi'esi  con  mano  mal  sicura  tgd  inesperta  a  «a neg« 
giare  la  pentia  fui  dall'  immortale  Alfieri  cousi* 
gliato  di  non  stancarmi  di  leggere  il  Redi ,  con 
che  parve  farmi  comprendere  il  nuovo  Pauegi^^ 
ri'sca'di  Traiano  che  credeva  via  più  facile  il 
giungei*e  all'  immortalità  per  lim[»idezza,  e  sem- 
plicità di  stiie,  che  per  istudiata  sostenutezza  e 
gravità  . 

Non  è  per  cerco  amor  di  patria  quello  che  m^ 
invoglia  a  lodare  il  Redi  còme  Ella  potrebbe 
crediere,  tenendo  che  io  abbia  ricevuti  i  natali 
tiella  città  siessa  che  gli  diede  ead  esso  e  al  Pe«- 
trarca.Io  nacqui  nell'antica  capitale  de'Pelssgi 
Tirreni  che  fu  poi  celebre  città  ftra$ca,e  non 
ignobile  colonia  Romana;  di  che  im  terrei  nioU 
fissimo  se  obliarsi  eh' è  illustre  cuna  egai  luago 
a  chi  nasce  in  Italia . 

AIl^  età  delRedi  successe  l' tncominciamento 
del  sècolo  decJmoitavii  che  fu  per  egregj  scrit* 
tori  luminosissimo.  I  due  Salvini,  il  Menzini, 
il  Magalotti,  il  Marchetti,  il  Viviani,  ilPili- 
caja ,  il  Forteguerri  bastano  ai  certo  per  man-» 
tenere  le  avite  glorie  toscane.  Né  credo  doverle 
s'amuientare  non  pochi  Accademici  insigni  i  quali 
quaato  valessero  si  ravvisa  priueiptl mente  nella 
ristampa  del  Vocabolario  della  Crusca .  Chi  oserà 
tacciare  di  neghittosi  i  Toscani  che  diedero  un* 
Opera  cotanto  dotta  e  laboAosa,  la  qoaU,  cokk 


itderacane  la  mole  è  tanto  accurata  fatica? Cui 
ae  fa«fi  alcun  rioproveroè  di  aver  talvolta  alcuna 
voce  obliata»  o.  negletta;  rimprovero  simile  a 
quello  che  farebbe  il  villano  a  diligentissimo 
Botanico ,  di  non  avere  tutti  raccolti  gì*  innu>* 
merevoli fiori  d' un  prato.  GouTeoga  meco»  mio 
Signore,  che  fu  una  rara  modestia  in  Letterati 
del  secolo  decioiottavo  quella  de' Compilatori  dei 
Vocabolario  ili  tacere  i  nomi  loro  quantunque 
avessero  cotanto  meritato  dall'  Italia  e  dalla 
patria;  anzi  dalle  altre  colte  nazioni  d^£uropa, 
cai  modelli  di  tale  ìmpottàoza  mancavano ,  o 
mlmeuo  ugualmente  dotti  ed  accurati.  Tanta 
modestia  fu  sconosciuta  per  certo  neU*  austera 
Sparta  nell'Eroica  Roma.  Pareva  dono  puramen- 
te celeste  che  Tuomo  si  studiasse  di  crescere 
in  virtudi,  e  si  sforzasse  di  gelosamente  Celarlo. 
Confesso  che  dopo  il  i^3o  parvero  rallentar^» 
«i  gli  animi  degli  Accademici  e  de'  Toscani  nel 
progredioiento  di  quegl'  importanti  lavori .  Come 
infatti  ritrovare  un  Salvini  che  ttltto  il  Parnaso 
Greco  da  uiicapoall'altro^traslatò nel  volgare? 
Ha  ciò  noi  veggiamo  noi  accadete  anco  ne'  gran- 
di Imperi,  ove  operate  cose  grandissime  nasce 
brama  di  riposo;  gli  animi  stessi  i  pia  inquieti 
sentono  quel  desiderio  per  li  rime«ibranziL  che 
breve  e  la  vita ,  e  debole  la  vecchiezza .  Voglio 
anche  concedere  che  sicurezza  di  fama  può 
assooaure  gli  animi  /  lioù  è  infatti  la  sicurezza 
che  neiraffior  coniugale  rallenta  lo  studio  di 
icanibievolment#  piacersi ,  e  così  lo  attenua  e  non 
di  rada  Io  distrugge?  Tuttavia  se  Ella  scorre  i 
Cataloghi  de'' Testi  di  lingua, £IU  ravviserà ch« 
furono  fatte  nnnierose ristampe  di  que'  citati  scrit- 
tori che  sono  il  fondamenta  delia  nostra  favella, 


81 

Q  che^  molti  di  eui  furono  tratti  dall' oacuriià 
e  prodotti  alla  luce^  che  immense  furono  le  far 
tiche  fattevi  per  raddirizarne  la  lezione  colla 
collazione  di  molti  testi  a  penna  »'  per  dichia^ 
rame  le  voci ,  talché  in  queUe  stampe  apparvero 
a  nuova  vita  e  quasi  col  colorito  della  giovi- 
nezza, e  spogliati  della  ruggine  che  gli  annerai 
va  per  T  ignoranza  de' copisti,  e  la  trascu  raggi- 
ne degli  stampatori, e  degli  editori  precedenti  « 
Quanto  in  tale  carriera  si  distinse  il  Sfanni  colla 
sua  minuta  »  e  perseverante  diligenza  ?  Certo 
noi  proporrei  come  modello  di  stile ,  sebbena 
accurato  ,  perchè  non  seppe  mai  spogliarsi  di 
una  certa  sua  notariale  dicitura .  Non  cessò  maj 
l'Accademia  di  i^iovare  alla  Lingua.  IlMarriui 
stampò  il  lamento  di  Cecco  da  Varlungo  con 
eruditissime  note.  Cose  utilissime  nelle  Delizie 
degli  Eruditi  Toscani  videro  la  luce  per  opera 
del  Padre  Ildefonso.  Gli  Accademici  nel  1760 
ristamparono  il  Buommattei con  annotazioni  uti- 
lissime. L'emulatore  del  Sai  vini  il.  Biscioni  , 
sebbene  in  valore  a  lui  non  eguale ,  giovò  alla 
lingua  coir  edizione  delle  Prosedi  Uaute  e 
Boccaccio,  ecol  Malmantile  del  5o..  e  il  Pistoiesi 
non  poco  col  Trattato  dn?  verbi  irregolari  toscani . 
Sebbene  nella  seconda^  metà  del  secolo  gene- 
ralmente si  peggiorasse  lo  stile,  sebbene  sempre 
rari  siano  i  chiari ,  e  purgati  scrittori,  fioriva- 
no allora  un  Cocchi,  unGiacomeUi.,uaBottari . 
Il  primo  sarebbe  per  certo  scrittore  senza  di- 
fotti  se  non  avesse  inclinato  ad  una  certa  rir 
cercatezza ,  che  ad  alcuno  può  parere  soverchia, 
•  che  svela.  nelT  apparente  semplicità  alcun  poco 
di  studio,  e  di  fatica.  Il  traduttore  degli  amori 
di  Ghere*  e  di  Calliroe,    e  de' Memorabili  di 


«9 

Senofonte   è  toJe  lia  non  inridiaro  gli  acritto^ 

ri  delia  prima  metà  del  secolo.  Al  Bottari  non 
«1/  rimproverare  che  di  avere  abusato  sovente 
della  costumanza  introdotta  da' Letterati  oltra- 
mootaoi  non  Francesi  d*  inzeppare  negli  scrìtti 
citazioni  latine»  dal  che  ei  non  rifina,  Jequali 
se  valgono  a  dar  fama  di  paziente  erudito, tol- 
gono ogni  leggiadria»  e  fluidità  alla  dicitura 
eia  fanno. apparire  un  mosaico  dì  discordanti 
colori .  Non  si  può  a  meno  per  altro  di  non 
pregiare  al  sommo'  il  Bottari  per  la  prefazione 
al  Vocabolario,  e  per  i  proeuij  ed  annorazioni 
€lle  opere  del  Cavalca  e  di  Fra  Guittuhe ,  e 
massimamente  per  le  sue  lezioni  intorno  al  De- 
camerone  del  Boccaccio,  di  che  potrà  giudicar* 
ne  in  breve,  se  come  sperasi  vedran  tantosto  la 
luce. 

T/rattando  delle  vicende  della  nostra  favel- 
la (tìel  secolo  XVIII.  nati  cade  in  acconcio  di 
faii  parola  di  uomini  per  altro  insigni  in  al- 
tre dottrine  quali  furono  il  Lami  ,  il  Perelli» 
il  Possi ,  il  Lastri ,  il  Pelli ,  il  Galluzzi ,  il  Fab. 
broni ,  il  Perini  ,  perchè  come  prosatori  o  poeti 
non  seppero  sollevarsi  dal  comune  degli  scrit- 
tori de' tempi,  é  non  sostennero  la  favella  ca- 
dente, 0  non  dieroule  nuovo  lustro  con  originale  ' 
dicitura  e  spontanea.  Parve  a  tal  lode  aspirare 
ilChiaro  Padre  Canovai, ed  io  lo  ammirava  vera- 
mente per  vaato  sapere ,  mentre  compiangevate  di 
essere  troppo  animoso  nelle  letterarie  contesa 
che  dovrebbero  essere  discnssioni  fraterne  ,  e 
non  gelosi  dispetti;  ma  il  Canovai  per  farsi  ori- 
ginale e  vigoróso  parmi  che  s*  infettasse  di 
modi ,  frasi,  e  voci  degli  Scrittori  Francesi, 

Il  prospetto  delle  vicende  della  favella  nel 


Beco  io  XVirt.  sarebbe*  per  certo  incomplèto  li 
io  trascurassi  di    far  menzione  di    un    illustre 
Scrittore  Toscano  de* nostri  tempi,  che-per  ori- 
ginalità ,  e  spontaneità  di  stile  si  è  in  singolai 
modo  distirlto .  Pare  aver  egli  porta  alla  lingua 
soccorrevole  mano  quando  essa  era  nella  maggior 
decadenza.  Parlo  del  chiaro  Lanzi ,  ohe  cessò  di 
tivere  poco  fa  con  tanto  doloro  dell*  Italia .  Bl 
Scrisse  con  una  chiarézza ,  e  fluidità ,  oon  certa 
Originale  venustà  e  aggiustatezza»  e  grazia  tutta 
sua  propria  eh* è  inimitabile   cOme  si    ravvisa 
nel  Saggio  di  Lingua  Etrusca  arduo  e  spinose 
argomento^  è  nella  Storia  Pittorica  tema  più  vago 
ma  per  tutt* altro  troppo  uniforme .  Scorre  lasua 
penna  non;cóiìie  nracstoso  e  rumoroso  fiume  che 
assorda  e  talih)ha  minaccia ,  ma  come  un  vage 
ruscelletto,  che    cammina  placido ,  limpido,  é 
flessuoso.  Queir  inimitabile  Lanzi  nelle  materie 
afdne  e  spinose  è  tanto  chiaro  che  si  €à  leggere 
avidamente  I e  senza  voglia  di  rifinare^  allaccia, 
persuade  e  commuove ,  per  lo  che  reputo  esservi 
pochi  che  tanto  adeguatamente  abbiano  scritte 
y noetico  argomento.  £gli  arricchì  la    favelle 
di  nuovcr  Voci  antiq[uarie  e  di  arti  che  veggio 
gencrral  ménte  aidottate  - 

Parmi  che  ci§^  basti  a  dimostrare  che  la  To« 
scana  non  meritò  i  rimproveri  che  vengonlefatti^ 
sino  alla  soppressione  dell' Accademia  della Gru^ 
sca ,  quantunc^ue  sia  fuot  di  dui>èio  che  dopo 
r  aboliti Ot)^  deÙ*  Accademiai  decadde  la  lingua 
Irrsknd^mélité^'nè  si' scrisse  dai  piiit  cofrettameote 
in  ToiBteanÉ. 

La  mlDìrte  dell*  Accademia  non  fu  già  cau« 
sata  da  mortifero  letargo ,  ma  dessa  cadde  vitti» 
ma  d'un*  ordita  congiura.  Per  seguitarne  io  fila 


tà  d'uopo  rìpreodère  VargMiMto  d»  più  alti 
principi .  I  torti  della  Crusca  o  per  meglio  dire 
del  Sai^iati  coatfo  il  povero  Tasso  diedero  anir 
mo  agli  email  della  medesitna  di  maloieDarl^ 
•  con  apparenza  di  ragione ,  quantunque  ne*  dir 
tensori  del  Gantor  di  Goffredo  potos^  piùa&tio 
contro  r  Accademia  che  compasaloae  per  lui  • 
Destava  quel  soffio  d' invidia  T  autorità  detta* 
toria  di  quel  senato ,  incoraggiava  i  detrattori^ 
la  falsa  specie  di  libertà  cbe  evvl  a  deoigrara 
gì* istituti  autorevoli,  e  vetierati.  AÌ2zava  la 
nalevoleoza  V  antichissìiiio  tarlo  dell'  ìtalia  >  cio^ 
il  reputarsi  ciascuna  parte  di  essa  atraaiera  aU 
V  altra  9  il  nutrirsi  scambievole  gelosia  cbe  dir 
strugge  la  fratellanza  stabilita  dalla  natura  col 
circoscrivere  col  mare  é  coU^alpA  U  bella  per 
nisola.  B  mentre  serpeggiava  quell*  odio  contro 
V Areopago  delia  lingua  ffa  i  non  Toscani,  vLr 
rean  questi  sicuri,  nell*  opiuione  di  darle  leg* 
gè  ,  teneado  che  fosse  spontaneo  dono ,  e  di  te^ 
nitoro  il  conservarla  appo  loro  sea^a  stydio 
pura  e  illibata.  B  ciò  accadeva  appunto^  ov^ 
maggiore  era  il  porscolo  di  vederla  alterata  e 
corrotta  .  Io  dico  che  maggiore  era  allora  il 
pericolo  di  vederla  alterata  per  alcune  vicende 
accadute  ,  di  cui  Ella  mi  permetterà  di  farle 
sommaria  menzione. 

.  Lo  splendore  della  Francia  nel  secolo  del  de* 
oimoquarto  Lodovico  affascinò  tutte  le  menti. 
I  eoafinanti  popoli  non  come  emuli  ma  comi^ 
servi  vollero  fare  mostra  di  se  non  per  proprio 
valore  sollevandosi  »  ma  col  farsi  ligj  imitaoori 
degli  scrjctnri  di  quei  secolo <.  La  politica  auto*. 
£ìtà  della  Francia  die  alla  lingua  di  essa  il  . 
primato»  che  le  fu  senza  contrasta  dalle  altrc^ 


9^ 

vive    loquele  conceduto.  Kou   fu  discusso    sft 

merìtavalo  per  pregio  maggior  delle  altre;  si 
giudicò  come  alcuna  volta  si  suole  nelle  Corti , 
del  valore  dell*  individuo  dalT  appariscenza  , 
dallo  splendore  delle  vesti.  Allora  fu  creduta, 
vergogna  T ignorare  il  Francese.  I  Letterati  ne 
ebbero  maggior  rossore  che  d'ignorare  il  Greco, 
o  il  Latino.  Come  potè  volle  ciascuno  nascon- 
dere la  sua  ignoranza.  E  come  meglio  celarla 
che  ingegnandosi  d'inserire  ne' suoi  scritti  qual- 
che paroletta,  qualche  frase ,  qualche  giro  della 
favella  diletta?  Si  giunse  a  tale  che  fu  un 
vezzo  ne*  familiari  coUoqu)  V  usare  a  guisa 
d*  ippocentauri  parole  prette  francesi .  Iscusavansi 
i  novatori  calunniando  il  volgare  nostro,  come 
incapace  di  esprimere  certe  idee,  certi  pensa* 
menti  in  quei  tempo  alla  moda  .  Mi  rammento  io 
stesso  di  aver  udite  forti  lagnanze  che  non  ave-* 
vamo  voce  natia  equivalente  a  ^en/a,  «e/i^ibiiùà, 
ed  altrettali. 

Accaddero  altre  vicende  nella  Letteratura 
Francese,  cui  andò  dietro  servilmente  e  l'Euro- 
pa e  l'Italia  .  Succesbo  a  queir  immortai  secolo 
quello  di  Lodovico  XV.  A  qntl  tempo  vollero 
ili  scrittori  battere  altra  via  per  giungere  all' 
immortalità  ,  parevano  loro  preoccupate  le  vie 
del  belio ,  e  sapevano  ctié  per  gi  ungere  a  rinomaa* 
za  fa  d'uopo  d'imprese  maraviglioseo  audaci. 
Che  imaginare  di  più  audace  che  il  distruggere 
tutte  le  antiche  opinioni? Tale  ardimentoso  pro- 
getto avrebbe  avuti  pochi  partigiani  al  certo  se 
non  fosse  accaduto  ohe  apparvero  a  quell'epoca 
appunto  scrittori  bollenti ,  e  caldi  che  seppero 
legare  i  deboli ,  aiFascinare  gì'  inconsiderati  i 
e  lusingare  i  protervi .    Accadde  ancora  a  (^ue* 


.93 

tempi  che  le  scieoze  fisiche  e  inateoiatiche  sa- 
lirono ad  un'altezza  per  Io  innanzi  sconosciuta  . 
Coir  artificio  di  oon  piegare  la  ragione  che 
alla  matematica  evidenza  insìnuossi  oegl*  inteU 
letti  quella  licenza  ,  quell'orgoglio,  e  queir 
incredulità  che  furono  i  funesti  forieri  delle 
vicende  del  secolo. 

Retta  la  Toscana  e  T  Italia  con  maggiore  av- 
vedutezza e  rigore  di  quello  che  fesselo  a  que* 
tempi  la  Francia,  coloro  che  ambivano  a  rino- 
manza di  scienziati  e  di  dotti  non  poterono  nelle 
due  prime  contrade  aprire  pubbliche  scuole  del« 
la  moderna  Filosofia.,  ma  formarono  fra  loro  una 
setta  che  gustava  e  pregiava  tutte  le  novità ,  e 
che  chiamerei  volentieri  di  modernisti,  i  quali 
spandevano  quel  serpeggiante  veleno  «ulle  cose 
di  cui  poco  o  nulla  caleva  al  Governo.  Era  il 
contagio  del  modernismo  tanto  generalmente  dif« 
fuso  che  gli  stessi  rettori  degli  Stati  ne  erano 
infetti  in  tuttociò  che  non  appariva  poter  nocere 
al  loro  potere ,  quasi  che  sfrenata  libidine  di 
novità  non  sia  il  più  accanito  nemìpo  dell* 
autorità  e  delle  leggi.  t 

91  a  lasciamo  questo  argomento  degno  della  gra- 
vità della  storia  e  dei  pennello  di  Tacito .  Ella 
ben  comprende  che  quelle  nuove  opinioni  di- 
vennero funestissime  all'autorità  dell'Accade- 
mia della  Crusca. Ella  dee  rammentarsi  che  in 
quel  periodo  appunto  la  plebe  de'  Letterati  ere- 
dea  saper  tutto  senza  studio  ed  applicazione. 
D'altronde  chi  avrebbe  osato  per  apparare  la 
lingua  valersi  di  precedenti  scrittori  che  si 
gratificavano  di  lar^o  disprezzo.  Che  cosa  è  la 
favella  esclamavamo  i  modernisti ,  se  non  se  la 
serva  vile  dell'imaginazione  e  dell*  intelletto? 


94 
Sono  i  Groscanti  e  pedanti  tht  vogliono  ìmìw 

cenare  T  ingegno  che  senza  di  essi  volerebbe 
al  sublime.  Perchè  perdere  il  t^tnpo  a  pescar 
parole  che  pnò  spendersi  pia  utiloieote  nel  me- 
ditare? Hollevava  lo  stomaco  il  pensare  che  por 
iscrivere  correttamente  conveniva  leggere  opere 
ascetiche  9  versioni  inesatte,  oscuri  poemi ,  o 
sìvvero  giocosi  e  burleschi ,  rime  villerecoe ,  frot- 
tole »  cicalate,  capitoli  ,  canzoni  a  ballo ,  canti 
carnascialeschi  y  componimenti  degni  de'  poveri 
spiriti  dei  secoli  del  Machiavello,  e  del  Galileo. 
Le  commedie  nostre  erano  dispregevoli  per  non 
esservi  la  dipintura  de*  co/tigiani  de*  due  La» 
'dovichi .  Non  vi  orano  per-  entro  che  o  amo- 
rnizì  volgari ,  o  intriguzzì  di  meretrici  dozzi- 
nali,  o  dipinture  delle  ridicole  oostnman^Ee  do* 
inercatanti  de*  fondachi  di  Firenze .  Dentro  e 
fuori  di  Toscana  schiamazzavasi ,  e  si  garriva 
contro  la  Crusca,  anzi  si  dileggiava  la  Tra- 
moggia,  il  Buratto  come  un  fanciullesco  ritro- 
vato di  poveri  ingegni  ;  Gettavasi  un  qualche 
furtivo  sguardo  negli  scritti  apologetici  del  Tag* 
00  per  ravvivare  alcune  delle  anticne  aecusedata 
air  Accademia.  Assalita,  avvilita,  e  intimidita 
per  nutrire  nel  suo  seno  nascosi  avversar)  essa 
si  tacca  malsicura.  Leopoldo  Principe  grande, 
the  tanto  operò  a  beneficio  della  Toscana  era 
incapace  di  apprezzare  il  valore  d'Una  Acoa« 
demia  di  lingua  non  sua.  *Gedè  alle  suggestioni 
de*  modernisti  e  riunì  la  Crusca  alla  Fiorentina 
Accademia .  Troppo  celebre  è  II  Sonetto  dell'  Al- 
fieri nel  quale  tonò  con  rabbia  contro  di  lui  per  la 
distruzione  di  essa  ,  distruzione  operata  piuttosto 
dal  silenzio  degli  Accademici  che  dal  Monarca. 
Ha  mi  permetta,  che  le  osservi  che  se   la    po^ 


/ 


0^ 

fttrità  gittdtcherà  4el  fatta  dal  Sonetto  dell* 
JfLÌ&eri  non  ne  giudicherà  rettamente.  Non  fa 
110  atto  di  tirannide  del  regnante^  come  ei  vuo- 
le  farlo  credere^ fu  un  atto  di  suggestione  e  di 
debolezza^  come  n?  accaddero  non  pochi  a  <}iie* 
tempi  • 

£^  inutile  il  dilungarsi  intorno  air  influsso 
che  ebbe  la   distruzione    dell'  Accademia   sul 
volgar    nostro .    Credo    averne    bastantemente 
favellato  nella  Vita  che  tessei  del   Boccaccio  « 
Il  maggior  numero  degli  scrittori  apparsi   dopo 
^uel  tempo  se  perverranno  alla  posterità  ^  sgrana 
no  bastevoli  a  stabilirne  il  giudicio.  9e  non  J[ìq 
dispiace   volghi^o^o    piuttosto  lo   aguardo    sull* 
avvenire  •  A  me  pare  che  si  ravvivino  le  spe- 
ranze .  Sortovi  scrittori  oggidì  che  si  studiano  di 
Vsare  voei   tratto  4^1  Vocabolario,  ma  in  alcu- 
ni di  essi  tanto  può  il  sottile  contagio,  che  non 
Wnno  dare  alla  dizione  quell'appropriato  giro 
cl^e  ne  dichiara  la  spontaneità  e  gl'ingenui   na- 
tali. E' si  può  dire  degli  scritti  di  essi/ciò  che 
direbbesi  d' un  n^onile,  che    sebbene  composto 
di  sceltissimi,  e  finissimi  diamantidi  Golconda, 
se  è  legato  a  Samarcarda,  ed  alia    foggia    tar« 
tarica  diressi  sempre  tartarico,  malgrado  il  va- 
lore delle  indiche  gemme. 

Tuttavia  sono  dessi  pur  troppo  scusabili , 
riconosco  che  difU^^ile  è  stato  sempre  il  bene 
scrivere,  e  dìfHi  ilissìmo  oggidì  per  èssersi  la 
lingua  notevolmente  alterata.  O^ni  umana  isti- 
tuzione tende  alla  decadeiua.  Fa  d'  uopo  con- 
solarsi -di  ciò  p^r  essere  accaduto  lo  stesso  in 
ogni  età,  in  ogni  contrada.  Dalla  lingua  Zen- 
dica  a  pqpo  a  poco  corrotta  nacque  il  Persiano 
4^Ua  Samscfedamica  riudiaao.  Dall' Elleuic^ 


96 
il  Greco  volgare ,  dalla  Latina  \\  Toiit'ano.  Potrà 
dirsi  felice  V  Italia  se  dando  vita  ad  una  terrea 
loquela  sarà  non  indegna  deli'  Ava  e  della  Ma- 
dre. Speriamo  che  non  siavi  da  temere  per  essa 
ribebe  temea  per  l'età  posteriore  a^la  sua  con 
fatidico  presentimento  il  Cantore  Venosi  nò 

Aetas  parentum,  pejor  av^s,  tulit 
Nos  nequiores  »  mox  datUros 
Progeniem  viciosiorem . 

Vi  è  anche  da  pascersi  di  lusinghiere  speranze 
colla  considerazione  del  passato.  La  figlia  non 
degenerò  certo  dalla  madre  anzi  per  tanti  e  su- 
blimi pregj  equiparar  le  ai  punte  . 

Anzi  dobbiamo  sperare  che  prendendo  nuova 
lena  goderà  lunga  vita  dopo  che  fu  ristabilita 
r  Accademia  con  tanta  solennità  dall'Augusto 
Monarca ,  che  regge  1'  Impero ,  il  quale  di  suo 
proprio  moto  fra  le  innumerevoli  cure  del  tro- 
no V  alta  mente  rivolse  a  mantenere  nel  suo  fio- 
re la  lingua  ,  e  intessè  onorare  e  ricche  coro* 
ne  ad  incoraggiamento  delle  letterarie  virtudi . 
Dobbiamo  sperare  anco  che  viverà  gloriosa  per 
opera  degli  uomini  sommi  che  la  coltivano stu-- 
dtosamente  tuttora .  Felice  £lla  che  la  fece  com- 
parire col  vigore  della  giovinézza  nelle  Rivo- 
luzioni d' Italia . 

'  B  certamente  ogni  buono  Italiano  parmi  che- 
debba  fare  T  ultimo  sforzo  per  ricondurre  la 
lingua  ai  suoi  prìncipi.  Per  quanto  il  musica- 
le orecchio  degl*  Italiani  faccia  apcffare  che  V  i- 
dioma  della  penisola  sarà  sempire  e  sonoro  ear- 
dionioso,  chi  può  accertare  che  a^rà  quella  fol- 
ta schiera  di  so:nmi  scrittori  che  lollevaroào  a 


9: 

tanta  altezza  il  volgar  nofitro?  Còme  sperare  di 
vedere  rinovellate  le  sorti  lietissime  deil*  Italia 
che  all'avventuroso  secolo  XIV  vide  «ucce^.lere 
il  piò  glorioso  XVI?  E  che  sono  le  linguesen- 
7a  gli  S<:rittori?  Uaa  merce  volgare/  una  mo- 
neta p'ateale  necessaria,  e  spendibile,  ma  noo 
coniata  con  fino  e  squisito  lavoro  .  Gli  Scrit* 
tori  sono  quelli  che  correggono  o  creano  tutta 
la  parte  figurata  della  loquela ,  sono  dessi  clid 
r  arricchiscono  di  traslati ,  di  metafore  ,  di  voci , 
e  di  modi  tratti  dalle  lingue  dotte, che  volga- 
rizzati e  modificati  impinguano  lafavella  e  1*  ar- 
ricchiscono,  ne  sbandiscono  i  modi  di  dire  bassi 
e  triviali ,  le  voci  rozze  ed  inculte ,  i  vocaboli 
dubbj  »  insignificanti ,  aspri  »  inesatti ,  e  danno 
in  fine  alla  favella  chiarezza  »  consistenza ,  ar- 
monia, proprietà^  e  robustezza.  Cui  si  debbe 
infatti  se  non  se  agli  scrittori  la  diversità'  dì 
stile  che  si  ravvisa  fra  Me  rime  di  fra  Guitto- 
ne  e  del  Petrarca,  fra  la  prosa  del  Cento  No- 
velle antiche,  e  del  Decamarone?  la  differenza 
è  tale  che  ai  non  bene  avvisati  eruditi  fece  cre- 
dere» che  r.  Italiana  lingua  fosse  nata  poco  in- 
nanzi air  età  de'  due  più  incolti  scrittori^  quasi 
che  fosse  potuta  nascere  adulta  a  un  trattojen- 
za  infanzia  e  puerizia.  Sarebbe  troppo  lungo 
argomento  il  tcattare  de' gravi  abbagli  che  oc- 
casionò una  tale  supposizione.  Osserverò  solo 
di  passaggio  che  non  dassi  istantanea  creazione 
di  favelle.  Le  giornaliere  .vicende  degli  stati 
logorano  ed  alterano  gì'  idiomi  i  quali  giunti 
air  apice  dello  splendore  decadono.  E  dopo  il 
ravvolgimento  di  molti  secoli  giungevi  ataleaU 
terazione  da  dovere  abbandonare  quelfa  chedi* 
eesi  lingua  letterale,  o  che  si  usa  nelle  scrit» 


98 

ture  per  farsi  intendere  dal  wlgo,  eacrìvereil 
volgare.  Tale  ardita  rivoluzione  operasi  senza 
disegno  da  obi  per  ignoranza  ò  incapace  di 
adoperare  il  letterale,  o  da  uaqualche  sublime 
ingegno,  quaJfr  fu  Dante,  che  si  avvede  esser 
giunto  il  tempo  cho'non  può  aggiungersi  l'im- 
mortalità che  con  nuovo  stile  .  £  gli  uni  e  gli 
altri  gli  danno  propria  indole  e coniBiatenza.  Non 
dimostra  chiaramente  quanto  io  Le  affermo  la 
consuetudine  dì  chiamare  la  favella  nostra i/vol- 
gare  quantunque  non  siavi  cosa  meno  volgare  di 
quella  ?  ... 

Spero  che  non  potrà  dispiacerle  l'incarico  di 
far  sentire  al  SiguorGinguenè  quanto  io  mi  glori 
deir  onorevole  menzioive  che  a  luì  piacque  di  fai 
di  me  in  un'  opera  che  tanto  onora  le  Lettera- 
""      cese  e  "    "  ^ 

le  giui 

penna,  , -...-_ 

nali  prevenzioni  !  La  Francia  potrà  nello  scrit- 
to del  Signor  Gingueoè  rettamente  apprezzare 
il  valore  scientifico  e  letterario  dell'  Italia  . 

La  prego  poi  isciwarmi ,  Signor  mio ,  se  per 
essermi  sovercbimente  diffuso  ,  mi  astengo  dal- 
l' onorevole,  ma  periglioso  incarico  ohe  Ella 
vorrebbe  compartirmi  di  fare  il  parallelo  di  al*^ 
cuni  Scrittori  viventi.  Dovè  Tacito,  uomo  som- 
mo, tessendo  la  Storia  di  alcuni  Cesari  de' suoi 
tempi  {scusarsi  accertando  la  posterità. che  eran* 
gli  ignoti  per  beneficj,  e  per  ingiurie.  Io  oc* 
cupo  troppo  umile  loco  fra  gli  scrittori  per  as- 
sumere il  grave  incarico  di  giudicare.  Inoltre 
ho  poco  tempo  da  dare  alle  Lettere ,  e  diverreb* 
be  nullo  se  m'intrigassi  in  letterarie  controver- 
sie, Anzi  le  aborro  perchè  credo  che  non  pu6 


99 
operare  Daovafflenie  cote  grandi  Y  Italia  se  nm, 

fi  speogie  Qgai  motivo  di  dimensione  fra  i  Lette- 
rati .  Sarei  reprensibile  al  cerco  di  tar  l' Arist^r- 
.co ,  io  cbe  nel  mio  particolare  abbisogno  di  so- 
Terchia  indulgenza,  e  soprattutto  la  sua  per  &- 
ferie  tolto  con  questa  lunga  Xjettera  un  tempo 
cbe  Ella  spende  tanto  utilmente  a  gloria  della 
patria  comune. 

Firenze  li  14.  Gennajo  181 3. 

Gio.  Batista  Baldelli. 


Della  Vita ,  e  degli  Studj  di  Stefano  Longanesi 
breve  contentano  di  Pompilio   Pozzetti  Pro- 
fessore  Umerito  e  Bibliotecario  ec,  / 

XJa  Bernardino  Longanesi,  e  Uaria  Gat* 
tani  ebbe  Stefano  i  natali .  Bagnacavallo  la  tua 
patria  vide  presto  qual  ornamento  le  si  appre- 
stava in  questo  suo  ng  Ho  divenuto  adulto,  men- 
tre giovinetto  negli  stud)  latini ,  e  nelle  lette- 
re era  dei  più  ingegnosi  coetanei  Temulazio- 
.ne ,  e  V  esempio .  Quando  però  giunse  a  con- 
templare le  verità  matematiche  e  di  natura  , 
qui  parve  ritrovar  po^a  il  di  lui  sublime  in- 
telletto. £bbe  Precettori  in  queste  Scienze  il 
ino  Zio  Sig.  Stefapo  Gatuni ,  e  il  Sig.  Ab.  An* 
tonio  Stoppi,  e  quindi  in  Bologna  gì'  illustri 
Ganterzahi ,  e  Venturoli ,  larghi  e  veri  lodato- 
ri del  suo  profondo  e  perspicace  ingegno  .  In 
quella  Città  sebbene  scolare,  lesse  nell'Acca- 
demia dei  Curiosi  due  dissertazioni  T  una  di  ar- 
gomento matematico,  di  fisico  T altra,  che  gli 


•  lOO 

meritò  1*  elezione  in  quella  raggaardevol  Socie- 
tà. Tornato  intanto  nella  sua  Patria  ad  ammae- 
strare  i  concittadini ,  sempre  più  fliiliva  in  fa- 
ma, sicché  donato  di  onorevol  riposo  il  Fisico 
Ganterzani,  fu  richiamato  a  Bologna  in  succes- 
sore di  esso.  Quivi  egli  ordì  con  spedito,  ed 
elegante  metodo  un  trattato  di  Analisi  ^  e  Geo- 
metria, e  andava  ritessendo  in  Italiano  gli  Ele^ 
menti  di  Fisica,  che  già  aveva  scritti  latina- 
mente in  Bagnacavallo,  ed  i  quali  aveano  avu- 
ta la  lode  rte'Brunacci,  de*  Pino,  degli  Oria- 
ni ,  e  de*Racagni.  Quivi  pure  nella  Sala  del- 
r Università  fu  udito  dissertare  più  volte,  dove 
*  se  non  sempre  comparve  un  eloquente  dicitore , 
per  altro  si  mostrò  Metafisico  acuto,  ragionato- 
re profondo .  Frattanto  assiduo  nello  studio ,  tra- 
scurato della  vita,  debole  per  natura  fu  preso 
da  febbre  mortale, che  prestamente  lo  rapìuelT 
età  di  poco  oltre  ì  sei  lustri  alle  speranze  de* 
sag^i ,  al  decoro  d' Italia . 

Ebbe  il  Longanesi,  com'è  detto ,  ingegno  a- 
cuto,  e  profondo;  fu  per  alcun  tempo,  ma  bre- 
ve, neir esplicare  la  natura  vago  di  novità,  di- 
fetto ,  io  credo,  che  (quando  una  pronta  emen- 
dazione vi  si  possa  sperare  )  dee  prendersi  in 
presagio  di  una  gran  mente  «  Sempre  intento 
air  indagazione  delle  naturali,  e  intelligibili 
cose  era  negletto  della  persona,  amava  la  so- 
litudine, e  spesso  diveniva  astratto.  Tutto  que- 
sto abbiamo  riferito  di  Stefano  Longanesi  dietro 
il  ben  inteso,  e  cultissìmo  Comentario deWd.  vita 
di  lui  scrittone  dal  Gh.  Sig.  Ab.  Pompilio  Poz- 
zetti ,  per  la  di  cui  penna  si  è  celebrata  la  memo^ 
ria  di  tanti  altri  preclarissimi  ingegni. 

Antonio  Zannoni. 


lot 


Continuazione  delle  Satire  (V  Orazio  volgarizzate 
dal  Sig.  Abaie   Luc*'Antoaio  Faguini  Pro** 
Jèssore   di   letteratura   latina   nella    Imperiale 
Accademia  di  Pisa.  Vcd.  Voi.  XIV. pag.  la. 

Libro  I.  Satira  IL 

l^gualdriM  a  truppe»  profumier,  pitocchi» 

Stufajoli  y  biiffbn ,  questa  genia 

Tutta  in  pena  ed  affanao  è  per  la  morte 

Del  musico  Tigellio  ;  e  ciò  perch*  esso 

Donava  a  larga  mano  •  Altri  per  tema 

D' esser  chiamato  sprecator  »  neppure 

A  un  mescbinello  amico  un  pane  »  un  cencio 

Darebbe  per  cacciar  la  fame  e  il  freddo. 

Se  chiedi  a  un  altro,  ond'  è  »  che  i  ricchi  fondi 

Dilapidando  va  per  far  contenta 

L'ingrata  gola»  e  denar  prende  a  usura    * 

Per  comperar  tutti  i  boccon  pili  ghiotti , 

£i  ti  risponde  che  non  vuol  la  taccia 

D*uomo  spilorcio»  e  di  cuor  gretto  e  vile. 

£i  ne  ottien  da  ^i  biasmo»  e  da  chi  lode. 

Fufidio  ricco   di  poderi  e  censi 

Paventa  oi  milenso  e  sciupatore 

La  brutta  infamia,  e  però  vuol  di  frutto 

Cinque  per  cento  il  mese  anticipato  » 

E  più  s'accasa  addosso  a' più  spiantati. 

I  nomi  cerca  di  color  .che  sotto 

Austero  genitor  la  viril  toga- 

Vestita  hanno  di  fresco.  Ahi  sommo  Giove! 

Chi  non  esclama  all'udir  ciò?  Ma  spese 

Almen  costui  farà  'pari  al  guadaguo. 


toift 
Anzi  potresti  appena  imoiaginarti 
Quanto  nemico  di  se  stesso  ei  sia  ; 
Tal  che  strazio  minor  di  se  facea. 
Quel  tapin  vecchio  daToMozio  esposto  ^ 
Poiché  scacciato  ebbe  di  easa  il  figlio . 
Se  alcun  cercasse^  che  vuoi  dir  c|on  questo  9 
Vo'dire  che  fuggendo  i  pazzi  un  vizio 
A  dar  di  petto  van  nel  vizio  opposto . 
Maltin  porta  il  sottano  penzolone 
Fino  a* talloni»  ed  altri  move  il  riso 
Gol   rivoltarlo  in  sa  fino  alla  pancia. 
RufiUo  è  tutto  odor,  Gorgonio  ammorba  « 
In  somma  nessun  tien  la  via  di  mezzo. 

LtHRO  I.  Satira  III 

xJL*  musici  è  eomnn  «loesto  difetto  ^ 
Che  pregati  a  cantare  infra  gli   amici  , 
Mai  non   fan  grazia}  se  nessun  gli  cerca ^ 
Gostor  non  danno  mai  pia  fine  al  canto. 
Tal  fu  Tìgellio  il  Sardo.  A  lui  potea 
Fare  Augusto  medesmo  istanze  e  preghi 
Del  suo  gran  Padre  e  di  se  stesso  in  grazia  ^ 
Tutto  era  van  ;  se  gli  saltava  il  grillo , 
Dal  suo  primo  cenar  sino  alle  frutta 
Trillava,  evviva  Bacco,  ora  in  soprano. 
Or  nel  più  basso  tuono .  £i  non  fu  mai 
A  se  medesmo  ugual.  Gorrea  sovente 
Qual  chi  fugge  il  nemico,  e  spesso  andava 
Lento  come  chi  porta  in  giro  ì  sacri 
Gesti  di  Giuno.  Or  ei  dugento  servi , 
Or  n^avea  dieci  a  pena  .  A  bocea  gonfia 
Parlamentava  di  tetrarchi  e  regi } 
Poi  detto  avrin  d'un  qualsivoglia  desco, 
D*un  salin  puro,  d'  una  grossa  vesta. 


io3 
Che  dal  freddo  mi  pari  ,  io  son  contento . 
Ma  se  a  quest*  uooi  si  moderata  e  parco 
Donavi  un  milion  »  tra  cinque  giorni 
Non  gli  restava  nello  scrigno  un  soldo  « 
Vegghiar  solea  la  notte  infino  air  alba , 
Poi  russar  fino  a  sera*.  Un  incostante 
Fari  a  costui  non  mai  si  vide  in  terra . 
Talun  dirammi:  £.  tu  non   bai  difetti? 
Altri  ne  bo  forse  non    minor  di  questi .    • 
Menio  tagliando  i  panni  a  Novio  assente, 
Uno  gli  disse:  Bada  a  te:  non  sai 
Che  ti  conosco?  e  di  gabbarne  intendi? 
Menio  rispose  :  A  me  medesmo  poi 
Amo  e  80  perdonare  •  O  d*  ogni  biasmo 
Degno  amor  proprio  e  dissennato  e  ingiusto  ! 
Se  cispo  guati  con  V  impiastro  agli  ocebi 
Le  colpe  tue,  perchè  la  vista  aguzzi 
Fili  eh'  aquila  o  serpente  a'  viz]  altrui  ? 
De'  tuoi  difetti  ancor  registro  tiensi . 
Colui,  dice  taluno,  è  sdegnosetto, 
Non  regge  all'  altrui  frizzo  ;  è  messo  in  bui^Ja , 
Perch*  è  tosato  mal  >  perchè  la  toga  \ 

Non  ben  gli  quadra  al  dosso,  al  pie  là  scarpa  , 
Ma  per  bontà  va  innanzi  a  tutti ,  è  amico 
E  chiude  in  rozzo  corpo  un  alto  ingegno. 
Or  tu  scandaglia  te  medesmo,  e   mira 
Se  inserito  abbia  in  te  viz)  natura , 
O  mal  costume.  Che  ne'  campi  incolti 
Germinar  felce  suol  degna  del  foco . 
Foniam  mente  allo  stil  de' ciechi  amanti. 
Cui  delle  amiche  le  più  sozze  mende , 
Non  che  disgusto,  recano  diletto, 
Gtese  fa  d' Agna  il  polipo  a  Balbino. 
Vorrirìsche  un  tale  error  nelle/ amicìzie  - 
Avesse  luog(K,  e  che  si  foss^  a  quella- 


N    ^ 


io4 
Dalla   vi^t^  trovato  un  nome  onesto. 
Del  figlio  il  Padre  non  aborre ,  e   noi 
Aborrir  deir  amico  non  dovremmo 
Qua!cb*ei  s'abbia  difetto.  Un  padre  appella 
Luscbetto  un  figlia  che  ha   stravolti  igli  occhi  , 
"Piccia  quel  eh*  è  pimmeo,  come  a'di'oobcri 
Era  Sisifo  aborto  di  natura  , 
Bilenco  chi  stravolte  ha  le  ginocci^ia, 
£  strambiu  chiama  balbettando  quello 
Che  mal  si  regge  su  i  calcatili  storti. 
Così  da  noi  chi  troppo  11  sijo  risparmia 
Si  nomini  frugale  •  e  chi  vMtoso 
Mena  di  se  jauaiua  un  uom  garbato 
Che  figura  vuol   far  presso  gli  amici. 
Se  alcuno  è  truce  e  franco  oltre  il  dovere  » 
Di  schietto  e  coraggioso   abbiasi  il  nome; 
S'  è  troppo  caldo ,  risoluto  il  chiama  . 
Quest*è  che  le  amistà  lega  e  conserva. 
Ma  noi  siam  usi  alle  virtù  medesme 
Cangiar  sembiante,  e  intonacar  vogliamo 
Con  rea  veroice  un  vaso  puro  e  netto. 
Uno  è  di  buon  costume?  è  abbietto  e  vile. 
Quegli  è  tardo  a  parlare  ?  è  uno  stordito. 
Questi  ogni  agguato  schiva,  e  iP^a^^^    inerme 
A'  maligni  non   ofifre  (  e  ciò  in  un  tempo 
Che  r  invidia  imperversa ,  e  in  ogni  banda 
Trionfa  la  calunnia  ) ,  an/ìchè  il   nome 
Deaerarti)  e  destro,  ha  que4  d'astuto  e  finto  : 
Se  alcun  va  schietto  e  in  quella  foggia  ,  ond' io 
Spensi)  a  te  godt> ,  o  Mecenate ,  oflFrirmi , 
Tal  che  iutercom^p^  con  parlar  molesto 
Chi  medita  o  chi  li^gge,  a  lui,  diciamo , 
Manca  il  senso  comune.  Oh  quanto  sciocca 
For mìa m* contro  noi  stessi  e  iniqua  legge  l 
Puiciiè  ^ssuno  è  tenaa  vizj  al  mondo  ,    . 


loi 


Ottimo  t  que*che  uMia  la  minor  soma. 
Uo  dolce  amico  i  vizj  miei  ragguagli  , 
Com'è  ben  giusto  »  alle  virtudi^  e  a  queste 
Di  numero  maggior,  se  pur  sod  tali, 
L'  difetto  iachiui .  S' egli  vuol  che  a  lui 
Io  risponda  in  amor ,  con  questa  legge 
Appo  me  troverà  stadera  uguale. 
Se  non  vuoi  che   1*  amico  si  disgusti 
Delle  tue  natte,  i  suoi  bitorzi  e6cusa: 
Chi  per  stì  vuol  perdoo ,  perdoni  altrui . 
In  somma  giacché  in  tutto  sradicargi 
Non  può  né  Tira  né  quant*aliri   viz) 
S'attaccano  agli  stolti,  e  perché  dunque 
Bagion  non  usa  le  misure  e  i  peSi 
Convenienti ,  né  a  ciascun  delitto 
Secondo  il  merto  lor  fissa   il  gastigo? 
Se  taluno  mettesse  in  croce  un  servo, 
Perch'  egli  nel  levar  di  mensa  i  piatti 
Trangugiò  qualche  pesce   smozzicato, 
O  un  po' di  salsa,  tra  i' cervelli  sani 
E'  si  dirla  di  Labeon  p\h  pazzo . 
E  pur  quanto  è  maggior  tua  frenesia? 
Fa  un  lieve  error  l'amico,  a  cui  se  oiegbx 
Compatimento,  ognun  ti  tien  per  aspro 
K  per  rubesto,  e  tu^I'  abborri ,  e  sfuggi» 
Come  fanno  Drusone  i  debitori  ; 
Che  se  al  {^imo  del  mese  i  cattivelli 
Pronti  non  sono  a  snocciolargli  il  frutto 
O  il  capital ,  quai  servi  a  collo  t«80 
Le  scipide  sue  storie  a  udir  gli  astrigne: 
Un  pieu  di  vino  scompisciommi  il  letto, 
O  fé  cadere  in  terra  una  scodella 
Già  stata  fra  le  man  del  vecchio  Evandro , 
O  la  fame  gli   fé  torre  un' pollastro 
Che  stava  nel  catin  dalla  mia  parte, 


io6 

Per  questo  ho  da  pigliar  V  amico  in  urto  ? 

Gbe  farei ,  se  m' avesse  svaligiato , 

Rotto  il  segreto v-^it{tpur  la  fé  tradit^r^^ 

Chi  vuol  che  uguali  Rien  tutte  le  cólpe, 

Quandp  al  fatto  si  ^^lene ,  ò  ia  graUde  iorrieo  • 

Il  senso  e  V  uso  vi  s'oppone  ed  ancliiB 

L'  utilità ,  che  di  giustizia  è  il  foote^ 

Quando  gli  uomini  primi  uscirò  al  mondo 

Muti  e  soxzi  animali,  ebbero  insieme 

Per  le  ghiande  e  le  tane  ad  azzuffarsi 

Con  unghie  e  pugni ,  co*  bastou  dipoi , 

Indi  coir  armi  che  foggiò  il  bisogno. 

Finché  inventate  fur  parole  e  nomi 

A  dinotar  gì*  interni  sensi  ;  e  allora 

Gèssaron  le  battaglie  »  e  alzate  furo 

Città  manite,  e  con  le  leggi  eaclusi 

I  furti,  gli  adulterj  e  le  rapine. 

Perocché  prima  ancor  d' Eleaa  al  mondo 

Donne  impudiche  fur  cagion  di  guerra  ^ 

Ma  ignoti  son  ^ue^che  di  fere  in  guisa 

Cercando  pasto  alla  lussuria  ingorda 

Spense  la  mano  di  rivai  più  forte , 

Come  toro  che  sventra  i  men  gagliardi. 

Se  a  scorrer  prendi  d' ogni  età  gli  aanali ,     . 

Vedrai  ohe  incontro  air  oi^tar  fello  e  ingiusto 

Fuf  le  leggi  dagli  uomini  inventate. 

Né  natura  soevrar  dal  torto  il  dritto 

Può  cpme  il.beu  dal  male#,  il  jpro  dal  dfnno. 

Né  ragion,  mai  ti  proverà  che  fallo 

Commetta  ugual  chi  pochi  fusti  infranga 

Neir altrui  campo,  e  chi  di  nottà  involi 

Con  sacrilega  man  gli  arredi  a  i  numi. 

Regola  v'abbia  che  delitto  e  pena 

Tra  lor  pareggi;  né  «flagello  atroce 

Solchi  le  spalle  a  chi  di  sferza  è  degno} 


Ch^  io  già  non  ho  timor  che  tu  alla  frusta  I 

Danni  chi  meritò  maggior  gastigo,  ^ 

stoiche  tu  di*  che  Tassassimo  e  '1  furto 

Son  cose  uguali ,  e  di  tagliar  minacci  | 

Con  falce  indifferente  il  poco ,  e  11  molto , 

Qualor  tu  giunga  a  conseguire  un  regno.  | 

Se  chi  è  saggio  tuttinsieme  è  ricco ,  * 

Buon  ralzolajo ,  ei  solo  è  bello  ed  anche 

Re ,  perchè  brami  aver  ciò  che  possiedi  ?  ' 

Ei  mi  dirà:  Tu  non  sai  quél  che  insegna 

Il  gran  padre  Grisippo.  II  saggio  mai  i 

Fatto  non  si  ha  né  sandali  né  scarpe; 

Bppure  il  saggio  è  calzolajo.  Come? 

tn  quel  modo  ch'^Ermogene  è  cantore 

E  musico  eccellente  ancor  eh*  ei  taccia  ; 

In  quel  modo  che  dopo  aver  gittato 

Via  gli  stromentl  e  chiusa  la  bottega , 

Era  cordovanier  lo  scaltro  Àlfeuo; 

Così  di  tutto  il  saggio  è  gran  maestro , 

E  così  re .  Sta  in  guardia  che  una  turba 

Di  ragazzi  insolenti,  o  re  maggiore 

Di  tutti  i  re  ^   la  barba  non  ti  peli , 

E  se  col  nerbò  noci  la  tieni  indietro , 

Non  ti  8* affolli  addosso,  e  tu  frattanto, 

O  meschinello  ,  invan  ti  sfiati  urlando. 

Ma   per  finirla,  mentre  al  bagno  vai 

Tu  re  coil  pochi  soldi ,  e  nessun  altro 

Che  lo  scempio  Grispin  ti  fa  la  corte, 

to  dolci  amici  avrò  che  alle  mie  colpe 

D*  Inavvertenza  accofderan  perdono^ 

Ed  io  dei  par  compatirò  lor  falli 

Ben  volentieri  ,  e  tuttoché  privato  ^ 

Pia  di  te,  che  re  sei,  vivrò  contento. 

(  Saranno  continuate .  ) 


io8 

■  f  — ■— ^ 

Continuazione  della  Versione  delle  Poesie  di  Ca- 
tullo del  Sig.  Abate  Lue'  Antonio  Pagniai 
Professore  di  letteratura  latina  nella  Imperiale 
Accademia  di  Pisa .  Ved.  Voi.  XIV.  pa^,  io5. 


A  un  Passerino  di  Lesbia. 


o 


pa88erla  delizia 
Della  donzella  mia  , 
Ghd  giocar  toco ,  ^  accogliere 
Te  in  grembo  suo  desia  ^ 
Che  alle  tue  voglie  porgere 
La  punta  delle  dita 
Suole  »  e  di  morder  avido 
Te  ad  acri  morsi  incita , 

Quand'essa,  obbietto  aipabile 
De*  miei  desir ,  s*  invoglia 
Di  dar  conforto  e   requie 
Alla  cocente  doglia., 

Gred'io»  che  l'auge  e  strazia; 
Deh  potess*  io ,  com'  ella , 
Scherzar  teco  a  mio  libito^ 
E  ogni  aspra  cura  e  fella 

Alleviar  dell*  animo  ! 
Ciò  fora  a  me  sì  grato  « 
Come  alla  vergin  celere 
Si  narra  essere  stato 

Il  memorabil  aureo 

Pomo ,  onde  a  lei  fu  sciolta 
La  fascia ,  eh'  ebbe  al  tenero 
Fianco  gran  tempo  avvolta. 


Su  la  morte  del  Passerino, 

Piagnete  o  Grazie  e  Amori ,  e  voi  tra  gli  uomiui 
Quanti  siete  di  cuor  gentile  e  tenero. 
Morte  involato  alla  mia  bella  ha  un  passere  , 
Delìzia  tal  che  più  degli  occhi  amavalo. 
Poich'  era  tutto  mele ,  e  lei  qual   bambola 
Sua  cara  mamma ,  ben  sapea  conoscere, 
Né  partìa  dal  suo  gremìio^ma  saltandole 
Intorno   or  qua  or  là  fea  di  continuo 
Solo  a  madonna  un  pigolar  festevole. 
Or  ei  sen  va  per   tenebroso  tramite 
Là  onde  a  niun,  si  dice,  è  dato  il  riedere. 
Ma  voi  colga  ogni  mal ,  maligne  tenebre 
D'Averno,  e  d'ogni  bel  voraci  tenebre. 
Che  rapito  m'avete  un  sì  bel  passere. 
Ahi  fero  caso!  o  meschinello  passere! 
Per  tua  cagion  le  luci  alla  mia  Delia 
Turgidctte  di  pianto  ora  rosseggiano. 

Lode  d'un  burchiello  e  dedicazione  4i  esso 
a  Castore  ed  a  Polluce. 

Ospiti ,  quel  burchiel  che  a  voi  presentasi 
Dice  che  de' navigli  era  il  più  celere. 
Né  mai  vinto  rimase  indietro  ali*  impeto 
Di  legno  alcun  nuotante  ov*  ei  per  opera 
Di  remi  o  vele  il  volo  avesse  a  imprendere . 
Nò  ciò  negano  i  lidi  dell'  A,driano 
Mar  cruccioso,  o  le  Gicladi,  o  la  nobile 
Rodi,  o  Torritìa  Tracia,  o  la  Propontide , 
O  il  truce  golfo  Eussin ,  cui  sé  commettere 
Osò  questo  or  burchiel,  pria  bosco  ombrifero; 
Che  sul  giogo  Gitorio  con   la  garrula 
Chioma  spesso  levò  strìdente  sibilo. 


no 
Dice  ancora  il  barchiel  che  a  te  notissimo 
Furo  e  soQ  tali  cose,  Amastri  pontica^ 
E  a  te  monte  Gitor  di  bussi  fertile . 
Su  le  tue  vette  dalla  prima  origine 
^aldo  si  tenne ,  e  i  suoi  remetti  immergere 
Non  paventò  entro  a*  tuoi  campi  equorei. 
Poscia  per  tanti  furibondi  pelaghi 
Portò  il  padrone  o  a  poggia  o  ad  orza  fessero 
Invito  i  venti ,  o  Giove  a  un  tempo  il  sofiio 
Spirasse  ad  ambo  i  lati  amico  e  prospero. 
Né  a  littorali  Oii  votiva  supplica 
Mai  fé  nel  sno  venir  da  remotissimo 
Mar  sino  a  questo  lago  queto  e  limpido. 
Ma  già  fur  queste  cose;  or  esso  invecchia 
In  secreto  riposo  e  a  te  si  dedica 
Gastor  gemello  e  a  te  gemei  di  Gastore. 

Sul  ritorno  di  Verannio  dalla  Spagna. 

O  fra  tutti  gli  amici ,  e  fosser  anco 
Trecento^  mila  il  più  da  me  pregiato 
Verannio ,  a  riveder  se'  pur  tornata 
La  casa  e  i  tuoi  penati , 
La  cara  madre  ed  i  fratelli  amati  ^ 
Si,  se' tornato.  O  messaggier  graditi! 
Te  vedrò  sano,  e  co^tuoi  colti  accenti 
T'udrò  narrar,  qual  suoli  a*  nostri  inviti, 
I  luoghi  e  i  fatti  delle  Ibere  genti; 
£  a  te  col  collo  mio  raggitinto  e  fiso 
Bacerò  gli  occhi  ed  il  giocondo  viso, 
O  tra  quanti  mai  sono^ 
Cui  di  felice  stato 
Benigno  Giel  te  dono , 
Ghi  v*ha  di  me  più  lieto  e  più  beato? 


Esorta  Asinio  Marrucino  a  rimandargli 
un  fazT^Uuo  da  lui  rubatogli . 

Della  sinistra  mapo ,  o  Bfarructno  , 
Buca  uso  far  non  sai  tra' giochi  e  il  vino. 
Ta  involi  i  fazzoletti  a*  disattenti . 
Credi  questo  un  bel  tratto ,  e  non  sovvienti 
Quanto  quest'atto  sia  soj^zo  e  villano? 
A  me  noi  credi?  Credilo  ai  germano 
Tuo  PoUioo ,  eh* è  giovane  facondo, 
E  pien  di  grazie ,  se  ve  n'  ha  nel  mondo , 
£  che  vorrebbe  fin  col  sagrifizio 
D*  un  talento  ammendar  questo  tuo  vizio. 
Tu  dunque  o  endecasillabi  trecento 
T'aspetta,  o  fa  di  rendermi  contento 
Col  rimandarmi  a  casa  il  fazzoletto; 
Il  qual  per  suo  valor  cotanto  accetto 
Non  m*è,  quanto  per  essere  a  me  stato 
Da  un  caro  amico  per  ricordo  dato. 
Fazzoletti  di  Spagna  or  or  Fabullo 
£  Verannio  mandaro  al  lor  Catullo; 
Ond*è  ben  giusto  e  necessario  eh*  io 
Ami  Fabullo  e  Verannietto  mio . 

(  Saranno  continuate .  )