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Full text of "Nuova_Elettronica_076"

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Anno 13-n. 76 


RIVISTA MENSILE 

Sped. Abb. Postale Gr. 4°/70 


RICEVITORE VHP 
per ricevere 
AERONAUTICA 
polizia - TV 
RADIO-TAXI 
ambulanze ecc. 


UN SEMPLICE ed economico 
ORGANO ELETTRONICO 


MEMORIA DINAMICA 
da 32 K per MICRO 


un ANTIFURTO RADAR per 
PROTEGGERE la vostra CASA 

























Direzione Editoriale 

NUOVA ELETTRONICA 
Via Cracovia, 19 - BOLOGNA 
Telefono (051)46.11.09 
Stabilimento Stampa 
Officine Grafiche Firenze 
Via Bruschi, 198-Tel 4481972 
Sesto Fiorentino (FI) 

Fotocomposizione 

SAFFE s.r.l. 

Distribuzione Italia 

PARRINI e C s.r.l. 

Roma - Piazza Indipendenza, 11 / B 
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Milano - Via delle Termopili, 6-8 
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Ufficio Pubblicità 

MEDIATRON 

Via Boccaccio, 43 - Milano 
Tel. 02/46.93.953 

Direttore Generale 

Montuschi Giuseppe 

Direttore Responsabile 

Morelli Sergio 

Autorizzazione 

Trib. Civile di Bologna 
n. 4007 del 19-5-1969 


RIVISTA MENSILE 

N. 76-1981 

ANNO XIII 
GIUGNO 

COLLABORAZIONE 

Alla rivista Nuova Elettronica posso¬ 
no collaborare tutti i lettori. 

Gli articoli tecnici riguardanti pro¬ 
getti realizzati dovranno essere ac¬ 
compagnati possibilmente con foto 
in bianco e nero (formato cartolina) 
e da un disegno (anche a matita) 
dello schema elettrico 
L articolo verrà pubblicato sotto la 
responsabilità dell autore, pertanto 
egli si dovrà impegnare a risponde¬ 
re ai quesiti di quei lettori che realiz¬ 
zato il progetto, non saranno riusciti 
ad ottenere i risultati descritti. 

Gli articoli verranno ricompensati a 
pubblicazione avvenuta. Fotografie, 
disegni ed articoli, anche se non 
pubblicati non verranno restituiti 


È VIETATO 

I circuiti descritti su questa Rivista, 
sono in parte soggetti a brevetto, 
quindi pur essendo permessa la 
realizzazione di quanto pubblicato 
per uso dilettantistico, ne è proibita 
la realizzazione a carattere com¬ 
merciale ed industriale. 

Tutti i diritti di riproduzione o tradu¬ 
zioni totali o parziali degli articoli 
pubblicati, dei disegni, loto ecc. so¬ 
no riservati a termini di Legge per 
tutti i Paesi. La pubblicazione su al¬ 
tre riviste può essere accordata sol¬ 
tanto dietro autorizzazione scritta 
dalla Direzione di Nuova Elettroni¬ 
ca. 



ABBONAMENTI 

Italia 12 numeri L. 26.000 

Estero 12 numeri L. 45 000 


Arretrati L. 2.500 

Numero singolo L. 2.500 



RICEVITORE VHF per la gamma 110-190 MHz in FM 


(LX467).130 

24 MOTIVI nel vostro CAMPANELLO (LX464).142 

Un INTERFONO per MOTOCICLISTI (LX465) .150 

QUELLO che OCCORRE sapere sui FLOPPY-DISK.156 

ALIMENTATORE per FLOPPY-DISK (LX391).170 

MISURARE l’Impedenza di un ALTOPARLANTE (LX455) ... 174 

COLLEGAMENTO con la STAMPANTE EPSON.183 

CHIAVE ELETTRONICA per ANTIFURTO (LX463).186 

Un ORGANO ELETTRONICO per TUTTI (LX461-462).194 

VEDERE 160 MHz con un OSCILLOSCOPIO da 10 MHz 

(LX466).215 

Un RADAR per PROTEGGERE la vostra CASA (LX468).224 

MEMORIA DINAMICA da 32K per MICRO Z80 (LX392) .236 

COME ottenere RUMORI di ELICOTTERI e MITRAGLIA¬ 
TRICI (LX449) . 247 

MOBILE RACK per MICROCOMPUTER.250 

MODIFICHE per progetti già pubblicati .253 

ERRATA-CORRIGE.254 

PICCOLI ANNUNCI.255 


Associato all USPI 
(Unione stampa 
periodica italiana) 



129 






























































RICEVITORE VHF 

per la gamma 

Z 




Tutti i ricevitori FM commerciali ci permettono come massimo di 
ricevere una emittente che trasmetta sui 108-109 MHz, ma non oltre, 
in quanto questo è il limite della gamma normalmente sfruttata per le 
radiodiffusioni in «modulazione di frequenza». 

Al di là di questa gamma però vi sono ancora delle emittenti che 
potrebbe essere interessante ascoltare, anche se possiamo antici¬ 
parvi fin d ora che nessuna di queste trasmette musica. 

Salendo sopra ilio MHz ed arrivando fino a 180-190 MHz trove¬ 
remo infatti le emittenti dell’aeronautica, i radioamatori (gamma 
144-146 MHz), le emittenti della stradale, i radiotaxi, ponti radio 
privati e per ultimo la polizia a proposito della quale dobbiamo qui 
fare una necessaria precisazione. 

È noto infatti che non è permesso a nessuno captare i comunicati 
e i fonogrammi della polizia e dei carabinieri, tuttavia non essendo 
tecnicamente possibile realizzare un ricevitore a sintonia continua 
che copra tutta la gamma escludendo solo queste frequenze parti¬ 
colari, starà in voi evitare di mettervi in ascolto di tali emittenti e 
soprattutto evitare di divulgare ad amici e conoscenti quanto invo¬ 
lontariamente potreste ascoltare. 

Esplorando la gamma VHF potrebbe pure capitarvi di ascoltare il 
«suono» della TV purché la vostra zona sia una di quelle servita in 
banda 3°, cioè 174-181 MHz oppure 182-189 MHz. 


L’emittente che capterete con maggiore facilità sarà comunque 
quella dei radiotaxi (ovviamente ci riferiamo ad una grande città, 
perché in campagna non riuscirete mai ad ascoltarli) e più precisa- 
mente la «centrale», non i singoli taxi in quanto ognuno di questi è 
provvisto di un’antenna alta poco più di un metro dal suolo e per 
poterlo captare sarebbe necessario che la nostra antenna ricevente 
fosse collocata nel punto più alto del palazzo, in modo da «domi¬ 
nare» una vasta area. 

Per non deludere chi realizzerà questo ricevitore precisiamo su¬ 
bito che per poter captare qualche emittente sulla gamma dei 
110-190 MHz è necessario avere una certa costanza, cioè non è 
pensabile mettersi in ascolto e sperare di trovare subito una sta¬ 
zione: le trasmissioni infatti sono del tutto saltuarie e in ogni caso 
subordinate alle esigenze del momento. 

Per esempio se un determinato giorno si verifica un grosso inci¬ 
dente stradale o una rapina, con il nostro ricevitore si potranno 
seguire per diverse ore tutte le fasi riguardanti tale avvenimento in 
quanto in tali condizioni vi saranno moltissime emittenti che tra¬ 
smettono contemporaneamente (polizia stradale, croce rossa, vigili 

del fuoco ecc.); se invece passa una settimana senza che accada 

nulla di importante, ecco che anche esplorando in continuazione 
tutta la gamma si riuscirà a captare solo qualche sporadico radioa¬ 
matore o qualche segnale di aereo in passaggio. 


130 






t l 'ìv*l 



Un semplice ma perfetto ricevitore idoneo per «ascoltare» tutte le 
emittenti che trasmettono in FM nella gamma VHF, cioè i radioa¬ 
matori, le emittenti autostradali, i radiotaxi, i vigili urbani, l’aero¬ 
nautica e tutti i ponti radio che utilizzano tali frequenze. 


131 





Come già detto l’unica emittente quasi sempre In 
funzione è quella dei radiotaxi; per i radioamatori 
invece, anche se questi trasmettono quasi ogni 
giorno, i momenti più propizi per ascoltarli sono 
ovviamente la sera e tutti i giorni festivi, quando 
cioè hanno maggior tempo libero per dedicarsi ai 
loro QSO. 

In ogni caso, vista appunto la saltuarietà delle 
trasmissioni, sarà buona norma, ogni volta che si 
individua una determinata emittente, annotarsi da 
qualche parte la posizione su cui risulta ruotato il 
potenziometro della sintonia nonché l’orario di 
ascolto in modo tale che risulti più facile, a distanza 
di giorni, rintracciarla di nuovo per riascoltarla. 


SCHEMA ELETTRICO 

Osservando lo schema elettrico di questo ricevi¬ 
tore, visibile in fig. 1, rileviamo subito che non si 
tratta di un circuito molto complesso in quanto per 
la sua realizzazione occorrono solo 3 integrati, 3 
transistor ed 1 fet. 

Il segnale VHF captato dall’antenna verrà appli¬ 
cato alla presa «ingresso segnale» visibile sulla 
sinistra e di qui trasferito, tramite il condensatore 
CI da 2 o 3 pF, sul primo circuito di sintonia costi¬ 
tuito dalla bobina LI e dai 2 diodi varicap DV1-DV2, 
entrambi di tipo BB.105. 

Per chi fosse interessato alle caratteristiche di 
questi diodi possiamo dire che la loro capacità in¬ 
terna, con una tensione massima di 25 volt, risulta 
compresa tra 2 e 2,3 pF mentre con una tensione di 
0 volt raggiunge un massimo di 14-15 pF. 

Dal circuito di sintonia, tramite il condensatore 
C2, il segnale VHF viene quindi trasferito sul gate 
del fet FT1, un BF245 impiegato come stadio 
preamplificatore d’antenna, dal cui drain lo prele¬ 
veremo con il condensatore C5 per applicarlo ad 
un secondo circuito di sintonia costituito dai due 
diodi varicap DV3-DV4 (anch’essi di tipo BB.105) e 
dalla bobina L2. 

La bobina L3, avvolta sopra la L2, preleverà il 
segnale sintonizzato e lo trasferirà agli ingressi 
(piedini 7-8) dell’integrato IC1, un S0.42P impie¬ 
gato nel nostro circuito come amplificatore AF, 
oscillatore locale e stadio miscelatore. 

Il circuito di sintonia relativo all’oscillatore locale 
è costituito dalla bobina L4 con in parallelo i due 
diodi varicap DV5-DV6, sempre di tipo BB.105. 

A proposito della bobina L4 dobbiamo qui preci¬ 
sarvi che questa non è il solito solenoide ma più 
semplicemente una bobina a U in quanto su queste 
frequenze è molto più facile realizzarla di dimen¬ 
sioni idonee alla gamma da esplorare. 

Tanto per fare un esempio se avessimo utilizzato 
una bobina a solenoide per la gamma 140-170 
MHz, avremmo dovuto avvolgere su un diametro di 
5 mm. con filo da 0,7 mm. 3 sole spire spaziandole 
poi fra di loro in modo da ottenere un solenoide 
lungo circa 6 millimetri. 


Se all’atto pratico tale solenoide fosse risultato 
più lungo o più corto anche solo di 1 mm. rispetto 
alle previsioni, si sarebbe avuto un «salto» in fre¬ 
quenza di circa 7-8 MHz, non solo ma volendo sa¬ 
lire ulteriormente in frequenza avremmo dovuto 
togliere una spira e questo avrebbe potuto creare 
qualche problema per l’integrato S0.42P il quale 
avrebbe anche potuto non oscillare. 

Un altro inconveniente proprio della bobina a 
solenoide è quello di non poterla facilmente sosti¬ 
tuire con un’altra che abbia un diverso numero di 
spire: utilizzando invece una bobina a U sarà in¬ 
nanzitutto più facile rispettarne le dimensioni in 
quanto anche per la gamma più alta questa risulta 
piuttosto voluminosa e per scendere in frequenza 
basta solo allungarla di mezzo millimetro, lascian¬ 
do inalterata la larghezza. 

In pratica adottando come presa d’innesto un 
normalissimo zoccolo per quarzo miniatura, noi 
potremo facilmente inserire nello stadio oscillatore 
più bobine, anche con dimensioni diverse da quelle 
indicate sulla rivista, in modo da esplorare altre 
gamme, ivi compresa la gamma riservata alla «mo¬ 
dulazione di frequenza» per le emittenti private 
(cioè gli 88-108 MHz). 

In altre parole modificando le dimensioni di que¬ 
sta bobina, noi potremo sbizzarrirci ad ascoltare un 
po’ tutte le gamme della FM. 

A titolo informativo vi ricordiamo che restringen¬ 
do in larghezza una bobina a U si aumenta la fre¬ 
quenza di ricezione mentre allargandola si abbas¬ 
sa 

Per quanto riguarda la sintonia questa viene ot¬ 
tenuta, come avrete certamente intuito, modifican¬ 
do la tensione di polarizzazione dei diodi varicap 
tramite il potenziometro multigiri R9. 

Lavorando sulla gamma VHF non è infatti pen¬ 
sabile utilizzare per la sintonia un normale poten¬ 
ziometro perché basterebbe una piccolissima ro¬ 
tazione per fare dei salti di parecchi MHz e questo 
impedirebbe una regolare sintonizzazione della 
emittente. 

È perciò necessario un potenziometro di qualità 
che abbia un movimento micrometrico e poiché 
sono senz'altro da escludere le demoltipliche in 
quanto, oltre ad essere introvabili, sono sempre 
molto costose, abbiamo risolto il problema utiliz¬ 
zando un potenziometro multigiri. 

Questo ci permetterà di sintonizzarci con preci¬ 
sione micrometrica su qualsiasi emittente come del 
resto ci confermerà la lancetta dello strumentino 
S-meter. 

Oltre al potenziometro della sintonia R9 troviamo 
in questo schema un secondo potenziometro di 
tipo normale (vedi R8) molto utile per accordare i 
circuiti d’ingresso in modo da aumentarne la sen¬ 
sibilità. 

Occorre infatti tener presente che tarando i nu¬ 
clei delle due bobine LI e L2/L3 in modo da otte¬ 
nere il massimo della sensibilità per esempio a 
centro gamma poi sintonizzando delle stazioni si- 


132 



Come si presenta il circuito stampato una volta montati tutti i componenti. Pcir 
completarlo dovremo solo aggiungere i potenziometri, l’altoparlante e lo stru¬ 
mentino S-meter. 


tuate agli estremi della gamma stessa, questi risul¬ 
teranno leggermente «starati» (ruotandoli con un 
cacciavite in un senso o nell’altro vedreste la lan¬ 
cetta dello S-meter deviare abbondantemente ver¬ 
so il fondo scala). 

Ora poiché non è pensabile ruotare in continua¬ 
zione i nuclei delle bobine ogni volta che ci si spo¬ 
sta da un estremo all’altro della gamma, per mi¬ 
gliorare la sintonia potremo agire appunto sul po¬ 
tenziometro R8 il quale, modificando leggermente 
la tensione sui diodi varicap, ci permetterà di rag¬ 
giungere egualmente il nostro scopo. 

In particolare tale potenziometro diverrà molto 
importante quando sostituiremo la bobina ad U 
sull’oscillatore con un’altra bobina, in quanto ci 
eviterà di ritoccare ogni volta la taratura delle bo¬ 
bine d’ingresso. 

A proposito della bobina ad U è interessante ri¬ 
cordare fin d’ora che per coprire tutta la gamma da 
110 a 190 MHz dovremo realizzarne 3 con le di¬ 
mensioni che vi indicheremo più avanti, apposita¬ 
mente studiate per ottenere che l’oscillatore locale 
«lavori» esattamente 10,7 MHz al di sotto della fre¬ 
quenza da ricevere, pari cioè al valore di accordo 
della media frequenza» (vedi MF1) applicata sulle 
uscite 2-3 dell’integrato IC1. 

Come noterete il segnale disponibile sul «link» di 
questa «media frequenza», prima di essere ampli¬ 
ficato dal transistor TRI, viene fatto passare attra¬ 
verso un filtro ceramico sempre da 10,7 MHz (vedi 
FC1) necessario per restringere il più possibile la 
banda passante. 

Sul link della seconda MF (vedi MF2 collegata al 
collettore del transistor TRI) avremo quindi dispo¬ 
nibile un segnale alla frequenza di 10,7 MHz per¬ 
fettamente filtrato e con un’ampiezza più che suf¬ 
ficiente per pilotare gli ingressi (piedini 1-3) del¬ 
l’integrato IC2, un TDA.1200 il quale, come certa¬ 
mente saprete, contiene al proprio interno 3 stadi di 


amplificazione in MF, uno stadio discriminatore, un 
circuito per il controllo automatico del guadagno, 
una rete di squelch o muting, un circuito per pilo¬ 
tare un S-meter e uno stadio preamplificatore di 
BF. 

In parole povere tale integrato «rivela» il segnale 
di BF e ce lo fornisce in uscita sul piedino 6 con 
un’ampiezza più che sufficiente per pilotare l’in¬ 
gresso (piedino 1) dell’ultimo integrato presente 
nel nostro circuito, un TDA.2002 indicato nello 
schema elettrico con la sigla IC3, il quale svolge la 
funzione di amplificatore finale di BF. 

Più precisamente questo integrato, il quale con¬ 
tiene nel proprio interno un completo stadio 
preamplificatore di BF, uno stadio pilota e un finale 
di potenza single-ended, è in grado di erogare in 
uscita una potenza massima di circa 4 watt su un 
altoparlante da 8 ohm con l’ausilio di pochissimi 
componenti esterni, quindi è più che idoneo per 
un’applicazione di questo genere. 

Ritornando all’integrato TDA.1200 noteremo la 
presenza sul piedino 13 dello strumentino S-meter 
da 250-500 microampère il quale ci indicherà con 
la deviazione della propria lancetta l’Intensità del 
segnale delle varie emittenti captate. 

La «media frequenza» MF3 che troviamo col¬ 
legata ai piedini 9-10 di IC2 è utile per accordare il 
discriminatore a quadratura presente aH’interno di 
tale integrato in modo da migliorare il più possibile 
la rivelazione del segnale di BF. 

Nota: per la taratura di questa e delle altre MF e 
bobine vedere l’apposito paragrafo «taratura» ri¬ 
portato alla fine dell’articolo. 

Sull’uscita 12 di questo stesso integrato tro¬ 
viamo infine collegati i due transistor TR2-TR3 i 
quali ci permetteranno di ottenere un semplice 
«squelch», necessario per tenere muto l’altopar¬ 
lante in fase di ricerca di una stazione. 

In pratica sul piedino 12 di IC2 è normalmente 


133 








C3 



COMPONENTI 

RI = 15.000 ohm 1 /4 watt 
R2 = 82 ohm 1 /4 watt 
R3 = 56.000 ohm 1 /4 watt 
R4 = 56.000 ohm 1 /4 watt 
R5 = 120.000 ohm 1/4 watt 
R6 = 120.000 ohm 1/4 watt 
R7 = 100 ohm 1/4 watt 
R8 = 10.000 ohm potenz. lin. 

R9 = 10.000 ohm potenz. multigiri 

RIO = 120 ohm 1/4 watt 

RII =82 ohm 1/4 watt 

RI 2 = 56.000 ohm 1/4 watt 

RI 3 = 330 ohm 1/4 watt 

R14 = 12.000 ohm 1/4 watt 

RI 5 = 2.700 ohm 1/4 watt 

RI 6 = 220 ohm 1/4 watt 

RI 7 = 1.000 ohm 1 /4 watt 

R18 = 220 ohm 1 /4 watt 

RI 9 = 56 ohm 1/4 watt 

R20 = 50.000 ohm trimmer un giro 

R21 = 10.000 ohm 1/4 watt 

R22 = 39.000 ohm 1/4 watt 


R23 = 4.700 ohm 1 /4 watt 
R24 = 4.700 ohm 1 /4 watt. 

R25 = 100.000ohmpotenz.log. 
R26 = 10.000 ohm potenz. lin. 
R27 = 22.000 ohm 1/4 watt 
R28 = 2.200 ohm 1/4 watt 
R29 = 10 ohm 1/2 watt 
R30 = 1.000 ohm 1/4 watt 
R31 = 10 ohm 1/4 watt 
R32 = 10 ohm 1/4 watt 
CI = 2 o 3 pF a disco 
C2 = 47 pF a disco 
C3 = 1 mF elettr. 50 volt 
C4 = 100.000 pF a disco 
C5 = 27 pF a disco 
C6 = 10.000 pF a disco 
C7 = 100.000 pF a disco 
C8 = 100.000 pF a disco 
C9 = 100 mF elettr. 25 volt 
CIO = 100.000 pF a disco 
C11 = 10.000 pF a disco 
CI 2 = 47 pF a disco 
CI 3 = 8.2 pF a disco 
C14 = 12 pFa disco 


134 








































































R29 



T 


CI 5 = 8.2 pF a disco 
CI 6 = 220 pF a disco 
CI 7 = 220 pF a disco 
CI 8 = 4.700 pF a disco 
CI 9 = 100.000 pF a disco 
C20 = 1 mF elettrolitico 50 volt 
C21 = 47 pF a disco 
C22 = 10.000 pF a disco 
C23 = 22.000 pF a disco 
C24 = 22.000 pF a disco 
C25 = 1 mF elettr. 50 volt 
C26 = 10 mF elettr. 35 volt 
C27 = 100.000 pF a disco 
C28 = 1 mF elettr. 50 volt 
C29 = 47 pF a disco 
C30 = 4.700 pF poliestere 
C31 = 220.000 pF poliestere 
C32 = 1 mF elettr. 50 volt 
C33 = 1 mF elettr. 50 volt 
C34 = 1 mF elettr. 50 volt 
C35 = 1 mF elettr. 50 volt 
C36 = 10.000 pF poliestere 
C37 = 470 mF elettr. 25 volt 
C38 = 100.000 pF a disco 


C39 = 220 mF elettr. 25 volt 

C40 = 220 mF elettr. 25 volt 

C41 = 470 mF elettr. 25 volt 

C42 = 100.000 pF poliestere 

DV1-IDV6 = diodi varicap tipo BB.105 

DZ1 = diodo zener 10 volt 1 /2 watt 

FT1 := fet tipo BF245 

TRI = transistor NPN tipo BF224 

TR2 ss transistor NPN tipo BC317 

TR3 = transistor NPN tipo BC317 

IC1 = integrato tipo S042P 

IC2 = integrato tipo TDA1200 

IC3 s integrato tipo TDA2002 

JAF1 = impedenza AF tipo VK200 

JAF2 = impedenza AF da 100 microhenry 

JAF3 = Impedenza AF da 22 mlcrohenry 

L1-L4 = vedi testo 

MF1-MF3 = medie frequenze 10,7 MHz rosa 
FC1 = filtro ceramico 10,7 MHz 
S-meter = strumentino 250 microampère f.s. 
Un altoparlante da 4-8 ohm 4-5 watt 


I 


■©12V. 



135 


























































presente una tensione positiva che polarizza la 
base di TR2 e fa condurre sia TR2 che TR3, co¬ 
sicché quest’ultimo mantiene cortocircuitato a 
massa con il proprio collettore il cursore centrale 
del potenziometro di volume R25 impedendo a 
qualsiasi segnale di BF di raggiungere l’ingresso 
deH’amplificatore finale di potenza. 

Non appena si sintonizza una qualsiasi stazione 
però, l’uscita 12 di IC2 si porta a «massa», quindi i 
due transistor TR2-TR3 si interdicono ed il segnale 
di BF disponibile sul cursore di R25 può raggiun¬ 
gere tranquillamente l’ingresso dello stadio finale 
tramite il condensatore elettrolitico C32. 

Precisiamo che questo «squelch» è particolar¬ 
mente utile nella gamma in cui si sta lavorando 
infatti essendo le trasmissioni molto saltuarie, una 
volta individuata una emittente che ci interessa 
ascoltare, noi potremo lasciare acceso il ricevitore 
su tale frequenza senza pericolo che questo ci dia 
noia con fruscii o disturbi di vario genere ed avere 
la certezza di poter immediatamente ascoltare il 
segnale non appena questo verrà captato. 

Il potenziometro R26 che troviamo applicato 
sulla base di TR2 ci servirà ovviamente per fissare il 
livello di squelch, cioè per fissare il livello minimo di 
segnale che vogliamo poter ascoltare in altopar¬ 
lante: regolando questo potenziometro in modo 
opportuno avremo quindi la possibilità di escludere 
tutte quelle emittenti che giungono troppo deboli 
alla nostra antenna, lasciando solo quelle più «for¬ 
ti». 

Includendo anche quest’ultimo che abbiamo ap¬ 
pena visto, in totale nel nostro circuito sono pre¬ 
senti 4 potenziometri, le cui funzioni possono es¬ 
sere così riassunte: 

R8 = per l’accordo degli stadi d'ingresso 
R9 = (multigiri) per la sintonia 
R25 = per il volume 

R26 = per la regolazione squelch o muting 

Il potenziometro di sintonia R9 preleva tensione 
da un semplicissimo alimentatore stabilizzato co¬ 
stituito da R7-DZ1-C9 e ruotando il cursore da un 
minimo a un massimo ci permette di modificare la 
tensione inversa di polarizzazione applicata ai dio¬ 
di varicap DV1-DV2 (tramite R5), DV3-DV4 (tramite 
R6) e DV5-DV6 (tramite RI 2), modificando così 
automaticamente la loro capacità interna. 

Il potenziometro per l’accordo degli stadi d’in¬ 
gresso R8 preleva invece tensione direttamente dal 
punto A (vedi in alto sopra FC1) così come accade 
per RI 5 e TR2 e ci permette di modificare adegua¬ 
tamente le tensioni di polarizzazione dei diodi vari¬ 
cap DV1-DV2 e DV3-DV4. 

Il vantaggio di utilizzare per la sintonia dei diodi 
varicap in sostituzione del tradizionale condensa¬ 
tore variabile è facilmente intuibile in primo luogo 
perché abbiamo delle dimensioni notevolmente più 
ridotte ed in secondo luogo perché possiamo col¬ 
locare il potenziometro della sintonia anche lonta¬ 
no dal circuito stampato sul pannello frontale del 


mobile senza che si verifichino inconvenienti di al¬ 
cun genere. 

Per alimentare tutto il circuito si richiede una 
tensione stabilizzata di 12-13 volt con una corrente 
massima di 0,5 ampère ed a tale proposito si po¬ 
trebbe consigliare l’alimentatore LX92 presentato 
sul n. 50/51 della rivista. 

È pure possibile alimentare il tutto con una bat¬ 
teria per auto da 12,6 volt. 


CARATTERISTICHE 


Tensione di alimentazione .12-13 volt 

Assorbimento a riposo . lOOmA 

Assorbimento alla max potenza. 300 mA 

Potenza BF max.4 watt 

Impedenza altoparlante.4-8 ohm 

Sensibilità in antenna .3 microvolt 

Impedenza antenna.52 ohm 

Frequenza max di lavoro .180-190 MHz 


MODIFICHE E MIGLIORIE 

Prima di passare allo schema pratico riteniamo 
opportuno spendere qualche parola per indicare al 
lettore alcune modifiche che questi potrebbe ap¬ 
portare al nostro circuito per migliorarne le presta¬ 
zioni. 

Innanzitutto per rendere più professionale que¬ 
sto ricevitore si potrebbe completarlo con una sin¬ 
tonia a display ed in tal caso la soluzione più eco¬ 
nomica è acquistare il voltmetro digitale LX425- 
425D e collegarlo al cursore del potenziometro R9, 
come già indicato per il ricevitore sui 10 GHz pre¬ 
sentato sul n. 72. 

Disponendo di tale voltmetro noi leggeremo la 
tensione applicata ai diodi varicap ed in questo 
modo, anche se non avremo l’esatta indicazione 
della frequenza captata, potremo egualmente sa¬ 
pere se siamo sintonizzati all’inizio della gamma, a 
metà gamma o a fine gamma, quindi sapendo che 
la stazione X si riceve quando sul voltmetro com¬ 
pare il numero 134, potremo a distanza di giorni 
ritornare su questa posizione ed ascoltare se la 
stazione sta trasmettendo oppure no. 

Chi volesse rendere ancor più sensibile il ricevi¬ 
tore potrebbe invece tentare di collegargli in in¬ 
gresso il preamplificatore LX377 presentato sul n. 
70, idoneo per la gamma dei 144-160 MHz. 

Se poi qualcuno, realizzato il ricevitore, volesse 
ricevere le emittenti private in FM che lavorano 
sulla gamma 88-108 MHz potrà farlo semplice- 
mente sostituendo la bobina L4 con quella idonea 
per tale gamma. 

In ogni caso precisiamo che non è possibile mo¬ 
dificare il nostro ricevitore per sintonizzare fre¬ 
quenze superiori ai 200 MHz in quanto questo è il 
limite superiore di lavoro dell’integrato S0.42P. 

Un’ultima annotazione riguarda l’antenna a pro- 


136 











TDA20Q2 

Fig. 2 Connessioni dei terminali dei transistor, fet ed integrati impiegati per 
questa realizzazione. 


posito della quale dobbiamo dirvi che non è pen¬ 
sabile utilizzare per questo scopo un corto spez¬ 
zone di filo come si fa normalmente per qualsiasi 
altro ricevitore. 

In pratica per poter ricevere qualche stazione 
dovrete necessariamente installare nel punto più 
alto del vostro palazzo uno stilo lungo anche solo 
un metro e trasferire quindi il segnale captato al 
ricevitore tramite un cavo coassiale da 52-75 ohm 
(del tipo per impianti TV). 

Con un corto spezzone di filo riuscireste infatti a 
captare solo i segnali più potenti come quello della 
televisione, di qualche ponte radio nonché di tutte 
le emittenti locali in FM. 

È ovvio che non tutti avranno la possibilità di 
installare sul tetto una simile antenna, specialmen¬ 
te in quei condomini in cui, prima di fissare un palo, 
è necessario farne «domanda» aH’amministratore il 
quale a sua volta, prima di rispondere si o no, deve 
chiedere il parere a tutti i singoli proprietari. 

In questi casi si sa già in partenza come va a 
finire, cioè esiste sempre qualcuno che per «gelo¬ 
sie» personali o altri motivi si oppone alla richiesta 
e l'idea viene bocciata in partenza. 

Se però voi, anziché chiedere un permesso per 
installare un’antenna per VHF lo richiedete per 
l’installazione di «un'antenna esterna per la rice¬ 
zione radiofonica della gamma FM», nessuno potrà 
opporsi in quanto esiste una legge specifica (Leg¬ 
ge 6 maggio 1940 n. 554 Gazzetta Ufficiale 14 Giu¬ 
gno 1940 n. 138) la quale dice testualmente: 

«I proprietari di uno stabile o di un appartamento 
non possono opporsi alla installazione, nella loro 
proprietà, di aerei esterni destinati al funziona¬ 
mento di apparecchi radiofonici appartenenti agli 
abitanti degli stabili o appartamenti stessi». 

Volendolo potreste tentare di utilizzare anche la 
vostra antenna TV, purché non sia provvista di un 
preamplificatore diversamente questo attenuerà 
tutte le frequenze che volete ricevere. 

Chi abita al penultimo o all’ultimo piano può ri¬ 
solvere il problema molto più semplicemente col¬ 
locando uno stilo verticale sul balcone; chi invece 
abita al piano terra e non ha possibilità di installare 
alcuna antenna, dovrà rassegnarsi ad utilizzare il 


ricevitore quando si recherà in campagna oppure a 
ricevere dalla propria auto i messaggi delle torri di 
controllo durante manifestazioni aeronautiche. 


REALIZZAZIONE PRATICA 

Il circuito stampato che utilizzeremo per la rea¬ 
lizzazione di questo ricevitore in FM è un doppia 
faccia, non tanto perché la complessità del circuito 
ci abbia costretto a questo, quanto piuttosto 
perché è necessario che lo stadio di AF risulti con¬ 
venientemente schermato (anche dal lato superio¬ 
re) per evitare accoppiamenti induttivi fra i vari 
componenti. 

La prima operazione da compiere, una volta in 
possesso di tale circuito, sarà pertanto quella di 
infilare in tutti quei fori apparentemente liberi sulla 
faccia superiore uno spezzoncino di filo di rame 
nudo che dovremo poi stagnare sia sopra che sot¬ 
to. 

In taluni casi (vedi per esempio DZ1) lo stesso 
terminale di una resistenza o di un diodo viene 
utilizzato come ponticello di massa fra la faccia 
superiore e la faccia inferiore dello stampato, per¬ 
tanto in tutti questi casi noi dovremo stagnare il 
terminale su entrambi i lati. 

Dopo aver effettuato questi ponticelli potremo 
iniziare a .stagnare gli zoccoli per gli integrati IC1- 
IC2: passeremo poi alle resistenze e ai diodi, cioè ai 
6 varicap e al diodo zener per i quali dovremo fare 
molta attenzione a non invertirne la polarità. 

Dopo i diodi potremo montare sul circuito stam¬ 
pato il filtro ceramico FC1 il quale non essendo 
polarizzato può essere inserito in un verso o nel¬ 
l’altro, anche se i terminali sono numerati, 1-2-3. 

Quando monterete i transistor e il fet state molto 
attenti a non scambiare fra di loro i tre terminali 
E-B-C o D-G-S, diversamente il circuito non potrà 
funzionare. 

Per le «medie frequenze» MF1-MF2-MF3 ricor¬ 
datevi invece di stagnare alla massa anche i due 


137 













138 






























































































































terminali dello schermo metallico in modo tale che 
quest’ultimo possa svolgere efficacemente la sua 
funzione protettiva. 

Considerato anzi che questi terminali sono sem¬ 
pre più larghi rispetto a quelli dei condensatori o 
delle resistenze, per poterli inserire nei relativi fori 

sarà necessario allargare questi ultimi con una 
punta da trapano da 1,5-2 mm. in modo da facilitare 
tale operazione. 

Resteranno a questo punto da montare solo i 
condensatori ceramici (che dovremo tenere il più 
aderente possibile al circuito stampato), poi quelli 
poliestere, gli elettrolitici (attenzione al terminale 
positivo), le tre impedenze, lo zoccolo per la bobina 
L4 e per ultimo l’integrato IC3 la cui parte metallica 
deve risultare rivolta verso l’esterno della basetta. 

Mettete ora momentaneamente in disparte il cir¬ 
cuito stampato e preoccupatevi di avvolgere le bo¬ 
bine secondo le indicazioni qui di seguito riportate: 


Bobina LI 

Sul supporto di plastica del diametro di 5 mm. 
che troverete nel kit avvolgete 3 spire di filo argen¬ 
tato da 0,8 mm. spaziando poi queste spire di circa 
2 mm. l’una dall’altra in modo da ottenere un sole¬ 
noide lungo circa 8 mm.; al termine infilate all’in¬ 


terno del supporto il nucleo in ferrite necessario 
per la taratura. 

NOTA: per la sola gamma FM è necessario av¬ 
volgere 6 spire. 


Bobina L2/L3 

Su un supporto di plastica simile al precedente 
avvolgete 3 spire con filo di rame argentato da 0,8 
mm. di diametro e spaziate poi queste spire di circa 
2 mm. runa dall’altra realizzando così la bobina L2. 

Prendete ora un filo di rame smaltato sempre da 
1 mm. di diametro ed avvolgete con questo 2 spire 
intercalate alle precedenti realizzando così la bo¬ 
bina L3. 

Al termine inserite aH’interno del supporto il nu¬ 
cleo in ferrite necessario per la taratura. 

NOTA = per la sola gamma FM è necessario 
avvolgere 4 spire per L2 e 2 spire per L3. 


Bobina L4 

Vedi disegni in fig. 4 e relativa didascalia. 

IMPORTANTE: terminato di avvolgere le bobine 
pulite accuratamente le estremità dei fili in modo da 



Fig. 4 Tutte le bobine dovranno essere realizzate con filo di rame da 0,8 - 1 mm e nel 
disegno riportiamo quelle più interessanti. Partendo da sinistra verso destra, la 1* ci per¬ 
metterà di ricevere gli aerei e restringendola un poco anche i radioamato ri; con la 2 * bobina 
riceveremo ancora i radioamatori, la polizia, le ambulanze, i radiotaxi, i telefoni e i ponti 
radio; inserendo la 3* bobina capteremo la TV, qualche ponte radio e I vigili del fuoco; con la 
4* capteremo i radiotaxi, la polizia, i telefoni e i ponti radio; infine inserendo la bobina 
cilindrica capteremo le emittenti private in FM e togliendo una o due spire anche le torri di 
controllo aereonautico. 


139 


































togliere completamente lo smalto, servendovi per 
questo scopo di un paio di forbicine oppure sfre¬ 
gando con carta vetrata, diversamente anche sta¬ 
gnandoli al circuito stampato non riuscireste a 
stabilire il necessario contatto elettrico. Nell’inse- 
rire la bobina L2/L3 cercate di non invertire i due 
avvolgimenti. 

Eseguita anche questa operazione resteranno 
da collegare al circuito stampato solo i componenti 
esterni, cioè i 4 potenziometri e lo strumentino S- 
meter ed a tale proposito, per evitare di ascoltare 
del ronzio di alternata in altoparlante, dovrete ri¬ 
cordarvi di collegare la carcassa metallica dei po¬ 
tenziometri alla massa e di utilizzare per il solo 
collegamento relativo al potenziometro di volume 
R25, del cavetto schermato la cui calza metallica 
dovrà essere stagnata alla massa su entrambi i lati. 

Giunti a questo punto bisogna ancora collegare 
in uscita l’altoparlante, dopodiché dovrete col¬ 
legare i fili di alimentazione e finalmente potrete 
inserire sui rispettivi zoccoli i due integrati IC1-IC2, 
avendo cura di rispettarne la tacca di riferimento. 


TARATURA 

Per la taratura del ricevitore occorre distinguere 
due diverse condizioni, cioè quella del lettore 
provvisto di un oscillatore AF modulato in frequen¬ 
za e quella invece del lettore che purtroppo a casa 
propria dispone solo di un tester e nulla più. 

È ovvio che il primo lettore sarà molto avvantag¬ 
giato rispetto al secondo, tuttavia anche il secon¬ 
do, se seguirà attentamente i consigli da noi forniti, 
riuscirà egualmente ad ottenere buoni risultati. 


PER CHI DISPONE DI UN GENERATORE AF 

Chi dispone di un oscillatore AF modulato in fre¬ 
quenza potrà ricavare da questo sia la frequenza di 
10,7 MFIz necessaria per la taratura delle MF, sia 
quella dei 110 MFIz necessaria per tarare l’inizio 
gamma (la gamma 88-108 su questi generatori ini¬ 
zia infatti normalmente da 85 MFIz per raggiungere 
e superare ilio MFIz). 

La prima operazione da compiere, una volta for¬ 
nita tensione al circuito, sarà quella di tarare subito 
il trimmer R20 delI’S-meter in modo che la lancetta 
vada a coincidere con l’inizio scala (Nota: ruotate 


lentamente tale trimmer diversamente potreste 
correre il rischio di far sbattere la lancetta contro il 
fondo scala). 

In seguito dovremo ruotare il potenziometro R26 
dello squelch tutto verso il minimo (cioè il cursore 
verso massa) dopodiché prenderemo il nostro 
oscillatore AF sintonizzato sui 10,7 MFIz ed iniette¬ 
remo il segnale tramite un piccolo condensatore a 
disco da 4,7 pF sull’ingresso della MF1, cioè sul 
piedino 2 di IC1. 

La massa dell’oscillatore dovrà ovviamente ri¬ 
sultare collegata alla massa del nostro circuito ed 
in tali condizioni, dovremo prima ruotare il nucleo 
della MF2 poi quello della MF1 cercando di ottene¬ 
re la massima deviazione della lancetta sullo stru¬ 
mento S-meter. 

A volte la frequenza generata dall’oscillatore 
potrebbe non risultare esattamente di 10,7 MFIz 
come richiesto dal filtro ceramico presente nel no¬ 
stro ricevitore, pertanto prima di iniziare la taratura 
ruotate leggermente la manopola della sintonia 
nell'Intorno dei 10,7 MFIz cercando quella posizio¬ 
ne in corrispondenza della quale l’S-meter indica 
il massimo segnale. 

Qualora ruotando il nucleo delle due «medie 
frequenze» la lancetta delI’S-meter vada a fondo 
scala noi dovremo ovviamente ridurre il segnale in 
entrata ruotando verso il minimo la manopola del¬ 
l’attenuatore sul generatore AF. 

Ultimata questa prima fase della taratura, igno¬ 
rate momentaneamente la MF3 la quale andrà ta¬ 
rata in seguito come vi spiegheremo e passate in¬ 
vece ad occuparvi delle bobine d’ingresso. 

Per effettuare questa operazione ponete il gene¬ 
ratore di AF sulla gamma 88-108 MHz e ruotate la 
manopola della sintonia tutto verso il fondo scala in 
modo da riuscire a prelevare in uscita un segnale 
sulla frequenza di 110-112 MHz ed applicate quindi 
questo segnale sulla presa «l’antenna» del ricevi¬ 
tore. 

Poiché tale frequenza per il nostro ricevitore co¬ 
stituisce l’inizio gamma, utilizzate la bobina L4 di 
dimensioni maggiori e ruotate il potenziometro 
della sintonia R9 tutto verso massa in modo da 
applicare ai diodi varicap la minima tensione pos¬ 
sibile. 

A questo punto ruotate il nucleo della bobina 
L2/L3 poi quello della bobina LI fino ad ottenere la 
massima deviazione della lancetta sulI’S-meter. 
Sempre con il segnale AF del vostro generatore 
applicato in ingresso, collegate ora il tester posto 
sulla portata 3-5 volt in corrente continua sui due 
terminali TP (posti sul circuito stampato vicino a 
MF3); così facendo vedrete la lancetta deviare ver¬ 
so il fondo scala oppure deviare all’indietro al di 
sotto dello 0 indicando così una tensione negativa. 

Prendete quindi un cacciavite e ruotate il nucleo 

i I 


140 


della MF3 fino a portare la lancetta dello strumen¬ 
tino esattamente su 0 volt, condizione questa fon¬ 
damentale per poter rivelare il segnale di BF senza 
alcuna distorsione. 

Effettuata anche tale operazione la taratura del 
ricevitore sarà terminata tranne qualche lieve ri¬ 
tocco che potrete sempre apportare in seguito ai 
nuclei delle bobine (in particolare della LI) per mi¬ 
gliorare la ricezione su frequenze diverse da quella 
di taratura. 

PER CHI DISPONE DI UN SOLO TESTER 

Chi non possiede un generatore di AF potrà 
egualmente tarare questo ricevitore seguendo le 
indicazioni che ora vi forniremo: è ovvio che in 
questo modo occorrerà un po’ più di tempo ed 
anche di pazienza, tuttavia il risultato finale sarà 
perfettamente equivalente. 

La prima operazione da compiere sarà anche in 
questo caso quella di tarare le due «medie fre¬ 
quenze» MF2-MF1 e poiché questa volta ci man¬ 
cherà la frequenza dei 10,7 MHz, dovremo fare in 
modo di captare una qualsiasi emittente che tra¬ 
smetta in continuazione sulla gamma dei 110-170 
MHz, per esempio un canale TV oppure un radio¬ 
faro marittimo o aeronautico. 

Per ottenere questo dovremo ovviamente appli¬ 
care in ingresso al ricevitore un’antenna esterna, 
poi esplorare la gamma da un estremo all’altro 
agendo sul potenziometro multigiri della sintonia 
R9. 

Poiché il ricevitore è completamente starato po¬ 
trebbe anche capitarci di non riuscire a captare 
nessuna emittente ed in tali condizioni avremo una 
sola possibilità, cioè collegare in parallelo a tutti e 6 
i diodi varicap un condensatore ceramico da 5 -t- 10 
pF in modo da portare il ricevitore a sintonizzarsi 
sulla gamma 90-150 MHz e cercare quindi di cap¬ 
tare qualche stazione privata che trasmetta musica 
nella gamma a modulazione di frequenza. 

Per captare in queste condizioni una qualsiasi 
emittente è necessario che il potenziometro della 
sintonia risulti ruotato il più possibile verso massa e 
che al posto della L4 sia stata inserita la bobina 
richiesta per la ricezione FM 88-108 MHz. 

Una volta captata una qualsiasi emittente vedre¬ 
te la lancetta delI’S-meter spostarsi più o meno 
verso destra ed a questo punto non dovrete fare 
altro che ruotare prima il nucleo della MF2 poi 
quello della MF1 cercando sempre di far deviare il 
più possibile la lancetta verso il fondo scala. 

Se la lancetta andasse addirittura oltre il fondo 
scala dovreste accorciare l’antenna applicata in 
ingresso in modo da captare meno segnale di AF. 

Ovviamente essendo la MF3 ancora starata il 
segnale che ascolterete in altoparlante sarà note¬ 
volmente distorto, quindi dovrete ruotare il nucleo 
di tale «media frequenza» fino ad ottenere il se¬ 
gnale più «pulito» possibile oppure, se avete un 
tester, applicarlo sul test-point TP fino a leggere 


una tensione esattamente di 0 volt come in prece¬ 
denza precisato. 

Per ultime potrete tarare le due bobine L2/L3 e 
LI cercando sempre di ottenere la massima devia¬ 
zione della lancetta sulI’S-meter. 

Rimane a questo punto ancora da risolvere un 
ultimo problema, quello della sintonia, infatti appli¬ 
cando in parallelo ai diodi varicap dei condensatori 
a disco noi abbiamo abbassato notevolmente la 
gamma di lavoro del nostro ricevitore quindi ora 
dovremo togliere questi condensatori ma così fa¬ 
cendo le bobine LI e L2/L3 si stareranno legger¬ 
mente. 

Per riportare alla massima sensibilità queste due 
bobine dovremo solo cercare di captare una emit¬ 
tente TV che trasmetta in VHF, poi controllando la 
lancetta delI’S-meter, ruotare i nuclei di queste due 
due bobine per la massima sensibilità. 

Come già detto per poter esplorare tutta la gam¬ 
ma da 110 a 190 MHz noi avremo bisogno in totale 
di 3 bobine L4 che dovremo inserire di volta in volta 
su un apposito zoccolo: ogni volta che sostituiremo 
tale bobina sarà comunque necessario agire sul 
potenziometro R8 per accordare gli stadi d’ingres¬ 
so e migliorare la sensibilità. La lancetta delI’S- 
meter ci indicherà sempre in quale verso è neces¬ 
sario ruotare questo potenziometro. 

Modifiche da apportare allo schema riportato in 
fig. 1 a pag. 134 

1) Collegate il piedino 1 del filtro ceramico FC1 
verso il secondario della MF1 e il piedino 3 verso 
R13-C18. 

2) Non inserite il condensatore ceramico C23 
come riportato sullo schema pratico bensì, sotto al 
circuito stampato tra la pista che fà capo al con¬ 
densatore ceramico C24-R19 e il piedino 14 del¬ 
l’integrato IC2. 

È importante che C23 risulti collegato a massa 
sul piedino 14 di IC2 e non su un diverso punto di 
massa. 

3) Controllate sul circuito stampato la polarità del 
condensatore elettrolitico C26 poiché in alcune 
serigrafie il segno + lo abbiamo trovato invertito. 

COSTO DELLA REALIZZAZIONE 

Il solo circuito stampato LX467 a dop¬ 
pia faccia, in fibra di vetro, già forato e 
completo di disegno serigrafico L. 6.550 

Tutto il materiale occorrente, cioè cir¬ 
cuito stampato, resistenze, trimmer, 
potenziometri, condensatori, diodi va¬ 
ricap, filtro ceramico, fet, transistor, 
medie frequenze, filo e supporti per 
bobine, integrati e relativi zoccoli, dio¬ 
do zener, impedenze e strumentino L. 50.200 

I prezzi riportati non includono le spese postali. 


141 


Se qualcuno potesse andarsene a zonzo per una 
città come Milano, Torino o Bologna e suonare uno 
dopo l’altro tutti i campanelli delle case che incon¬ 
tra, certamente riuscirebbe a sentire un’infinità di 
suoni diversi, dal solito fastidioso «driin-drinn» ai 
più piacevole «cinguettio di un uccellino», dal cupo 
«cu-cu» al suono del «big-ben» o ad altri motivetti 
di vario genere. 

Oggigiorno infatti modificare il suono del proprio 
campanello è diventata una moda, anzi in certi 
condomini si è scatenata una vera e propria gara 
fra coinquilini per riuscire ad ottenere il suono 
«migliore» e quando qualcuno crede di avere rag¬ 
giunto l’optimum, ecco che il vicino gli toglie subito 
l’illusione installandone a sua volta uno con un 


24 MOTIVI 



Di campanelli in commercio ne esistono diversi tipi in grado di 
generare dei suoni più o meno piacevoli: nessuno però può van¬ 
tare caratteristiche simili al nostro infatti questo può farci ascol¬ 
tare ben 24 motivetti diversi come «la cucaracha», «il ponte sul 
fiume Kwai», «oh Susanna», «la pantera rosa» e tanti altri che 
tutti conoscono per averli ascoltati decine di volte alla radio, alla 
televisione o ai cinema. 


suono ancora superiore. Fra tutti questi campanelli 
però siamo certi che nessuno è in grado di com¬ 
petere con il nostro, infatti al suo interno è presente 
un vero e proprio microprocessore che tiene me¬ 
morizzati e può farci ascoltare secondo i nostri de¬ 
sideri ben 24 motivetti diversi tra i più famosi nel 
mondo. 

Per esempio noi potremmo programmarlo in 
modo tale che se qualcuno suona al cancello in 
giardino, questo ci faccia ascoltare il ritornello 
della «cucaracha», se suonano dal portone in fon¬ 
do alle scale ci faccia ascoltare la «pantera rosa», 
mentre se suonano dal pianerottolo ci faccia 
ascoltare «Ein Prosit», poi se dopo un po’ di tempo 
questi motivetti ci vengono a noia, potremmo mo¬ 
dificare facilmente tutta la programmazione e fare 
in modo che questo ci suoni altri tre motivetti di¬ 
versi come per esempio «Lili Marlene», «oh Su¬ 
sanna» e «Tico-Tico», anticipando così le contro¬ 
mosse dei vicini. 


Come vedete si tratta di un circuito veramente 
interessante quindi sarebbe assurdo per voi che vi 
dilettate di elettronica non approfittare di questa 
occasione per installare nella vostra abitazione un 
campanello musicale così insolito e piacevole da 
lasciar stupiti tutti i vostri conoscenti e da suscitare 
in essi una profonda ammirazione e invidia per 
quanto siete riusciti a fare con le vostre mani. 

Vi ricordiamo inoltre che anche se noi abbiamo 
pensato di utilizzare questo «carillon elettronico» 
programmato in sostituzione di un normale cam¬ 
panello, lo stesso circuito può essere utilizzato per 
altre applicazioni, ad esempio per generare suoni 
particolari su dei giocattoli elettronici, per indicarci 
quando scattano le ore su un orologio digitale, per 
realizzare dei box musicali o altre cose di questo 
genere che senz’altro vi verranno alla mente 
quando avrete letto il prosieguo deH’articolo e vi 
sarete resi conto maggiormente delle possibilità 
che tale circuito vi offre. 

i / 


142 



















L’INTEGRATO «MUSICISTA» 


L'integrato in grado di suonare 24 motivi diversi 
appartiene ad una serie di semplici microproces¬ 
sori forniti già programmati dalla Texas (la serie 
TMS.1000) i quali incontreranno senz’altro un no¬ 
tevole interesse in campo hobbistico in quanto 
permettono di realizzare con estrema semplicità 
dei circuiti che diversamente si sarebbero potuti 
ottenere solo impiegando un numero elevatissimo 
di integrati digitali e memorie. In particolare quello 
da noi utilizzato porta la sigla TMS.1000 NLL 
MP.3318, viene fornito in un contenitore plastico 
dual-in-line provvisto di 28 piedini e per la sua ali- 


interessa ascoltare, noi abbiamo a disposizione 3 
piedini dell’integrato (i piedini 6-7-8) i quali debbo¬ 
no essere collegati (uno solo per volta) ad una 
serie di altri 8 piedini (22-23-24-25-26-27-28-1) 
sempre adibiti a questa funzione. 

Per esempio, mettendo in collegamento fra di 
loro il piedino 6 ed il piedino 22, noi potremo 
ascoltarci il ritornello di «Viva la Spagna»; col¬ 
legando il piedino 6 con il piedino 23 potremo 
ascoltarci il ritornello di «L’ajacienne»-; collegando 
il piedino 6 al piedino 24 potremo ascoltarci il ri¬ 
tornello de «Le petit Quinquin» e così di seguito per 
un totale di 8 motivi diversi. 

Se poi, invece di utilizzare il piedino 6, noi utiliz¬ 
ziamo il piedino 7 e con questo ci colleghiamo an- 


nel vostro CARI 

1PAJ\ 

IEL 

IO 






mentazione richiede una tensione stabilizzata di 9 
volt. 

I motivi che questo integrato può fornire sono 
ovviamente fissati in partenza dalla Casa costrut¬ 
trice, quindi non è possibile modificarli: l’unica co¬ 
sa che noi possiamo fare è scegliere di volta in 
volta, fra i 24 motivi disponibili, quello che ci inte¬ 
ressa ascoltare, agendo sugli appositi terminali di 
«selezione». Se volessimo fare un paragone con 
un qualcosa di più tangibile potremmo dire che il 
nostro integrato è un piccolo juke-box miniaturiz¬ 
zato in cui il costruttore ha inserito 24 «dischi» 
diversi e noi dall’esterno possiamo selezionare, fra 
questi 24 dischi, quello che ci interessa, impostan¬ 
do una determinata combinazione tramite un ap¬ 
posito commutatore e pigiando quindi un pulsante. 
Come si vedrà, per selezionare il motivetto che ci 


cora uno dopo l'altro agli 8 piedini precedenti, ot¬ 
terremo altri 8 motivi diversi e lo stesso dicasi pure 
se invece di utilizzare il piedino 7, noi ci colleghia¬ 
mo al piedino 8. 

In totale quindi, essendo 3 i piedini di «partenza» 
e 8 quelli di «arrivo», noi potremo ottenere com¬ 
plessivamente 3 x 8 = 24 motivi diversi, come in¬ 
dicato in tabella n. 1. 

Precisiamo che di ogni motivo ci sarà un «re¬ 
frain» di pochi secondi: sarebbe infatti troppo pre¬ 
tendere che tale integrato ci suoni una canzone 
proprio come si trattasse di un disco. 

Tanto per fare un esempio il «ponte sul fiume 
Kwai» ha una durata più o meno similare al suono 
del clacson di un’auto; altri motivi invece risultano 
leggermente più «lunghi»; in ogni caso il motivo si 


Tabella n. 1 


Motivo ascoltato 

Piedini 

6 

7 

8 

22 

Viva Espafta 

La pantera rosa 

La Marsigliese 

23 

L’Ajacienne 

Ein Prosit 

Cavalleria 

24 

Le petit Quinquin 

Barri 

Braccio di Ferro 

25 

Susanna 

L’internazionale 

Les Bretons 

26 

Lili Marlene 

Kaiinka 

La Cucaracha 

27 

il ponte sul fiume Kwai 

Marcia Nuziale 

La Lorraine 

28 

French Cancan 

Tico Tico 

Alma Alma 

1 

A la Bastine 

La Madelon 

La Corrida 


143 














Fig. 1 Schema elettrico, 
rettangoli indicati con IC1A- 
IC1B-IC1C sono degli inter¬ 
ruttori analogici contenu¬ 
ti nell’interno dell’integrato 
CD.4016. Negli ingressi di 
sinistra indicati A-B-C dovre¬ 
te collegare i fili che ora si 
congiungono al vostro nor¬ 
male campanello. 



144 













































































































esaurisce sempre nel breve volgere di pochi se¬ 
condi. 

In pratica quando noi pigeremo il pulsante che 
stabilisce il collegamento fra i due piedini di sele¬ 
zione, automaticamente l’integrato inizierà ad 
emettere le proprie note fino al termine del motivo, 
dopodiché tornerà a «tacere» e per farlo ripartire 
occorrerà pigiare nuovamente lo stesso pulsante. 


SCHEMA ELETTRICO 

Il circuito che presentiamo può svolgere con¬ 
temporaneamente due funzioni cioè noi potre¬ 
mo collegare ai tre ingressi A-B-C i fili che ora risul¬ 
tano collegati ai normali campanelli a squillo di 
casa nostra (purché questi siano a bassa tensione, 
cioè 8-9-12-18-24 volt e non a 220 volt), 


«aperti» rispettivamente applicando una tensione 
positiva oppure una «massa» sull’apposito termi¬ 
nale di controllo (piedini 13-5-6 rispettivamente). 

Ai fini del circuito questi interruttori si comporta¬ 
no come veri e propri contatti meccanici, infatti se 
noi chiudiamo per esempio l’interruttore IC1/A 
applicando sul piedino 13 una tensione positiva, 
automaticamente realizzeremo un cortocircuito 
perfetto tra i piedini 1-2; viceversa se lasciamo il 
piedino 13 collegato a massa, fra i piedini 1-2 vi 
sarà un circuito «aperto», quindi non vi potrà es¬ 
sere passaggio di corrente. 

Ovviamente (e questa è una precisazione che 
facciamo per chi volesse utilizzare eventualmente il 
CD.4016 per fini propri) su tali interruttori non si 
possono far correre delle correnti elevate, anzi in 
genere si tratta di pochi milliampère, tuttavia a noi 
serve unicamente mettere in collegamento fra di 
loro i piedini 6-7-8 con gli altri piedini di selezione 



quindi ottenere un motivo diverso per ciascun 
campanello (motivi che ovviamente potremo sce¬ 
gliere a piacimento e modificare quando ne saremo 
sazi con altri nuovi), oppure potremo utilizzare il 
tutto come semplice box musicale sfruttando a tale 
proposito i tre pulsanti P1-P2-P3 già presenti sul 
circuito stampato. 

Questi tre pulsanti ci saranno anche utili per po¬ 
ter scegliere con estrema facilità il motivo deside¬ 
rato senza dover ogni volta scendere le scale per 
pigiare il pulsante del campanello. 

In fig. 1 possiamo vedere lo schema elettrico del 
nostro «carillon» completo di alimentatore stabi¬ 
lizzato e di un piccolo amplificatore necessario per 
ottenere un suono di potenza più che sufficiente 
per l’uso a cui sarà adibito. 

Precisiamo subito che quei 3 rettangolini visibili 
sulla sinistra del disegno nel cui interno è presente 
un «deviatore», non sono altro che degli interruttori 
analogici contenuti in un unico integrato C/MOS di 
tipo CD.4016 i quali possono essere «chiusi» o 


disponibili sullo stampato e per tal fine il CD.4016 è 
perfettamente idoneo. 

Per «chiudere» questi interruttori noi abbiamo 
due possibilità, cioè pigiare il relativo pulsante 
presente sullo stampato (vedi P1-P2-P3) in modo 
da applicare sul piedino di controllo la tensione dei 
9 volt tramite la resistenza R4 oppure suonare al 
pulsante del campanello ad esso collegato ed in tal 
caso, la tensione alternata del campanello stesso, 
raddrizzata dai diodi DS1-DS3-DS5, finirà per cari¬ 
care i condensatori elettrolitici C1-C2-C3 fino ad 
ottenere ai capi di questi una tensione positiva di 
valore più che sufficiente per «chiudere» l’inter¬ 
ruttore analogico. 

Gli altri tre diodi DS2-DS4-DS6 che troviamo ap¬ 
plicati su questi ingressi fra il terminale di controllo 
ed il positivo di alimentazione ci serviranno infine 
per limitare la tensione su questi terminali ad un 
massimo di 9 volt qualunque sia la tensione alter¬ 
nata che arriva in ingresso, cioè 12-15-18-24 volt. 
Ognuno dei tre interruttori analogici risulta col- 


145 






legato a sua volta ad un blocchetto di commutatori 
(vedi in alto nel disegno S1-S2-S3) i quali non sono 
altro che 3 zoccoli per integrato di tipo particolare 
provvisti ciascuno al proprio interno di 8 deviatori- 
ni. 


Di questi deviatorini ne dovrà sempre risultare 
chiuso uno solo per volta mentre gli altri 7 dovran¬ 
no risultare aperti, in modo da collegare i piedini 
6-7-8 ad uno solo dei terminali di selezione 
1-28-27-26-25-24-23-22. 


Per la scelta del motivo basterà ovviamente rife¬ 
rirsi alla tabella precedente fermo restando che 
con il pulsante PI la scelta sarà limitata agli 8 motivi 
relativi al piedino 6, con il pulsante P2 la scelta sarà 
limitata agli 8 motivi relativi al piedino 7, mentre con 
il pulsante P3 la scelta risulterà limitata agli 8 motivi 
relativi al piedino 8. 

Riguardo a questo problema saremo comunque 
più espliciti nel successivo paragrafo relativo alla 
realizzazione pratica tuttavia riteniamo che sia 
un'operazione semplicissima ed alla portata di tutti 
in quanto, una volta individuato il commutatore re¬ 
lativo ad un determinato pulsante, per selezionare 
il motivo che ci interessa potremo anche procedere 
a tentativi, chiudendo uno dopo l’altro i vari devia¬ 
torini e pigiando quindi il pulsante per ascoltare il 
motivo e vedere se è quello giusto. 

Il «suono» uscirà sul piedino 14 dell’integrato IC2 
e poiché questo segnale non ha un’ampiezza suf¬ 
ficiente per poter pilotare un altoparlante, noi do¬ 
vremo amplificarlo con i tre transistor TR1-TR2- 
TR3. Più precisamente il primo di questi transistor 
(cioè TRI), un NPN di tipo BC317 viene utilizzato 
come preamplificatore mentre gli altri due, vale a 
dire TR2 (un NPN di tipo BD.137) e TR3 (un PNP di 
tipo BD138) vengono utilizzati come stadio finale di 
potenza in grado di pilotare un qualsiasi altopar¬ 
lante da 1-2 watt non importa se da 4 ohm oppure 
da 8 ohm. 

Il trimmer RI 2 che troviamo applicato sul collet¬ 
tore di TRI ci servirà ovviamente per dosare il 
«volume» del segnale in uscita; il secondo trimmer 
ancora presente in questo circuito, cioè R9, ci 
permetterà invece di modificare da un minimo a un 
massimo la frequenza e il tempo di esecuzione del 
nostro motivo da estremamente lento a estrema- 
mente veloce. Come già accennato il circuito ri¬ 
chiede per la sua alimentazione una tensione di 9 
volt e poiché il suo assorbimento alla massima po¬ 
tenza non supera i 150 mA (a riposo il circuito 
assorbe solo 4 milliampère), potremo ottenere tale 
tensione con un solo integrato stabilizzatore della 
serie uA.7800. 

Dato però che in questa serie non esiste un inte¬ 
grato che fornisca in uscita esattamente una ten- 
sione di 9 volt, ma solo 8 volt oppure 12 volt, ab- 


biamo dovuto risolvere il problema adottando un 
semplice artificio, abbiamo cioè preso un uA.7808 
(vedi IC3) poi in serie al terminale che normalmente 
va collegato alla massa, abbiamo collegato due 
diodi al silicio (vedi DS8-DS9) i quali ci permettono 
appunto di elevare la tensione in uscita di quel 
«volt» che ci interessa, ottenendo così i 9 volt ri¬ 
chiesti dall’integrato IC2. 



EMÙ 



BC317 


Fig. 2 Connessioni degli integrati 
impiegati in questo progetto visti da 
sopra. Per i transistor dovremo ri¬ 
cordarsi che il BD.137 e BD.138 so¬ 
no visti dal lato in cui il corpo è to¬ 
talmente di plastica mentre il 
BC.137 è visto dal lato in cui i ter¬ 
minali escono dal corpo, cioè da 
sotto. 


i 


146 


































c B A 


Fig. 3 Schema pratico di montaggio. Ai due fili indicati con ALTOP. col¬ 
legheremo un qualsiasi altoparlante da 4-8 dm; ai due terminali posti ai lati del 
ponte raddrizzatore RS1 applicheremo invece i 12 volt alternati prelevati dal 
secondario del trasformatore N.11 (NOTA: il trasformattore n. 11 dispone di 
due secondari, uno da 12 volt ed uno da 6 volt, quindi noi dovremo utilizzare 
solo ravvolgimento dei 12 volt). I fili indicati con le lettere C-B-A li dovremo ai 
due fili in alternanza che ora si collegano al vostro campanello. Per selezio¬ 
nare i motivi occorre spostare in avanti UNA SOLA delle otto levette su cia¬ 
scuno dei tre deviatori indicati S3-S2-S1. 



REALIZZAZIONE PRATICA 

Montare questo carillon elettronico per campa¬ 
nello è un’operazione veramente facile ed alla 
portata di tutti infatti tutto ciò che avrebbe potuto 
creare dei problemi, come per esempio i vari com¬ 
mutatori, è stato semplificato al massimo preve¬ 
dendo i commutatori stessi direttamente sul cir¬ 
cuito stampato LX464. 

Una volta in possesso di tale circuito stampato, 
essendo questo del tipo a doppia faccia, dovremo 
come prima operazione mettere in collegamento 


fra di loro tutte le piste superiori con le piste infe¬ 
riori, effettuando nei punti dovuti dei ponticelli 
passanti con filo di rame. 

A tale proposito i più esperti sapranno benissimo 
come si deve procedere, quindi per loro sarebbe 
inutile fornire spiegazioni; i meno esperti invece (ed 
a realizzare questo progetto pensiamo che saran¬ 
no veramente tanti se non altro perché trattasi di un 
circuito ad effetto immediato) potrebbero trovarsi 
in qualche difficoltà, quindi perdonateci se a que¬ 
sto punto perderemo un po’ di tempo per fornire 
tutte le spiegazione al riguardo. 

In pratica la prima cosa che dovremo fare sarà 


147 

















































CAMPANELLO 


Fig. 4 Per collegare all’impianto già esistente (purché funzioni a bassa ten¬ 
sione) il nostro carillon, sarà sufficiente tagliare i due fili che vanno al normale 
campanello e congiungerli ai fili A-B-C del nostro circuito LX.464. 


individuare quei fori che necessitano appunto di un 
ponticello, un’operazione questa molto semplice in 
quanto presentano tutti un bollino di rame sia sopra 
che sotto e non sono occupati da nessun terminale 
di componente. 

Una volta individuato il foro dovremo inserirvi 
uno spezzoncino di filo di rame nudo che ripie¬ 
gheremo a Z in modo che non possa fuoriuscire e 
che stagneremo poi su entrambi i lati in modo da 
mettere in collegamento la pista superiore con 
quella inferiore. Al termine taglieremo con un tron¬ 
chesine o con le forbici da unghie tutte le ecce¬ 
denze di filo rimaste sporgenti, in modo che non 
possano creare dei cortocircuiti indesiderati con le 
piste adiacenti, dopodiché potremo iniziare il 
montaggio vero e proprio. 

Per prime stagneremo tutte le resistenze, poi i 
diodi (con il catodo rivolto come indicato nel dise¬ 
gno), gli zoccoli per gli integrati, i tre deviatori a 
slitta, i tre pulsanti, i trimmer, il ponte raddrizzatore, 
tutti i condensatori compresi quelli elettrolitici e per 
ultimi i tre transistor e l’integrato stabilizzatore IC3. 

Ovviamente sia per i transistor che per l’integrato 
stabilizzatore dovremo fare molta attenzione a 
montarli esattamente come indicato sul disegno 
pratico, cioè a non invertire i tre terminali diversa- 
mente oltre che il circuito non potrà funzionare, 
correremo anche il rischio di bruciarli. 

Terminato il montaggio dovremo inserire gli in¬ 
tegrati IC1-IC2 sugli appositi zoccoli con la tacca di 
riferimento rivolta come indicato nel disegno do¬ 
podiché dovremo preoccuparci di collegare il se¬ 
condario del trasformatore sull’Ingresso del ponte 
raddrizzatore RS1, nonché di collegare in uscita 
l’altoparlante. 

Giunti a questo punto, prima di fornire tensione, 
dovremo ricordarci di chiudere su ciascun com¬ 
mutatore, uno solo degli 8 deviatori presenti, la¬ 
sciando gli altri 7 aperti in modo da selezionare un 
solo motivo. Tale operazione è molto semplice da 


eseguire infatti guardando questi «commutatori» 
dall’alto è visibile su di un lato la scritta ON (cioè 
CHIUSO) mentre sul lato opposto, cioè dalla parte 
in cui il commutatore è aperto, è presente la scritta 
1-2-3-4-5-6-7-8. 

Inizialmente vi consigliamo di porre su ON il solo 
deviatore n. 1 di ciascuno di questi blocchi, dopo¬ 
diché fornirete tensione al circuito poi pigiando i 
vari pulsanti vi ascolterete il motivetto e deciderete 
quale vi soddisfa maggiormente, dosando in modo 
opportuno i due trimmer, cioè quello del volume e 
quello della «velocità» di esecuzione. 

Effettuate tutte queste prove e scelti i motivi che 
volete ascoltare, vi resterà da compiere solo l’atto 
finale della vostra opera, cioè scollegare i due fili 
che attualmente si collegano al campanello di casa 
vostra e collegarli su uno degli ingressi del nostro 
circuito, dopo aver preventivamente controllato 
con un tester che questi fili risultino alimentati con 
una tensione massima di 24 volt, diversamente 
correreste il rischio di danneggiare il circuito. A 
questo punto provando a pigiare il pulsante del 
campanello, subito sentirete in altoparlante il moti¬ 
vetto da voi prescelto. 


COSTO DELLA REALIZZAZIONE 

Il solo circuito stampato LX464 a dop¬ 
pia faccia, in fibra di vetro, già forato e 
completo di disegno serigrafico L. 5.500 

Tutto il materiale occorrente, cioè cir¬ 
cuito stampato, resistenze, condensa- 
tori, trimmer, diodi, ponte raddrizzato- 
re, integrati e relativi zoccoli, commu¬ 
tatori, pulsanti e trasformatore, escluso 
il solo altoparlante L. 44.300 

I prezzi sopra riportati non includono le spese po¬ 
stali. 


148 






























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PRESA D'ATTO 

DEL MINISTERO DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE 
N.1391 

























































Sinceramente non era nostra intenzione presen¬ 
tare sulla rivista un progetto di interfono per moto 
in quanto ritenevamo che ciò non costituisse un 
problema per nessuno, essendo schemi di questo 
genere assai diffusi e facilmente reperibili. Quello 
che ci ha indotto a modificare le nostre opinioni 
sono state le numerosissime lettere e telefonate 
giunte ultimamente alla nostra redazione in cui ci 
veniva chiesto a tutti i costi di progettare un simile 
interfono per la curiosità di vedere se il nostro cir¬ 
cuito avrebbe presentato gli stessi inconvenienti 
che a detta di tali lettori si riscontravano sui loro 
montaggi. 

Molti lettori ad esempio ci hanno detto di aver 
realizzato un progetto in cui la potenza erogata in 
altoparlante era così bassa (100 milliwatt) che dif¬ 
ficilmente si riuscivano a capire le parole; un altro 
invece diceva di aver realizzato uno schema molto 
più potente, anzi così potente da captare ampliti- 



Un INTERFONO per 


Con l'arrivo dell'estate la moto torna ad essere di gran voga e con 
la moto torna a farsi sentire l'esigenza di un interfono che ci 
permetta di parlare facilmente con il nostro passeggero seduto 
sul retro del sedile senza udire amplificato in altoparlante il ru¬ 
more del motore. 


cato il rombo del motore il quale a lungo andare 
finiva per intontire pilota e passeggero; un terzo 
infine si diceva disperato perché il proprio mon¬ 
taggio «autooscillava» in continuazione, risultando 
all’atto pratico completamente inservibile. 

Di fronte a tali pressioni non abbiamo potuto 
astenerci dal soddisfare le vostre richieste e poiché 
abbiamo capito che tale circuito vi interessava su¬ 
bito, essendo questo il periodo in cui maggior¬ 
mente si usa la moto, abbiamo velocemente pro¬ 
gettato lo schema che oggi vi proponiamo, spe¬ 
rando che questo possa pienamente soddisfarvi. 


SCHEMA ELETTRICO 

Come vedesi in fig. 1 per realizzare questo inter¬ 
fono per moto abbiamo utilizzato un solo integrato 
di tipo LM.377 (vedi IC1) più due transistor NPN di 
tipo BC239 (vedi TR1-TR2). 

Il motivo per cui è stato scelto proprio l’integrato 
LM.377 è che nel suo interno risultano presenti due 
amplificatori di BF i quali, alimentati con una nor¬ 


malissima pila per radio a transistor da 9 volt, 
possono fornire una potenza di circa 1 watt, più 
che sufficiente per l’uso a cui lo vogliamo adibire. 
Avendo a disposizione un doppio amplificatore si è 
già risolto in pratica il problema del parlo-ascolto, 
infatti un canale lo utilizzeremo per entrare con il 
microfono del pilota e per uscire sulla cuffia del 
passeggero, mentre l’altro canale lo utilizzeremo in 
senso inverso. 

Come microfono utilizzeremo una normalissima 
capsula piezoelettrica e poiché il segnale, prima di 
essere applicato all’ingresso dell’amplificatore, 
necessita di essere preamplificato, utilizzeremo 
per questo scopo i due transistor TR1-TR2 appli¬ 
cando il segnale stesso sulla loro base e prelevan¬ 
dolo poi dal cursore del trimmer collegato sul col¬ 
lettore. 

Questi due trimmer, cioè R5 e R6, ci serviranno 
ovviamente come controllo di «volume» in modo da 
ottenere in altoparlante un segnale nè troppo de¬ 
bole nè troppo potente, bensì adeguato all’uso che 
se ne vuole fare. A tale proposito vi consigliamo di 
non esagerare troppo con il volume in modo da 


150 





evitare eventuali effetti Laarsen», cioè un rientro di 
BF da un canale all'altro che porterebbe ad un 
fastidioso fischio in altoparlante, nonché da impe¬ 
dire che ai nostri orecchi giunga troppo amplificato 
il rombo della moto. 

Per l'ascolto potremo scegliere auricolari per 
cuffia a bassa impedenza oppure anche piccoli al¬ 
toparlanti con impedenza compresa tra i 4 e gli 8 
ohm. Ovviamente utilizzando un altoparlante da 4 
ohm si otterrà una potenza maggiore che non con 
uno da 8 ohm, tuttavia considerato che l'altopar¬ 
lante risulta fissato entro il casco a stretto contatto 
con l'orecchio, la potenza erogata sarà sempre 


superiore al richiesto quindi occorrerà diminuirla 
agendo sull’apposito trimmer. Come già accennato 
per l’alimentazione potremo utilizzare una norma¬ 
lissima pila da 9 volt e poiché l’assorbimento è 
minimo (12 milliampère a riposo) non avremo cer¬ 
tamente problemi di durata. 

Precisiamo che qualora si desideri una maggior 
potenza il circuito può essere alimentato anche a 
12 oppure a 15 volt però in questo caso aumenterà 
anche il consumo ed una pila qualsiasi potrebbe 
scaricarsi in un tempo troppo breve. 


REALIZZAZIONE PRATICA 



MOTOCICLISTI 


di disegno serigrafico pertanto il montaggio dei 
componenti risulterà oltremodo facilitato. 

Per primo dovremo montare lo zoccolo a 14 pie¬ 
dini per l’integrato, poi tutte le resistenze, i due 
transistor (con la parte sfaccettata dell’involucro 
rivolta come indicato nel disegno pratico), i con¬ 
densatori a disco, i due trimmer e per ultimi tutti gli 
elettrolitici facendo attenzione che il loro terminale 
positivo risulti inserito nel foro indicato con un + 
sul circuito stampato. 

Qualora decideste di acquistare in proprio i 
componenti, vi consigliamo di cercare degli elet¬ 
trolitici di dimensioni ridotte, tenendo però pre¬ 
sente che la loro tensione di lavoro non deve mai 
risultare inferiore ai 15-16 volt (in modo tale da 
poter eventualmente alimentare il circuito anche 
con una tensione di 12 volt). Una volta terminato il 
montaggio potrete subito collaudare uno per volta i 
due canali del vostro interfono, collegando un mi¬ 
crofono piezo in ingresso e un piccolo altoparlante 
sulla relativa uscita. Durante questa prova dovrete 
cercare di tenere l’altoparlante il più lontano pos¬ 
sibile dal microfono, diversamente si verificherà 
l’effetto Laarsen, cioè udirete in altoparlante quel 
fastidioso fischio che spesso vi sarà capitato di 
udire in una sala da ballo quando in fase di prova il 
cantante regola il volume del microfono troppo al¬ 
to. Se tutto funziona alla perfezione si dovrà sentire 
in altoparlante ciò che voi dite al microfono, non 
solo ma agendo sul trimrner R5 o R6, a seconda del 


Il circuito stampato necessario per questa rea¬ 
lizzazione ha dimensioni molto ridotte (cm. 5,5 x 
6,5) e porta la sigla LX465. 

Come al solito viene fornito già forato e completo 


151 




Fig. 1 Schema elettrico dell’Interfono per 
moto. Come microfono potremo utilizzarne 
uno qualsiasi, purché di tipo piezoelettrico, 
mentre per l’ascolto potremo utilizzare pic¬ 
coli altoparlanti del diametro di 5-6 cm o pa¬ 
diglione di una qualsiasi cuffia, purché con 
un’impedenza compresa tra i 4 ed i 8 ohm. 



B 

I 

E —^Db c 

BC239 


Fig. 2 Connessioni viste da sopra dell’Inte¬ 
grato LM.377 e del transistor BC.239 visto in¬ 
vece da sotto. Come transistor si potranno 
utilizzare anche dei BC.109 metallici o altri 
equivalenti, purché la disposizione dei termi¬ 
nali E-B-C corrisponda con quelle del 
BC.239. 


COMPONENTI 

RI = 3,3 megaohm 1 /2 watt 
R2 = 3,3 megaohm 1 / 2 watt 
R3 = 220 ohm 1 /4 watt 
R4 = 220 ohm 1 /4 watt 
R5 = 10.000 ohm trimmer 
R6 = 10.000 ohm trimmer 
R7 = 220 ohm 1 /4 watt 
R8 = 2200 ohm 1 /4 watt 
R9 = 2.200 ohm 1/4 watt 
RIO = 100.000 ohm 1/4 watt 
RII = 100.000 ohm 1/4 watt 
RI 2 = 100.000 ohm 1/4 watt 
RI 3 = 100.000 ohm 1/4 wtt 
CI = 2.200 pF a disco 
C2 = 2.200 pF a disco 
C3 = 47 mF elettr. 16 volt 
C4 = 100.000 pF a disco 
C5 = 100.000 pF a disco 
C6 = 4,7 mF elettr. 16 volt 
C7 = 10 mF elettr. 16 volt 
C8 = 4,7 mF elettr. 16 volt 
C9 = 100 mF elettr. 25 volt 
CIO = 100 mF elettr. 25 volt 
C1 1 = 100.000 pF a disco 
CI 2 = 100 mF elettr. 25 volt 
TRI = transistor NPN tipo BC239 
TR2 = transistor NPN tipo BC239 
IC1 = integrato tipo LM377. 

MICRO 1 = capsula piezoelettrica 
MICRO 2 = capsula piezoelettrica 
API = altoparlante da 8 ohm 1 watt 
AP2 = altoparlante da 8 ohm 1 watt 




i 





















































Fig. 3 Foto ingrandita dell'Interfono per moto come si presenta a montaggio 
ultimato. Si notino ai quattro lati i terminali necessari per collegare I cavetti 
che si congiungeranno ai microfoni e agli auricolari. Sulla destra II disegno a 
grandezza naturale del circuito stampato siglato LX.465. 



Fig. 4 Schema pratico di montaggio. Si noti la tacca di riferimento dell’inte¬ 
grato e la parte sfaccettata dei due transistor rivolti uno in senso contrario 
all’altro. Attenzione a non sbagliarvi nel coilegare la pila di alimentazione, cioè 
a non applicare il polo positivo dove andrebbe quello negativo o viceversa. 


153 








































canale che state provando, la sensibilità del cir¬ 
cuito dovrà aumentare o diminuire. 

Per tarare questi trimmer dovrete ovviamente 
farvi aiutare da qualcuno che portandosi l’altopar- 
lente con due fili in un’altra stanza, vi dica quando il 
volume di ascolto è «dosato» a dovere per un im¬ 
piego sul casco di una moto. 


PER IMPIEGARLO SULLA MOTO 

Le soluzioni che potremo adottare per installare 
materialmente questo interfono su una moto sono 
un po’ subordinate alle esigenze estetiche e prati¬ 
che di ognuno di noi, pertanto è alquanto difficile 
indicarvi una soluzione che possa risultare valida 
per tutti. 

Una soluzione potrebbe essere ad esempio 
quella di racchiudere l'amplificatore assieme alla 
pila di alimentazione dentro una scatolina metallica 
o plastica, provvista di un gancio o attacco qual¬ 
siasi che ci permetta di fissarla in un punto comodo 
sulla moto. 

Quello però che risulta veramente importante è 
dotare il filo che andrà al casco di una presa jack 
facilmente sfilabile non solo per avere la possibilità 
di separarci daH’amplificatore quando vorremo 
scendere, ma anche per evitare, in caso di acci¬ 
dentali cadute, di avere un filo che ci attorciglia il 
collo. 

È questo un particolare che occorre tenere in 
molta considerazione anzi noi vi consiglieremmo di 
dotare pure il casco di una propria presa jack vo¬ 
lante (del tipo usato per cuffie stereofoniche) in 
modo che se per ipotesi il filo venisse tirato, questo 
si sfili immediatamente liberandoci dal resto del 
cordone. Per il collegamento dell’amplificatore al 
microfono e altoparlante di ciascun casco, potre¬ 
mo utilizzare un filo schermato a due conduttori 
interni, impiegando ovviamente la calza metallica 
come filo di ritorno di massa per entrambi i segnali 
e gli altri due fili uno per il microfono e uno per 
l’altoparlante (vedi fig.5). Non dovremo infine di¬ 
menticarci dell’interruttore di alimentazione in mo¬ 
do da poter scollegare la pila quando non utilizze¬ 
remo l’interfono. A tale proposito vi consiglierem¬ 


mo anzi di utilizzare una presa jack di quelle che 
provvedono automaticamente a chiudere il circuito 
di alimentazione quando si innesta il relativo ma¬ 
schio, in modo da realizzare un’alimentazione au¬ 
tomatica. L’ultimo particolare che resta ancora da 
definire è come fissare il microfono e l’altoparlante 
aM’interno del casco ed a tale proposito vi antici¬ 
piamo subito che se ritenete troppo ingombrante la 
capsula piezo che troverete nel kit, potrete tran¬ 
quillamente sostituirlo con un microfono di dimen¬ 
sioni ancor più ridotte (sempreché riusciate a tro¬ 
varlo), purché si tratti di un microfono piezo. 

Per fissarli non vi possiamo fornire altro che va¬ 
ghe informazioni in quanto logicamente non sap¬ 
piamo come è conformato internamente il vostro 
casco. Un nostro amico esperto motociclista ci 
consigliava di scucire leggermente l’imbottitura poi 
di infilare l’altoparlante all’altezza dell’orecchio e il 
microfono anteriormente di fronte alla bocca op¬ 
pure leggermente spostato dalla parte opposta ri¬ 
spetto all’altoparlante in modo tale che abbia meno 
possibilità di captarne il suono. 

Se invece non vi va di manomettere l’imbottitura 
potrete sempre acquistare una cuffia di dimensioni 
ridotte da inserire sotto il casco, tuttavia riteniamo 
che questi consigli siano in gran parte inutili in 
quanto ciascuno di voi, dal momento stesso in cui 
deciderà di realizzare tale interfono, avrà già in 
mente una propria idea di come sistemarlo. 


COSTO DELLA REALIZZAZIONE 

Il solo circuito stampato LX 465 in fibra 
di vetro, già forato e completo di dise¬ 
gno serigrafico L. 1 500 

Tutto il materiale occorrente cioè cir¬ 
cuito stampato, resistenze, trimmer, 
condensatori, integrato e relativo zoc¬ 
colo, transistor, capsule piezo (esclusi i 
soli altoparlanti) L. 13.200 

I prezzi sopra riportati non includono le spese po¬ 
stali. 


154 










TS/5000-00 

OSCILLOSCOPIO 3 M 

ASSE VERTICALE 
SENSIBILITÀ IO mV-10V/div. 

LARGHEZZA DI BANDA 

DALLA c.c. A 5 MHz TENSIONE MAX: 

300 Vc.c. 600 Vpp. 

ASSE ORIZZONTALE 

LARGHEZZA DI BANDA: DALLA cc. A 250 KHz 
SENSIBILITÀ: 0,3V/div. 

BASE TEMPI 

SWEEP: 10 Hz 100 KHz SINCRO ESTERNO 
ALIMENTAZIONE: 220 V 


TS/4550-00 

MILLIVOLTMETRO AUDIO 

MISURA DI TENSIONE: 1 mV-3C0V RMS 
MISURA IN DECIBEL: DA -60 A + 52 dBm 
BANDA PASSANTE DA: 5 Hz A 1 MHz 
TENSIONE USCITA MONITOR: IV F/S 
AUMENTAZIONE: 220 V 


rnrce) 

TESTA MEASURINC INSTRUMENTS 



TS/4500-00 

GENERATORE DI ONDE QUADRE E 
SINUSOIDALI 

FREQUENZA: 10 Hz 1 MHz 
TENSIONE SEGNALE USCITA: SINUSOIDALE 
7 V RMS QUADRA 10 V pp 
VARIAZIONE USCITA: 0dBm-50dBm/A 
SCATTI DI 10 dB PIÙ REGOLATORE FINE 
SINCRONIZZAZIONE ESTERNA 
ALIMENTAZIONE: 220 V 


Job Une 
























Quando molto tempo fa abbiamo iniziato a pro¬ 
vare i vari drive per floppy-disk esistenti in com¬ 
mercio per scegliere tra questi quello che avremmo 
poi deciso di adottare nel nostro microcomputer, 
abbiamo constatato che le informazioni fornite so¬ 
no sempre molto scarse se non addirittura insuffi¬ 
cienti, soprattutto per chi non ha molta esperienza 
in questo campo. 

Tanto per cominciare tutti i «data sheet» forniti 
dalle Case sono scritti in inglese o ancor peggio in 
tedesco, quindi risultano di difficile consultazione, 
non solo ma mentre appaiono ben evidenti il «pe¬ 
so» del drive (3,2 libbre, pari a Kg. 1,45), le dimen¬ 
sioni in lunghezza e larghezza, la velocità di rota¬ 
zione del disco, la temperatura di funzionamento 
(da 16 a 44 gradi) ed altri consigli non relativamente 
interessanti anche se utili, cioè di non far lavorare il 
drive in ambienti con umidità superiore all’80% o 
dove esiste del vapor acqueo e di non utilizzarlo ad 
una profondità inferiore a 300 metri sotto il livello 


QUELLO 


sapere sui 


del mare o a 15 Km. sopra il livello del mare (nes¬ 
suno dei nostri lettori riteniamo che abbia un som¬ 
mergibile o un reattore su cui installare il micro), ne 
vengono tralasciate altre molto più utili per chi 
dovrà utilizzare in pratica tale «congegno». 

Ad esempio per l’alimentazione ci si limita a dire 
che sul piedino 1 del connettore P3/J3 deve essere 
applicata una tensione positiva di 12 volt con una 
corrente massima di 0,9 ampère, sul piedino 2 deve 
essere fornito il negativo dei 12 volt, sul piedino 3 il 
negativo dei 5 volt e sul piedino 4 il positivo dei 5 
volt, però nessuno si occupa di indicare in quale 
posizione si trova tale connettore (dal momento 
che sul drive ne esistono altri), quindi per poter 
applicare le tensioni richieste occorre affidarsi al 
proprio estro personale sperando di essere «fortu¬ 
nati». In tali condizioni è molto facile incorrere in 
errori grossolani e scambiare per esempio il filo di 
massa con il filo del positivo, con il rischio di met¬ 
tere fuori uso qualche integrato. 

Un altro particolare che in qualche caso può la¬ 
sciare perplessi è costituito dai «ponticelli» neces¬ 
sari per assegnare a ciascun drive il proprio nu¬ 
mero di individuazione, infatti anche ammesso di 
sapere che quella «specie di zoccolo» con tanti 


terminali in cortocircuito presente sul drive serve 
per ottenere tale funzione, chi ci indicherà come si 
deve procedere per assegnare al tal disco il nume¬ 
ro 1 oppure il numero 2 o il numero 3? 

Se tali cose si sanno allora tutto è facile ma per 
chi le ignora costituiscono un problema insormon¬ 
tabile, perciò ritenendo queste indicazioni indi¬ 
spensabili, cercheremo ora di dissiparvi nel mi¬ 
gliore dei modi ogni possibile dubbio. 


IL CONNETTORE DI ALIMENTAZIONE 

Il connettore di alimentazione si trova posto nel 
drive dellaTandom sul retro, dalla parte destra, in 
prossimità del motorino di trascinamento del disco 
(vedi fig. 1). Guardandolo dal lato superiore, come 
indicato in disegno di fig. 2, e andando da destra 
verso sinistra avremo disponibili i seguenti termi¬ 
nali: 


1 = + 12 volt 

2 = massa dei 12 volt 

3 = massa dei 5 volt 

4 = + 5 volt 

Poiché assieme al drive non viene fornito il rela¬ 
tivo connettore femmina saremo costretti ad ac¬ 
quistarlo a parte ed anche se in USA connettori di 
questo tipo costano una cifra irrisoria, in Italia per 
la difficoltà nel reperirli costano un qualcosa come 
L. 2000 cadauno. 

In possesso di tale connettore dovremo provve¬ 
dere a collegare i fili e tale operazione per chi non 
l’ha mai fatta è abbastanza problematica in quanto 
occorre tener presente che si tratta di un connet¬ 
tore polarizzato, cioè con innesto obbligato. Per 
prima cosa prenderemo i 4 fili provenienti dall’ali¬ 
mentatore e ne spelleremo l’estremità per 3-4 mm. 
poi inseriremo questa estremità nei 4 «spinotti» 
Faston presenti e provvederemo a fissarla strin¬ 
gendo le due linguette con un’apposita pinza (vedi 
fig. 3). 

Una volta stretto il filo con la pinza controlleremo 
con il tester che vi sia un effettivo contatto elettrico 
tra il filo stesso e lo spinotto, dopodiché infileremo 
questi spinotti nell’interno della custodia di plastica 


che OCCORRE 

FLOPPY-DISK 


156 


Non tutti conoscono quei piccoli accorgimenti necessari per po¬ 
ter utilizzare in modo corretto un «floppy-disk» e proprio per tale 
motivo qualcuno potrebbe correre il rischio di non riuscire a 
registrare i propri dati, di cancellare involontariamente tutto un 
disco oppure di danneggiare, per un’errata alimentazione la 
scheda elettronica presente sul drive. 



Ogni drive per floppy-disk, oltre al motorino per la rotazione, a quello passo- 
passo per gli spostamenti della testina e alla testina stessa, dispone di una 
scheda elettronica sulla quale sono presenti diversi integrati, resistenze e 
transistor. 

Di questi componenti una gran parte servono per razionamento del motorino 
passo-passo altri servono per squadrare il segnale letto dal disco, altri ancora 
per potenziare il segnale prima di applicarlo alla testina in fase di registrazio¬ 
ne, infine ne esiste un gruppo adibito al riconoscimento deirindirizzo. 

Ad ogni drive infatti, come spiegato nell’articolo, deve essere assegnato un 
preciso «indirizzo» onde consentire al computer di identificarlo fra tutti quelli 
collegati alla scheda controller e trasmettergli i dati quando è necessario 
senza interferire con gli altri. 

Si noti sempre in questa foto l’integrato di color bleu scuro contenente le 
resistenze di carico che dovremo lasciare al suo posto solo sull’ultimo drive 
delia serie. 


157 
























(dalla parte in cui si leggono i numeri 1-2-3-4) 
spingendoli fino in fondo in modo da consentire 
alla mollettina sporgente di fare presa sulla plasti¬ 
ca. Nell’infilare questi spinotti tenete conto dell’or¬ 
dine indicato in precedenza per i 4 fili, cioè il filo dei 
+ 12 volt nel foro indicato con il n. 1, la massa dei 
12 volt nel foro indicato con il n. 2, la massa dei 5 
volt nel foro indicato con il n. 3 e il positivo dei 5 volt 
nel foro indicato con il n. 4. 

Come già detto, anche se i piedini 2-3 sono a 
massa comune, noi dovremo sempre utilizzare due 
fili distinti di massa, uno per il + 5 volt ed uno per il 
+ 12 volt e portarli dall’alimentatore al drive, in 
quanto così facendo si ottiene una maggior affida¬ 
bilità. 


IL CONNETTORE dei SEGNALI 

A differenza del connettore per le alimentazioni 
che si trova in una posizione leggermente nascosta 
quindi potrebbe creare qualche problema per la 
propria individuazione, quello maschio a 34 poli 
relativo ai segnali è ben visibile con i suoi contatti 
dorati sulla sinistra del circuito stampato presente 
sul drive, pertanto questo non può dar adito a nes¬ 
suna confusione. 

Come vedesi in fig. 2 questo connettore presenta 
sia sopra che sotto un’identica fila di contatti di cui 
quelli superiori sono tutti relativi a un diverso se¬ 
gnale mentre quelli inferiori sono tutti contatti di 
massa: questo significa che se per caso ci sba¬ 
gliassimo ad inserire il connettore femmina e lo 


Fig. 1 Nella parte posteriore del drive, in alto 
sulla destra è presente lo zoccolo per l’ali¬ 
mentazione. Il trimmer di color bleu che ve¬ 
diamo in basso sulla sinistra è quello che 
dovremo ruotare per modificare la velocità 
nel caso in cui le linee del disco strobosco¬ 
pico (vedi fig. 8) illuminato da una lampada 
collegata alla rete luce, non appaiano immo¬ 
bili come richiesto. 


ponessimo in senso sbagliato, non faremmo altro 
che cortocircuitare a massa le uscite della scheda 
controller sul micro, senza tuttavia danneggiare 
nessun componente. 

Ricordiamo che anche il connettore femmina da 
impiegarsi per questo scopo è un connettore di tipo 
speciale e perciò di alto prezzo che necessaria¬ 
mente saremo costretti ad acquistare in quanto 
con altri tipi più economici non riusciremmo mai ad 
ottenere degli ottimi contatti. Di questi connettori 
femmina ne occorrerà ovviamente uno per ogni 
drive da noi impiegato e tutti questi dovranno es¬ 
sere «pinzati» su un’apposita piattina a 34 fili 
provvista su un estremo di un connettore idoneo 
per collegarsi alla scheda controller LX390 (sulle 
piattine da noi^ornite i connettori risultano già tutti 
pinzati a dovere). 

In pratica il connettore sulla scheda LX390 dovrà 
essere inserito come vedesi in fig. 4 ed in tali con¬ 
dizioni all’estremità della piattina a 34 fili avremo i 2 
o i 4 connettori per i floppy disposti in modo da 


158 


I 













leggere su di essi i numeri 1-33 in basso e i numeri 
2-34 in alto. 

A questo punto per inserire tali connettori sulla 
scheda del «floppy» dovremo tener presente che 
su questa i terminali 1-2 sono posti sulla sinistra, 
mentre i terminali 33-34 sulla destra, quindi la so¬ 
luzione più razionale è quella di porre i nostri drive 
in posizione verticale con il connettore verso il 
basso (in modo che anche i loro terminali 1-2 va¬ 
dano a finire in basso come quelli nel connettore 
femmina) e di inserire quindi su ciascun connettore 
la relativa «femmina» senza porsi tanti problemi. 

È molto importante che la piattina che collega la 
scheda controller ai vari drive sia unica per tutti, 
cioè un’unica piattina su cui risultino «pinzati» alla 
distanza richiesta i vari connettori. 

Per essere più chiari vi diremo che se dovete 
pilotare due floppy è necessario che un connettore 
risulti collocato all’estremità della piattina e l’altro 


in posizione intermedia fra questo e la scheda 
controller (vedi fig. 5); se invece ne dovete pilotare 
4, un connettore dovrete sempre sistemarlo all'e¬ 
stremità della piattina e gli altri 3 nel mezzo a qual¬ 
siasi distanza fra di loro, l’unico vincolo essendo 
rappresentato in questo caso dalle dimensioni 
meccaniche del drive (infatti se noi ponessimo due 
connettori troppo vicini fra di loro non riusciremmo 
poi ad innestarli sui relativi connettori maschi pre¬ 
senti sui drive). 

In ogni caso se avete una piattina provvista di 2-3 
connettori, però momentaneamente disponete di 
un solo drive, dovrete sempre innestare questo 
drive sul connettore più esterno, poi in seguito 
quando acquisterete un secondo o un terzo drive li 
potrete collegare sui due connettori rimasti liberi. 

Una cosa che non è assolutamente possibile fare 
è invece quella di partire dalla scheda controller 
con due piattine in parallelo fra di loro per pilotare 



Fig. 2 Come vedesi in disegno il 1° filo dello 
spinotto di alimentazione serve per i 12 volt 
positivi, i fili 2-3 sono di massa, mentre il filo 4 
serve per i 5 volt positivi. Ricordarsi, quando 
si infila sulla sinistra il connettore della piat¬ 
tina a 34 fili, di controllare che i numeri 1-33 si 
trovino posti in basso e i numeri 2-34 in alto, 
diversamente provocheremo dei cortocircuiti 
in quanto tutte le piste inferiori (dall’1 al 33) 
sono di massa. 



\ CAVETTO DI 
ALIMEMAZIONE 


Fig. 3 Per il connettore 
di alimentazione, occorrerà 
stringere o stagnare nel rela¬ 
tivo spinotto la parte spellata 
del filo di rame, poi infilare il 
tutto dentro la custodia in 
plastica. 


159 












































































Fig. 4 Qualcuno collegando il connettore della piattina sulla 
scheda LX.390 non ha rispettato la numerazione 1-2 e 33-34 
inserendolo pertanto alla rovescia. In pratica la piattina a 34 poli 
su questo connettore esce dalla parte interna alla scheda e va 
ripiegata a C verso l’esterno tenendola immobile, con un’ap¬ 
posita forchetta di plastica. Solo ripiegando la piattina a C avre¬ 
mo il filo 1 che andrà esattamente a collegarsi al terminale 1 sui 
connettori dei «floppy» e così dicasi pure per il filo 2-3 ecc. fino al 
34. 


due distinti drive ed il motivo ve lo spiegheremo nei 
prossimi paragrafi. 


IL CARICO DI FINE LINEA 

Come già anticipato, alla nostra scheda control¬ 
ler possono essere collegati un massimo di 4 drive 
per floppy disk, purché si utilizzi per questo scopo 
un’unica piattina provvista di più connettori. 

Al termine di questa piattina è necessario appli¬ 
care un certo numero di resistenze dette di «termi- 
nazione» in quanto il loro compito è proprio quello 
di «chiudere» la linea su un certo carico. 

Queste resistenze sono già presenti sul drive e 
debbono essere lasciate al loro posto solo sull’ul¬ 
timo drive della fila, avendo cura di eliminarle da 
tutti gli altri drive eventualmente presenti. 

Individuare tali resistenze è molto semplice infatti 
sul circuito stampato del drive, in prossimità del 
connettore maschio a 34 poli (vedi fig. 6-7), esiste 
un integrato di color bleu il quale contiene al pro¬ 
prio interno appunto le resistenze richieste. 

Se nel vostro sistema utilizzate un solo drive, il 
drive stesso va collegato sull’ultimo connettore alla 
fine della piattina e l’integrato bleu con le resisten¬ 
ze va lasciato al suo posto. 

Se invece utilizzate due drive dovreste lasciare 
l’integrato bleu al suo posto su quello che viene a 
trovarsi più lontano dalla scheda controller e to¬ 
glierlo invece da quello situato più vicino. 

Infine se sul vostro sistema volete collegare 4 
drive per floppy-disk, l’integrato bleu con le resi¬ 



li connettore nel drive lo innesteremo sulle 
piste dorate disponibili sulla sinistra della 
scheda. Prima di inserire tale connettore 
controllate da che lato sono riportati i numeri 
2-33 e fate in modo che questo lato s’innesti 
nel circuito stampato in corrispondenza dei 
numeri 2-33 incisi sulla piastra. Come già 
accennato tutte le piste inferiori sono col- 
legate alla massa. 


160 





















stenze dovrete lasciarlo solo nel «floppy» situato 
più lontano dal controller sulla piattina, avendo 
cura ovviamente di eliminarlo dagli altri 3. 

INDIRIZZO DI SELEZIONE 

Considerando che il nostro microcomputer può 
pilotare fino ad un massimo di 4 drive per floppy- 
disk, per consentirgli di individuare fra tutti questi 
quello su cui di volta in volta deve andare a scrivere 
o leggere, noi dovremo ovviamente assegnare a 
ciascuno di essi un proprio indirizzo in modo tale 
che quando gli comanderemo per esempio di scri¬ 
vere o leggere sul drive 1 , questo scelga immedia¬ 
tamente il drive da noi richiesto escludendo tutti gli 
altri. 

In pratica il drive più esterno (quello cioè su cui 
vanno lasciate al loro posto le resistenze di termi- 
nazione) lo chiameremo 0 o A, poi via via proce¬ 


dendo lungo la piattina verso il controller avremo il 
drive 1 o B, il drive 2 o C e per ultimo (cioè quello più 
vicino) il drive 3 o D. 

Precisiamo subito che quest’ordine non è tassa¬ 
tivo, cioè noi potremmo anche avere un solo drive 
ed assegnargli per esempio il codice di selezione 2 
anziché chiamarlo 0, tuttavia noi vi consigliamo 
senz’altro di chiamarlo sempre 0 in quanto a nostro 
avviso facilita un po’ tutte le operazioni. 

Non dimenticate inoltre che il disco con i pro¬ 
grammi FORMAT-BASIC-DUP da noi fornito può 
«lavorare» solo sul drive 0, quindi avendo un solo 
drive ed assegnandogli un indirizzo di selezione 
diverso da 0, automaticamente pregiudicheremmo 
l’impiego di tale disco. 

In altre parole avendo un solo drive noi dovremo 
assegnargli l’indirizzo 0 o A, mentre avendone 2 o 3 
al primo di questi dovremo sempre assegnare il 
codice di indirizzo 0 o A poi gli altri i codici 1 o B, 2 o 



Fig. 5 I drive floppy potranno essere innestati sui connettori a caso, cioè non 
importa se metteremo il drive A alla fine del cavo o il D all’inizio e nemmeno ha 
importanza se li collegheremo secondo l’ordine C-A-D-B o A-C-B-D. Quello 
che dovremo ricordarci saranno due cose sole: interrompere I ponticelli nello 
zoccolo visibile in disegno per individuare il drive 0 o A, il drive 1 o B, il 2 o C, e 
il 3 o D nonché togliere da tutti I drive le resistenze di carico lasciandole al loro 
posto solo sul floppy posto fisicamente più lontano dal controller lungo la 
piattina 


161 








































Fig. 6 Lo zoccolo su cui dovremo interrom¬ 
pere i ponticelli affinché il computer sappia 
riconoscere il floppy A dal B o il C dal D è 
quello posto in basso sul circuito stampato. 
In pratica lasciando in corto i terminali della 
2 a fila il floppy porterà l’indirizzo A; lasciando 
in corto i terminali della 3* fila il floppy porterà 
l’indirizzo B ecc. ecc. L’integrato bleu posto 
sopra sulla destra è quello contenente le re¬ 
sistenze di carico. 





CONNETTORE FEMMINA 
PER AUMENTAZIONE 


CONNETTORE 

MASCHIO 



C, 3 o D a nostra scelta, anche se è più logico 
procedere in ordine progressivo. 

Per assegnare al drive il proprio indirizzo esiste 
in prossimità del connettore maschio a 34 poli (vedi 
fig. 6) una specie di integrato posto su zoccolo nel 
cui interno sono presenti dei ponticelli fra ogni 
piedino e quello che gli sta di fronte. Questi ponti¬ 
celli vanno tutti «tagliati», tranne quello necessario 
per far conoscere ai computer se il nostro drive si 
chiama A-B-C-D. 

In tabella n. 1 il lettore troverà riportati i ponticelli 
che è necessario lasciare «integri» per assegnare 
al drive i codici di indirizzo 0-1-2-3 equivalenti ad 
A-B-C-D. 


Tabella n. 1 

Indirizzo 

Ponticelli 

0 o A 

2 

1 o B 

3 

2 o C 

4 

3 o D 

5 


Vi ricordiamo che l’operazione di assegnare a un 
determinato drive il proprio codice di indirizzo è 


assolutamente indispensabile anche quando si 
collega al computer un solo drive, infatti senza tale 
indirizzo il computer non sarà in grado di ricono¬ 
scerlo, quindi non potrà registrare né leggere al 
suo interno nessun dato. 

Vi ricordiamo inoltre che una volta assegnato a 
ciascun drive il proprio indirizzo, questi possono 
essere collegati lungo la linea in ordine «sparso, 
cioè non importa che il drive 0 sia sempre l’ultimo o 
il primo della fila in quanto il computer riuscirà a 
riconoscerli egualmente e ad inviare a ciascuno i 
propri dati. La cosa veramente importante è invece 
quella che l’ultimo drive della serie, collegato sul 
connettore più esterno, deve sempre essere prov¬ 
visto dell integrato bleu contenente le resistenze di 
terminazione, mentre su tutti gli altri drive tale in¬ 
tegrato deve essere tolto. 


LO STROBOSCOPIO 

Come vedesi in fig. 8, sul lato inferiore del drive, 
sul volano di trascinamento del disco, è presente 
uno stroboscopio con due indicazioni: 

60 Hz (per le linee esterne) 

50 Hz (per le linee interne) 

Questo stroboscopio ci permetterà in pratica di 
determinare visivamente se la velocità del motorino 


162 


































































è quella giusta, infatti se per caso la velocità di 
rotazione del disco subisse una variazione oppure 
risultasse diversa da quella prescritta, potremmo 
non riuscire più a leggere i dati memorizzati sul 
disco stesso. 

Ovviamente i drive che noi vi forniremo risultano 
già tarati, quindi tale problema non dovrebbe esi¬ 
stere, tuttavia potrebbe sempre succedere che 
su qualcuno la velocità risulta starata ed in tali 
condizioni, se non provvederete a tararlo, non riu¬ 
scirete certamente ad utilizzarlo per memorizzare e 
rileggere dei dati con il nostro microcomputer. In 
pratica mettendo in movimento il drive sotto una 
lampada ad incandescenza alimentata dalla 
tensione di rete a 50 Hz, le linee interne di questo 
stroboscopio dovrebbero rimanere immobili. Se 
non lo sono significa ovviamente che la velocità 
non è quella giusta ed in tal caso per riportare il 
tutto alla normalità non dovremo fare altro che 
ruotare leggermente il trimmer multigiri presente 
nella parte posteriore del drive (vedi fig. 1) in un 
senso o nell’altro fino a vedere appunto tali linee 
perfettamente immobili. 


ATTENZIONE Al CAMPI MAGNETICI 

Una volta collegati al computer i drive per flop¬ 
py-disk possono essere sistemati in qualsiasi posi¬ 
zione, non importa se in orizzontale o in verticale, 
anche se per ragioni di comodità e di spazio è 
sempre consigliabile sistemarli in verticale con lo 
sportellino anteriore che si apre da sinistra verso 
destra. 

La posizione infatti non influisce sul funziona 1- 
mento del drive il quale tuttavia ha pur sempre un 
grosso nemico costituito dai campi magnetici 
esterni. 

In pratica se un «floppy» viene fatto lavorare in 
una zona in cui è presente un forte campo magne¬ 
tico possono verificarsi delle anomalie di funzio¬ 
namento, cioè può accadere per esempio di non 
riuscire più a rileggere i dati registrati oppure che il 
disco si blocchi ad un certo punto della rotazione 
senza apparenti motivi ed in tal caso l’unico rime¬ 
dio possibile è eliminare il campo magnetico 
esterno oppure racchiudere il drive dentro un con¬ 
tenitore in lamiera metallica e collocare il trasfor¬ 
matore di alimentazione posteriormente. 



Fig. 7 In questa foto è visibile la parte posteriore del circuito stampato, cioè 
quella parte in cui sono presenti lo zoccolo con i ponticelli (vedi in alto lo 
zoccolo con la freccia nel cui interno è stato lasciato il ponticello nella se¬ 
conda fila onde assegnargli l'indirizzo A = 0) e quello contenente le resi¬ 
stenze di fine linea (vedi freccia bleu in basso a destra). Come già accennato, 
questo integrato va lasciato al suo posto solo sul drive posto all'estremità della 
piattina mentre negli altri va tolto. 


163 




















Fig. 8 Collocando lo stro¬ 
boscopio sotto una lampada 
alimentata dalla rete a 50 Hz 
e facendo ruotare il disco, 
quando questo è in movi¬ 
mento le linee interne deb¬ 
bono apparire immobili: se 
così non fosse occorrerà 
ruotare in un senso o nell’al¬ 
tro il trimmer che abbiamo 
posto in evidenza in fig. 1 fino 
a raggiungere lo scopo. 


In particolare il «floppy» che corre maggiori ri¬ 
schi di questo genere è quello che noi abbiamo 
inserito dentro il mobile del video, infatti se questo 
non viene «schermato» in modo opportuno può 
facilmente risultare influenzato dal giogo di defles¬ 
sione del tubo a raggi catodici, anche se questo 
risulta notevolmente distante. 

Tale inconveniente si verifica solo rare volte tut¬ 
tavia non per questo può essere trascurato e per 
eliminarlo noi dovremo semplicemente (come ve- 
desi in fig. 10) applicare uno schermo a U attorno al 
drive in modo tale che non possa più essere in¬ 
fluenzato da nessun campo magnetico. 

Come vedete la nostra tecnica di non fidarsi mai 
dei risultati ottenuti al «banco» ma di voler ogni 
volta collaudare il progetto nella sua veste definiti¬ 
va ha dato i suoi frutti anche questa volta infatti se 
ci fossimo limitati a provare il drive fuori dal mobile, 
non avremmo mai potuto accorgerci di tale ano¬ 
malia né indicarvi le contromisure da prendere. 

Precisiamo che lo schermo metallico è molto fa¬ 
cile da realizzare in quanto si tratta di una norma¬ 
lissima lamiera in ferro da 2 mm. piegata a U, tutta¬ 
via se qualcuno non si sente in grado di costruir¬ 
selo in proprio, potrà sempre richiedercelo a noi al 
prezzo di L. 3000. 

Questo schermo va fissato solo superiormente 
con le stesse viti che fissano il drive alla squadretta 
di sostegno e questo è già più che sufficiente per 
evitare che il giogo influenzi il «floppy» (fig. 9). 

Riepilogando quanto appena affermato, se un 
domani vi dovesse capitare, provando un qualsiasi 
drive al banco, senza averlo dotato di schermo, che 
questo vi dia qualche errore, controllate subito che 
ai lati non vi sia un trasformatore o un motore elet¬ 
trico che influenza magneticamente la testina. 


Se tale trasformatore o motore è presente, al¬ 
lontanandolo, vi accorgerete che il vostro «floppy» 
riprenderà a funzionare regolarmente. 


MANUTENZIONE DRIVE FLOPPY 

La parte meccanica del drive a quanto ci segna¬ 
lano le industrie che ormai utilizzano da anni il 
Tandem, difficilmente manifesta delle noie: l’unico 
inconveniente che si può verificare, con il passare 
degli anni, è solo la rottura della cinghia di tra¬ 
smissione, un accessorio questo che ognuno di noi 
è in grado molto facilmente e velocemente di so¬ 
stituire. 

Un inconveniente che invece può verificarsi do¬ 
po molti mesi, se non avete cura dei vostri dischetti, 
è quello di sporcare la testina di registrazione e 
lettura ed in tal caso non cercate mai di manomet¬ 
tere il drive svitando qualche vite in quanto essen¬ 
do lo stesso realizzato con una meccanica di alta 
precisione, finireste immancabilmente per pregiu¬ 
dicarne le caratteristiche. 

Per pulire la testina di registrazione e lettura esi¬ 
stono infatti due semplici soluzioni: 

1) Acquistare un dischetto autopulente, del co¬ 
sto di circa 30-40 mila lire, che introdotto in sosti¬ 
tuzione del floppy-disk prowederà autonomamen¬ 
te a togliere dalla testina qualsiasi traccia di impu¬ 
rità o di ossido. 

2) Acquistare dell’alcool puro (cioè non dell’al¬ 
cool denaturato per disinfettare reperibile in far¬ 
macia, bensì quello per fare i liquori rintracciabile 
in ogni drogheria) poi prendere uno stick per 
orecchie provvisto agli estremi di due batuffolini di 

I 


164 









Fig. 9 Se nell’Interno del mobile il 
floppy non risulta schermato con una 
lamiera a U, il giogo di deflessione del 
monitor video lo può influenzare impe¬ 
dendone così il regolare funzionamen¬ 
to. Nella foto di sinistra si può vedere 
tale schermo applicato dentro il mobi¬ 
le. 


Fig. 10 Lo schermo a U deve essere di 
ferro in quanto uno di alluminio o di 
ottone non servirebbe allo scopo. Tale 
schermo può esserci richiesto al prez¬ 
zo di L. 3.000. 


165 









TACCA 01 
RIFERIMENTO 


Fig. 12 II floppy andrà inserito entro il 
drive tenendo la tacca di riferimento 
rivolta dalla parte in cui sul pannello è 
presente il diodo led (vedi disegno). 
Inserite sempre il disco fino in fondo in 
modo che il foro centrale possa coin* 
cidere con il perno del motorino. 


Il disco «floppy» è protetto da una bu¬ 
sta di cartoncino dalla quale non lo 
dovremo mai estrarre. Si noti nel bordo 
in alto di tale busta la tacca tli riferi¬ 
mento che dovremo chiudere con na¬ 
stro adesivo nero nel caso in cui ci in¬ 
teressi proteggere quanto memorizza¬ 
to. Quando tale tacca è chiusa sul di¬ 
sco è possibile solo leggere, non can¬ 
cellare i dati o scriverne di nuovi. 



cotone idrofilo e dopo averlo imbevuto nell’alcool, 
sfregare il cotone sulla testina del drive fino a 
quando il cotone non rimarrà perfettamente bian¬ 
co. 

Nota: per individuare la testina occorre guardare 
il drive di lato, nello spazio esistente tra il supporto 
in alluminio ed il circuito stampato posto superior¬ 
mente. 

In tali condizioni, provando a chiudere e ad apri¬ 
re lo sportellino anteriore, noi vedremo abbassarsi 
o alzarsi la leva in metallo che serve per bloccare 
internamente il «floppy» e per farlo girare. 

Su questa leva, subito sulla destra del supporto 
plastico che va ad infilarsi nel centro del disco, è 
presente un bottoncino che quando noi abbassia¬ 
mo la leva va a combaciare con un altro bottone di 
dimensioni maggiori fissato su un apposito sup¬ 
porto di plastica scorrevole. 

Ebbene questo secondo «bottone» è la testina di 
lettura registrazione che noi dobbiamo assoluta- 
mente mantenere pulita se non vogliamo avere 
delle brutte sorprese. 


IL DISCO FLOPPY 

Dopo avervi parlato del drive, cioè della «mec¬ 
canica» necessaria per contenere e far girare il 
disco, rivolgiamo ora la nostra attenzione al «flop¬ 
py» vero e proprio, cioè al dischetto flessibile che 
dovremo inserire nella meccanica per poter me¬ 
morizzare nel suo interno i dati e riprenderli in fase 
di lettura. 

Come già detto sul numero precedente ogni 
floppy-disk è inserito dentro una busta e quando 
noi lo sfileremo, anziché ritrovarci con un disco 
tondo come saremmo indotti a pensare, ci ritrove¬ 
remo con un cartoncino quadrato, provvisto di un 
grosso foro centrale e di un’asola superiore. 

Entro tale cartoncino è racchiuso il disco ma¬ 
gnetico che ovviamente noi non dovremo mai cer¬ 
care di estrarre in quanto il cartone esterno serve 
proprio per protezione, nonché per poterlo tenere 
esattamente in posizione neH’interno del drive. 

Osservando tale cartoncino noterete su un bor¬ 
do (vedi fig. 11) una tacca di riferimento necessaria 


166 










Non toccate con le mani la 
pista magnetica che rimane 
scoperta entro l'asola. 


Non ponete il disco in 
prossimità di campi magne¬ 
tici se non volete cancellarlo. 


Ponendo il disco sopra a una 
sorgente di calore lo dan- 
neggerete e perderete i dati. 



I 


Non piegate mai la busta del 
disco floppy, né incurvatela: 
potreste rovinare le piste. 



0 


Coprendo la tacca con na¬ 
stro adesivo potremo solo 
leggere e non «scriverei». 


ÓH* 


Una volta utilizzati i dischi, 
riponeteli subito dentro la 
loro busta di protezione. 


Fig. 13 Queste sono le norme principali per proteggere i vostri dischi floppy. 
Non rispettandole perderete spesso dei dati e il vostro computer trovando dei 
«falli» si bloccherà senza apparenti spiegazioni. 


per poter inserire correttamente il «floppy» nell'In¬ 
terno del drive. In pratica il disco andrà sempre 
infilato con l’asola in avanti e con la tacca di riferi¬ 
mento rivolta dalla parte in cui è presente sulla 
mascherina anteriore un diodo led (vedi fig. 12). 

Il disco dovrà entrare dolcemente senza alcuno 
sforzo fino in fondo: se invece doveste forzarlo non 
fatelo perché potreste piegarlo e questo lo rovine¬ 
rebbe irreparabilmente. 

Una volta inserito il disco ricordatevi sempre di 
chiudere lo sportellino anteriore però fate molta 
attenzione perché se il disco non è entrato fino in 
fondo i due ganci dello sportello anteriore (si ve¬ 
dono molto bene abbassando lo sportello) potreb¬ 
bero appoggiarsi su di esso e danneggiarlo. 

Qualora senza disco notaste che questi due 
ganci non permettono allo sportello di chiudersi 
(potrebbe sempre darsi che uno dei due risulti 
troppo sporgente e appoggi sul pannello anteriore) 
con una leggera pressione esercitata con un dito 
verso l’interno risolverete subito il problema. 


LA TACCA DI RIFERIMENTO 

La «tacca di riferimento» presente sul bordo del 
cartoncino non serve solo per indicarci da quale 
lato dobbiamo inserire il nostro floppy nel drive, 



Fig. 14 Inserite il disco nella busta di prote¬ 
zione, con l’asola di lettura posta in basso in 
modo da proteggerla dalla polvere e dal con¬ 
tatto con le mani. 


167 





































bensì svolge una funzione molto più importante in 
quanto ci permette a nostro piacimento di «pro¬ 
teggere» il disco stesso in modo che i dati in esso 
contenuti non si possano cancellare. In pratica la¬ 
sciando questa tacca aperta noi abbiamo la possi¬ 
bilità in tale disco di memorizzare, leggere, can¬ 
cellare, riscrivere i nostri dati; se invece chiudiamo 
la tacca stessa con carta adesiva nera in modo da 
«pareggiare» il bordo, da tale disco potremo solo 
leggere dei dati, ma non modificarli o cancellarli, 
né inserirne dei nuovi. 

Questo accorgimento si adotterà in particolar 
modo su quei dischi che contengono programmi 
essenziali per il funzionamento del microcomputer: 
ad esempio troverete «chiusa» tale tacca nel disco 
del BASIC, DOS o CP/M, nonché in tutti gli altri 
dischi contenenti programmi gestionali che noi vi 
forniremo in futuro. Questo ovviamente per evitare 
che per un errore o dimenticanza si lasci inserito 
tale disco nel drive e si tenti quindi di cancellare i 
dati presenti per inserirne dei nuovi, perdendo così 
irrimediabilmente tali programmi. 

In seguito anche voi quando realizzerete un vo¬ 
stro programma in Basic per gestire ad esempio il 
vostro magazzino o la contabilità, dovrete adottare 
il sistema di chiudere subito tale tacca con un na¬ 
stro adesivo e ancora di attaccare sul lato esterno 
del disco un autoadesivo con sopra scritto ciò che 
contiene tale disco (per esempio «BASIC 18 K 
Nuova Elettronica originale» oppure «Basic 18 K 
da me modificato») in modo tale da non potervi 
confondere quando lo vorrete utilizzare. 


COSA NON SI DEVE FARE 

Abbiamo accennato in precedenza che i floppy- 
disk vanno custoditi con cura però questo significa 
ben poco se non si specificano tutti gli accorgi¬ 
menti e le precauzioni che è necessario adottare, 
pertanto noi ora vi diremo tutto ciò che si deve fare 
e tutto ciò che invece non si deve fare per salva¬ 
guardare la vita di tali dischi. 

1) Non toccate mai con le dita la fessura a lo¬ 
sanga (vedi fig. 13) al cui interno lavora la testina di 
registrazione e lettura del drive. Le mani infatti non 
sono mai perfettamente pulite (provate a toccare 
con le dita un paio di lenti e ne avrete subito una 
conferma) quindi toccando la superficie del disco 
finireste inevitabilmente per depositare su di essa 
una pellicola di grasso che verrà poi toccata dalla 
testina di registrazione e la sporcherà. 

Non solo ma il sudore della mano, depositandosi 
sulla superficie del disco, potrebbe alla lunga dan¬ 
neggiare qualche traccia, quindi potreste non riu¬ 
scire più a leggere dei dati in precedenza registrati. 

2) Non appoggiate mai i dischi in prossimità di 
una calamita, un trasformatore quando questo è 
alimentato, un altoparlante o in generale in un po¬ 


sto in cui sia presente un campo magnetico. Tenete 
presente che il disco è ricoperto di materiale ma¬ 
gnetico e che la testina del drive, quando registra i 
dati, non fa altro che aumentare la magnetizzazio¬ 
ne in determinati punti e diminuirla in altri punti. 

È quindi ovvio che questi dischi siano sensibili ai 
campi magnetici infatti avvicinando alla loro su¬ 
perficie una calamita noi non faremmo altro che 
alterare la magnetizzazione in quel punto, cioè la 
nostra calamita si comporterebbe a sua volta come 
una testina di registrazione in grado di cancellare i 
dati presenti oppure di scriverne di nuovi ovvia¬ 
mente «incomprensibili» per il microcomputer. 

3) Non piegate mai i dischi e non solo per farne 
un sandwitch ma non provate neppure a piegarli ad 
arco per 2-3 volte consecutive. 

Così facendo infatti si potrebbero creare delle 
compressioni o dilatazioni sullo strato di ossido 
depositato in superficie con il pericolo di creare 
della «polvere» magnetica che raccolta dalla testi¬ 
na finirebbe inevitabilmente per sporcarla, impe¬ 
dendone il regolare funzionamento. 

4) Non ponete mai il disco vicino a sorgenti di 
calore né lasciatelo esposto al sole per esempio su 
una finestra. 

La temperatura massima accettabile risulta in¬ 
fatti di 45 gradi perciò se voi appoggiaste il disco su 
un termosifone oppure lo lasciaste su un tavolo in 
cui possa venire colpito dai raggi del sole, potreste 
correre il rischio che lo strato di ossido depositato 
sulla sua superficie si scaldi troppo e si distacchi 
dal supporto. 

5) Quando estraete il disco dal drive, riponetelo 
subito nella sua busta di protezione con la fessura 
a losanga verso l'interno (vedi fig. 14), non solo ma 
depositate la busta stessa in uno scaffale a cas¬ 
setto in cui sia presente poca polvere. 

La polvere infatti, dopo il sudore delle mani, è la 
principale nemica dei dischi magnetici in quanto 
anche un minuscolo granellino di sabbia che si 
incastri per caso sotto la testina di registrazione 
durante la rotazione del disco, può facilmente 
creare dei veri e propri «solchi» su una o più trac¬ 
ce, deteriorando irreparabilmente il disco stesso. 

Come vedete le precauzioni che si debbono se¬ 
guire per i «floppy» non sono poi troppo diverse da 
quelle che già adottate per il vostro disco preferito 
di musica leggera con l’unica differenza che in un 
disco microsolco già ascoltandolo ad orecchio voi 
sarete in grado di stabilire se per caso si è rovinato, 
mentre con il floppy ve ne accorgerete solo quando 
il com puter si incepperà ed a questo punto potreste 
sempre avere il dubbio se il difetto è causato dal 
programma che è sbagliato oppure dal disco che 
se ne è andato fuori uso. In questi casi potrebbe 
pure risultare inutile tentare di inserire un altro di¬ 
sco per controllare se su quest'ultimo si riesce a 
leggere, infatti se il difetto è dovuto alla testina che 
si è sporcata anche su questo nuovo disco non 
riuscireste mai a leggere nessun dato. 


168 



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Come vi abbiamo anticipato sul n. 75, un drive 
per floppy-disk richiede per il suo funzionamento 
due tensioni stabilizzate e precisamente una di 5 
volt con una corrente massima di 0,6 ampère per 
alimentare gli integrati della scheda elettronica 
presente sul drive stesso ed una di 12 volt con una 
corrente massima di 0,9 ampère per alimentare il 
motorino giradischi. Tali tensioni è bene che risul¬ 
tino «separate» da quelle presenti sul bus del mi¬ 
crocomputer per evitare che si generino impulsi 
spurii tali da mettere in «tilt» tutto il sistema. 

Proprio per tale motivo chiunque sia intenzionato 
a dotare il proprio microcomputer di un drive pre¬ 
tenderà che noi gli si presenti un apposito alimen¬ 
tatore e noi ovviamente abbiamo subito soddisfatto 
la richiesta, non solo ma considerando che ben 
pochi si limiteranno ad acquistare un solo drive e 
che la maggioranza opterà invece per 2 drive in 


quanto è questa la configurazione che permette di 
sfruttare al massimo le caratteristiche del micro¬ 
computer, abbiamo deciso di dimensionare il no¬ 
stro alimentatore in modo che potesse pilotare fino 
ad un massimo di 2-3 drive per floppy-disk. 

Se poi qualcuno volesse «strafare» ed abbinare 
al nostro microcomputer 4 drive per floppy-disk, 
anziché realizzare un alimentatore di maggior po¬ 
tenza, sarà bene che utilizzi due di questi alimen¬ 
tatori, cioè che alimenti i drive in coppia, anziché 
tutti e 4 insieme, in quanto in questo modo si ottie¬ 
ne una maggiore garanzia di funzionamento. 

Come già accennato nel sottotitolo lo stesso ali¬ 
mentatore potrà inoltre essere utilizzato anche per 
altre applicazioni che esulino da quella specifica di 
alimentare un drive per floppy-disk e più precisa- 
mente potrà essere utilizzato per alimentare tutti 
quei circuiti che richiedano appunto una tensione 



Fig. 1 Schema elettrico. 





12 V. 


-©5 11 


CI = 3.300 mF elettr. 25 volt 
C2 = 100.000 pF a disco 
C3 = 22 mF eiettr. 25 volt 
C4 = 100.000 pF a disco 
C5 = 2.200 mF elettr. 25 volt 
C6 = 100.000 pF a disco 
C7 = 22 mF elettr. 25 volt 


C8 = 100.000 pF a disco 
RS1 = ponte raddrizz. B80C5000 
RS2 = ponte raddrizz. B80C5000 
IC1 = integrato tipo UA.78H12 
IC2 = integrato tipo UA.78H05 
TI = trasformatore: prim. 220 volt 
second. 15 V.2A. e 8V.1,5A (n. 83) 


170 

























Foto notevolmente 
ridotta del prototi¬ 
po di questo ali¬ 
mentatore da noi 
realizzato per i ne¬ 
cessari collaudi: si 
noti l’aletta di raf¬ 
freddamento su cui 
risultano fissati I 
due integrati stabi¬ 
lizzatori. 


per F 

io 

PPY-E 

IISN 

C 


Vi presentiamo un semplice ma perfetto alimentatore stabilizzato 
in grado di fornirvi le due tensioni di 5 volt e 12 volt generalmente 
richieste da un qualsiasi drive per floppy-disk. Tale circuito può 
erogare una corrente massima di 2 ampère su entrambi i rami, 
quindi potremo utilizzarlo per alimentare un massimo di 2 drive 
oppure anche come semplice alimentatore stabilizzato da labo¬ 
ratorio a tensioni fisse. 


stabilizzata di 12 volt ed una tensione sempre sta¬ 
bilizzata di 5 volt purché l’assorbimento comples¬ 
sivo risulti inferiore ai 2 ampère su ciascun ramo. 


SCHEMA ELETTRICO 

Osservando lo schema elettrico di fig. 1 lo si tro¬ 
verà senz’altro simile a tanti altri schemi già pre¬ 
sentati sulla rivista in passato, tuttavia questa so¬ 
miglianza è solo apparente in quanto quei due ret- 
tangolini neri siglati IC1 e IC2 non sono i soliti inte¬ 
grati stabilizzatori di tipo uA.7812 o uA.7805, bensì 
dei loro «fratelli» molto più robusti e potenti siglati 
rispettivamente UA.78H12 e uA.78H05. 

La differenza nella sigla non è molta (in pratica 
abbiamo solo una H in più) però se noi proviamo a 
«tirare per il collo» un uA.7805 o un uA.7812 di tipo 
normale (tanto per intenderci quelli forniti in con¬ 
tenitore plastico) al massimo riusciremo a preleva¬ 
re sulla sua uscita una corrente di 1 ampère; se 


invece ripetiamo la stessa prova con un suo «con¬ 
fratello» della serie «H» (forniti, come vedesi in fig. 
2, in contenitore metallico TO.3) riusciremo a pre¬ 
levare da questo una corrente massima di circa 5 
ampère, vale a dire una corrente 5 volte maggiore. 

Un solo integrato di questo tipo, purché montato 
su un’aletta di raffreddamento di dimensioni ade¬ 
guate, è perciò in grado di alimentare 2 o 3 drive 
per floppy-disk mentre utilizzando uno «stabilizza¬ 
tore» di tipo tradizionale saremmo riusciti ad ali¬ 
mentarne uno solo. 

Ovviamente una volta in possesso di simili inte¬ 
grati realizzare un alimentatore diviene un gio¬ 
chetto da ragazzi, infatti sarà sufficiente raddriz¬ 
zare la tensione alternata disponibile sul seconda¬ 
rio del trasformatore, filtrarla con dei condensatori 
elettrolitici di capacità adeguata, poi applicarla al¬ 
l’ingresso del nostro integrato per ottenere auto¬ 
maticamente in uscita i «volt stabilizzati» e la cor¬ 
rente che ci interessano. 

Nel nostro caso, avendo necessità di due ten- 


171 



sioni stabilizzate rispettivamente di 12 volt e 5 volt, 
ci siamo fatti avvolgere un trasformatore provvisto 
di due secondari, rispettivamente da 15 volt 2 
ampère e da 8 volt 1,5 ampère, poi abbiamo realiz¬ 
zato due «circuiti perfettamente identici fra di loro 
(tranne che per la capacità dei condensatori di fil¬ 
tro) e nel primo di questi (cioè quello alimentato dai 
15 volt alternati) abbiamo inserito un integrato di 
tipo UA.78H12, mentre nel secondo un integrato di 
tipo uA.78H05, raggiungendo così molto facilmen¬ 
te il nostro scopo. 

Precisiamo che tali integrati sono protetti inter¬ 
namente contro i cortocircuiti ed è proprio tale ca¬ 
ratteristica che rende il nostro alimentatore ido¬ 
neo ad essere utilizzato per effettuare delle prove 
in laboratorio (ovviamente con tensioni fisse) in 
quanto lo stesso risulta praticamente indistruttibile 
anche se per caso venisse «maltrattato». 

Facciamo inoltre presente che se qualcuno vo¬ 
lesse utilizzare questo schema per realizzarsi un 
alimentatore in grado di erogare un massimo di 4-5 
ampère non dovrà fare altro che acquistare un tra¬ 
sformatore più potente, cioè un trasformatore che 
possa fornire sul secondario una corrente minima 
di 5 ampère, poi sceglier due ponti raddrizzatori 
adeguati (minimo 5-6 ampère) possibilmente ap¬ 
plicando ad ognuno di essi un’aletta di raffredda¬ 
mento, infine aumentare la superficie dell’aletta su 
cui vanno fissati i due integrati stabilizzatori di quel 
tanto necessario perché la temperatura del corpo 
non superi i 40-45 gradi. 

Limitatamente al ramo dei + 5 volt si potrà anche 
richiedere di aumentare la capacità del condensa¬ 
tore elettrolitico C5 applicandogli in parallelo un 
condensatore da 1.000 mF, oppure sostituirlo ad¬ 
dirittura con uno da 3.300 mF tuttavia questo lo si 
potrà decidere solo qualora ci si accorga che il 
filtraggio risulta insufficiente. Per ultimo vi ricor¬ 
diamo che sempre della serie «H» è disponibile 
anche il UA.78H15 in grado di erogare in uscita una 
tensione stabilizzata di 15 volt, quindi se vi interes¬ 
sasse tale tensione in sostituzione dei 12 volt, po¬ 
treste utilizzare per IC1 tale integrato, ricordandovi 
però che in questo caso la tensione d’uscita sul 
secondario del trasformatore dovrà risultare come 
minimo di 18 volt. 


REALIZZAZIONE PRATICA 

Per poter facilmente collocare questa scheda 
neirinterno del mobile che contiene il microcom¬ 
puter oppure di quello che contiene i due floppy, 
abbiamo dovuto realizzarla in modo tale che su di 
essa potessero trovare alloggio tutti i componenti, 
compresi gli integrati stabilizzatori e la relativa 
aletta di raffreddamento. 

All’esterno avremo quindi solo il trasformatore di 
alimentazione dal quale preleveremo le due ten¬ 
sioni che applicheremo ai terminali d’ingresso cer¬ 



cando di non confondere il secondario dei 15 volt 
con quello degli 8 volt. 

Precisiamo subito che anche invertendo questi 
due secondari non si corre il rischio di danneggiare 
il circuito: l’unico inconveniente che potremo rile¬ 
vare sarà quello che l’integrato IC2 scalderà mol¬ 
tissimo quando andremo a prelevare tensione in 
quanto alimentato in ingresso con una tensione di 
15 x 1.4 = 21 volt, mentre l’integrato IC1 non potrà 
fornirci in uscita i 12 volt in quanto alimentato in 
ingresso con una tensione di soli 8 x 1,4 — 11 volt. 

Una volta in possesso del circuito stampato LX 
391 potremo iniziare a montare su di esso i due 
ponti raddrizzatori, poi i condensatori elettrolitici 
(attenzione a non invertirne la polarità perché con 
le correnti in gioco possono facilmente esplodere) 
e quelli poliestere da 100.000 pF, infine l’aletta di 
raffreddamento sopra la quale fisseremo i due in¬ 
tegrati stabilizzatori. Vi ricordiamo che la foratura 
del circuito stampato non permette di inserire que¬ 
sti due integrati in senso inverso, tuttavia se non 
faremo attenzione potremo correre il rischio di 
montare il UA.78H12 al posto del UA.78H05 (il loro 
involucro è infatti similare) ed in tal caso si manife¬ 
steranno gli stessi inconvenienti che vi abbiamo 
appena enunciato a proposito dell’inversione sui 
secondari del trasformatore. 

Fra integrati ed aletta non è necessario in questo 
caso interporre nessuna mica isolante in quanto 


172 








^ £= Massa (3) 

— e= +5 v. (4) 

s= Massa [2) 

V-.. P= +12 V. (1) 

Fig. 3 Schema pratico di montaggio dell’alimentatore. Si notino in basso le 

due uscite del + 5 volt e + 12 volt, ciascuna con un proprio filo di massa. Di 
fianco a ciascun filo, tra parentesi, è riportato il numero del terminale a cui 
questo si collega nel drive. 


l’involucro di IC1 e IC2 è elettricamente collegato 
alla massa quindi non si può correre il rischio di 
creare dei cortocircuiti. Precisiamo che le viti di 
fissaggio dei due transistor ci serviranno, oltre che 
per «stringere» in un unico sandwitch integrato, 
aletta e circuito stampato, anche per realizzare il 
collegamento elettrico di massa, quindi non do¬ 
vremo in alcun modo isolarle applicandovi le solite 
rondelle di plastica. 

A montaggio ultimato dovremo ovviamente 
preoccuparci di effettuare i collegamenti tra la no¬ 
stra piastra ed i secondari del trasformatore, 
nonché tra l’uscita della piastra stessa e i drive per i 
floppy-disk. 

A tale proposito, anche se il terminale di massa 
del 12 volt e dei 5 volt è in comune, quindi potrebbe 
risultare sufficiente un solo filo di massa per tutte e 
due le tensioni, noi vi consigliamo di utilizzarne 2 e 
precisamente un filo «nero» per la massa dei +5 
volt ed uno «bleu» per la massa dei 4-12 volt, poi 
per non confondervi uno «giallo» per il positivo dei 
5 volt ed uno «rosso» per il positivo dei 12 volt. 


In ogni caso, anche se i colori non saranno pro¬ 
prio quelli da noi indicati, tenete sempre come re¬ 
gola di utilizzare un filo di colore diverso per ogni 
tensione in modo da non correre il rischio di ali¬ 
mentare per esempio la scheda elettronica con i 12 
volt ed il motorino con i 5 volt. 


COSTO DELLA REALIZZAZIONE 

Il solo circuito stampato LX391 in fibra 
di vetro, già forato e completo di dise¬ 
gno serigrafico L. 5.800 

Tutto il materiale occorrente, cioè cir¬ 
cuito stampato, condensatori, integrati, 
ponti raddrizzatori, aletta di raffredda¬ 
mento (escluso traformatore) L. 41.600 

Il solo trasformatore n. 83 L. 10.800 

I prezzi sopra riportati non includono le spese po¬ 
stali. 


173 



















































Una situazione che capita spesso di dover af¬ 
frontare è quella di dover collegare un altoparlante 
in uscita ad un amplificatore, senza conoscerne 
l’impedenza. 

In questi casi, scartando l’ipotesi di essere così 
fortunati da trovare al primo colpo l’altoparlante 
con l'impedenza richiesta, possono verificarsi due 
eventi egualmente nocivi: 

1) l’altoparlante da noi prescelto ha un’impe¬ 
denza troppo elevata, quindi pur non correndo 
nessun rischio di danneggiare l'amplificatore, la 
potenza acustica che si riuscirà ad ottenere in 
uscita sarà inferiore alle previsioni. 

2) l’altoparlante da noi prescelto ha un'impe¬ 
denza troppo bassa rispetto alle specifiche per cui 
è stato progettato l’amplificatore, pertanto non ap- 


MISURARE 


pena noi alzeremo il volume correremo automati¬ 
camente il rischio di sovraccaricare i transistor fi¬ 
nali ed anche di metterli fuori uso. Per meglio ren¬ 
derci conto di queste affermazioni facciamo un 
esempio pratico: supponiamo di avere un amplifi¬ 
catore progettato per fornire in uscita una potenza 
massima di 20 watt su un altoparlante da 4 ohm e 
vediamo come si modifica tale potenza se noi col¬ 
leghiamo in uscita un altoparlante da 8 ohm (cioè 
con impedenza più elevata del richiesto), oppure 
un altoparlante da 2 ohm. 

Innanzitutto calcoliamoci la tensione efficace e 
la corrente efficace erogate dall’amplificatore 
quando viene fatto lavorare alla massima potenza 
sul suo «carico» nominale di 4 ohm, sfruttando per 
questo scopo le due formule: 

volt = V watt x ohm 
ampère = Vwatt : ohm * 

Sostituendo in queste formule i nostri valori, cioè 
20 watt e 4 ohm, otterremo i seguenti risultati: 

20 x 4 = 8,94 volt 
20:4 = 2,23 ampère 

cioè alla sua massima potenza il nostro amplifica¬ 
tore applica sull’altoparlante una tensione efficace 
di 8,94 volt e gli eroga una corrente di 2,23 ampère. 
Se ora noi sostituiamo l’altoparlante con uno da 8 
ohm, fermo restando che la tensione efficace 
massima rimarrà inalterata in quanto vincolata 
dalla tensione di alimentazione deiramplificatore, 
non potremo ovviamente aspettarci di ottenere in 
uscita la stessa potenza di 20 watt che avevamo 
prima, bensì una potenza molto minore, come si 
ricava molto facilmente dalla formula: 
watt = volt x volt: ohm 

Se noi infatti poniamo in questa formula volt = 



8,94 (cioè i volt efficaci calcolati in precedenza) e 

ohm = 8, otterremo: 

8,94 x 8,94 : 8 = 9,99 watt 

cioè esattamente la metà della potenza che l’am¬ 
plificatore poteva erogare con un altoparlante da 4 
ohm. 

La cosa del resto è piuttosto intuitiva infatti se voi 
osservate bene quest’ultima formula, noterete che 
nel calcolo della potenza (cioè dei watt), i volt ven¬ 
gono divisi per gli ohm, quindi se i volt rimangono 
costanti e gli ohm raddoppiano, è ovvio che la po¬ 
tenza si dimezzi. È pure intuitivo che aumentando 
gli ohm dell’altoparlante, diminuisca la corrente 
erogata dallo stadio finale dell’amplificatore, infatti 
utilizzando la formula fornita in precedenza per il 
calcolo degli ampère, possiamo ricavarci molto fa¬ 
cilmente: 

\/9,99 : 8 = 1,11 ampère 

I transistor finali in questo caso non correranno 
quindi nessun pericolo e l’unico inconveniente re¬ 
gistrato sarà quello di ottenere una potenza acu¬ 
stica dimezzata in altoparlante. Ora invece consi¬ 
deriamo la seconda ipotesi, cioè di collegare in 
uscita al nostro amplificatore un altoparlante da 2 
ohm e vediamo cosa cambia nel circuito. 


174 







Innanzitutto i più esperti avranno già capito che 
la potenza «teoricamente» erogata dall’amplifica¬ 
tore raddoppia, infatti se noi prendiamo la solita 
formula: 

watt = volt x volt: ohm 

e lasciando inalterati i volt, poniamo ohm = 2, 
automaticamente otteniamo: 

8,94 x 8,94 : 2 = 39,9 watt 

cioè praticamente il doppio dei 20 watt «nominali». 

Abbiamo parlato di potenza teorica perché a 
questo punto interviene un secondo fattore, infatti 
a parità di tensione, per poter ottenere una mag¬ 
giore potenza, occorre erogare più corrente e se 
l’alimentatore non fosse in grado di fornire questa 
corrente aggiuntiva, neppure l'amplificatore po¬ 
trebbe fornirci la potenza da noi calcolata. 


Supponiamo comunque che non esistano pro¬ 
blemi di alimentatore nel nostro «ripianto e vedia¬ 
mo invece di calcolare quanto deve aumentare la 
corrente per ottenere dal nostro amplificatore una 
potenza di 39,9 watt. La formula oramai la cono¬ 
sciamo per averla già utilizzata due volte in prece¬ 
denza ed è proprio sostituendo in questa formula il 
valore 39,9 per i watt ed il valore 2 per gli ohm, che 
noi ricaviamo: 

^39,9 : 2 = 4,46 ampère 
Questo significa che i transistor finali dell’ampli¬ 
ficatore, applicando un altoparlante da 2 ohm, 
debbono erogare una corrente esattamente doppia 
rispetto a quella che normalmente erogano con un 
«carico» da 4 ohm (4,46 ampère contro i 2,23 
ampère nominali), pertanto se le alette di raffred- 



Stabilire l’esatta impedenza di un altoparlante non è un problema 
di poco conto infatti se non si conosce questo parametro si può 
correre il rischio di collegare in uscita ad un amplificatore un 
altoparlante con impedenza troppo alta, con il risultato di otte¬ 
nere in uscita meno potenza, oppure di collegarne uno con im¬ 
pedenza troppo bassa, mettendo così a dura prova i transistor 
dello stadio finale. 


Applicate sui due ter¬ 
minali dell’altoparlan¬ 
te i coccodrilli del no¬ 
stro circuito e subito 
potrete leggere sullo 
strumento l’impeden¬ 
za della bobina mobi¬ 
le. 



175 



COMPONENTI 

RI = 1.800 ohm 1/4 watt 
R2 = 220.000 ohm 1/4 watt 
R3 = 150 ohm 1/4 watt 
R4 = 4.700 ohm 1 /4 watt 
R5 = 10 ohm 1 watt 
R6 = 10.000 ohm 1/4 watt 
R7 = 22.000 ohm potenz. lineare 
CI = 3.300 pF a disco 
C2 = 10.000 pF a disco o 


C3 = 100.000 pF a disco 

C4 = 1.000 pF a disco 

C5 = 100 mF elettr. 25 volt 

C6 = 10.000 pF a disco 

C7 = 4,7 mF elettr. 25 volt 

DS1 = diodo al Silicio IN.4007 

DG1 = diodo al germanio AA.117 

TRI = transistor PNP tipo BD.242 

IC1 = integrato tipo NE.555 

S1-S2 = deviatori a levetta 

UÀ = strumento 100 microampère fondo scala 


damento ed i transistor stessi sono stati calcolati 
per una corrente massima di 3-3,5 ampère, è molto 
facile intuire che lasciando per un po’ di tempo 
Tamplificatore al massimo volume, si provochi un 
surriscaldamento interno con conseguente distru¬ 
zione di tali transistor. 

In base a queste considerazioni appare subito 
evidente quanto sia importante conoscere con 
esattezza l’impedenza di un altoparlante prima di 
collegarlo ad un amplificatore: ciononostante nes¬ 
suno si è mai preoccupato di fornire a basso costo 
uno strumento idoneo per effettuare tale misura. In 
mancanza di tale strumento qualcuno si affida al 
tester misurando l’impedenza dell’altoparlante 
sulla portata in ohm, però anche così facendo si 
otterranno sempre delle misure sbagliate in quanto 
tale impedenza non è una «resistenza pura», bensì 
dipende da numerosi fattori come il diametro della 
bobina, la sua forma, il numero di spire da cui è 
composta, le caratteristiche del magnete, la resi¬ 
stenza meccanica della membrana, la frequenza di 


lavoro e un tester sulla portata degli ohm non può 
tener conto di tutti questi fattori. 

Tanto per fare un esempio, misurando con un 
tester un altoparlante da 8 ohm, noi potremmo ri¬ 
levare una resistenza di 4,5 ohm oppure di 3,2 ohm, 
quindi ritenere erroneamente che si tratti di un al¬ 
toparlante da 4 ohm, quando per un segnale di BF 
questo altoparlante presenta un’impedenza di 8 
ohm. 

Per misurare correttamente l’impedenza di un 
altoparlante noi dobbiamo quindi applicargli una 
tensione alternata in modo da simulare le condi¬ 
zioni effettive di funzionamento, però a questo 
punto sorge un secondo problema, quello cioè di 
determinare la frequenza più idonea per questo 
segnale di BF da utilizzare nella misura. 

Il motivo è presto detto, infatti se noi abbiamo 
una bobina che a 1.000 Hz presenta un’impedenza 
(sarebbe meglio dire una reattanza induttiva) di 8 
ohm, misurandola a 300 Hz la stessa bobina pre¬ 
senterà un’impedenza di soli 2,4 ohm, mentre mi- 


I 


176 




























surandola a 2.000 Hz presenterà un’impedenza di 
16 ohm. 

Per non incorrere in errori di questo genere oc¬ 
correrà quindi misurare l’impedenza degli altopar¬ 
lanti alla frequenza standard con cui viene misura¬ 
ta da parte delle Case costruttrici, cioè alla fre¬ 
quenza di 1.000 Hz. 

Il circuito misuratore di impedenza che noi oggi 
vi presentiamo utilizza appunto un oscillatore a tale 
frequenza anche se, ve lo diciamo subito, per mo¬ 
tivi di «economia» non si tratta di un oscillatore 
sinusoidale come sarebbe più logico supporre, 
bensì di un oscillatore ad onda quadra. Tutto que¬ 
sto perché ci è sembrato inutile complicare ecces¬ 
sivamente il circuito aumentandone ovviamente 
anche il costo, quando anche un’onda quadra è in 
grado di garantirci una misura sufficientemente 
precisa. 

Per concludere precisiamo che tale circuito, 
considerata la sua semplicità costruttiva, la rapidità 
di utilizzazione ed il servizio che è in grado di for¬ 


nire, è particolarmente idoneo per tutti coloro che 
pur non essendo degli esperti, vogliono egual¬ 
mente costruirsi un qualcosa di pratica utilità non 
solo ma considerati i componenti che si utilizzano, 
tutti di facile reperibilità, risulterà particolarmente 
idoneo per chiunque voglia mettere in opera profi¬ 
cuamente il surplus che si ritrova nei cassetti del 
proprio laboratorio. 


SCHEMA ELETTRICO 

Vi abbiamo già precisato che lo schema da noi 
prescelto per questa funzione risulta molto sempli¬ 
ce infatti, come si può notare osservando la fig. 1, il 
tutto si riduce ad un unico integrato di tipo NE.555 
(vedi IC1) più un transistor PNP di media potenza 
(vedi TRI). 

L’integrato NE.555 viene utilizzato come oscil¬ 
latore per generare un segnale ad onda quadra 
sulla frequenza di 1.000 Hz, segnale che noi ab- 



177 




























































Fig. 3 Di lato il disegno a grandezza 
naturale del circuito stampato neces¬ 
sario per la realizzazione di questo 
strumento ed in basso due utili tabelle 
per rilevare immediatamente l’Impe¬ 
denza di un altoparlante. Le tabelle 
sono valide solo se lo strumento di mi¬ 
sura è da 100 microampère fondo sca¬ 
la. 


biamo disponibile sul piedino 3 e che applichiamo 
alla base del transistor TRI in modo da ottenere sul 
collettore di questo una corrente più che sufficien¬ 
te per pilotare l’altoparlante di cui vogliamo misu¬ 
rare l’impedenza. 

Come si noterà l’altoparlante viene collegato in 
serie ad una resistenza da 10 ohm 1-2 watt a car¬ 
bone (vedi R5) ottenendo così un partitore di ten¬ 
sione costituito appunto dalla bobina dell’altopar¬ 
lante e dalla resistenza stessa. 

Un apposito deviatore (vedi S2) prowederà poi a 
prelevare la tensione alternata a seconda delle 
esigenze dal punto T (cioè ai capi del partitore) 
oppure dal punto M (cioè nel punto intermedio) per 
applicarla in ingresso ad uno stadio «rivelatore» 
costituito da DG1-C7 il quale ci permetterà di mi¬ 
surarne l’ampiezza di picco tramite lo strumentino 
da 100 microampère fondo scala collegato fra il 
cursore del potenziometro R7 e la massa. 

In pratica la misura di impedenza verrà effettuata 
in due turni successivi, cioè prima misureremo la 
tensione alternata presente ai capi del partitore 
(punto T) e con questa porteremo lo strumento a 
fondo scala (agendo su R7), poi misureremo la sola 
tensione ai capi dell’altoparlante (punto M) ed in 
base alla posizione assunta dalla lancetta in questa 
seconda misura, utilizzando un’apposita formula 
oppure aiutandoci con le tabelle riportate nell’arti¬ 
colo, ci ricaveremo il valore di impedenza incogni¬ 
to. V , 

Volendo impiegare la formula noi dovremo in¬ 
nanzitutto dividere il valore di tensione letto ai capi 
dell’altoparlante per il fondo scala dello strumenti¬ 
no (cioè X 100) dopodiché, ammesso di chiamare 
genericamente con V il valore così ottenuto (cioè 
l’indicazione dello strumento divisa X 100) potremo 
ricavarci l’impedenza dell’altopalante eseguendo il 
seguente calcolo: 

impedenza In ohm = (10 x V) : (1 - V) 

dove il 10 che compare dentro la prima parentesi è 
il valore ohmico della resistenza R5. Supponiamo 
per esempio che dopo aver portato la lancetta a 
fondo scala con la tensione disponibile sul punto T, 


Tabella n. 1 (strumento da 100 microampère) 

Posizione lancetta 

Impedenza altoparlante 

95 mA 

190 ohm 

90 mA 

90 ohm 

85 mA 

56 ohm 

80 mA 

40 ohm 

75 mA 

30 ohm 

70 mA 

23 ohm 

65 mA 

18 ohm 

60 mA 

15 ohm 

55 mA 

12 ohm 

50 mA 

10 ohm 

45 mA 

8,2 ohm 

40 mA 

6,7 ohm 

35 mA 

5,4 ohm 

30 mA 

4,3 ohm 

25 mA 

3,3 ohm 

20 mA 

2,5 ohm 

15 mA 

1,8 ohm 

10 mA 

1,8 ohm 

10 mA 

1,1 ohm 

5 mA 

0,5 ohm 


----- 

Tabella n. 2 (strumento da 100 microampère) 

Impedenza in ohm 

Indicazione in microampère 

3 

23 

3,5 

26 

3,8 

27,5 

4 

29 

4,6 

32 

5 

33 

5,6 

36 

6 

37,5 

7 

41 

8 

44,5 

10 

50 

12 

55 

15 

60 

16 

62 


I 


178 

















si effettui la seconda misura sul punto M e la lan¬ 
cetta si fermi in questo caso su 35. 

Innanzitutto noi dovremo dividere X 100 questo 
35 ottenendo così 0,35 che corrisponde al valore 
della variabile V nella nostra formula, dopodiché 
sostituiremo lo 0,35 nella formula al posto di V ed 
eseguendo il calcolo otterremo: 

(10 x 0,35) : (1 - 0,35) = 5,38 ohm 

Come vedete il procedimento da seguire è piut¬ 
tosto semplice ed ancor più semplice sarà se inve¬ 
ce di utilizzare la formula predetta utilizzeremo la 
tabella n. 1 (la quale ci fornisce l’impedenza in ohm 
corrispondente ad ogni salto di 5 microampère 
sulla scala dello strumento) oppure la tabella n. 2 
(che invece ci fornisce l’indicazione in mi¬ 
croampère che dovremo rilevare sulla scala per le 
impedenze più comunemente usate). 

Precisiamo che queste tabelle sono valide solo 
se la resistenza R5 risulta esattamente da 10 ohm 
come da noi indicato nella lista componenti, 
perché se questa avesse un valore diverso do¬ 
vremmo ricalcolarci le tabelle stesse utilizzando 
per questo scopo la formula riportata in preceden¬ 
za e sostituendo il 10 incluso nella prima parentesi 
con il valore effettivo della resistenza R5. Per 
esempio ammettendo che la resistenza R5 risulti da 
15 ohm, anziché da 10 ohm, la formula predetta si 
trasformerà come segue: 
impedenza = (15 x V): (1-V) 
dove con V si indica al solito il valore in mi¬ 
croampère letto sullo strumento diviso per il fondo 
scala dello strumento stesso, cioè X 100. 

Ovviamente se invece di uno strumento da 100 
microampère fondo scala ne utilizzassimo uno da 
50 microampère fondo scala, il nostro V non sa¬ 
rebbe più il valore in microampère diviso X 100, 
bensì lo stesso valore diviso X 50. 

Se poi volessimo calcolarci in quale posizione si 
dovrà fermare la lancetta dello strumento alle di¬ 
verse impedenze di 4-8-16 ohm in relazione al fon¬ 
do scala dello strumento utilizzato, la formula da 
impiegare sarebbe la seguente: 
microampère = 

(microampère fondo scala x ohm) : (10 + ohm) 

dove gli ohm sono quelli relativi aH’impedenza del¬ 
l’altoparlante e 10 è come al solito il valore ohmico 
della resistenza R5. 

Per esempio ammesso di utilizzare uno stru¬ 
mento da 200 microampère fondo scala, se noi 
volessimo sapere quale indicazione deve fornirci 
tale strumento per un altoparlante da 8 ohm do¬ 
vremmo semplicemente eseguire questo calcolo: 
(200 x 8) : (10 + 8) = 88 microampère 

Facciamo presente che soprattutto per i valori 
più bassi di impedenza si potrebbero rilevare al¬ 
l’atto pratico delle leggerissime discordanze ri¬ 
spetto a quanto da noi riportato nelle nostre tabel¬ 
le, infatti a questi livelli la piccolissima caduta di 
tensione introdotta dal diodo DG1 comincia a farsi 
sentire, tuttavia possiamo assicurarvi che tali di¬ 
scordanze sono sempre così lievi da poter essere 



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J 


179 






















tranquillamente ignorate. Per quanto riguarda l’a¬ 
limentazione del circuito vi diremo che questa può 
essere ottenuta con una comunissima pila da 9 
volt, tuttavia per lo stesso scopo può essere utiliz¬ 
zato anche un qualsiasi alimentatore in grado di 
erogare in uscita una tensione stabilizzata di valore 
compreso tra i 9 e i 12 volt. 

REALIZZAZIONE PRATICA 

Realizzare in pratica questo misuratore d’impe¬ 
denza è un’impresa davvero elementare per cui si 
potrà cimentare chiunque, anche alle prime armi, 
senza pericolo di incorrere in insuccessi. 

Una volta in possesso del circuito stampato 
LX455, visibile a grandezza naturale in fig. 3, po¬ 
tremo subito montare i pochi componenti richiesti, 
cominciando dalle resistenze, poi lo zoccolo per 
l’integrato, i due diodi DG1 e DS1 con la fascia di 
colore che contraddistingue il catodo rivolta come 
indicato sullo schema pratico (tenete presente che 
DG1 è un diodo al germanio e si riconosce 4 molto 
facilmente da DS1 per il fatto di essere trasparen¬ 
te), poi tutti i condensatori a disco e per ultimi i due 
elettrolitici per i quali occorre fare attenzione a non 
scambiare il terminale positivo con il negativo. 

Il transistor TRI, come vedesi nel disegno, dovrà 
essere montato con la parte metallica rivolta verso 
l’esterno della basetta in quanto se lo montassimo 
in senso contrario finiremmo inevitabilmente per 
scambiare fra di loro i due terminali esterni (cioè la 
base e l’emettitore) con la logica conseguenza che 
il circuito non potrebbe più funzionare. 

Terminata questa prima fase del montaggio do¬ 
vremo ora preoccuparci di effettuare tutti i col- 
legamenti con i componenti esterni e qui crediamo 
che lo schema pratico di fig. 2 sia sufficientemente 
esplicativo per impedirvi di commettere errori di 
qualsiasi genere. 

L’unico problema è forse rappresentato in que¬ 
sto caso dal microamperometro per il quale dovre¬ 
mo fare attenzione a non invertire i due terminali + 
e - diversamente la lancetta devierà sotto allo 0. 

Ovviamente, anche se non lo abbiamo precisato 
in precedenza, lo strumentino di misura potrà 
sempre essere sostituito con un comunissimo te¬ 
ster posto sulla portata 100 microampère fondo 
scala ed in tal caso si riuscirà a risparmiare una 
cifra non indifferente sul costo globale della realiz¬ 
zazione. 

Per collegare l’altoparlante vi consigliamo di uti¬ 
lizzare due fili provvisti su un estremo di una pin¬ 
zetta coccodrillo in modo tale da poter effettuare la 
misura di impedenza molto agevolmente in qual¬ 
siasi condizione. 

Da ultimo inseriremo sullo zoccolo l’integrato 
NE.555 con la tacca di riferimento rivolta verso il 
condensatore a disco C3 ed a questo punto il no¬ 
stro circuito sarà già pronto per funzionare. 


COME EFFETTUARE LA MISURA 

Una volta terminato il montaggio, controllare se il 
nostro circuito funziona sarà molto facile infatti 
sarà sufficiente collegare agli appositi morsetti un 
altoparlante e fornire tensione tramite il deviatore 
SI, per ascoltare subito su tale altoparlante la nota 
a 1.000 Hz che testimonia il perfetto funzionamento 
dell’oscillatore. Consigliamo, quando effettuerete 
questa prova, di ruotare il potenziometro R7 tutto 
verso il minimo e di porre il deviatore S2 in posi¬ 
zione MISURA onde evitare di far sbattere la lan¬ 
cetta dello strumento contro il fondo scala. 

A questo punto, per effettuare materialmente la 
misura di impedenza, lasciando l’altoparlante col¬ 
legato ai morsetti, dovrete spostare il deviatore S2 
su TARATURA e ruotare quindi il potenziometro R7 
fino a portare la lancetta dello strumento esatta¬ 
mente in corrispondenza dell’ultima tacca sulla 
scala (cioè a fondo scala). Sposterete quindi il de¬ 
viatore S2 su MISURA e leggerete sul quadrante i 
microampère che vi indica lo strumento, dopo¬ 
diché aiutandovi con le formule e con le tabelle da 
noi fornite in precedenza vi ricaverete il valore di 
impedenza del vostro altoparlante. 

Come vedete la prassi da seguire è molto sem¬ 
plice ed ancor più semplice vi sembrerà quando 
avrete provato ad attuarla una o due volte di se¬ 
guito. Nota: facciamo presente al lettore che que¬ 
sto strumento può essere utilizzato anche per mi¬ 
surare delle resistenze o delle bobine, purché il 
valore di resistenza o l’impedenza complessiva 
della bobina risulti compresa fra un minimo di 1 
ohm ed un massimo di 200-220 ohm. 


COSTO DELLA REALIZZAZIONE 

Il solo circuito stampato LX455, in fibra 
di vetro già forato e completo di dise¬ 
gno serigrafico L. 1.350 

Tutto il materiale occorrente, cioè cir¬ 
cuito stampato, resistenze, condensa- 
tori, potenziometro, diodi, integrato e 
relativo zoccolo, transistor e deviatori, 
escluso il solo strumentino L. 7.750 

I prezzi sopra riportati non includono le spese po¬ 
stali. 


180 



TRIO-KENWOOD 


COR POR ATION 


** 


Modello CS-1562A 

• cc-10 MHz/10 mV 

• Doppia Traccia 8x10 cm 

• Trigger automatico 

• Funzionamento X-Y 


Modello CS 1560A 

• cc-15 MHz/10 mV 

• Doppia Traccia 8x10 cm 

• Trigger automatico 

• Funzionamento X-Y, somma, sottrazione 


Modello CS-1566 

• cc-20 MHz/5 mV 

• Doppia Traccia 8x10 cm 

• Trigger automatico 

• Funzionamento X-Y, somma, sottrazione 


Modello CS-1830 

• cc-30 MHz/2mV 

• Doppia Traccia 8x10 cm (reticolo compì.) 

• Trigger automatico e sweep a ritardo 
variabile 

• Funzionamento X-Y, somma, sottrazione 


Modello CS-1352 

• cc-15 MHz/2 mV 

• Portatile - alim. rete, batteria o 12 V cc 

• Doppia Traccia, 3" (8x10 div.) 

• Trigger automatico 

• Funzionamento X-Y, somma, sottrazione 


Modello CS-1575 

• cc-5 MHz/1 mV 

• 4 presentazioni contemporanee 
sullo schermo (8x10 cm): 2 traccè 
X-Y, fase. 


i pinoli Gicnnn 


I 6 modelli cui sopra soddisfano la maggioranza 
delle più comuni esigenze ma non sono gli unici 
della sempre crescente famiglia di oscilloscopi 
TRIO-KENWOOD. 

Perciò interpellateci per avere listini dettagliati 
anche degli altri nuovi modelli come il CS-1577A 
(35 MHz/2 mV), l’MS-1650 (a memoria digitale) 
e l’oscilloscopio della nuova generazione, l’e¬ 
sclusivo CS-2100 a 100 MHz con 4 canali ed 8 
tracce. 


Sono tutti oscilloscopi «giganti» nelle prestazioni 
e nell’affidabilità (testimoniata dalle migliaia di 
unità vendute in Italia) e «piccoli» nel prezzo e 
per la compattezza. 

Il mercato degli oscilloscopi non è più lo stesso di 
prima perchè... sono arrivati i «piccoli Giganti». 


La TRIO costruisce molti altri strumenti di misura tra cui un interes¬ 
sante oscillatore quadra-sinusoidale a bassa distorsione da 10 Hz ad 1 
MHz Imod. AG-203} e un dip-meter (mod. DM-801). 


RIVENDITORI AUTORIZZATI CON MAGAZZINO: BOLOGNA: Radio Ricambi (307850); CAGLIARI: ECOS (373734); CATANIA: IMPORTEX (437086) COSENZA: 
Franco Angiotti (34192)- FERRARA: EL.PA. (92933); FIRENZE: Paoletti Ferrerò (294974); FORLÌ: Elektron (34179); GENOVA: Gardella Elettronica (873487); GORI¬ 
ZIA: B & S Elettronica Professionale (32193); LA SPEZIA: LES (507265); LEGNANO: Vematron (596236); LIVORNO: G.R. Electronics (806020); MARTINA FRAN¬ 
CA- Deep Sound (723188); MILANO: Hi-Tec (3271914); MODENA: Martinelli Marco (330536); NAPOLI: Bernasconi & C. (223075); PADOVA: RTE Elettronica 
(605710)' PALERMO: Elettronica Agro (250705); PIOMBINO: Alessi (39090); REGGIO CALABRIA: Importex (94248); ROMA: GB Elettronica (273759); GIUPAR 
(578734) IN DI. (5407791); TORINO: Petra Giuseppe (597663); VERONA: RIME.A. (44828); UDINE: P.V.A. Elettronica (297827). 



Ciancilo 


Srio: 20121 Milano - Via Tommaso da Cazzuòla 9/6 
TeL (02) 34.52.071 (5 linei) 

Filiale: 00185 Rema - Via 5. Croce in Gerusalemme 97 
Tal. (06) 75.76.941/250-75.55.108 


Alla VIANELLO SpA. - MILANO 

Inviatemi informazioni complete, senza impegno 


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! SOCIETA/ENTE . 


INDIRIZZO ..-.-.....—.—• 

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PRODOTTI 



MODULI AMPLIFICATORI IBRIDI DI POTENZA 

15 - 30 - 60 -120 - 240 W 


Questi amplificatori ibridi ad alta fedeltà, in virtù della tecnologia di costruzione, sono praticamente indistruttibili, se impiegati 
in modo corretto. 

La bassa distorsione, l’elevato rapporto segnale/disturbo, l’ampia larghezza di banda e la robustezza, li rendono ideali per un 
gran numero di applicazioni 

Il circuito racchiuso nel modulo, è convenientemente impregnato con una speciale resina Tutti i moduli sono provvisti di cinque 
connessioni: ingresso, uscita, alimentazione positiva, alimentazione negativa e massa. 

Disponibili modelli con dissipatore e senza dissipatore. 



CON DISSIPATORE SENZA DISSIPATORE 


MODULO 

HY 30 

L. 18.900 

HY 50 

L. 22.500 

HY 120 

L. 43.500 

HY 200 

L. 61.500 

HT 400 
!.. 84.900 

HY 120 P 

HY 200 P 

IL. 43.700 

— 

COD. GBC 

SM/6305-00 

SM/631CKX) 

SM/6320-00 

SM/6330-00 

SM/6340-00 


SM/6330-08 

SM/6340U8 

POTENZA 
di uscita 

15 WRMS 
su 8 0 

30 WRMS 

su 8 Q 

60 WRMS 
su 8 Q 

120 WRMS 
su 8 Q 

240 WRMS 
su 4 Q 

60 WRMS 
su 8 Q 

120 WRMS 
su 8 Q 

su 4 Q 

Impedenza 
del carico 

4-16Q 

4-16Q 

4-16Q 

4-16Q 

4-16Q 

8 Q 

8 Q 

40 

_ 

Sensibilità 

di ingresso 
e impedenza 

500 mV RMS 
su 100 kQ 

500 mV RMS 
su 100 kQ 

500 mV RMS 
su 100 kQ 

500 mV RMS 
su 100 kQ 

500 mV RMS 
su 100 kQ 

500 mV RMS 
su 100 kQ 

500 mV RMS 
su 100 kQ 


Distorsione 

tipica 

0,02% 
a 1 kHz 

0,02% 
a 1 kHz 

0,01% 

a 1 kHz 

0.01% 
a 1 kHz 

0,01% 
a 1 kHz 

0,01% 
a l kHz 

0,01% 

a 1 kHz 

a 1 KHZ 

Rapporto 

segnale/dist 

minimo 

80 dB 

90 dB 

100 dB 

100 dB 

100 dB 

90 dB 

90 dB 


Risposta di 
frequenza 

10 Hz+45 kHz 
-3 dB 

10 Hz+45 kHz 
-3 dB 

10 Hz+45 kHz 

-3 dB 

10 HZ-H5 kHz 

-3 dB 

10 Hz+45 kHz 

-3 dB 

10 Uz+45 kHz 

ffi? — "• 

IlO Hz+45 kHz 

-3 dB 

O f?R | 

- ì*** -{ 

Alimentai. 

-20-0+20 

-25 - 0 +25 

-35 - 0 - +35 

45 -O +4S 

-45 - 0 - +4S 

lìè 

-45 - 0 - +45 


Dimensioni 

105x50x25 

105x50x25 ! 

114x50x85 

114x50x8 

5 

114x100x85 



116x50x23 


E 

155 g 

ÌZJSSjl 

575 g 

575 q 


1.150 g 

H 

400jl 

400 g 



DISTRIBUITI IN ITALIA DALLA G.B.C. 































































Nota: queste connessioni vanno bene 
per tutte le stampanti ad impatto che 
dispongono di un ingresso parallelo a 
7 bit di tipo CENTRONICS STANDARD. 


CONNETTORE DA 
INNESTARE NELLA 
SCHEDA LX389 



PIATTINA DA 20 FILI 


FILI DA COLLEGARE 
Al TERMINALI DEL 
CON N ETTORE "EPSON" 



CONNETTORE DA 
INNESTARE NELLA 
STAMPANTE "EPSON" 



COLLEGAMENTO con 

ia STAMPANTE EPSON 

Per collegare al nostro microcomputer una stampante Epson ad 
impatto, anziché una stampante termica, è necessario modificare 
il connettore di attacco come indicato in questo articolo. 


Molti lettori, anziché collegare al nostro micro¬ 
computer la stampante termica a 40 colonne della 
Trendcom da noi consigliata, hanno preferito ac¬ 
quistare stampanti ad impatto ad 80 colonne 
poiché lavorando queste su carta normale, è pos¬ 
sibile effettuare cataloghi, bolle di consegna o fat¬ 
ture che su carta termica non sono ammissibili, in 
quanto questo tipo di carta con il calore può mac¬ 
chiarsi. 

Le stampanti ad impatto però dispongono gene¬ 
ralmente di un connettore di tipo diverso rispetto 
alla stampante termica per cui questi lettori si sono 
trovati sovente in difficoltà nei collegamenti e si 
sono rivolti a noi per chiederci aiuto. 

Ovviamente non possiamo qui rispondere a tutti 
in quanto in commercio esistono svariati tipi di 
stampanti e se un lettore acquista per esempio la 
stampante «Pincopallino» fabbricata a Taiwan 


senza manuale di istruzioni, poi ci chiede come va 
collegata, noi possiamo solo fornirgli delle indica¬ 
zioni ma non indicargli esattamente i collegamenti 
da effettuare. 

In particolare questo articolo è rivolto a tutti co¬ 
loro che hanno acquistato presso di noi o presso 
altri rivenditori autorizzati la stampante Epson, 
modello TX80 o modello MX80, oppure una qual¬ 
siasi stampante con ingresso parallelo, purché di 
tipo Centronics standard. 

In questa linea rientrano per esempio, oltre alle 
due Epson succitate, la Microline 80” ed ovvia¬ 
mente le stampanti Centronics 80 colonne. Ebbene 
se qualcuno desidera collegare alla nostra inter¬ 
faccia una di queste stampanti, può sempre utiliz¬ 
zare un connettore a piattina da 20 fili tipo quello da 
noi fornito per la stampante termica, però su un lato 
di questo occorre applicare il connettore AMPHE- 


183 



















NOL (57-50360) visibile in fig. 1 sul cui retro sono 
disponibili in totale 36 terminali disposti su due file. 
I numeri di questi terminali vanno da 1 a 18 sulla 
prima fila e da 19 a 36 sulla seconda fila e su di essi 
noi dovremo collegare, come vedesi in figura, i 20 
fili della piattina seguendo l’ordine indicato in ta¬ 
bella n. 1. 


Tabella n. 1 


Filo piattina 

Segnale presente 

Connettore Epson 

1- 5-6-7-9-20 

massa 

9-14-20-33 

2 

busy 

11 

3-4-17-18-19 

non collegati 


8 

strobe 

1 

10 

DO 

2 

11 

DI 

3 

12 

D2 

4 

13 

D3 

5 

14 

D4 

6 

15 

D5 

7 

16 

D6 

8 


Nota: i terminali di massa 9-20-14-33 sul connet¬ 
tore della stampante Epson possono essere col¬ 
legati ai fili di massa della piattina che risultano più 
accessibili. 

Tanto per fare un esempio su tale connettore è 
comodo cortocircuitare assieme i terminali 14-33 
quindi collegarli tutti e due al filo 20 della piattina, 
tuttavia nulla vieta di collegare per esempio il ter¬ 
minale 33 al filo 20 della piattina oppure il terminale 
14 al filo 9, il terminale 9 al filo 7 ed il terminale 20 al 
filo 1. 

Una volta effettuati questi collegamenti, inne¬ 
stando il connettore Amphenol dentro la presa 
femmina della stampante potrete subito constatare 
se questa funziona correttamente caricando per 
esempio in memoria un programma Basic e facen¬ 
done effettuare il relativo listing con l’istruzione 
SUSTA. 

Se così facendo venissero stampati dei caratteri 
semigrafico che nulla hanno a che vedere con il 
vostro programma, controllate attentamente il col- 
legamento a massa dal terminale 9 del connettore 
EPSON. 

Se invece vi accorgeste che non viene eseguito 
l’avanzamento automatico della carta per ogni riga 
stampata controllate che il terminale 14 sempre del¬ 
lo stesso contenitore risulti collegato alla massa. 



Mostra autorizzata dalla giunta regionale del Veneto 
































































Quality you can rely on 



Qualità su cui si può contare per davvero 
è quella dei tester Sanwa. Si tratti del 
modello più semplice, il T-55D, o del 
multimetro digitale 7200ES, i tester Sanwa si 
sono imposti anche in Italia per le loro doti 
indiscutibili di qualità e di robustezza. 

Ma, soprattutto, la gamma Sanwa è 
distribuita in Italia dalla Melchioni 
Elettronica e si segnala per j prezzi 
decisamente concorrenziali 
e per la qualità 


del servizio di assistenza garantito dalla 
Melchioni stessa, che si aggiunge alla 
qualità del prodotto. Pensate, quando 
decidete l’acquisto di uno di questi strumenti 
così importanti per il vostro laboratorio, 
che tutti i multimetri Sanwa verranno 
puntualmente messi a punto anche 
dopQ molti anni 
dall’acquisto. 


Multimetro digitale 7200ES 

• Risoluzione IOOuV/V cc 

• Alimentazione a 3 vie per la massima comodità 
di funzionamento 

• Portate: 

± V cc 0 - 0,2 - 2 - 20 - 200 - 1000 (10 M Q). 

Precisione ±0,15%. 

V CA 0 - 20 - 200 - 600 (1 M Q). 

Precisione ±0,5%. 

± A cc 0-0,2-2- 20-200 mA. 

Precisione ±0,3%. 

A CA 0 - 0,2 - 2 - 20 - 200 mA. 

Precisione ±0,7%. 

Q 0 - 0,2 - 2 - 20 - 200 - 2000K - 20 M. 

Precisione ±0,8%. 

Accessori: Custodia di trasporto. 

Dimensioni e pesi: 138x66x206 mm - 1 kg. 


Tester analogico T-55D 

• Leggero (240 g) e sottile (28 mm) 

• Sensibilità 20.000 Q /V 

• Portate: 

± Vcc 0 - 0,15 - 0,5 - 1,5 - 5 - 15 - 50 - 250 
1 KV. Precisione ±2,5%. 

± A cc 0 - 50u - 2,5m - 25m - 250mA. 
Precisione ±3,5%. 

V CA 0 - 15 - 150 - 500. Precisione ±3,5%. 

A CA 0 - 6m - 6. Precisione ±5%. 

Q 10K - 100K - 1M - 5M. 

dB -10-±55. 

BATT CHECK: 0,9 - 1,5 V (carico 10Q). 

Pile: 2 da 1,5 V. 

Dimensioni e peso: 146x97x28 mm - 240 g. 


MELCHIONI 


Ln r\J bq pj 


jmmiksa 


Filiali, agenzie, punti di vendita in tutta Italia 











Normalmente per disattivare un impianto anti¬ 
furto si utilizzano degli interruttori situati in posi¬ 
zioni nascoste, che .... prima o poi tutti conoscono, 
oppure degli interruttori racchiusi in centraline 
apribili con chiavi tipo Yale o con tastiere digitali, 
sulle quali è sempre necessario comporre il nume¬ 
ro senza che altri vedano per evitare di renderlo 
pubblicamente noto. 

Con questo nostro circuito voi potrete invece ef¬ 
fettuare tale operazione «alla luce del sole», cioè 
prendere tranquillamente dalla vostra tasca una 
spina jack per cuffia o uno spinotto per altoparlan¬ 
te, poi infilarlo sotto gli occhi di tutti in un apposito 
foro presente sul pannello, per disinnescare auto¬ 
maticamente l’antifurto senza pericolo che qual¬ 
cun altro, a vostra insaputa, possa ripetere tale 
operazione. Nessuno infatti può sapere che cosa 
c’è all’interno di quello spinotto jack da voi utiliz¬ 
zato e se per caso qualcuno pensasse che questo 
serva solo per cortocircuitare i due terminali interni 
della presa e tentasse a sua volta di effettuare tale 
operazione, non otterrà altro risultato se non quello 
di far scattare l’allarme. Non solo ma anche se vi 



CHIAVE ELETTRONICA 


sfuggisse di svelare che dentro allo spinotto è pre¬ 
sente una resistenza e qualcuno volesse tentare 
con una resistenza o con un trimmer di scoprirne il 
valore ohmico, il nostro circuito non si lascerà in¬ 
gannare e metterà subito in funzione la sirena. 

Una chiave quindi perfetta e sicura che potremo 
utilizzare anche per altre applicazioni, ad esempio 
per eccitare l’elettrocalamita del «tiro» in una por¬ 
ta, per azionare il motorino di una serranda oppure 
in un bar o circolo ricreativo per fornire corrente a 
televisori, flipper o videogames solo quando è ne¬ 
cessario, senza che altri possano abusivamente 
collegare la spina. 

In altre parole ognuno di voi potrà utilizzare 
questa chiave elettronica per fornire o togliere 
tensione a qualsiasi apparecchiatura elettrica il cui 
utilizzo richieda un minimo di riservatezza. 


SCHEMA ELETTRICO 

Ogni volta che viene presentato su una rivista un 
circuito a combinazione, subito la curiosità del let¬ 
tore lo porta ad osservare lo schema elettrico per 
scoprire come la combinazione stessa è stata rea¬ 
lizzata ed evidenziarne eventuali punti deboli. In 
genere tale operazione richiede moltissimo tempo 


in quanto si tratta sempre di circuiti complicatissi¬ 
mi, tuttavia alla fine la soddisfazione non manca 
mai in quanto di punti deboli almeno uno lo si trova 
sempre. Nel nostro caso invece, pur trovandoci di 
fronte ad un circuito di una semplicità disarmante, 
difficilmente riusciremo a trovare dei punti deboli in 
quanto tutto è cosi perfetto e sicuro che solo di¬ 
sponendo di una chiave identica al 100% alla no¬ 
stra sarà possibile riuscire ad aprire la porta o a 
disattivare l’antifurto. Come vedesi in fig. 1 tutto il 
nostro circuito si riduce a soli 3 integrati più 3 
transistor, ciononostante riesce ad offrirci quel¬ 
l’affidabilità e garanzia assoluta di funzionamento 
che si richiede appunto ad un circuito di questo 
genere. 

Il «segreto», se così possiamo chiamarlo, del 
funzionamento risiede in quel doppio partitore re¬ 
sistivo (più precisamente si tratta di un ponte) che 
vediamo sulla sinistra del disegno, costituito su un 
lato da RI e da Rx e sull’altro lato da R2 e da R3. 

In pratica se noi impieghiamo in questi due par¬ 
titori gli stessi valori di resistenza, cioè RI = R2 e 
R3 = Rx, essendo entrambi i partitori alimentati 
dalla stessa tensione prelevata dal piedino 10 di 
IC1, il ponte risulterà «equilibrato» e nei due nodi 
centrali avremo disponibile lo stesso valore di ten¬ 
sione. 


186 









Se invece, pur lasciando uguali fra di loro la R1- 
R2, noi inseriamo nel partitore di sinistra una resi¬ 
stenza Rx di valore diverso rispetto alla R3, auto¬ 
maticamente sbilanceremo il ponte ottenendo ai 
capi della Rx stessa una tensione più elevata o più 
bassa disponibile ai capi della R3. 

In particolare se la resistenza Rx ha un valore più 
basso rispetto alla R3, la tensione presente ai suoi 
capi risulterà più bassa di quella presente ai capi 
della R3, viceversa se la resistenza Rx ha un valore 
più elevato della R3, ai suoi capi otterremo una 
tensione più elevata. 

La resistenza Rx è quella che andrà inserita nel 
nostro spinotto jack pertanto se uno non conosce il 
suo esatto valore ohmico è inutile che tenti di di¬ 
sinnescare l'antifurto o di aprire la porta in quanto 
qualsiasi altro valore che non sia quello giusto fi¬ 
nirà per sbilanciare il nostro ponte dopodiché im¬ 
maginare cosa potrà succedere è piuttosto ovvio. A 
«guardia» del ponte abbiamo infatti nel nostro cir¬ 
cuito l’integrato IC1 (un comparatore a finestra di 
tipo TCA.965) a cui non sfugge proprio nulla e se 
per caso si accorge che la tensione disponibile sul 


tensione esce dai limiti prestabiliti, sull’uscita del¬ 
l’integrato avremo disponibile una tensione nulla, 
cioè 0 volt. Per fissare i limiti della «finestra» di 
tensione che vogliamo controllare noi possiamo 
agire sui piedini 8-9 dell’integrato e precisamente 
la tensione che applichiamo al piedino 8 determina 
il «centro finestra» mentre la tensione che appli¬ 
chiamo al piedino 9 determina l’ampiezza della fi¬ 
nestra stessa. 

Nel nostro caso ovviamente, trattandosi di un 
circuito che deve offrire la massima garanzia di 
sicurezza, dovremo fare in modo che tale «fine¬ 
stra» risulti la più stretta possibile in modo tale che 
risulti più difficoltoso indovinare il valore di resi¬ 
stenza giusto per aprire la porta o disattivare l’an¬ 
tifurto, quindi sul piedino 9 dovremo applicare una 
tensione di riferimento molto bassa. 

A ciò provvede il partitore resistivo costituito da 
R7-R8 (rispettivamente da 50.000 ohm e da 270). 
ohm) il quale ci fornisce sul piedino 9 una tensione 
di circa 28 millivolt, pertanto risultando tale tensio¬ 
ne pari alla metà dell’ampiezza della finestra, l’am¬ 
piezza totale della finestra stessa risulterà di 



Con una normalissima resistenza da 1 /4 watt potrete realizzare 
una sicura e perfetta chiave elettronica idonea per disattivare un 
antifurto oppure per aprire delle porte o dei garages, purché 
provvisti di serrature elettriche o di un motorino per alzare la 
saracinesca. 


nodo centrale del partitore d’ingresso (cioè Rl-Rx) 
è diversa da quella disponibile sul nodo centrale 
del partitore fisso (cioè R2-R3), automaticamente 
insieme a IC2 fa scattare l’allarme* facendo così 
desistere l’intruso dal riprovarci. 

Per chi non sapesse ancora come funziona il 
TCA.965 ripeteremo qui alcuni punti fondamentali 
già espressi in passato più di una volta ma che 
tuttavia è necessario riprendere per agevolare an¬ 
che coloro che leggono la rivista per la prima volta. 
In pratica tale integrato può controllare se la ten¬ 
sione che noi applichiamo ai piedini 6-7 si mantiene 
entro determinati limiti (cioè entro una determinata 
finestra) oppure eccede questi limiti, cioè risulta 
più elevata del limite superiore da noi prefissato 
oppure più bassa del limite inferiore. Nel primo ca¬ 
so, cioè quando la tensione da controllare si man¬ 
tiene all’interno della «finestra», sull’uscita dell’in¬ 
tegrato (piedino 3) noi avremo la max tensione po¬ 
sitiva; nel secondo caso invece, cioè quando la 


28-1-28 = 56 millivolt circa. Se a qualcuno inte¬ 
ressa premunirsi maggiormente contro eventuali 
intrusi, cioè restringere tale finestra, non dovrà fare 
altro che diminuire ulteriormente il valore della re¬ 
sistema R7 portandolo dagli attuali 270 ohm a 220 
ohm oppure a 180 ohm, tuttavia noi non vi consi¬ 
glieremmo di effettuare tale operazione in quanto 
restringendo troppo la finestra di tensione si può 
correre il rischio (vedi ad esempio per uno sbalzo di 
temperatura che modifichi il valore ohmico della 
Rx) di far scattare l’allarme anche inserendo la 
«chiave» giusta. Se invece non vi preoccupate 
troppo degli intrusi e volete avere la massima ga¬ 
ranzia di funzionamento della vostra «chiave», po¬ 
trete aumentare leggermente la tensione di riferi¬ 
mento sul piedino 9 portando per esempio la resi¬ 
stenza R7 dagli attuali 270 ohm a 330 ohm oppure a 
390 ohm. 

Tanto per rendervi un’idea di come possa variare 
l’ampiezza della «finestra» modificando il valore 


187 



DS7 



188 


Fig. 1 Schema elettrico della nostra chiave elettronica per disinserire un funge da chiave nella relativa femmina; 

antifurto. Come spiegato nell’articolo la resistenza Rx andrà stagnata nell’in- collegandola invece al piedino 8 di 

terno di una comunissima spina jack per cuffia. Per ottenere la maggior slcu- IC3/B (punto C), per raggiungere lo 

rezza possibile è consigliabile realizzare la Rx collegando in serie o In parai- stesso scopo dovremo inserire due 

lelo fra di loro due resistenze di valore standard. volte di seguito la «chiave». 





































































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della resistenza R7 come indicato in precedenza 
possiamo dirvi che con una resistenza da 180 ohm 
si ottiene una finestra, ampia complessivamente 36 
millivolt mentre con una resistenza da 390 ohm 
l’ampiezza della finestra diventa di 80 millivolt. 

Finora vi abbiamo parlato di quanto risulta ampia 
la nostra «finestra» però non vi abbiamo ancora 
detto su quale valore di tensione risulta posiziona¬ 
ta. Ebbene se noi guardiamo attentamente la fig. 1, 
noteremo che in condizioni di riposo, cioè quando 
la resistenza Rx non risulta inserita, il piedino 8 di 
IC1 viene alimentato direttamente (tramite R1-R9) 
dalla tensione di riferimento presente sul piedino 
10 (tensione di circa 6 volt), pertanto in condizioni 
di riposo la finestra stessa risulterà «centrata» sulla 
tensione di 6 volt. 

Se invece noi inseriamo la resistenza Rx, auto¬ 
maticamente questa realizza insieme alla RI un 
partitore di tensione in grado di abbassare la ten¬ 
sione sul piedino 8 di IC1, quindi di abbassare an¬ 
che la «centratura» della nostra finestra, fino a farla 
coincidere con la tensione fissa di riferimento ap¬ 
plicata sui piedini 6-7. 

A questo punto possono verificarsi nel circuito 
due condizioni distinte, cioè: 

1) la resistenza Rx ha il valore richiesto quindi la 
«finestra» va a centrarsi esattamente sulla tensione 
applicata ai piedini 6-7. 

2) la resistenza Rx ha un valore sbagliato quindi 
la finestra va a «centrarsi» in un punto qualsiasi tra 
0 e 6 volt e la tensione applicata ai piedini 6-7 
ricade ovviamente al di fuori. 

Nel primo caso, cioè quando la resistenza Rx ha 
un valore corretto, l’integrato IC1 si accorge subito 
che la tensione sui piedini 6-7 ricade all’interno 
della finestra ed automaticamente porta la propria 
uscita 3 in condizione logica 1, cioè al max positivo 
(normalmente questa uscita si trova cortocircuitata 
a massa). 

Tale tensione positiva carica lentamente il con¬ 
densatore C5 tramite la resistenza RIO e non ap¬ 
pena la tensione sul piedino 2 di IC2/B (ingresso 
invertente) supera la tensione applicata al piedino 
3, automaticamente l’uscita di questo amplificatore 
differenziale commuta dal positivo a massa ecci¬ 
tando così l’ingresso di clock (piedino 1) del flip- 
flop J/K indicato sullo schema con la sigla IC3/A. 

In conseguenza di ciò l’uscita Q negato (piedino 
13) di tale flip-flop si porterà da massa al positivo e 
se il ponticello PI risulta effettuato su A-B, tale 
tensione positiva andrà a polarizzare la base del 
transistor TR3 (tramite la resistenza R20) portan¬ 
dolo in conduzione e facendo così eccitare il relè 2 
da noi utilizzato per disattivare l'antifurto o per 
aprire la porta o il cancello. 

Se invece noi effettuiamo il ponticello PI su A-C, 
cioè pilotiamo la base di TR3 con l’uscita Q negato 
(piedino 8) di IC3/B, per poter eccitare il relè 2 
dovremo inserire una prima volta lo spinotto nel¬ 
l’apposita presa, attendere circa 3 secondi che si 


189 






Una volta terminato il montaggio il circuito si presenterà come vedesi nella 
foto. Sulla sinistra in alto abbiamo il relè di allarme i cui contatti ci permette¬ 
ranno di azionare una sirena nel caso in cui qualcuno cerchi di «entrare» con 
una chiave sbagliata. Sulla destra abbiamo invece il relè impiegato per disat¬ 
tivare l’antifurto quando la resistenza inserita è di valore corretto. 


ecciti il primo flip-flop, estrarre la «chiave» ed at¬ 
tendere qualche secondo per consentire al con¬ 
densatore C5 di scaricarsi, poi inserire di nuovo lo 
spinotto jack nella presa ed attendere altri 3 se¬ 
condi. 

Così facendo il nuovo impulso che giungerà al¬ 
l’ingresso di clock (piedino 1) di IC3/A farà com¬ 
mutare dal positivo a massa l’uscita Q (piedino 12) 
di quest’ultimo e tale uscita finirà per eccitare l’in¬ 
gresso di clock (piedino 5) di IC3/B portandone 
l’uscita Q negato (piedino 8) in condizione logica 1. 
Ovviamente questa tensione positiva presente sul 
piedino 8, applicata tramite R20 alla base del tran¬ 


sistor TR3, lo porterà in conduzione facendo così 
eccitare il relè 2 collegato al suo collettore. 

Precisiamo subito che una volta eccitato il relè 2, 
non importa se con un solo inserimento dello spi¬ 
notto oppure con due inserimenti successivi, per 
poterlo diseccitare occorrerà ripetere pari passo 
tutte le operazioni appena eseguite, cioè inserire lo 
spinotto per altri 3 secondi se il ponticello PI è 
stato effettuato su A-B oppure inserirlo una prima 
volta, estrarlo, poi inserirlo una seconda volta se il 
ponticello PI è stato effettuato su A-C. 

Da notare infine, sempre a proposito di questo 
particolare funzionamento, il compito svolto dal 



Fig. 2 Disegno a grandezza naturale del circuito stampato LX463 necessario 
per questa realizzazione. Tale circuito viene fornito già forato e completo di 
disegno serigrafico dei componenti. Prima di iniziare il montaggio ricordarsi di 
effettuare il ponticello visibile nel disegno a lato, sopra l’integrato IC3. 


190 










MM74C73 


MC1458 TCA965 BC317 


Fig. 3 Connessioni degli integrati (visti da sopra) e del transistor (visto inve¬ 
ce da sotto) impiegati in questo progetto. Per gli integrati si raccomanda di 
utilizzare i relativi zoccoli in modo tale che sia più facile sostituirli in caso di 
guasto. 


USCITA 

ALLARME 


USCITA 

SERVIZIO 



Fìg. 4 Schema pratico di montaggio. Si noti il ponticello A-B-C sopra l’inte¬ 
grato IC3 che dovremo effettuare su A-B o su A-C a seconda delle esigenze. 
Sotto a questo è visibile l’altro ponticello necessario per collegare due piste 
sullo stampato che è un semplice monofaccia. I tre fili sulla sinistra in alto si 
riferiscono ai contatti «normalmente chiuso» e «normalmente aperto» del relè 
1, che sfrutteremo per azionare la sirena di allarme e lo stesso dicasi per i 3 fili 
di destra che sfrutteremo invece per disattivare l’antifurto. I due fili Rx sulla 
destra si collegheranno alla presa Jack femmina in cui andrà inserita la 
«chiave». 







































































diodo DS3 il quale, non appena l’uscita di IC2/B si 
porta a massa, provvede a scaricare il condensa¬ 
tore elettrolitico C6 bloccando così tutto il circuito 
di allarme costituito come vedremo da IC2/A-TR1- 
TR2. Supponiamo ora di metterci nella seconda 
condizione, cioè di inserire sull’apposita presa uno 
spinotto in cortocircuito oppure uno spinotto 
provvisto internamente di una resistenza di valore 
sbagliato. 

Ovviamente in questo caso la «finestra» finirà 
per «centrarsi» lontano dal punto richiesto e l’u¬ 
scita dell’integrato IC1 (piedino 3) se ne rimarrà in 
condizione logica 0. Contemporaneamente l’uscita 
di IC2/A, portandosi da massa al positivo (infatti 
una qualsiasi resistenza inserita al posto della Rx fa 
commutare l’uscita di questo amplificatore da 
massa al positivo), inizierà a caricare tramite DS1- 
R14 il condensatore elettrolitico C6 e non appena 
la tensione ai suoi capi supererà la tensione di la¬ 
voro dello zener DZ1, automaticamente i due tran¬ 
sistor TR1-TR2 si porteranno in conduzione fa¬ 
cendo eccitare il relè 1 di allarme. 

Nello stesso tempo il collettore di TRI, tramite il 
diodo DS2, terrà cortocircuitato a massa il piedino 
3 di IC1, pertanto anche se l’intruso tentasse con 
un trimmer di modificare la resistenza inserita al 
posto della Rx non potrà in alcun modo raggiun¬ 
gere il suo scopo di disattivare l’antifurto e far ces¬ 
sare l’allarme: tale condizione infatti si ottiene solo 
estraendo lo spinotto jack con la resistenza sba¬ 
gliata ed attendendo 5-6 secondi che il condensa¬ 
tore C6 si scarichi completamente, dopodiché il 
nostro circuito si porrà nuovamente a «riposo». Per 
concludere ricordiamo che il condensatore elet¬ 
trolitico C4 (applicato sul piedino 6 di IC2/A) serve 
per ottenere un certo ritardo di intervento del cir¬ 
cuito a partire dall’istante in cui viene inserito lo 
spinotto jack sulla presa, onde evitare che si possa 
«aprire» la nostra serratura con un generatore di 
rampa; le resistenze R11 -RI 2 (applicate fra i piedi¬ 
ni 1-3 di IC2/B) servono invece per creare un’iste¬ 
resi necessaria per ottenere una commutazione più 
netta sull’uscita di IC2/B quando viene individuata 
la resistenza di valore corretto. 

Da notare infine la maggior capacità del con¬ 
densatore elettrolitico C6 rispetto a C5, una carat¬ 
teristica questa indispensabile per consentire a 
IC2/B di neutralizzare il circuito di allarme sempre 
quando il circuito individua una resistenza Rx di 
valore corretto. 

Tutto il circuito richiede per la sua alimentazione 
una tensione stabilizzata di 12-15 volt che potremo 
prelevare da un qualsiasi alimentatore in grado di 
erogare una corrente massima di 0,5 ampère. 

Per quanto riguarda i due relè il carico massimo 
che questi possono sopportare sui contatti con una 
tensione di 220 volt risulta essere di 1 ampère, 
pertanto dovendo pilotare dei carichi maggiori do¬ 
vremo utilizzare i contatti stessi per azionare dei 
servorelè o teleruttori. 


REALIZZAZIONE PRATICA 

Tutti i componenti necessari per la realizzazione 
di questa «chiave» elettronica andranno montati 
sul circuito stampato LX 463 seguendo le indica¬ 
zioni fornite dallo schema pratico di fig. 4. 

Per prime monteremo tutte le resistenze, escluse 
la R1-R2-R3 di cui parleremo più avanti, poi gli 
zoccoli per i 3 integrati, i diodi al silicio e il diodo 
zener (cercando di non confonderli fra di loro e di 
non invertirne la polarità),.tutti i condensatori a 
disco, i 7 elettrolitici, i 3 transistor e per ultimi i due 
relè. Esternamente dovremo collegare il solo diodo 
led DL1 il quale ci indicherà quando il relè 2 è 
eccitato, nonché i due fili necessari per la presa 
jack o qualsiasi altra presa atta a ricevere la «chia¬ 
ve» entro cui dovremo ricordarci di stagnare la re¬ 
sistenza Rx. 

A proposito di tale resistenza occorre qui fare 
una piccola precisazione, cioè dire che questa va 
scelta di volta in volta a nostro piacimento: è ovvio 
infatti che se tutti utilizzassero lo stesso valore di 
resistenza, chiunque semplicemente avendo letto 
questo articolo sarebbe in grado di costruirsi una 
«chiave» in grado di eccitare il nostro circuito. 

Lo scopo del progetto è invece un altro, realiz¬ 
zare cioè una «combinazione» impossibile da indi¬ 
viduare per chi non la conosca ed è proprio una 
scelta opportuna del valore di Rx nonché della R3 
che ci permette di raggiungere molto facilmente il 
nostro scopo. Precisiamo subito che per ottenere 
dal circuito un corretto funzionamento è assoluta- 
mente necessario che tutte le resistenze inserite 
nel ponte, cioè R1-Rx-R2-R3 dispongano di una 
tolleranza minima, quindi utilizzate per questo 
scopo solo resistenze al 5%, o ancor meno, se riu¬ 
scite a trovarle. 

Utilizzando delle resistenze al 10% di tolleranza 
si potrebbe infatti correre il rischio che pur sce¬ 
gliendo per R1-R2 gli stessi valori e lo stesso dicasi 
anche per Rx-R3, non si riescano egualmente ad 
ottenere sui piedini 6-7 e sul piedino 8 di IC1 le 
stesse identiche tensioni ed in tal caso, non risul¬ 
tando la tensione di riferimento «centrata» all’in- 
terno della «finestra», non potremo mai eccitare il 
relè 2 ma solo far scattare l’allarme 

Per i valori da utilizare abbiamo due possibilità, 
cioè impiegare RI = Rx e R2 = R3 oppure come già 
detto in precedenza RI = R2 e Rx = R3. 

Noi opteremmo per quest’ultima soluzione, cioè 
utilizzare per R1-R2 due resistenze di identico va¬ 
lore compreso tra un minimo di 2.200 ohm ed un 
massimo di 82.000-100.000 ohm (per esempio 
10.000 ohm), poi scegliere per Rx e R3 altri due 
valori a caso, purché identici fra di loro (per esem¬ 
pio 4.700 ohm — 15.000 ohm — 22.000 ohm ecc.). 

Ovviamente utilizzando solo dei valori standard 
per le resistenze Rx ed R3 sarà molto più facile che 
qualcuno riesca a realizzare, anche se le probabi¬ 
lità sono molto rare, una «chiave» simile alla no¬ 
stra. Utilizzando invece per R3 e per Rx, dei paral- 


192 



Fig. 5 Come spiegato nell’articolo, 
per realizzare la nostra «chiave» po¬ 
tremo utilizzare un comunissimo spi¬ 
notto jack collegando fra i due termi¬ 
nali di questo una resistenza Rx di va¬ 
lore esattamente identico a quello im¬ 
piegato per R3 in modo da poter bilan¬ 
ciare perfettamente il ponte posto sugli 
ingressi di IC1. 


leli e delle serie di resistenze in modo da ottenere 
dei valori fuori standard, risulterà molto più difficile 
che qualche estraneo riesca ad individuare il valore 
giusto. 

Per esempio collegando in parallelo fra di loro 
una resistenza da 22.000 ohm ed una da 12.000 
ohm, noi potremo ottenere un valore ohmico com¬ 
plessivo di 7.765 ohm, cioè un valore a cui nessuna 
resistenza standard si avvicina; lo stesso dicasi 
anche se per caso collegassimo in serie una resi¬ 
stenza da 8.200 ohm con una da 4.700 ohm, infatti 
8.200 + 4.700 = 12.900 ohm e nessuna resistenza 
standard presenta tale valore. 

Come vedete le possibilità che vi vengono offerte 
sono molteplici e tutto dipenderà dalla vostra ini¬ 
ziativa personale rendere questa «chiave» elettro¬ 
nica la più sicura possibile. Una volta inserite sullo 
stampato le 3 resistenze R1-R2-R3 potrete inne¬ 
stare sugli appositi zoccoli i 3 integrati con la tacca 
di riferimento rivolta come indicato nel disegno 
pratico, dopodiché potrete preoccuparvi di realiz¬ 
zare la «chiave» come qui di seguito indicato. 


LA CHIAVE 

Come già accennato la «chiave» può essere rea¬ 
lizzata utilizzando una comunissima spina jack per 
cuffia nel cui interno dovremo ricordarci di sta¬ 
gnare la resistenza Rx, come è possibile vedere in 
fig, 5. 

In realtà in sostituzione della spina jack si po¬ 
trebbe utilizzare anche un comunissimo spinotto 
per altoparlanti o una normale presa DIN per mi¬ 
crofono, tuttavia noi riteniamo che la soluzione 
della spina jack risulti più valida in quanto chi vo¬ 
lesse tentare di realizzarne una identica, dovrebbe 
innanzitutto considerare il diametro e la lunghezza 
di tale spina, poi indovinare cosa commuta inter¬ 


namente questo spinotto e per ultimo indovinare il 
valore di resistenza che permette di attivare il cir¬ 
cuito senza far scattare l’allarme. 

Per concludere vi ricordiamo che qualora la spi¬ 
na in cui deve essere inserita la «chiave» venga 
collocata molto distante dal circuito stampato 
(qualche centinaio di metri), sarà bene utilizzare 
per i collegamenti del cavetto schermato ricordan¬ 
dosi di stagnare a massa la calza metallica; non 
solo ma in un caso di questo genere, poiché il filo 
stesso introdurrà una certa resistenza che si andrà 
a sommare alla Rx, occorrerà controllare con un 
tester che questo non sbilanci il nostro ponte. Se 
così fosse potremo risolvere il tutto applicando in 
parallelo alla resistenza Rx una seconda resistenza 
di valore elevato, cioè 1-1,2 megaohm. 


COSTO DELLA REALIZZAZIONE 

Il solo circuito stampato LX463 in fibra 
di vetro, già forato e completo di dise¬ 
gno serigrafico L. 2 700 

Tutto il materiale occorrente, cioè cir¬ 
cuito stampato, resistenze, condensa- 
tori, diodi, zener, transistor, led, inte¬ 
grati e relativi zoccoli, relè L. 21.000 

I prezzi sopra riportati non includono le spese po¬ 
stali. 


193 










Forse voi non sapete nemmeno distinguere su un 
pentagramma un DO da un LA e parlando di musica 
l’unico «strumento» che sapete suonare è il vostro 
giradischi Hi-Fi da 60 + 60 watt, però ogni volta che 
sentite qualcuno suonare una chitarra, un organo 
ecc. vi viene spontaneo di chiedervi: «Chissà se 
anch’io sarei capace?» e non potendo dare una 
risposta ve ne restate sempre col vostro dubbio. 

Tutto ciò è più che ovvio infatti non disponendo 
di uno strumento con cui provare, nessuno potrà 
mai dire con assoluta certezza di essere un ottimo 
musicista né potrà dire di non essere portato per la 
musica, in quanto solo provando si possono espri¬ 
mere giudizi di questo genere. 


tempo riuscirete forse a stupire gli amici suonando 
un intero motivetto senza errori. 

Per soddisfare questa vostra aspirazione noi og¬ 
gi vi presentiamo un organo elettronico formato 
«casa», cioè un oggetto musicalmente molto valido 
ma nello stesso tempo semplice da costruire e al¬ 
quanto economico con il quale potrete verificare la 
vostra vena di musicisti senza dover sborsare cifre 
astronomiche: se poi un domani vi accorgeste di 
essere dei «maestri» e aumentaste le vostre esi¬ 
genze, potrete sempre «regalare» questo mini-or¬ 
gano al vostro nipotino in modo tale che possa 
esso pure impratichirsi e realizzare per voi l’organo 
LX285/286 presentato sul n. 60/61. 


Un ORGANI) 
ELETTRONICO 
per TUTTI 



Per esempio non pensate che vostro figlio sia 
negato per la musica solo perché non suona alcu¬ 
no strumento, mentre il figlio del vicino, più giovane 
di lui, sa già destreggiarsi alla perfezione con l’or¬ 
gano regalatogli dal papà per Natale: se vostro fi¬ 
glio o voi non sapete suonare è solo perché nes¬ 
suno vi ha mai regalato uno strumento. Forse se ne 
possedeste uno potreste scoprire in voi «doti» che 
non osavate nemmeno immaginare. 

Se non ne siete convinti pensate un po’ come 
fareste ora ad andarvene a spasso in bicicletta o in 
moto tenendovi in equilibrio, se vostro padre, al¬ 
l’età di 4-5 anni, non vi avesse regalato quella prima 
«biciclettina» con le ruote di sostegno ai lati: cer¬ 
tamente non avreste mai imparato <• con non poca 
invidia guardereste ora quel ragazzino che se ne va 
per la strada fischiettando, senza mani sul manu¬ 
brio. 

Nessuno infatti nasce maestro e la prima condi¬ 
zione per stabilire se si è in grado di fare una de¬ 
terminata attività è procurarsi lo strumento con cui 
esercitarsi quindi se volete imparare a suonare un 
organo la prima cosa da fare è acquistarne uno con 
cui provare. Ovviamente le prime «pedalate» non 
saranno perfette (a un organo infatti non si posso¬ 
no applicare due ruotine per l'equilibrio) e i vostri 
brani rientreranno nella serie dei «molto lenti, più 
che lentissimo», con anche qualche nota stonata, 
però a poco a poco farete pratica e dopo qualche 


L’INTEGRATO TMS.3615/28 

Quando la Texas ci ha consegnato i primi cam¬ 
pioni e i relativi data-sheets di questo integrato 
TMS.3615/28 ci siamo subito resi conto che con 
esso si sarebbe potuto realizzare molto facilmente 
un semplice ma perfetto organo elettronico in 
quanto internamente, come vedesi in fig. 1, tale 
integrato contiene tutto ciò che è necessario per 
gestire un’ottava completa a due piedi. 

Precisiamo per chi non ne fosse a conoscenza 
(non per i musicisti i quali non hanno certamente 
bisogno di spiegazioni di questo genere) che con il 
termine «a due piedi» non si intende dire che que¬ 
st’organo deve essere suonato con i piedi nè si 
vuole fare riferimento a quei pedali che siamo soliti 
vedere negli organi in chiesa. 

In pratica questa terminologia discende dai vec¬ 
chi organi a canne nei quali la lunghezza delle 
canne veniva appunto misurata in «piedi», cioè si 
avevano le canne da 8 piedi, quelle da 16 piedi e 
cosi di seguito. 

A seconda della lunghezza della canna ne usciva 
ovviamente un suono diverso per ogni tipo di nota 
ed è appunto questo che è in grado di fare il nostro 
integrato, cioè per ogni tasto da noi pigiato è in 
grado di fornirci su due uscite indipendenti il suono 
relativo alla canna da 8 piedi e quello relativo alla 
canna da 16 piedi. 


194 



Questo particolare ovviamente aumenta le pre¬ 
stazioni del nostro organo in quanto miscelando fra 
di loro in modo opportuno queste due frequenze 
noi riusciremo ad ottenere degli «effetti» simili a 
quelli forniti da un vero organo professionale. 

Altre caratteristiche molto importanti dell’inte¬ 
grato TMS.3615 sono quella di poter programmare 
esternamente il «sustain» di ciascuna nota modifi¬ 
cando semplicemente il valore della resistenza ap¬ 
plicata al piedino 2, quella di disporre internamente 
di un miscelatore analogico cosicché le frequenze 
che ci giungono in uscita sono già miscelate fra di 
loro, con conseguenti notevoli semplificazioni sul 
circuito esterno, ed in più avere a disposizione una 


munque di vedere come sono stati ottenuti questi 
effetti nel nostro circuito preoccupiamoci di cono¬ 
scere meglio l’integrato TMS.3615 analizzando at¬ 
tentamente lo schema a blocchi riportato in fig. 1. 
Come noterete la frequenza di clock ricavata da un 
oscillatore pilota, applicata in ingresso sul piedino 
13, viene utilizzata per due scopi diversi infatti la si 
utilizza sia per ricavare (tramite un opportuno ge¬ 
neratore di toni) le 12 note di un’ottava, più l’even¬ 
tuale nota di risoluzione della tastiera, sia per rica¬ 
vare una frequenza di clock divisa X 2 con cui 
pilotare eventualmente l’ingresso di un altro inte¬ 
grato della stessa serie ed ottenere così le 12 note 
dell’ottava immediatamente inferiore. 



Se volete imparare a suonare e vi interessa un organo elettronico 
con il quale muovere i primi passi senza investire per questo 
scopo una cifra astronomica, il progetto che oggi presentiamo fa 
veramente al caso vostro in quanto semplice da realizzare, molto 
economico e dotato di un ottimo timbro, con possibilità di otte¬ 
nere gli effetti di flauto, clarino, oboe, archi e celeste. 


frequenza di clock divisa X 2 con cui pilotare 
eventualmente un altro integrato TMS.3615 per ot¬ 
tenere le note dell’ottava immediatamente più bas¬ 
sa oppure per realizzare una seconda tastiera da 
trasporre alla prima e di avere infine a disposizione 
una 13° nota da utilizzarsi come nota di risoluzione 
alla fine della tastiera. 

Come vedete, avendo a disposizione un simile 
portento, realizzare un organo diventa molto sem¬ 
plice: basta infatti abbinare quattro di questi inte¬ 
grati, poi applicargli una tastiera e un amplificatore 
di potenza e realizzare un semplice generatore di 
clock per pilotare l’ingresso del primo integrato, 
per ottenere automaticamente ciò che si desidera. 
Volendo invece realizzare un qualcosa di più com¬ 
pleto e sofisticato dovremo, come noi stessi abbia¬ 
mo fatto, completare il circuito con tutta una serie 
di filtri che ci permettano di ottenere gli effetti di 
flauto, clarino, oboe, archi e celeste, aggiungen¬ 
dogli inoltre il «vibrato» e possibilmente preveden¬ 
do l’attacco per una batteria elettronica. Prima co- 


L’uscita di questa frequenza divisa X 2 è sul pie¬ 
dino 15 dell’integrato quindi per ottenere 4 ottave 
partendo dalla stessa frequenza di clock noi do¬ 
vremo applicare la frequenza «pilota» sul piedino 
13 del primo integrato, poi collegare il piedino 15 
(uscita) del primo integrato al piedino 13 (ingresso) 
del secondo, il piedino 15 del secondo al piedino 13 
del terzo ed il piedino 15 del terzo al piedino 13 del 
quarto, come vedesi appunto nel nostro schema 
elettrico. 

Tralasciando per ora questo particolare che 
analizzeremo più profondamente in seguito, occu¬ 
piamoci invece delle nostre 13 note le quali, come 
vedesi sempre sullo schema a blocchi di fig. 1, 
vengono applicate contemporaneamente all’in¬ 
gresso di un mixer analogico e di un divisore X 2. 

Il mixer provvederà a fornirci in uscita sul piedino 
26 tutte le frequenze dell‘8 piedi già miscelate fra di 
loro; il divisore provvederà invece a dividere ulte¬ 
riormente X 2 queste frequenze prima di applicarle 
ad un secondo mixer analogico il quale da parte 


195 









SOUSTAIN 


USCITA 

CLOCK 


ENTRATA 

CLOCK 



Fiq. 1 


Schema a blocchi interno dell’integrato TMS.3615/28 della Texas. 


sua ci fornirà in uscita sul piedino 3 tutte le note del 
«16 piedi» già miscelate fra di loro. Completa il tutto 
una rete di «sustain» programmabile dall’esterno, 
più una rete per l’azzeramento iniziale del sistema e 
una rete per la stabilizzazione in ampiezza delle 
uscite. 


SCHEMA ELETTRICO 

In fig. 2 il lettore troverà lo schema elettrico del 
nostro organo elettronico completo di tutti gli stadi, 
compreso il generatore di clock e lo stadio degli 
effetti. 

Tale schema ad un primo sguardo potrà risultare 
anche abbastanza complesso rispetto a quanto vi 
avevamo anticipato, tuttavia non fatevi ingannare 
dalle apparenze in quanto tenendo presente che i 
nand, disegnati separatamente sullo schema, sono 
in realtà racchiusi a 4 a 4 in un unico integrato di 
tipo CD.4011 e che gli amplificatori differenziali 
impiegati nei filtri sono anch’essi racchiusi a 2 a 2 
in un unico integrato siglato TL.082, il tutto si ridu¬ 
ce a soli 8 integrati, più ovviamente le resistenze e i 
condensatori utilizzati nei filtri. 

Nella descrizione cominceremo dall’oscillatore 
pilota o «generatore di clock» realizzato con i due 
nand IC.5/A e IC.5/B visibili in alto sulla sinistra 
dello schema elettrico. Tale oscillatore è in grado di 
generare un segnale ad onda quadra con una fre¬ 
quenza di circa 500 KHz, segnale che noi appli¬ 
cheremo all’ingresso (piedino 13) del primo inte¬ 
grato TMS.3615 (vedi IC.1) per ricavarci tutte le 
frequenze dell’ottava più alta (note acute). 


Il trimmer R.2. che troviamo presente sullo stadio 
oscillatore ci sarà indispensabile per regolare la 
frequenza in modo da «accordare» il nostro orga¬ 
no. Una volta tarato questo trimmer per una deter¬ 
minata nota, automaticamente tutte le altre risulte¬ 
ranno accordate infatti tutte le frequenze vengono 
ricavate per divisione partendo da questa frequen¬ 
za pilota, pertanto o la frequenza stessa è tarata 
esattamente e tutte le note sono accordate oppure 
la frequenza non è tarata e tutte le note, pur 
uscendo in regolare scaletta fra di loro, risultano in 
disaccordo con qualsiasi altro strumento. 

In altre parole è possibile suonare un qualsiasi 
brano musicale anche senza tarare il trimmer R.2. 
tuttavia non appena vorremo suonare questo bra¬ 
no insieme ad un altro strumento, per esempio ad 
una chitarra, per poterlo suonare all’unisono do¬ 
vremo necessariamente tarare il nostro LA sulla 
stessa frequenza di quello della chitarra. 

Applicando in ingresso sul piedino 13 dell’inte¬ 
grato TMS.3615 questa frequenza pilota, l’integra¬ 
to stesso provvederà autonomamente ad operare 
tutte le divisioni necessarie a fornirci quindi in 
uscita sui piedini 26 e 3 le due frequenze «8 piedi» e 
«16 piedi» relative alla nota di volta in volta sele¬ 
zionata, come indicato in tabella n. 1. 

Ammettendo per esempio di voler ottenere in 
uscita sul piedino 26 il LA a 440 Hz, noi dovremmo 
applicare in ingresso a questo integrato una fre¬ 
quenza di 440 x 284 = 124.960 Hz. 

In realtà noi il LA a 440 Hz non lo otterremo sulla 
1° ottava, bensì sulla 3°, infatti la taratura la ese¬ 
guiremo per un DO maggiore corrispondente a 


196 






































































2092,75 Hz, pertanto la frequenza che dovrà ge¬ 
nerare il nostro oscillatore risulterà pari a: 

2.092,75 x 239 = 500.167,25 Hz 

Come già detto l’integrato TMS.3615, oltre a for¬ 
nirci in uscita le frequenze relative alle varie note, ci 
fornisce anche in uscita sul piedino 15 la frequenza 
di clock già divisa X 2, utilizzabile quindi per poter 
pilotare un altro integrato della stessa serie ed ot¬ 
tenere così le 12 note dell’ottava immediatamente 
più bassa. 

A sua volta questo secondo integrato ci fornirà in 
uscita sul piedino 15 la frequenza di clock divisa X 4 
che utilizzeremo per pilotare l'ingresso di un terzo 
integrato della stessa serie in modo da ottenere 
tutte le note della 3° ottava. 

Infine questo 3° integrato ci fornirà in uscita 
sempre sul piedino 15 la frequenza di clock divisa X 
8 che utilizzeremo per pilotare il 4° integrato della 
serie ed ottenere così le note relative alla 4° ottava, 
cioè all’ottava più bassa. 

Come vedete il funzionamento del circuito, al¬ 
meno per quanto riguarda la generazione delle 
note, è molto semplice e facilmente comprensibile: 
forse un po’ meno comprensibile è invece lo stadio 
degli effetti che ora ci accingiamo a descrivere. 

Prima comunque vorremmo farvi rilevare che la 
«linea» che collega fra di loro i piedini 16 e 12 di 
due integrati successivi non è altro che una linea di 
reset che partendo dall'ottava più bassa, cioè da 
IC.4., e andando verso l’ottava più alta, cioè IC.1., 
provvede ad azzerare internamente tutti i divisori 
all’atto dell’accensione. 

Le uscite «8 piedi» e «16 piedi» dei 4 integrati 
(piedini 26 e 3 rispettivamente) risultano tutte col¬ 
legate fra di loro in parallelo e si congiungono se¬ 
paratamente all’emettitore di due transistor PNP di 
tipo BC328 (vedi TR.4 e TR.3) impiegati nel nostro 
circuito per trasformare gli impulsi di corrente for¬ 
niti in uscita dagli integrati TMS.3615 in altrettanti 
impulsi di tensione. 

In pratica sul collettore di TR.4 noi ci ritroveremo 


un segnale ad onda quadra corrispondente all’u¬ 
scita a 8 piedi, mentre sul collettore di TR.3 un 
segnale sempre ad onda quadra corrispondente 
all’uscita a 16 piedi, segnali che applicheremo se¬ 
paratamente agli ingressi invertenti (piedini 3 e 6) 
dei due amplificatori IC 7/B e IC7/A necessari per 
amplificare l'onda quadra prima di applicarla ai vari 
filtri presenti nel circuito. 

Come noterete questi filtri vengono inseriti di 
volta in volta tramite dei deviatori semplici (vedi per 
esempio il flauto 16 piedi, flauto 8 piedi, clarino 16 
piedi e clarino 8 piedi) oppure tramite dei deviatori 
doppi (vedi celeste, oboe e archi) in quanto nel 
primo caso per ottenere il suono richiesto è suffi¬ 
ciente filtrare singolarmente la frequenza dei 16 
piedi oppure quella degli 8 piedi, mentre nel se¬ 
condo caso per ottenere il suono richiesto occorre 
filtrare entrambe le frequenze poi miscelarle insie¬ 
me. 

Ovviamente se noi lasciassimo tutti questi devia¬ 
tori spostati verso massa in altoparlante non po¬ 
tremmo ascoltare nessun suono in quanto sono 
proprio tali deviatori che prelevano il segnale dalle 
uscite di IC7/A-IC7/B e lo trasferiscono allo stadio 
d’uscita di BF facendolo passare attraverso il rela¬ 
tivo filtro. Ad esempio per il suono del «celeste» noi 
preleviamo il segnale a 8 piedi tramite S4A e il 
segnale a 16 piedi tramite S4B, poi li applichiamo al 
filtro costituito da C31-R44-C32-R43 e li miscelia¬ 
mo fra di loro sulla resistenza R42. 

Per il suono del «flauto 16 piedi» abbiamo un 
deviatore singolo (vedi S5) che preleva il segnale 
dall’uscita di IC7/A e lo applica al filtro costituito da 
R49-C33-R45-C36-R46, poi sull’uscita di questo 
filtro convergono altri due segnali, relativi rispetti¬ 
vamente al «flauto 8 piedi» e «clarino 16 piedi» 
ottenuti rispettivamente chiudendo il deviatore S6 
sull’uscita di IC7/B oppure il deviatore S7 sull’u¬ 
scita di IC7/A. Per ottenere il suono dell’oboe ab¬ 
biamo ancora un doppio deviatore (vedi S8/A- 
S8/B) che permette di applicare il segnale a 8 piedi 
sull’ingresso del filtro costituito da C45-R58-C46 e 
quello a 16 piedi sull’ingresso del filtro costituito da 
R54-C43-C42-R55-C44. 

Per il «clarino 8 piedi» abbiamo un solo deviatore 
(vedi S9) che preleva il segnale dall’uscita di IC7/B 
e lo applica quindi al filtro costituito da R59-R60- 
C47-C48-C49-R61-R62. Infine per gli «archi» ab¬ 
biamo ancora un doppio deviatore (vedi S10/A- 
S10/B) che preleva il segnale a «8 piedi» dall’u¬ 
scita di IC7/B per applicarlo in ingresso al filtro 
costituito da R63-R64-C50-C51 e contemporanea¬ 
mente preleva il segnale a 16 piedi sull’uscita di 
IC7/A per applicarlo al filtro costituito da R66- 
R68-C53-C52. Questi due segnali vengono poi mi¬ 
scelati insieme sulla resistenza R67 e di qui, tramite 
la R65, vanno a confluire nello stesso punto in cui 
confluiscono tutti gli altri, cioè sull’ingresso non 
invertente (piedino 3) dell’amplificatore differen¬ 
ziale IC8/B impiegato nel nostro circuito come 
semplice stadio separatore-miscelatore. Sull’usci- 


197 









USCITA 

CLOCK 



198 
























































































































ALLA BARRA 
DI CONTATTO 



FLAUTO 8’ CLARINO 16' OBOE CLARINO 8' ARCHI 



Fig. 2 Schema elettrico completo dell’organo. Per la lista componenti vedere 
a pag. 72-73. Nota = il piedino 13 di IC1 va collegato al terminale C prove¬ 
niente dal nand IC5/A. 


199 




































































































ta di IC8/B noi troviamo disponibile una presa 
«monitor» d’uscita e relativa presa di «entrata» che 
potremo utilizzare ad esempio per collegare a 
questo organo un riverbero elettronico o laf batte¬ 
ria elettronica. 

A questo stadio fa seguito uno stadio preamplifi¬ 
catore costituito da IC8A necessario per fornirci in 
uscita un segnale di ampiezza più che sufficiente 
per pilotare l’ingresso di qualsiasi amplificatore di 
potenza. 

A proposito di tale amplificatore starà in voi sce¬ 
gliere la potenza che meglio soddisfa le vostre esi¬ 
genze: ad esempio se dovete solo imparare a suo¬ 
nare, un amplificatore da 5-6 watt sarà già più che 
sufficiente; per usi normali potrebbe bastarvi un 
amplificatore da 15-20 watt; se invece volete far 
«sapere» ai vicini che sapete suonare l’organo, 
dovrete adottare un amplificatore molto più potente 
da 30-50 o anche 80 watt. 

Logicamente la fedeltà del suono dipenderà 
molto dalle caratteristiche deiramplificatore non¬ 
ché" dalle casse acustiche utilizzate, infatti con un 
amplificatore da 5-6 watt non potrete mai ottenere 
una buona resa sui bassi, mentre aumentando la 
potenza e impiegando casse -acustiche a 2-3 vie, 
potrete ottenere un’ottima fedeltà su tutta la gam¬ 
ma degli acuti-medi e bassi. 

L’uscita del nostro organo può essere collegata 
anche all’ingresso di un preamplificatore provvisto 
di controlli di volume e di tono: in tal modo si potrà 
non solo dosare l’ampiezza del segnale ma anche 
attenuare o accentuare le frequenze degli acuti e 
dei bassi in modo da renderle più consone ai nostri 
gusti. Per completare la descrizione dello schema 
elettrico dovremo ora ritornare allo stadio oscil¬ 
latore costituito da IC5/A-IC5/B per precisarvi che 
gli altri due nand siglati IC5/C-IC5/D costituiscono 
un secondo oscillatore a bassissima frequenza 
(circa 10 Hz) che potremo utilizzare per modulare 
in frequenza il nostro «generatore di clock» ed ot¬ 
tenere così l’effetto del «vibrato». 

Da notare che chiudendo il deviatore SI verso 
massa automaticamente si blocca il funzionamento 
di questo secondo oscillatore e l’effetto del vibrato 
scompare. 

Un altro effetto speciale che potremo ottenere da 
tale organo è il SUSTAIN MANUALE cioè la possi¬ 
bilità di far «smorzare» lentamente la nota dopo 
che il tasto è stato rilasciato. 

In pratica per aumentare o diminuire questo 
tempo di smorzamento noi potremo agire sul po¬ 
tenziometro RI 9 il quale ci permette appunto di 
regolare il sustain da un minimo a un massimo se¬ 
condo le nostre esigenze. 

In taluni casi però avere il sustain su tutte le note 
può risultare fastidioso all’ascolto, soprattutto 
quando si pigiano più tasti contemporaneamente: 
ecco quindi che nel nostro circuito è stato previsto 
l’AUTOSUSTAIN, cioè un deviatore chiudendo il 
quale noi possiamo fare in modo che il sustain sulla 
nota si abbia solo quando non risulta pigiato nes- 


COMPONENTI TASTIERA 

RI = 100.000 ohm 1/4 watt 

R2 = 10.000 ohm trimmer multigiri 

R3 = 10.000 ohm 1/4 watt 

R4 = 47.000 ohm 1/4 watt 

R5 = 470.000 ohm 1 /4 watt 

R6 = 1 megaohm 1/4 watt 

R7 = 1 megaohm 1 /4 watt 

R8 = 100.000 ohm 1/4 watt 

R9 = 1 megaohm 1 /4 watt 

RIO = 2,2 megaohm 1/2 watt 

RII = 47.000 ohm 1/4 watt 

RI 2 = 47.000 ohm 1/4 watt 

RI 3 = 47.000 ohm 1/4 watt 

RI4 = 22.000 ohm 1 /4 watt 

RI 5 = 10.000 ohm 1/4 watt 

RI 6 = 4.700 ohm 1/4 watt 

RI 7 = 15.000 ohm 1/4 watt 

RI 8 = 2.700 ohm 1/4 watt 

RI 9 = 10.000ohmpotenz.log. 

R20 = 560.000 ohm 1 /4 watt 

R21 = 33.000 ohm 1 /4 watt 

R22 = 1.000 ohm 1/4 watt 

R23 = 1.000 ohm 1/4 watt 

R69 = 470 ohm 1 /4 watt (49 resistenze) 

CI = 100.000 pF a disco 

C2 = 100.000 pF a disco 

C3 = 100.000 pF a disco 

C4 = 10.000 pF a disco 

C5 = 100.000 pF a disco 

C6 = 10 mF elettr. 35 volt 

C7 = 39 pF a disco 

C8 = 100.000 pF a disco 

C9 = 100.000 pF a disco 

CIO = 100.000 pF a disco 

C11 = 68.000 pF poliestere 

CI 2 = 100.000 pF a disco 

CI3 = 1.200 pF poliestere 

CI 4 = 82 pF a disco 

CI 5 = 100.000 pF a disco 

CI 6 s 1 mF elettr. 63 volt 

CI 7 = 100.000 pF a disco 

CI 8 = 1.000 pF a disco 

CI 9 = 1.000 pF a disco 

C58 = 1 mF elettr. 63 volt (49 condensatori) 

DS1-DS5 = diodi al silicio 1N4148 

TRI = transistor NPN tipo BC317 

TR2 = transistor NPN tipo BC317 

TR3 = transistor PNP tipo BC328 

TR4 = transistor PNP tipo BC328 

IC1 = integrato tipo TMS.3615 

IC2 = integrato tipo TMS.3615 

IC3 = integrato tipo TMS.3615 

IC4 = Integrato tipo TMS.3615 

IC5 = integrato tipo CD.4011 

IC6 = integrato tipo CD.4011 

51 = deviatore a levetta 

52 = deviatore a levetta 

53 = deviatore a levetta 


200 



COMPONENTI STADIO DEGLI EFFETTI 

R24 = 10.000 ohm 1/4 watt 
R25 = 10.000 ohm 1/4 watt 
R26 = 100.000 ohm 1/4 watt 
R27 = 100.000 ohm 1/4 watt 
R28 = 10.000 ohm 1/4 watt 
R29 = 68.000 ohm 1 /4 watt 
R30 = 68.000 ohm 1/4 watt 
R31 = 68.000 ohm 1/4 watt 
R32 = 39.000 ohm 1 /4 watt 
R33 = 100.000 ohm 1/4 watt 
R34 = 680 ohm 1 /4 watt 
R35 = 100.000 ohm 1/4 watt 
R36 = 56.000 ohm 1 /4 watt 
R37 = 10.000 ohm 1/4 watt 
R38 = 1.000 ohm 1/4 watt 
R39 = 150.000 ohm 1/4 watt 
R40 = 10.000 ohm 1/4 watt 
R41 = 100.000 ohm 1/4 watt 
R42 = 4,7 megaohm 1 /2 watt 
R43 = 22.000 ohm 1 /4 watt 
R44 = 100.000 ohm 1 /4 watt 
R45 = 100.000 ohm 1/4 watt 
R46 = 22.000 ohm 1/4 watt 
R47 = 22.000 ohm 1/4 watt 
R48 = 22.000 ohm 1 /4 watt 
R49 = 180.000 ohm 1/4 watt 
R50 = 68.000 ohm 1/4 watt 
R51 = 22.000 ohm 1/4 watt 
R52 = 120.000 ohm 1/4 watt 
R53 = 150.000 ohm 1/4 watt 
R54 = 10.000 ohm 1/4 watt 
R55 = 2.200 ohm 1/4 watt 
R56 = 820.000 ohm 1/4 watt 
R57 = 68.000 ohm 1 /4 watt 
R58 = 22.000 ohm 1 /4 watt 
R59 = 82.000 ohm 1 /4 watt 
R60 = 33.000 ohm 1 /4 watt 
R61 = 22.000 ohm 1 /4 watt 
R62 = 560.000 ohm 1 /4 watt 
R63 = 150.000 ohm 1/4 watt 
R64 = 180.000 ohm 1/4 watt 
R65 = 82.000 ohm 1/4 watt 
R66 = 68.000 ohm 1 /4 watt 
R67 ss 15.000 ohm 1/4 watt 
R68 = 150.000 ohm 1 /4 watt 


C20 = 100.000 pF poliestere 
C21 = 100.000 pF poliestere 
C22 = 22 pF a disco 
C23 = 22 pF a disco 
C24 = 22.000 pF poliestere 
C25 = 10.000 pF poliestere 
C26 = 10 mF elettr. 25 volt 
C27 = 10 pF a disco 
C28 = 100.000 pF poliestere 
C29 = 1 mF elettr. 50 volt 
C30 = 270.000 pF poliestere 
C31 = 1.000 pF poliestere 
C32 = 10.000 pF poliestere 
C33 = 10.000 pF poliestere 
C34 = 22.000 pF poliestere 
C35 = 18.000 pF poliestere 
C36 = 82.000 pF poliestere 
C37 = 10.000 pF poliestere 
C38 = 100.000 pF poliestere 
C39 = 3.300 pF poliestere 
C40 = 33.000 pF poliestere 
C41 = 8.200 pF poliestere 
C42 ss 56.000 pF poliestere 
C43 = 4.700 pF poliestere 
C44 = 5.600 pF poliestere 
C45 = 15.000 pF poliestere 
C46 = 33.000 pF poliestere 
C47 = 1.800 pF poliestere 
C48 = 22.000 pF poliestere 
C49 = 10.000 pF poliestere 
C50 = 12.000 pF poliestere 
C51 = 680 pF a disco 
C52 =s 330 pF a disco 
C53 = 22.000 pF poliestere 
C54 = 100.000 pF a disco 
C55 = 100.000 pF a disco 
C56 = 100.000 pF a disco 
C57 = 100.000 pF a disco 
IC7 = integrato tipo TL.082 
IC8 = integrato tipo TL.082 

54 = doppio deviatore a levetta 

55 = deviatore a levetta 

56 = deviatore a levetta 

57 = deviatore a levetta 

58 = doppio deviatore a levetta 

59 = deviatore a levetta 

S10 s= doppio deviatore a levetta 


NOTA = In fig. 2 è riportato lo schema elettrico dell’organo completo di tutti quei 
componenti che dobbiamo inserire sul circuito stampato della tastiera LX.461 
(vedi fig. 5) e di quelli dello stadio degli effetti, che troveranno invece alloggio sul 
circuito stampato LX.462 (vedi fig. 14). Per facilitare la realizzazione pratica 
abbiamo comunque ritenuto opportuno tenere separate le due liste componenti in 
modo tale da poter distinguere più velocemente quelli che dovremo montare sulla 
tastiera (riportati a destra) e quelli da montare sulla scheda degli effetti (riportati 
qui sopra). Come già accennato nell’articolo di resistenze R.69 ne occorrono 49 
(tutte da 470 ohm) e così dicasi pure per il condensatore C.58 da 1 microfarad. 
Queste resistenze e condensatori vanno collegati agli ingressi degli integrati 
TMS.3615, come indicato nello schema elettrico di fig. 3. 





BARRA DI CONTATTO 

DO DO® RE RE# MI FA FA# SOL SOL# LA LA# 


1 


TASTI 


ALIA BASE 01 TR2 ©“* 


^-T —ì -^^^ i i i S 

R69 ■ [ I 


TS-3 


15 v Q- 


HH 


Hr 1 HH H.J H.rJ H j H j HH HP -LH HIP f* 




17 1B 1S 20 21 22 23 S 7 8 9 10 


Fig. 3 Nello schema elettrico di fig. 1 non appaiono i collegamenti fra gli 
ingressi degli integrafi IC1-IC2-IC3-IC4 e i contatti della tastiera. Questa parte 
mancante è riportata in questo disegno per un solo integrato ed è valida per 
tutti e quattro gli integrati. Come si potrà constatare ogni uscita si collega 
all’interruttore della tastiera tramite una resistenza da 470 ohm (tutte le resi¬ 
stenze portano la sigla R69) e ad ognuna di tali uscite è collegato un con¬ 
densatore elettrolitico da 1 mF riportato nello schema elettrico con la sigla 
C.58. 


sun tasto, cioè quando noi togliamo compieta- 
mente le mani dalla tastiera. 

Aprendo il deviatore S2, automaticamente entra 
in funzione tutta la parte di circuito costituita da 
IC6/A-IC6/B-IC6/C-IC6/D-TR1-TR2 tramite la 
quale noi possiamo modificare a nostro piacimento 
il tempo di attacco di ciascuna nota, cioè ottenere 
un «attacco» veloce oppure un «attacco» lento. 
L’attacco veloce si ottiene chiudendo il deviatore 
S2 verso massa: in questo caso infatti il nand 
IC6/D, avendo un ingresso (piedino 1) ancorato a 
massa, rimane bloccato con la propria uscita (pie¬ 
dino 3) al positivo e questa tensione, applicata alla 
base del transistor TRI, lo porta in conduzione co¬ 
sicché ogni volta che noi pigiamo un qualsiasi ta¬ 
sto, il condensatore elettrolitico ad esso collegato 
(vedi C58 in fig. 3) si può caricare molto rapida¬ 
mente attraverso la base di TR2 e il collettore di 
TRI e la nota raggiunge subito il suo massimo li¬ 
vello. Quando invece noi apriamo il deviatore S2, 
sull’uscita (piedino 3) del nand IC6/D non abbiamo 
più una tensione positiva fissa, bensì una serie di 
impulsi positivi molto «stretti» ottenuti tramite l’o¬ 
scillatore costituito da IC6/A-IC6/B e il derivatore 
costituito da C14-R15. 


In tali condizioni il transistor TRI non potrà più 
condurre continuamente, bensì condurrà solo per 
quei brevi attimi in cui la sua base è pilotata da un 
impulso positivo, pertanto quando noi pigeremo un 
qualsiasi tasto il relativo condensatore elettrolitico 
C58 non si caricherà più all’istante, ma si caricherà 
invece molto più lentamente e poiché l’ampiezza 
della nota dipende dalla carica di questo conden¬ 
satore, è ovvio che la nota stessa raggiungerà la 
sua massima ampiezza solo dopo qualche istante 
dal momento in cui è stato pigiato il tasto. 

Per concludere la descrizione di questo schema 
elettrico resta ancora da spiegare a cosa servono il 
terminale di test-point TRI, visibile in basso a sini¬ 
stra sull’uscita dell’amplificatore IC7/B, nonché le 
due boccole CLOCK ESTERNO visibili sulla sinistra 
in alto accanto al ponticello A-B-C, posto sull’in¬ 
gresso 13 dell’integrato IC1. Per quanto riguarda il 
test-point la sua funzione è molto semplice infatti 
esso ci servirà in fase di taratura per misurare la 
frequenza ottenuta pigiando i vari tasti e poter così 
accordare perfettamente il nostro organo. Le due 
boccole «clock esterno» ci serviranno invece solo 
nel caso in cui desiderassimo collegare al nostro 
organo due tastiere, cioè abbinare a questa tastie- 


202 
































































ra una seconda tastiera di accompagnamento con 
un’ottava in più sulle note basse, ma per ciò che 
riguarda questo argomento vi rimandiamo all’ap¬ 
posito paragrafo che troverete più avanti in questo 
stesso articolo. 


IL COLLEGAMENTO ALLA TASTIERA 

Come già accennato i piedini 17-18-19-20-21- 
22-23-6-7-8-9-10 degli integrati TMS.3615 dovreb¬ 
bero tutti venir collegati direttamente al relativo in¬ 
terruttore presente sotto ciascun tasto nella tastie¬ 
ra, in modo tale che pigiando questo o quel tasto si 
colleghi a massa il piedino interessato e l’integrato 
provveda di conseguenza ad effettuare tutte le di¬ 
visioni necessarie per ottenere le note musicali 
DO-RE-MI-FA ecc. Collegando semplicemente tali 
piedini all’interruttore della tastiera, come consi¬ 
gliato dalla Casa costruttrice, ci siamo però accorti 
che premendo e lasciando il tasto si sentiva in sot¬ 
tofondo il «toc» dell’attacco e distacco dei contatti, 
un particolare questo piuttosto fastidioso all’a¬ 
scolto. 


Era ovvio che non potevamo lasciare in un pro¬ 
getto di questo genere un simile inconveniente, 
pertanto abbiamo subito cercato un soluzione che 
ci permettesse di eliminarlo e in breve tempo l’ab¬ 
biamo trovata. 

Come vedesi in fig. 3 si elimina totalmente questo 
difetto se su tutti i piedini di questi integrati, an¬ 
ziché collegarli direttamente al contatto, si pone in 
serie una resistenza da 470 ohm, indicata nello 
schema con la sigla R69 (in quanto tutte di identico 
valore), più un condensatore elettrolitico da 1 mF 
(vedi C58) collegato fra il piedino stesso ed il posi¬ 
tivo di alimentazione. Ovviamente adottando que¬ 
sta soluzione è necessario aggiungere sul circuito 
stampato 49 resistenze e 49 condensatori, infatti 
abbiamo in totale 48 tasti relativi alle 4 ottave, più il 
49° tasto di risoluzione che andrà collegato solo 
sull’integrato IC1 e che proprio per tale motivo in 
fig. 3 appare tratteggiato: tale aggiunta di compo¬ 
nenti sarà comunque ampiamente compensata dai 
vantaggi che ne deriveranno sul suono e soprat¬ 
tutto dalla possibilità di ottenere gli effetti di SU- 
STAIN-AUTOSUSTAIN e ATTACK che altrimenti ci 
sarebbero negati. 



Fig. 4 Se volessimo utilizzare due tastiere, la seconda la dovremo collegare alla 
prima come vedesi in disegno. Notare i collegamenti tra I terminali A-B-C vicino 
all’integrato IC.5. 


203 







































































IC3 



Fig. 5 Schema pratico di montaggio della 
tastiera. Si notino i ponticelli vicino a IC4- 
IC3-IC2-IC1. Sulla destra troviamo i due ca¬ 
vetti schermati con le uscite «8 piedi» e «16 
piedi» che dovremo collegare al circuito dei 
filtri. 



Fig. 6 Si noterà in 
questo particolare 
la barra orizzontale 
di contatto e le 
mollette che dovre¬ 
mo innestare tra il 
tasto e il terminale 
di ancoraggio (vedi 
sotto). 


» CONNETTORE 


ig. 7 Sul connettore di 
(astica dovremo infilare in 
>gni incavo il terminale di 
scoraggio necessario per le 
lolle di contatto, e frontal- 
nente il supporto per infilarci 
I filo argentato da 2 mm. 
vedi in alto la fig. 5). 


SUPPORTO 
BARRA DI 
CONTATTO 


204 















































BARRA DI CONTATTO 



ALL'ENTRATA 8' ALL'ENTRATA 16' 

OELLLX462 DELL 1X462 


Fig. 8 In questa foto si può vedere, anche se note¬ 
volmente ridotta, la parte destra della nostra tastie¬ 
ra. Noteremo l'integrato IC5, poi il trimmer multigiri 
R2 necessario per la taratura della frequenza del¬ 
l’oscillatore, infine l’integrato IC1 e i due transistor 
TR3-TR4. Facciamo presente al lettore che sul cir¬ 
cuito stampato è riportato un disegno serigrafico dei 
componenti che agevolerà notevolmente la realiz¬ 
zazione. 




Fig. 9 In questa seconda foto potre¬ 
mo invece vedere la parte sinistra della 
nostra tastiera. Nelle due foto si pos¬ 
sono facilmente distinguere tutti i con¬ 
densatori elettrolitici C.58 e le resi¬ 
stenze R.69 che collegheranno gli in¬ 
gressi degli integrati TMS.3615 alle 
mollette di contatto. 


205 








































Per innestare le mollette 
di contatto sarà sufficien¬ 
te infilarle nell’asola del 
tasto e tirarle di quel tanto 
necessario per poterle in¬ 
serire nel terminale di an¬ 
coraggio (vedi fig. 7). Se 
userete una pinza non 
stringete troppo la molla 
per non schiacciarla. 


SUPPORTO 



Fig. 10 La barra di contatto, cioè il filo argentato da 2 mm che infileremo entro 
i fori dei supporti in plastica, dovrà essere stagnato ai due estremi sui due 
terminali presenti sul circuito stampato della tastiera (vedi anche fig. 5). Con¬ 
trollate inserendo questa barra che le mollette di contatto risultino da essa 
distanziate di pochi millimetri e solo pigiando il tasto effettuino un ottimo 
contatto con tale barra. 


COLLEGAMENTO PER DUE TASTIERE 

Lo schema da noi realizzato ci offre la possibilità 
di utilizzare due tastiere, cioè di abbinare alla ta¬ 
stiera principale una seconda tastiera «trasposta» 
per effettuare gli accompagnamenti, impiegando 
per questo scopo le due prese «uscita clock» e 
«clock esterno» visibili in alto sulla sinistra dello 
schema elettrico di fig. 2. 

Per collegare questa seconda tastiera sarà suffi¬ 
ciente prelevare con un cavetto schermato il se¬ 
gnale di clock in uscita dalla tastiera principale 
(cioè il segnale di clock diviso X 2 dall’integrato 
IC1) ed applicarlo in ingresso sulle boccole «clock 
esterno» della tastiera «trasposta», ricordandosi 
sempre di stagnare alla massa la calza metallica da 
entrambe le parti. 


Sulla tastiera principale il piedino d’ingresso 13 
di IC1 dovrà risultare collegato all’uscita 10 del 
nand IC5/A, pertanto su questa tastiera il ponti¬ 
cello A-B-C dovrà essere effettuato su A-C in modo 
da prelevare il segnale di clock direttamente dal¬ 
l’oscillatore pilota. 

Sulla seconda tastiera invece il segnale di clock 
dovrà essere prelevato dalla presa clock esterno 
pertanto in questo caso il ponticello A-B-C dovrà 
essere effettuato su A-B e dallo stampato si potrà 
eliminare tranquillamente l’integrato IC5 in quanto 
completamente inservibile. 

Così facendo la seconda tastiera risulterà più «in 
basso» di un’ottava rispetto alla prima, infatti il se¬ 
gnale di clock che gli giunge è diviso X 2 rispetto a 
quello della tastiera principale, ma questo è ap- 


206 





punto ciò che si richiede per realizzare una tastiera 
di accompagnamento. 

Utilizzando lo stesso generatore di clock per en¬ 
trambe le tastiere avremo poi il vantaggio che una 
volta tarato questo generatore, automaticamente 
tutte le note sia dell’una che dell’altra tastiera ri¬ 
sulteranno perfettamente accordate, una caratte¬ 
ristica questa che non si sarebbe mai potuta otte¬ 
nere con due generatori di clock separati. 

Precisiamo che ciascuna tastiera dovrà essere in 
questo caso corredata del proprio stadio per gli 
effetti (cioè i propri filtri CELESTE-FLAUTO-CLA- 
RINO ecc.) in modo da ottenere un timbro diverso 
suonando sulla tastiera principale oppure su quella 
trasposta e che per miscelare insieme i due segnali 
è possibile collegare l’uscita BF della tastiera tra¬ 
sposta alla presa d’entrata «monitor» della tastiera 
principale, oppure collegare insieme le due uscite 
di BF sull’ingresso di un qualsiasi preamplificatore 
o stadio finale Hi-Fi di potenza. 


ALIMENTAZIONE 

Tutto il circuito richiede per la sua alimentazione 
una tensione duale di 15 volt positivi e 15 volt ne¬ 
gativi rispetto alla massa con un assorbimento 



CD4011 


TL082 



Fig. 11 Connessioni degli integrati 
visti da sopra e dei transistor visti in¬ 
vece da sotto, laddove cioè i terminali 
escono daH’involucro. I transistor 
BC.317, come vedesi in disegno, han¬ 
no il terminale E situato dal lato oppo¬ 
sto rispetto al BC.328 (vedere la parte 
sfaccettata del corpo). 


massimo sui due rami di circa 150 milliampère, 
tensioni queste che noi potremo prelevare dal pro¬ 
getto LX 408 presentato sul n. 71 della rivista. 

Essendo la tensione duale è ovvio che questo 
alimentatore disporrà di 3 fili d’uscita, cioè un filo di 
MASSA, uno che eroga la tensione dei 15 volt po¬ 
sitivi ed uno che eroga quella dei 15 volt negativi. 

Quando li collegherete al circuito stampato del 
nostro organo fate quindi attenzione a non scam¬ 
biarli fra di loro perché se per caso scambiaste il 
+ 15 volt con il —15 volt potreste correre il rischio 
di mettere fuori uso qualche integrato. 


REALIZZAZIONE PRATICA 

Per la realizzazione pratica di questo organo so¬ 
no necessari due circuiti stampati: uno siglato LX 
461 molto sviluppato in lunghezza (cm 67 x 12) che 
andrà applicato sotto la tastiera e uno siglato LX 
462, molto più ridotto come dimensioni, neces¬ 
sario per alloggiare i filtri di CELESTE, FLAUTO, 
CLARINO ecc. 

Nel montaggio vi consigliamo di iniziare dal cir¬ 
cuito dalla tastiera il quale è senza dubbio il più 
impegnativo dei due dovendo ricevere, oltre ai 
quattro integrati TMS.3615 e ai due CD.4011, an¬ 
che i supporti di plastica per le mollette, la barra di 
contatto, più tutti i condensatori C58 e le resistenze 
R69 riportate nello schema elettrico di fig. 3. 

La prima operazione da compiere sarà quella di 
innestare sul circuito stampato i quattro supporti di 
plastica per le mollette (uno per ogni ottava), sta¬ 
gnando dal lato opposto i terminali che usciranno 
dai bollini di rame. 

In pratica si tratta di quella specie di «merletto» 
nero che si vede in alto nello schema pratico di fig. 
5 sotto la barra di contatto e che a prima vista 
sembrerebbe un tutto unico, mentre in realtà è 
suddiviso in 4 sezioni di cui le prime tre dispongono 
di 12 terminali e la quarta, cioè quella che va posta 
sulla destra sopra l’integrato IC1, di 13 terminali 
(uno in più per il tasto di risoluzione). 

Dentro tutte le incavature di questo supporto 
dovremo poi innestare i terminali in metallo per il 
fissaggio delle molle che vedonsi in fig. 7. 

Cercate di appoggiare bene queste barrette alla 
superficie dello stampato prima di stagnarle e so¬ 
prattutto fate in modo che risultino ben allineate fra 
di loro. Una volta effettuate le stagnature ricorda¬ 
tevi di inserire negli appositi fori presenti su ognuna 
di queste barre i supporti laterali sempre di plastica 
che serviranno di sostegno per la barra di contatto, 
la quale non è altro che un lungo filo di rame ar¬ 
gentato del diametro di 2 mm. da stagnarsi sugli 
estremi ai due terminali presenti sul circuito stam¬ 
pato, come vedesi in fig. 5. 

Dopo aver inserito tutti questi supporti in plastica 
potremo iniziare il montaggio vero e proprio effet¬ 
tuando innanzitutto i ponticelli richiesti accanto 
agli integrati IC1-IC2-IC3-IC4, ponticelli che saran- 


207 














no tutti chiaramente indicati sulla serigrafia. In ogni 
caso, per evitare qualsiasi dimenticanza, vi ricor¬ 
diamo che tali ponticelli risultano così dislocati: 

— 2 sulla sinistra e 1 sulla destra di IC4 

— 2 sulla sinistra e 1 sulla destra di IC3 

— 2 sulla sinistra e 2 sulla destra di IC2 

— 1 sulla sinistra e 3 sulla destra di IC1 
Completati tutti i ponticelli potremo montare gli 

zoccoli per gli integrati, dopodiché proseguiremo 
montando le resistenze e i condensatori ricordan¬ 
doci che le resistenze indicate con la sigla R69 
debbono risultare tutte da 470 ohm 1 /4 watt e che i 
condensatori indicati con C58 sono tutti elettrolitici 
da 1 mF 50/63 volt, da montarsi con il terminale 
positivo rivolto verso il supporto di plastica per le 
molle. Per i diodi ci raccomandiamo (anche se per 
qualcuno può essere superfluo) di rispettarne la 
polarità, cioè di montarli con la fascia di colore che 
contraddistingue il catodo rivolta come indicato nel 
disegno e un discorso analogo vale anche per i 
transistor per i quali occorrerà fare attenzione a 
non scambiare fra di loro i tre terminali E-B-C. 

Per ultimo stagneremo al circuito stampato il 
trimmer multigiri R2 dopodiché dovremo preoccu¬ 
parci di inserire in tutti quei fori a cui si deve col¬ 
legare qualche filo esterno (vedi per esempio i fili 
per il potenziometro RI9 oppure per i tre deviatori 
S1-S2-S3) un apposito terminale capicorda su cui 
si possa in seguito eseguire molto facilmente la 
stagnatura di tale filo. Montati tutti i componenti 


Foto dello stadio degli effetti che monteremo 
sul circuito stampato LX 462. Gli interruttori, 
anche se nella foto risultano fissati al circuito 
stampato, li dovremo fissare al pannello di un 
mobile, quindi congiungerli al circuito stam¬ 
pato con del filo come vedesi in fig. 14. 


potremo effettuare il ponticello posto accanto a IC1 
su A-C se si tratta della tastiera principale, oppure 
su A-B-se si tratta della tastiera di accompagna¬ 
mento (vedi apposito paragrafo), dopodiché po¬ 
tremo fissare la nostra piastra sotto la tastiera te¬ 
nendola distanziata da questa di circa mezzo cen¬ 
timetro tramite gli appositi supporti di plastica ci¬ 
lindrici presenti nel kit. 

Per facilitarvi tale operazione vi consigliamo di 
incollare innanzitutto i distanziatori di plastica sul 
supporto metallico della tastiera con vite inserita, in 
modo da avere la certezza che il foro del supporto 
collimi con il foro filettato della piastra, poi di allar¬ 
gare ad asola i fori sul circuito stampato in modo da 
poter inserire più facilmente la vite di fissaggio. 

Quest’ultima operazione sarebbe bene eseguirla 
prima di iniziare il montaggio dei componenti 
perché in questo modo lavorerete meglio e allar¬ 
gando i fori con un trapano non avrete la preoccu- 


208 









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della virgola) senza necessità di calcoli o tabelle, 
la potenza CW o FM sia incidente che riflessa (in 
Watt o dBm), il VSWR, le perdite di ritorno in dB, 
la potenza di picco in Watt e la modulazione in 
percentuale. Si può inoltre rilevare i min/max di 
potenza con memorizzazione. Si tratta ^-di uno 
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pazione che il mandrino vada a rovinarvi qualche 
condensatore elettrolitico. 

Una volta fissato il circuito stampato alla tastiera 
dovremo ora infilare le mollette di contatto da una 
parte entro la seconda asola presente sull’asticella 
di plastica di cui ciascun tasto è provvisto (vedi fig. 
6) e dall’altra entro la relativa forcella metallica 
presente nella barra di plastica che abbiamo appli¬ 
cato aH’inizio sul circuito stampato. Questa opera¬ 
zione la potrete compiere molto facilmente con due 
sole dita infilando prima la molletta nel supporto del 
tasto, poi tirandola leggermente fino ad infilare 
l’altro estremo nella forcella della barra. 

Se invece voleste usare una pinza per tirare la 
molletta, fate attenzione a non stringerla troppo, 
diversamente potreste schiacciarla. Dopo aver in¬ 
serito tutte le mollette potrete infilare il filo di rame 
da 2 mm. dentro il secondo foro dei supporti di 
plastica (tale supporto dispone di 3 fori) e stagnar¬ 
ne quindi le estremità agli appositi terminali pre¬ 
senti sul circuito stampato, in modo tale che questo 
filo possa svolgere egregiamente la sua funzione di 
barra di contatto per le molle. 

Vi ricordiamo che la molla deve toccare la barra 
di contatto solo quando il tasto è pigiato mentre in 
condizioni normali deve risultare distante da que¬ 
sta di circa 2 mm.; se le molle toccano la barra di 
contatto anche quando nessun tasto è pigiato, do¬ 
vrete spostare la barra stessa nel foro superiore del 
supporto in modo da lasciare un po’ di gioco; se 
invece anche pigiando il tasto la molla non arriva a 
toccare la barra di contatto, dovrete spostare la 
barra stessa nel foro più in basso in modo da avvi¬ 
cinarla il più possibile alle molle sottostanti. 


Eseguita anche questa operazione potremo in¬ 
serire i 6 integrati sugli appositi zoccoli facendo 
attenzione che la loro tacca di riferimento risulti 
rivolta come indicato sul disegno pratico di fig. 5. 

Mancheranno a questo punto da effettuare solo i 
collegamenti con l’alimentatore e con i 3 deviatori, 
nonché con il potenziometro RI 9. 

Per quanto riguarda l’alimentatore sotto l’inte¬ 
grato 101 sono disponibili tre terminali indicati ri¬ 
spettivamente con —15 V. MASSA + 15 V. ai quali 
dovremo stagnare tre fili, possibilmente di colore 
diverso, in modo da non scambiare la tensione ne¬ 
gativa con quella positiva: per esempio potremmo 
utilizzare un filo di color ROSSO per i 15 volt posi¬ 
tivi, uno GIALLO o VERDE per la massa ed uno 
NERO per i 15 volt negativi. 

Passando più a destra sul circuito stampato ab¬ 
biamo i due terminali che vanno collegati al devia¬ 
tore SI, poi sopra a questo i due terminali ENTRA¬ 
TA CLOCK ESTERNO che utilizzeremo solo nel 
caso della «seconda tastiera», come già vi abbia¬ 
mo spiegato in precedenza, per collegarci con un 
cavetto schermato ai due terminali USCITA CLOCK 
(vedi a sinistra di IC1) sulla tastiera primaria. Ai lati 
dei transistor TR3 e TR4 abbiamo le due uscite «8 
piedi» e «16 piedi» che dovremo collegare ai cor¬ 
rispondenti ingressi dello stadio dei filtri, utilizzan¬ 
do per questo scopo un cavetto schermato la cui 
calza metallica andrà stagnata alla massa su en¬ 
trambi i lati. 

Sul bordo sinistro del circuito stampato abbiamo 
infine i terminali per il SUSTAIN, AUTOSUSTAIN e 
ATTACK che dovremo collegare rispettivamente al 



Fig. 13 II circuito stampato LX. 461 (quello visibile in fig. 5) dovrà essere 
fissato sul piano metallico di supporto della tastiera. Per fare questo sarà 
necessario interporre dei distanziatori di plastica utili per tenere la parte 
sottostante del circuito stampato isolata dal metallo. Per evitare cortocircuiti 
controllate che non esistano terminali di componenti troppo lunghi tanto da 
toccare la piastra metallica. 


210 



ARCHI CLARINO 8' OBOE CLARINO 16 FLAUTO 8 FLAUTO 16' CELESTE 



Fig. 14 Schema pratico di montaggio del circuito degli effetti LX.462. L’unico 
problema che si può presentare è quello dei collegamenti elettrici con gli 
interruttori tuttavia riteniamo che con un po’ di attenzione e controllando sia lo 
schema elettrico che quello pratico, tale difficoltà risulti facilmente risolta. Per 
il collegamento alla piastra LX.461 e per l’uscita del segnale di BF, utilizzare 
del cavetto schermato. 


potenziometro RI 9, al deviatore S3 e al deviatore 
S2, come indicato chiaramente sullo schema pra¬ 
tico di fig. 5, utilizzando per questo scopo dei co¬ 
munissimi fili di rame isolato in plastica, purché non 
troppo lunghi. 

Giunti a questo punto il montaggio della nostra 
tastiera è veramente finito pertanto potremo met¬ 
terla momentaneamente in disparte e passare ad 
occuparci del telaio dei filtri, cioè del circuito 
stampato LX 462 il cui schema pratico di montag¬ 
gio è visibile in fig. 14. 


Questo secondo circuito è molto più ridotto co¬ 
me dimensioni rispetto al primo ed anche le diffi¬ 
coltà sono molto minori: l’unica avvertenza che 
possiamo fornirvi in proposito è quella di fare molta 
attenzione ai valori delle resistenze e dei conden¬ 
satori in modo da non scambiarli fra di loro in 
quanto se inserissimo per esempio un condensa¬ 
tore da 1.000 pF laddove ne è richiesto uno da 
100.000 pF oppure una resistenza da 2.200 ohm 
dove ne è richiesta una da 22.000 ohm, è ovvio che 
la «voce» di questo filtro ne uscirebbe «falsata». 


211 











































































































































































Come ordine di inserimento vi consigliamo di 
iniziare con le resistenze, poi gli zoccoli per i due 
integrati, i condensatori poliestere, quelli a disco e 
per ultimi i due elettrolitici, facendo attenzione a 
rispettarne la polarità. Terminato il montaggio di 
tutti i componenti dovremo inserire un terminale 
capicorda in tutti quei punti che si debbono col¬ 
legare con qualche componente esterno, in modo 
tale che risulti facile stagnarvi sopra un filo quando 
effettueremo appunto questi collegamenti esterni. 

Giunti a questo punto potremo inserire sui relativi 
zoccoli i due integrati TL.082 dopodiché potremo 
finalmente occuparci dei 7 deviatori relativi ai vari 
filtri che logicamente andranno applicati sul pan¬ 
nello frontale del mobile. Per effettuare questi col- 
legamenti vi consigliamo innanzitutto di fissare i 
deviatori sul pannello con l’apposito dado, poi di 
collegare insieme con un unico filo i terminali 
estremi di S4A-S6-S8B-S9-S10A e relativi all’uscita 
«8 piedi» e pure insieme fra di loro i terminali 
estremi di S4B-S5-S7-S8A-S10B relativi all’uscita 
«16 piedi». 

Collegheremo poi il filo comune degli «8 piedi» 
all’apposita uscita «8 piedi» visibile in basso al 
centro sullo stampato ed il filo comune dei «16 
piedi» al terminale d'uscita «16 piedi» posto sulla 
sinistra del precedente. Dovremo ancora congiun¬ 
gere con un unico filo l’altro estremo rimasto libero 
di tutti i deviatori e collegare poi questo filo al ter¬ 
minale di massa posto in alto sulla destra del cir¬ 
cuito stampato. 

Per quanto riguarda i collegamenti dei «centrali» 
di questi deviatori, partendo da sinistra e andando 
verso destra sul circuito stampato abbiamo i se¬ 
guenti terminali: S10B-S10A (ARCHI) S9 (CLARI¬ 
NO) S8B-S8A (OBOE) S7 (CLARINO 16 PIEDI) S6 
(FLAUTO 8 PIEDI) S5 (FLAUTO 16 PIEDI) S4A-S4B 
(CELESTE). 

Restano ancora da collegare i tre fili di alimenta¬ 
zione per i quali vale ovviamente quanto già detto in 
precedenza, cioè di utilizzare tre fili di colore di¬ 
verso per non scambiarli fra di loro, dopodiché ab¬ 
biamo i due ingressi «8 piedi» e «16 piedi» (vedi 
sulla sinitra del circuito stampato relativo alla ta¬ 
stiera. 

Un cavetto schermato dovremo utilizzare pure 
per il collegamento d’uscita con il preamplificatore 
o amplificatore, nonché per l’ingresso e uscita 
«monitor» qualora si decida di sfruttarli. 


TARATURA E MESSA A PUNTO 

Una volta terminato il montaggio di entrambi i 
circuiti, fornendo loro tensione e collegando l 'Li- 
scita segnale (non importa se prelevata da IC8A o 
da IC8B) con un cavetto schermato all’ingresso del 
preamplificatore o amplificatore, potrete subito 


collaudare il vostro organo, infatti pigiando un 
qualsiasi tasto dovrete subito sentire in altoparlan¬ 
te la relativa nota anche senza aver eseguito nes¬ 
suna taratura deH’oscillatore. 

È ovvio che in tali condizioni potrà capitarvi di 
suonare con un’ottava più alta o con una più bassa 
rispetto alle condizioni ideali di funzionamento, in 
quanto certamente la frequenza dell’oscillatore 
non sarà subito quella richiesta. A questo punto, se 
vi interessa accordare perfettamente il vostro or¬ 
gano, potrete seguire due strade diverse: 

1 ) se disponete di un diapason o di un corista per 
chitarra che vi dia la nota LA «fondamentale», te¬ 
nendo pigiato il 13° tasto bianco partendo da sini¬ 
stra verso destra, dovrete regolare il trimmer R2 
fino ad ottenere un LA esattamente identico a 
quello del diapason. 

2) se invece non possedete un diapason ma da 
buoni elettronici vi siete già costruito uno dei nostri 
frequenzimetri digitali, applicate la sonda di questo 
frequenzimetro sul terminale TP1 presente nel te¬ 
laio degli «effetti» e tenendo pigiato il primo tasto 
sulla destra (DO 5), ruotate sempre il trimmer R2 
fino a leggere sui display o sulle nixie una fre¬ 
quenza di 2.092 Hz (un Hertz in più o in meno non 
pregiudica l’accordo) ed una volta raggiunta tale 
condizione il vostro organo sarà perfettamente ac¬ 
cordato in tutte le sue note. 


COSTO DELLA REALIZZAZIONE 

Il solo circuito stampato LX 461 relativo 
alla tastiera, in fibra di vetro, già forato e 
completo di disegno serigrafico L. 29,000 

Il solo circuito stampato LX462 relativo 
al telaio delle «voci», in fibra di vetro già 

forato e completo di disegno serigrafi¬ 
co L. 3.800 

Tutto il materiale occorrente per realiz¬ 
zare il telaio LX 461 cioè, resistenze, 
condensatori, trimmer, integrati e rela¬ 
tivi zoccoli, diodi, transistor, potenzio¬ 
metro, deviatori, nonché la tastiera e 
tutti gli accessori meccanici, barrette di 
supporto ecc. L. 121.500 

Tutto il materiale occorrente per realiz¬ 
zare il telaio delle «voci», cioè circuito 
stampato LX 462 resistenze, conden¬ 
satori, integrati e relativi zoccoli, devia¬ 
tori L. 24.000 

I prezzi sopra riportati non includono le spese po¬ 
stali. 


212 




Precisione 


Tensioni c.c. 
Tensioni c.a. 
Correnti c.c. 
Correnti c.a. 
Resistenze 


±0,05% Fondo scala 
±0,5% Fondo scala 
±0.8% Fondo scala 
±1% Fondo scala 
±0,8% Fondo scala 


Risposta di 
frequenza 


30 Hz -5-1.000 Hz 


Impedenza 

d’ingresso 


Indicatori 

numerici 


4,16 digit - LED 


Alimenttazione 


Con pile oppure con alimentatore 
esterno 


Dimensioni 


200 x 180 x 64 


Multìmetro 
Mod. MC-545 

• Visualizzazione diretta sul display delle 
e delle portate operative 

• Polarità automatica 

• Indicazione di fuori portata 

• Indicazione massima: 199,99 oppure 1999,9 

• Contenitore metallico 


TS/2122-00 


tecniche: 


Portate 


Tensioni c.c. 
Tensioni c.a. 
Correnti c.c. 
Correnti c.a. 
Resistenze 


2-20-200-1.000 V 
2-20-200-750 V 
2-20-200-1.000 mA 
2-20-200-1.000 mA 
2-20-200 kO 
2-20 MQ 


Multìmetro digitale “SOAR” 
Mod. ME-521 DX 




OHM 


input 


oc v. 


Mode 


AC V 

eoo — 


D Cm A - 

M»—^ 

20M_ RAN GE 

1000 

2000K 


200 - 

ZQ^ é 



SOAR ELECTRONICS CORP. U.S.A. New York 

DISTRIBUITI IN ITALIA DALLA GBC 



• Speciale circuito di alta stabilità 

• Indicazione di fuori portata 

• Indicazione massima: 1999 oppure —1999 

• Tasto inserimento LOW OHM 

TS/2121-00 
Specifiche tecniche 


Portate 

Tensioni c.c. 
Tensioni c.a. 
Correnti c.c. 

Correnti c.a. 
Resistenze 

0— 2-20-200-1.000 V 
0—2-20-200-600 V 
0-2-20 mA 

0-200-1.000 mA 
0-2-20-200-1.000 mA 
0-2-20-200-2.000 kQ 
0-20 MQ 

Precisione 

Tensioni c.c. 
Tensioni c.a. 
Correnti c.c. ' 
Correnti c.a. 
Resistenze 

± 0,5% Fondo scala 
3=0,8% Fondo scaia 
±1% Fondo scala 
±1% Fondo scala 
±1.2% Fondo scala 

Impedenza 

d’ingresso 

10 MQ 

Indicatori 

numerici 

3.Vfe digit-display a LED 

Alimentazione 

Pile zinco-carbone - durata 13 h - 
Alcaline - durata 20 h 

Dimensioni 

155 x 95 x 45 


213 























QUANDO L’AMBIENTE 
È DIFFICILE 

Relè Reed CM-CST 

Avete problemi di commutazione in condizioni ambientali difficili? 1 relè reed CM-CST con contatti 
in gas inerte risolvono questi problemi, ed in più hanno: elevata frequenza di commutazione (500 Hz); 
grande affidabilità e durata (10 h manovre); alto isolamento (IO 4 Mi}). 

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CST 

Esecuzioni fino a 5 contatti con potenze commutabili di 10 W per contatto. 


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Se possedete un oscilloscopio da 5-10 MHz e con esso volete 
controllare se il vostro trasmettitore sui 100-145 MHz modula al 
60%, al 90% oppure sovramodula, realizzate questo semplice 
accessorio il quale vi permetterà di «vedere» non solo la profon¬ 
dità di modulazione, ma anche le armoniche presenti in uscita sul 
vostro TX. 



VEDERE 

160 MHz 


con un 


OSCILLOSCOPIO da 10 MHz 


In tutti i testi di radiotecnica, sotto il capitolo 
«modulazione di un trasmettitore», si legge che per 
controllare la profondità di modulazione è suffi¬ 
ciente applicare il segnale all’ingresso di un oscil¬ 
loscopio, poi osservare la forma d'onda che appare 
sullo schermo: se questa è simile alla fig. 1 la pro¬ 
fondità di modulazione risulta del 30%; se è simile 
alla fig. 2 la profondità di modulazione risulta del 
100%; se invece è simile alla fig. 3 significa che il 
trasmettitore sovramodula. In effetti tali insegna- 
menti corrispondono a verità però andando ad at¬ 
tuarli in pratica ci si accorge subito che tale princi¬ 
pio risulta valido solo per chi dispone di oscillo¬ 
scopi da 200-250 MHz di banda passante, mentre 
non lo è altrettanto per la maggioranza degli hob¬ 
bisti i quali dispongono nel proprio laboratorio di 
oscilloscopi molto più economici, con una banda 
passante di 5-10-15 MHz massimi. È ovvio infatti 
che con simili strumenti non solo non si riuscirà mai 
a vedere la profondità di modulazione di un tra¬ 
smettitore sui 145 MHz, ma non si riuscirà neppure 
a vederla per un qualsiasi trasmettitore CB sui 27 
MHz. 

A questo punto se qualcuno è proprio intenzio¬ 


nato a controllare la profondità di modulazione del 
proprio trasmettitore non gli restano che due vie da 
seguire, cioè acquistare un oscilloscopio profes¬ 
sionale da 200 MHz spendendo svariati milioni op¬ 
pure realizzare il semplice accessorio che noi oggi 
vi proponiamo il quale, anche se non può certo 
competere con un oscilloscopio da 200 MHz, ha 
comunque il vantaggio di farci vedere più o meno le 
stesse cose su un modesto oscilloscopio da 5 MHz, 
con una spesa complessiva di poche migliaia di 
lire. 


PRINCIPIO DI FUNZIONAMENTO 

Ben sapendo che un oscilloscopio da 5-10 MHz 
non avrà mai la possibilità di farci apparire sullo 
schermo segnali di frequenza superiore, per poter 
raggiungere il nostro scopo e controllare visiva¬ 
mente la modulazione abbiamo dovuto aggirare 
l’ostacolo convertendo tale frequenza in una più 
bassa che rientri dentro la banda passante del no¬ 
stro strumento. 


215 












In pratica abbiamo sfruttato lo stesso principio 
dei ricevitori supereterodina nei quali qualsiasi 
frequenza captata in antenna, sia essa di 
20-30-100-150 MHz, viene convertita in un valore 
fisso di media frequenza (cioè 455 KHz oppure 10,7 
MHz) prima di essere amplificata e rivelata. 

Il nostro circuito quindi non è altro che uno sta¬ 
dio oscillatore miscelatore in grado di convertire 
qualsiasi frequenza compresa fra un minimo di 20 
MHz ed un massimo di 150-160 MHz, in una fre¬ 
quenza fissa pari a circa 2 MHz, conservando inal¬ 
terate le caratteristiche della modulazione. 

Una volta ottenuto questo segnale alla frequenza 
di 2 MHz noi potremo applicarlo all’ingresso di un 
qualsiasi oscilloscopio, purché dotato di una ban¬ 
da passante superiore ai 3 MHz (vale a dire a tutti i 
tipi di oscilloscopi esistenti in commercio in 
quanto anche i più scadenti hanno sempre una 
banda passante di almeno 5 MHz) per vedere così 
sullo schermo la profondità della modulazione. 

In questo modo, anche senza possedere un 
oscilloscopio da 200 MHz, noi avremo la possibilità 
di vedere i segnali di AF generati da un qualsiasi 
trasmettitore od oscillatore, di controllare la po¬ 
tenza delle armoniche generate, quindi eventual¬ 
mente di riuscire ad attenuarle tarando opportu¬ 
namente i filtri d’uscita. 

Precisiamo che la sensibilità del nostro conver¬ 
titore è tale da poter visualizzare sullo schermo 
anche segnali a radiofrequenza di potenza esigua 
come quello dell’oscillatore su un ricevitore, infatti 
un segnale di soli 5 millivolt in ingresso ci permette 
già di ottenere in uscita un segnale «convertito» 
con un’ampiezza di circa 300 millivolt, quindi di 
riuscire a coprire ben 6 quadretti in verticale rego¬ 
lando l’oscilloscopio sulla portata 50 millivolt x 
quadretto. 


SCHEMA ELETTRICO 

Lo schema elettrico del nostro convertitore, visi¬ 
bile in fig. 7, è molto semplice in quanto utilizza un 
solo integrato di tipo S042.P, cioè un ottimo mi¬ 
scelatore bilanciato che i nostri lettori già cono¬ 
sceranno se non altro per averlo visto impiegato 
nel sintonizzatore per la FM presentato sul n. 70 
della rivista. Il vantaggio principale di questo inte¬ 
grato è quello di poter funzionare fino a frequenze 
di circa 200 MHz, pilotato dal proprio oscillatore 
interno, fornendoci in uscita la sola frequenza 
«convertita» senza nessun «residuo» né del se¬ 
gnale d’ingresso, né del segnale deH’oscillatore 
locale. 

In pratica, come vedesi in fig. 8, con una spira 
collegata all’estremità di uno spezzone di cavo 
coassiale da 52 ohm noi capteremo dalla bobina 
del nostro trasmettitore (oppure anche dal cavo 
coassiale d’uscita o dal transistor finale) il segnale 
a radiofrequenza che bilanceremo con il trasfor- 



Fig. 1 Come si presenta all’oscil- 
loscopio un segnale di AF modulato 
in ampiezza con una profondità di 
circa il 30%. Si noti la fascia cen¬ 
trale molto più larga rispetto a 
quella di fig. 2. 






. 





-V 1 





























H-H+ 









ini 

II; 

1 

11 ,r 





&lj 




B | 







. 
















Fig. 2 Modulando lo stesso se¬ 
gnale al 90% o 100% si otterrà un 
aumento in ampiezza e una dimi¬ 
nuzione nella distanza che separa i 
picchi negativi delle semionde su¬ 
periori dai picchi positivi delle se¬ 
mionde inferiori. 



Fig. 3 Quando si sovramodula un 
segnale di AF, gli estremi superiori 
ed inferiori di detto segnale risulta¬ 
no squadrati ed al centro la separa¬ 
zione tra le due semionde è molto 
netta. Tale condizione provoca 
un’elevata distorsione sul segnale 
di BF e per eliminarla è necessario 
abbassare il volume. 


216 











































































matore in ferroxcube TI in modo da applicare ai 
due ingressi dell’integrato (piedini 7-8) due segnali 
perfettamente identici ma sfasati di 180° l’uno ri¬ 
spetto all’altro. 

Da parte sua l’integrato S042.P provvederà a 
miscelare questo segnale con quello generato dal¬ 
l’oscillatore interno (pilotato come vedremo dai 
due diodi varicap DV1-DV2 e dalla bobina LI) ed a 
fornirci quindi in uscita sui piedini 2-3 un terzo se¬ 
gnale (ottenuto dalla miscelazione dei primi due) 
con una frequenza fissa di 2 MHz. 

Poiché la conversione avviene per «differenza» 
fra la frequenza in ingresso e quella dell’oscillatore 
locale, per poter ottenere in uscita una frequenza 
fissa di 2 MHz noi dovremo ovviamente poter mo¬ 
dificare la frequenza dell’oscillatore locale in modo 
che questa risulti sempre di 2 MHz inferiore o su¬ 
periore rispetto alla frequenza che di volta in volta 
applicheremo in ingresso. 

Per esempio se desideriamo che sulla prima 
gamma il nostro circuito sia in grado di visualizzarci 
tutti i segnali compresi fra un minimo di 20 MHz ed 
un massimo di 28 MHz, l’oscillatore locale dovrà 
poter «lavorare» da un minimo di 20 — 2 = 18 MHz 
ad un massimo di 28 — 2 = 26 MHz; se invece 
vogliamo poter convertire tutte le frequenze da 105 
MHz a 130 MHz, l'oscillatore locale dovrà poter 
oscillare da un minimo di 105 — 3 = 102 MHz ad 
un massimo di 130 — 2 = 128 MHz. 

Ora poiché la gamma che vogliamo coprire è 
molto ampia (da 20 MHz fino a 150 MHz) è ovvio 
che tutta questa escursione non si può ottenere 
solo modificando una tensione ai capi di un diodo 
varicap, bensì occorre agire anche sulla bobina di 
sintonia dell’oscillatore locale (vedi LI ) la quale per 
le frequenze più basse dovrà essere composta da 
molte spire mentre per le frequenze più alte dovrà 
essere composta da 2-3 spire al massimo. 

Per risolvere questo problema avevamo inizial¬ 
mente pensato di adottare una sola bobina provvi¬ 
sta di un certo numero di prese intermedie a cui ci 
si poteva di volta in volta collegare tramite un ap¬ 
posito commutatore, tuttavia una volta montato il 
primo prototipo ci siamo accorti che questa solu¬ 
zione dava luogo a non pochi inconvenienti, quindi 
l’abbiamo subito scartata per adottarne una molto 
più affidabile. 

In pratica, come vedesi anche dalle foto, abbia¬ 
mo adottato la stessa soluzione già sperimentata 
con successo sul ricevitore per VHF in supera¬ 
zione LX441 presentato sul n. 74, cioè abbiamo 
realizzato 8 bobine incise su circuito stampato (una 
per ogni gamma) che potremo inserire di volta in 
volta sull’apposito connettore presente nel telaio 
base in modo da poter esplorare la relativa gamma 
senza dover effettuare nessuna commutazione. 

Con queste bobine noi riusciremo agevolmente a 
coprire le seguenti gamme di frequenza: 

Bobina n. 1 = 18— 26 MHz 
Bobina n. 2 = 24 — 33 MHz 
Bobina n. 3 = 33— 46 MHz 




































fijj 





. 11 . 










_ 
































Fìg. 4 In assenza di modulazione 
un segnale di AF apparirà sullo 
schermo deiroscilloscopio come 
una fascia luminosa. Tarando i 
compensatori del trasmettitore se 
questi risultano starati la fascia si 
allargherà, diversamente si restrin¬ 
gerà. 



Fig. 5 Ponendo la manopola del 
«time-base» deiroscilloscopio sul¬ 
la portata del 0,3 microsecondi po¬ 
tremo vedere se il segnale di AF ri¬ 
sulta perfettamente sinusoidale op¬ 
pure presenta delle deformazioni 
come visibile in figura. 



Fig. 6 Facendo apparire sullo 
schermo deiroscilloscopio 4-8 si¬ 
nusoidi del segnale di AF e modu¬ 
lando in frequenza detto segnale 
vedremo le ultime sinusoidi di de¬ 
stra allargarsi sotto i picchi di mo¬ 
dulazione. 


217 













































































Foto del prototipo. Si noti il 
nucleo in ferrite impiegato 
per realizzare il trasformato- 
re TI. 



C3 


£ 

t 



ENTRATA 


* i l 

* o| g 


=1 


CI 

Ih 


7 

5 

2 


IC1 

3 

8 11 

10 12 

J1 


SCIO 


14-6-9 14 


t*n 


C2 


C5 : 


C6 C7 C 

IHHHH 


H ▼ 

C9 


M—r—WK 


T 


DV1 I DV2 


-YMr 






USCITA 


R2 


▼ 


Fig. 7 Schema elettrico 


RI = 68.000 ohm 1 /4 watt 
R2 = 10.000 ohm potenz. lin. 
CI = 1.000 pF adisco 
C2 = 1.000 pF a disco 
C3 = 22 mF elettr. 35 volt 
C4 = 47.000 pF a disco 
C5 = 220 pF a disco 
C6 = 8,2 pF a disco 
C7 = 12 pF a disco 


C8 = 8,2 pF a disco 

C9 = 220 pF a disco 

CIO = 18 pFa disco 

C11 = 10.000 pF a disco 

DV1 = diodo varicap BB.105 

DV2 = diodo varicap BB.105 

MF1 = media frequenza 2 MHz (rossa) 

IC1 = integrato tipo S0.42P 

TI = trasform. di bilanciamento (vedi testo) 


SONDA 



Fig. 8 Per prelevare il segnale di AF da un 
qualsiasi trasmettitore applicheremo all’estre¬ 
mità di un cavetto coassiale da 52 una semplice 
spira in rame. L’estremità opposta del cavo 
coassiale la collegheremo all’entrata del tra¬ 
sformatore TI. 


218 























































Bobina n. 4 = 45 — 62 MHz 
Bobina n. 5 = 58 — 81 MHz 
Bobina n. 6 = 77 — 107 MHz 
Bobina n. 7 = 104 — 144 MHz 
Bobina n. 8 = 138 — 178 MHz 

Una volta inserita una qualsiasi di queste bobine 
sull’apposito connettore, per poter esplorare tutta 
la gamma ad essa relativa e sintonizzarci così sulla 
frequenza del nostro TX dovremo agire sul poten¬ 
ziometro R2 il quale ci permette di modificare da un 
minimo a un massimo la tensione di polarizzazione 
(tensione inversa) applicata ai due diodi varicap 
DV1 e DV2. 

Modificandone la tensione di polarizzazione noi 
modificheremo infatti automaticamente la capacità 
interna di questi componenti e poiché tale capacità 
è inserita nello stesso circuito oscillante di cui fa 
parte la bobina LI, è ovvio che finiremo per modi¬ 
ficare la frequenza di sintonia. 

Il segnale convertito alla frequenza di 2 MHz ci 
verrà fornito in uscita dall’integrato sui piedini 2-3 e 
di qui noi lo preleveremo tramite un trasformatore 



di media frequenza (vedi MF1) sul cui secondario 
potremo collegare il cavetto dell’oscilloscopio. 

Tutto il circuito deve essere alimentato con una 
tensione continua di 12 volt e poiché l’assorbi¬ 
mento è irrisorio (3,5 milliampère) anche una co¬ 
munissima pila può prestarsi benissimo allo scopo. 


REALIZZAZIONE PRATICA 

Il montaggio pratico di questo convertitore non 
presenta nessuna difficoltà di rilievo in quanto l’u¬ 
nico componente che avrebbe potuto creare qual¬ 
che grattacapo, cioè la bobina LI, viene fornita già 
incisa su un’apposita basetta di circuito stampato 
quindi il problema può considerarsi risolto alla 
fonte. 

Una volta in possesso del circuito stampato 
LX466, visibile a grandezza naturale in fig. 10, es¬ 
sendo questo una doppia faccia, dovremo subito 
preoccuparci di effettuare tutti i ponticelli di col- 
legamento (pochi in verità) fra le piste superiori ed 
inferiori, utilizzando per questo scopo degli spez- 



Fig. 9 Per coprire tutta la gamma da 18 MHz a circa 180 MHz sono necessarie 8 
bobine che vi forniremo già incise su circuito stampato. In questo disegno tali 
bobine sono riportate a grandezza naturale. NOTA = la gamma di frequenza 
incisa su ogni bobina è approssimata. 


219 






































































































































Fig. 10 Disegno a grandezza naturale del circuito 
stampato LX466 e del trasformatore di accoppiamento 
TI avvolto su nucleo in ferrite. Ricordatevi che i due 
avvolgimenti vanno effettuati con filo bifilare e collegati 
al circuito stampato in modo che risultino in opposi¬ 
zione di fase come riportato nello schema elettrico. 


zoni di filo di rame nudo che infileremo negli appo¬ 
siti fori e stagneremo poi su entrambe le parti dopo 
averli ripiegati a Z in modo che non possano in 
alcun modo sfilarsi. 

Effettuati questi ponticelli dovremo ricordarci di 
tagliare con una forbice da «manicure» o con un 
tronchesino tutte le eccedenze di filo rimaste 
sporgenti, quindi potremo iniziare il montaggio ve¬ 
ro e proprio stagnando lo zoccolo per l’integrato, la 
resistenza RI e tutti i condensatori a disco. 

Per realizzare il trasformatore di bilanciamento 
TI vi consigliamo di utilizzare due fili isolati in pla¬ 
stica con un diametro esterno di 1-1,5 mm. possi¬ 
bilmente di colore diverso fra di loro in modo da 
poterli facilmente distinguere l’uno dall’altro. 

Una volta in possesso di questi fili, prendete il 
nucleo in ferroxcube a due fori presente nel kit ed 
avvolgete internamente una spira e mezzo, come 
vedesi in fig. 11. 

Terminato l’avvolgimento separate fra di loro i 
due fili di sinistra da quelli di destra ed ammesso di 
aver utilizzato per esempio un filo di colore NERO 
ed uno di colore ROSSO, procedete a stagnarli agli 
appositi terminali nel modo testé indicato: 
Terminale 1 = filo NERO di sinistra 
Terminale 2 = filo NERO di destra 
Terminale 3 = filo ROSSO di sinistra 
Terminale 4 = filo ROSSO di destra 

In pratica agli ingressi del S042.P (piedini 7-8) 
dovremo collegare rispettivamente la fine del filo 
NERO (piedino 7) e l’inizio del filo ROSSO (piedino 
8), comunque riteniamo che lo schema elettrico e 
la fig. 11 siano più che sufficienti per dissolvere 
ogni dubbio in proposito. 

Per quanto riguarda i due diodi varicap BB.105 ci 
troviamo di fronte questa volta ad un involucro di 
tipo un po’ inconsueto, tuttavia anche su questo 
involucro di forma rettangolare è sempre presente 
una fascia o un punto di colore bianco per con¬ 
traddistinguere il catodo pertanto l’inserimento di 


tali diodi sul circuito stampato non creerà alcun 
problema. 

Resteranno a questo punto da montare la sola 
«media frequenza» MF1 a proposito dei quali pos¬ 
siamo dirvi che nella «media frequenza» debbono 
essere stagnati alla pista di massa sottostante an¬ 
che i due terminali dello schermo mentre per l’e¬ 
lettrolitico occorre fare attenzione a non invertire il 
terminale positivo con quello negativo. 

Terminato il montaggio potremo inserire sul re¬ 
lativo zoccolo l’integrato IC1, rispettandone la tac¬ 
ca di riferimento, dopodiché potremo «girare» lo 
stampato e stagnare dalla parte opposta il connet¬ 
tore maschio a 4 poli su cui si innesteranno le bo¬ 
bine di sintonia. 

Per ultimo collegheremo a questo circuito stam¬ 
pato il potenziometro R2 rispettando le indicazioni 
fornite dallo schema pratico di fig. 11 dopodiché 
potremo mettere il tutto in disparte ed occuparci 
delle 8 bobine, montando su ognuna di esse il re¬ 
lativo connettore femmina ed effettuando, laddove 
lo si richiede, il ponticello di collegamento fra il 
centro della bobina e la pista che si collega ap¬ 
punto al terminale del connettore. 

A proposito di tale connettore vi ricordiamo che 
questa volta ne abbiamo utilizzato uno di tipo par¬ 
ticolare, provvisto alla base di due ancoraggi di 
plastica i quali, una volta effettuate le stagnature, lo 
tengono aderente al circuito stampato anche sotto 
sforzo evitando così qualsiasi pericolo di rottura in 
fase di innesto. 

Terminato il montaggio dovremo inserire il cir¬ 
cuito stampato principale dentro una scatola me¬ 
tallica sulla quale applicheremo sia anteriormente 
che posteriormente un bocchettone BNC da utiliz¬ 
zarsi il primo per innestare il cavo coassiale d’in¬ 
gresso provvisto di una spira ad una estremità ed il 
secondo per prelevare sempre con un cavo coas¬ 
siale il segnale a 2 MHz da applicare in ingresso 

all’oscilloscopio. 


220 





Tale scatola dovrà essere provvista di un coper¬ 
chio con un’adeguata fessura in modo da poter 
inserire e sostituire la bobina con estrema facilità. 


COME UTILIZZARE IL CONVERTITORE 

Il nostro convertitore è così facile da utilizzare 
che tutti possono riuscirci anche senza spiegazio¬ 
ni, tuttavia qualche indicazione in proposito vo¬ 
gliamo egualmente fornirla e soprattutto vorremmo 
chiarire ulteriormente alcuni punti fondamentali: 

1 ) la «media frequenza» MF1 non ha necessità di 
essere tarata in quanto il circuito può funzionare 
egualmente bene anche se questa per caso risul¬ 
tasse sintonizzata su 1,8 o 2,2 MHz. 

L’unico inconveniente che si potrà riscontrare in 
questi casi sarà quello di sintonizzarsi su una 
gamma di frequenze leggermente diversa rispetto a 
quanto da noi indicato sulla bobina. 

2) Quando sintonizzerete un qualsiasi segnale 
non meravigliatevi se riuscirete a vederlo sull’o¬ 
scilloscopio in due diverse posizioni del potenzio¬ 
metro di sintonia R2: la conversione infatti può av¬ 
venire indifferentemente sia quando il segnale del¬ 
l’oscillatore locale è inferiore di 2 MHz come fre¬ 
quenza sia quando il segnale dell’oscillatore locale 
è superiore di 2 MHz, pertanto è logico che lo si 
veda in due posizioni. Per esempio ammettendo di 


voler controllare l’uscita di un trasmettitore sui 27 
MHz, noi potremo vedere il relativo segnale sull’o¬ 
scilloscopio sia facendo oscillare il generatore in¬ 
terno all’S042P sui 27 — 2 = 25 MHz, sia facen¬ 
dolo oscillare sui 27 + 2 = 29 MHz e questo vale 
per tutte le gamme. 

3) Con questo accessorio potremo controllare 
molto efficacemente l’ampiezza delle frequenze 
armoniche, cioè vedere sullo schermo quanti qua¬ 
dretti in verticale copre la frequenza fondamentale, 
quanti la 2° armonica, quanti la 3° ecc. Ovviamente 
per ognuna di queste dovremo utilizzare una di¬ 
versa bobina infatti trasmettendo sui 27 MHz avre¬ 
mo appunto la «fondamentale» sui 27 MHz (quindi 
riusciremo a vederla con la bobina n. 1), la 2° ar¬ 
monica sui 27 + 27 = 54 MHz (quindi potremo 
vederla con la bobina n. 4), la 3° armonica sui 27 + 
27 + 27 = 81 MHz (quindi potremo vederla con la 
bobina n. 6) e così di seguito. 

Anche per le armoniche vale quanto detto in 
precedenza cioè che la stessa frequenza è possi¬ 
bile vederla su due posizioni diverse del potenzio¬ 
metro di sintonia. 

4) Come già anticipato il segnale di AF dovremo 
captarlo con una spira posta all'estremità di un 
cavo coassiale da 52 ohm che avvicineremo alla 
bobina da controllare, al transistor finale o al boc¬ 
chettone d’uscita. 

Qualora questo segnale risulti di potenza elevata 



221 
























sarà consigliabile tenere la sonda non troppo vici¬ 
na alia bobina per non «saturare» l'ingresso del- 
l’S042P. In linea di massima dovremo fare in modo 
che l’ampiezza del segnale sullo schermo non su¬ 
peri i 300 millivolt picco-picco, cioè i 6 quadretti in 
verticale se la sensibilità è regolata su 50 millivolt X 
quadretto 

5) Con questo strumento potrete facilmente ta¬ 
rare lo stadio finale di un trasmettitore infatti rego¬ 
lando un compensatore o il nucleo di una bobina 
vedrete distintamente sullo schermo il segnale au¬ 
mentare di ampiezza oppure diminuire nel caso in 
cui si tenda a stararlo e modulando in AM potrete 
stabilirne la profondità. 

6) Ponendo la manopola TIME/BASE dell’oscil¬ 
loscopio sulla portata «0,3 microsecondi» in modo 
da far apparire sullo schermo 6-8 sinusoidi potrete 
controllare anche la modulazione in frequenza in¬ 
fatti provando a modulare vedrete le ultime sinu¬ 
soidi allargarsi e restringersi (vedi fig. 6). 

In ogni caso utilizzandolo due o tre volte potrete 
scoprire tutti i vantaggi che si riescono ad ottenere 
in quanto non solo potrete controllare i trasmetti¬ 
tori, ma potrete pure vedere se l’oscillatore locale 
di un supereterodina funziona correttamente 
(sempreché tale oscillatore lavori nella gamma da 
20 a 150 MHz), non solo ma applicando un’antenna 
in sostituzione della sonda potrete vedere all’o¬ 


scilloscopio i segnali «radio» più potenti che giun¬ 
gono nella vostra località, quindi realizzare un 
semplice misuratore di campo oppure utilizzarlo 
come grid-dip per stabilire se la frequenza di due 
oscillatori risulta identica. 


COSTO DELLA REALIZZAZIONE 

Il solo circuito stampato LX466 in fibra 
di vetro già forato e completo di dise¬ 
gno serigrafico L. 1.200 

Gli 8 circuiti stampati relativi alle bobine 
per coloro che volessero acquistarle da 
utilizzarle per altri scopi L. 6.200 

Tutto il materiale occorrente, cioè cir¬ 
cuito stampato, le 8 bobine, resistenza, 
potenziometro, condensatori, diodi va¬ 
ricap, media frequenza, nucleo in ferri¬ 
te, connettori per bobine, integrato e 
relativo zoccolo L. 20.000 

I prezzi sopra riportati non includono le spese po¬ 
stali. 



prezzo del 
volume 

L. 10.000 


IL VOLUME 12° 


è già disponibile 
potete perciò richiederlo 
alla rivista NUOVA ELETTRONICA 
Via Cracovia, 19 - BOLOGNA 


222 



MULTIMETRI 



I PRIMI 



O.GITAL MULTlMETEB 



Nella scelta di un multimetro digitale considerate anche 

le seguenti importanti caratteristiche (comuni a tutti i 

Simpson): 

• costruzione secondo le norme di sicurezza UL (es.: at¬ 
tacchi recessi di sicurezza per cordoni di misura) 

• esecuzione (forma esterna) ideale per ogni impiego su 
tavolo o su scaffale o portatile (con uso a «mani libe¬ 
re» grazie alla comoda borsa a tracolla) 

• protezione completa ai transitori ed ai sovraccarichi 
su tutte le portate 

§ estesa gamma di accessori (sonde di alta tensione, 
RF, temperatura e pinza amperometrica) 


NUOVO MOD. 467 

PRIMO SUPERMULTIMETRO 

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100 pV, inoltre misura in vero valore efficace. Per il prez¬ 
zo a cui viene venduto, ciò sarebbe già sufficiente, ma 
invece sono incluse le seguenti ulteriori esclusive carat¬ 
teristiche: 

0 Indicatore a 22 barrette LCD visibilizza in 
modo continuo (analogico) ed istantaneo 
azzeramenti, picchi e variazioni 
0 Memorizzatore di picco differenziale con¬ 
sente le misure di valori massimi (picchi) e 
minimi di segnali complessi 
0 Rivelatore di impulsi rapidi (50 psec) 

0 Indicatore visuale e/o auditivo di continuità 
e livelli logici 

È evidente che questo rivoluzionario nuovo tipo di stru¬ 
mento digitale può sostituire, in molte applicazioni, 
l’oscilloscopio (per esempio nel misurare la modulazione 
percentuale) e la sonda logica. Nessun altro multimetro 
Vi offre tutto ciò! 



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NOME 

SOCIETA/ENTE. 

REPARTO 

INDIRIZZO 

CITTA 


TEL 


NE 6-7 SEM/81 S 





































Per prevenire i furti in abitazioni, negozi e magazzini, oggigiorno 
sempre più diffusi, l’unica soluzione è installare dei sistemi di 
antifurto infallibili e tra questi, quelli ad onde radar sono senz’al¬ 
tro in grado di offrirci la massima sicurezza possibile. 


Se un tempo per proteggere i propri beni poteva 
bastare un robusto catenaccio, oggigiorno un ri¬ 
medio di questo genere è a dir poco insufficiente: 
quante volte infatti aprendo il giornale leggiamo 
che il tal negoziante ha ritrovato il proprio locale 
completamente ripulito essendo i ladri entrati di 
notte dal pavimento oppure che la tal famiglia, di 
ritorno dal week-end in campagna, ha trovato la 
porta di casa sfondata e l’appartamento tutto a 
soqquadro, con asportati tutti i beni più preziosi, 
dal televisore, alla pelliccia, agli orologi, al libretto 
di risparmio e ad altri oggetti di minor conto? 

Notizie di questo genere sono oramai così fre¬ 
quenti che quasi quasi non le teniamo neppure in 
considerazione anche perché ognuno di noi è inti¬ 
mamente convinto di aver adottato tutte le precau¬ 
zioni e tutti i rimedi possibili per evitare di cadere in 
simili disavventure. 

Quando però capita anche a noi di essere deru¬ 
bati, finalmente ci rendiamo conto che forse, se 
fossimo stato più previdenti, avremmo potuto evi- 






tarlo però a questo punto è troppo tardi perché, 
come dice il proverbio, «è inutile chiudere la porta 
quando già i buoi sono scappati». 

Per non correre di questi rischi l’ideale è quindi 
correre ai ripari anzitempo installando un antifurto 
a prova di qualsiasi ladro: in tal modo infatti, anche 
se dovremo sborsare immediatamente una cifra 
che a qualcuno può sembrare alta, ci eviteremo 
comunque in seguito di spendere una cifra ben 
superiore per acquistare un nuovo TV o una nuova 
pelliccia e... un antifurto. 

La scelta di un antifurto non è comunque una 
scelta molto agevole in quanto di questi dispositivi 
in commercio ne esistono tantissimi tipi, tutti pro¬ 
pagandati come «infallibili» da chi li vende. 

In realtà di antifurto infallibili ne esistono ben 
pochi, o meglio ciascun antifurto è infallibile per un 
determinato tipo di impiego, però una volta sco¬ 
perto il lato debole l’antifurto stesso diventa com¬ 
pletamente inutile. 

Per esempio se uno installa dei contatti magne¬ 
tici sulle porte e finestre di accesso al locale e il 
«ladro» entra dalla porta o da una delle finestre, 


96 











PROTEGGERE la nostra CASA 


tale antifurto è infallibile, in quanto non appena il 
malandrino spalancherà la porta automaticamente 
entrerà in funzione la sirena di allarme. 

Se però, invece di un ladro comune, abbiamo a 
che fare con una «banda del buco», i contatti sulle 
porte è come non esistessero, infatti i ladri entre¬ 
ranno in questo caso completamente indisturbati 
dal pavimento e potranno arraffare tutto ciò che 
vogliono senza che il nostro «antifurto» emetta 
neppure un sussurro. Qualcun altro potrebbe rite¬ 
nere «infallibile» un antifurto a fotocellula e deci¬ 
dere di piazzare tale fotocellula a metà del corri¬ 
doio d’ingresso nel proprio appartamento, però se 
il ladro, anziché entrare dalla porta delle scale, en¬ 
tra per esempio da una finestra ed evita di passare 
per il corridoio, ecco che l’antifurto perfetto è neu¬ 
tralizzato. 

L’ideale sarebbe ovviamente poter lasciare una 
persona a vigilare all’interno del locale (possibil¬ 
mente munita di un mitra per mettere in fuga qual¬ 
siasi malintenzionato), tuttavia poiché questa so¬ 
luzione non è generalmente attuabile, per avere la 
massima sicurezza possibile non resta altro da fare 


che sostituire tale «guardiano» con un «occhio» e 
un «orecchio» elettronico che ne imiti le funzioni, 
cioè con un antifurto a radar, fermo restando che 
nulla di più perfetto vi è attualmente in commercio. 

Vi ricordiamo che sul n. 72 noi vi abbiamo già 
presentato una veste «economica» di tale antifurto, 
idoneo solo per proteggere piccoli ambienti o un 
corto corridoio, infatti la frequenza dei 2,5 GHz 
impiegata su tale antifurto, pur offrendoci la possi¬ 
bilità di autocostruire la testina ricetrasmittente 
con una modica spesa, non era in grado di garan¬ 
tire l’affidabilità di funzionamento richiesta in locali 
di ampie dimensioni. 

Questa limitazione sull’area protetta ha deluso 
quei lettori i quali, vedendo l’articolo, speravano di 
poterlo utilizzare per il proprio capannone o lungo 
magazzino, pertanto è ovvio che noi ci si sia subito 
preoccupati di colmare tale «lacuna» realizzando 
un antifurto a radar molto più potente, idoneo ap¬ 
punto per ampie aree. 

In pratica l’antifurto che noi oggi vi presentiamo 
ha la possibilità di proteggere locali fino ad un 
massimo di 30 X 12 metri, non solo ma dispone di 


97 





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un regolatore di sensibilità per poterlo eventual¬ 
mente adattare a locali più ridotti, prevede un certo 
ritardo di intervento per evitare che si inneschi al 
passaggio di una mosca o una farfalla ed è provvi¬ 
sto inoltre di un temporizzatore in grado di mante¬ 
nere in azione la sirena da un minimo di 5 ad un 
massimo di 20 secondi a partire dall’istante in cui 
sono venute a cessare le condizioni di allarme (cioè 
dall’istante in cui l’eventuale ladro è uscito dal lo¬ 
cale protetto). 

In tal modo noi eviteremo di tenere la sirena in 
azione tutta la notte qualora per esempio un ma¬ 
lintenzionato entri nel locale poi, sentendo l’allar¬ 
me, si dia subito alla fuga, però avremo il vantaggio 
che se il malintenzionato riprovasse a rientrare, 
automaticamente la sirena ritornerebbe in funzio¬ 
ne. 

Vi ricordiamo che per poter ottenere questo 
maggior raggio d’azione siamo stati costretti ad 
utilizzare nel nostro progetto una cavità per i 10 
GHz del tipo di quelle impiegate nel ricetrasmetti- 
tore LX346, presentato sul n. 66, ognuna delle quali 
costa L. 46.000, quindi molto di più rispetto alla 
«testina» del vecchio antifurto a radar, tuttavia 
questa spesa è ampiamente giustificata dalla sicu¬ 
rezza che tale progetto è in grado di assicurarci: 
basti pensare che solo salvando per esempio un 
televisore a colori, avremo già ampiamente ripaga¬ 
to il costo dell’antifurto. 


SCHEMA ELETTRICO 

Sentendo parlare di antifurto a radar che lavora 
sulle frequenze dei 10 GHz, il lettore sarà senz’altro 
indotto a pensare ad uno schema arcicomplesso, 
costituito da decine di transistor e integrati. 

In realtà, come vedesi in fig. 1, trattasi di uno 
schema molto semplice ottenuto con pochissimi 
componenti e molto facile da capire. 

Sulla sinistra dello schema è visibile la cavità per 
i 10 GHz contenente il diodo Gunn necessario per 
trasmettere in SHF (Super High Frequency) e il 
diodo Schottky necessario per ricevere sulla stessa 
identica frequenza. Il diodo Gunn, per poter irra¬ 
diare il proprio segnale sui 10 GHz, deve essere 
alimentato con una tensione continua di valore 
compreso fra i 7,8 e gli 8 volt e poiché per ottenere 
la massima sicurezza di funzionamento è indi¬ 
spensabile che tale tensione risulti la più stabile 
possibile, l’abbiamo ricavata dai 12 volt dell’ali¬ 
mentazione, tramite un integrato stabilizzatore di 
tipo UA.78MG (vedi IC1). 

Il trimmer RI che troviamo applicato fra i piedini 
2-3 di IC1 ci servirà in fase di taratura per dosare la 
tensione sul diodo Gunn esattamente sul valore 
richiesto. Una piccola porzione del segnale gene¬ 
rato dal diodo Gunn va a finire direttamente sul 
diodo Schottky; la porzione maggiore si irradia in¬ 
vece nella stanza, per rientrare nella cavità dopo 


99 



aver effettuato un certo percorso in quanto riflessa 
dalle pareti e dai mobili. 

Ovviamente questo secondo segnale, essendo 
appunto un segnale riflesso, sarà sempre in ritardo 
rispetto al primo ed a causa di tale ritardo si gene¬ 
rerà ai capi della resistenza R3 una tensione conti¬ 
nua di debole intensità (circa 10 millivolt). Tale 
tensione rimane costante finché nulla si muove 
nella stanza, però se nella stanza stessa entra una 
persona o un animale che compie qualche movi¬ 
mento, questa tensione subisce delle «oscillazio¬ 
ni» da un minimo di 2 ad un massimo di 16 millivolt, 
dando così origine ad un vero e proprio segnale di 
BF con frequenza compresa tra 20 e 300 Hz che noi 
applicheremo, tramite il condensatore elettrolitico 
C3, sulla base del transistor TRI per essere 
preamplificato. 

Poiché il segnale disponibile sul collettore di TRI 
non ha ancora un’ampiezza sufficiente per i nostri 
scopi, a questo stadio fa seguito un secondo 
preamplificatore ottenuto con due amplificatori 
differenziali con ingresso a fet (vedi IC2/A-IC2/B) 
entrambi contenuti in un unico integrato di tipo 
TL.082. 

Il trimmer RI 2 che troviamo applicato tra l’uscita 
(piedino 7) e l’ingresso invertente (piedino 6) di 


IC2/A ci sarà utile per modificare il guadagno del 
primo stadio di questo preamplificatore: in partico¬ 
lare quando tale trimmer risulterà ruotato in modo 
da inserire la massima resistenza, noi avremo il 
massimo guadagno del preamplificatore e la mas¬ 
sima sensibilità dell’antifurto, idonea cioè per un 
ambiente molto ampio in cui il segnale AF di ritorno 
sia molto debole. Ruotando invece il trimmer RI 2 in 
modo da cortocircuitare tutta la resistenza, il gua¬ 
dagno del preamplificatore risulterà minimo, quindi 
otterremo una sensibilità piuttosto scarsa, idonea 
per installare l’antifurto in un ambiente di dimen¬ 
sioni ridotte. 

Da notare che a causa della presenza dei due 
condensatori CI 0 e CI 5, questo preamplificatore è 
idoneo per amplificare solo i segnali di «bassa fre¬ 
quenza», in modo da eliminare automaticamente 
tutti i possibili disturbi spurri a frequenza più ele¬ 
vata. 

Il segnale di BF presente sull’uscita (piedino 1 ) di 
IC2/B ha già un’ampiezza più che sufficiente per il 
nostro scopo, quindi tramite DS1 e DS2 provvede¬ 
remo a raddrizzarlo in modo da ottenere ai capi del 
condensatore poliestere C21 una tensione conti¬ 
nua che presenteremo sull’ingresso invertente 


Foto di uno dei nostri primi 
prototipi utilizzati per le pro¬ 
ve di collaudo. Il trimmer 
RI 9, che nei prototipi era 
esterno (vedi In alto a sini¬ 
stra) nel circuito definitivo è 
stato applicato direttamente 
sullo stampato (vedi fig. 6). 



100 





(piedino 3) del comparatore di tensione IC3 (di tipo 
LM311). 

Sull’altro ingresso di tale comparatore (piedino 
2) risulta invece applicata una tensione fissa di ri¬ 
ferimento che noi preleviamo dal cursore centrale 
del trimmer R20 e poiché l’uscita di IC3 (piedino 7) 
commuta dal positivo a massa quando la tensione 
presente sul piedino 3 prevale rispetto a quella sul 
piedino 2, è ovvio che noi otterremo la massima 
sensibilità dall’antifurto quando il trimmer RI 9 ri¬ 
sulterà ruotato tutto verso massa e la minima sen¬ 
sibilità quando risulterà ruotato tutto verso il posi¬ 
tivo. 

Quando l’uscita 7 di IC3 commuta dal positivo a 
massa, automaticamente (tramite C22) viene ap¬ 
plicato un impulso negativo sul piedino 2 di IC4, un 
monostabile realizzato con un integrato di tipo 
NE555, il quale si eccita e porta al positivo la sua 
uscita (piedino 3) che normalmente si trova in 
condizione logica 0. Tale tensione positiva sul pie¬ 
dino 3 di IC4 polarimerà la base del transistor TR3 il 
quale farà ovviamente eccitare il relè collegato tra 
l’emettitore e la massa e se ai contatti di questo relè 
noi collegheremo una sirena, la sirena stessa en¬ 
trerà in funzione per mettere in fuga chiunque sia 
entrato nel locale protetto. 

Come già accennato in precedenza, una volta 
che il relè si è eccitato (se all’ingresso del mono¬ 
stabile non giunge più nessun segnale) rimane in 
tale condizione per un tempo compreso fra un mi¬ 
nimo di 5 secondi ed un massimo di 20 secondi 
(dipendente dalla posizione su cui risulta ruotato il 
trimmer R30 nonché dalla capacità del condensa¬ 
tore elettrolitico C27), dopodiché l’uscita 3 di IC4 si 
riporta a massa ed il relè stesso si diseccita. Ricor¬ 
diamo che il condensatore elettrolitico C29, appli¬ 
cato fra il piedino 4 di IC4 e la massa, serve per 
mantenere bloccato l’antifurto per un 20-30 se¬ 
condi all’atto dell’accensione onde consentire a 
chi lo ha acceso di uscire dal locale senza far 
scattare l’allarme, anzi di questo particolare oc¬ 
corre tener presente quando si prova l’antifurto al 
banco perché se non si lasciano passare questi 
20-30 secondi l’antifurto stesso non può interveni¬ 
re. 

Per quanto riguarda il problema del «rientro» 
dovremo invece risolverlo in un altro modo e pre¬ 
cisamente dovremo applicare un interruttore all’e¬ 
sterno (per esempio la chiave elettronica presen¬ 
tata su questo stesso numero) che ci permetta di 
disattivarlo prima di entrare, oppure utilizzare i 
contatti del relè per pilotare un temporizzatore in 
grado di azionare la sirena o qualsiasi altro conge¬ 
gno acustico con un ritardo di almeno 20-30 se¬ 
condi rispetto all’istante in cui viene rilevato l’og¬ 
getto estraneo in movimento all’interno del locale. 

Per concludere resta da descrivere la funzione 
svolta nel circuito dal transistor TR2, un NPN di tipo 
BD139, impiegato insieme a DZ2 per ottenere la 
tensione stabilizzata di 10 volt circa con cui si ali¬ 
mentano il transistor TRI e gli integrati IC2-IC3. 



Fig. 2 Guardando la cavità di lato, il termi¬ 
nale del diodo trasmittente è posto sulla sini¬ 
stra (vedi terminale indicato TX) mentre quello 
del diodo ricevente sulla destra (vedi termi¬ 
nale RX). Il terminale centrale è quello di 
MASSA che dovrà essere collegato alla mas¬ 
sa del circuito stampato. Il diodo e la resi¬ 
stenza collegati tra il terminale RX e la massa 
servono per proteggere il diodo Schottky da 
scariche elettrostatiche. 



Fig. 3 Per collegare il terminale RX del cir¬ 
cuito stampato al terminale RX della cavità 
dovremo sfilare il tubicino posto su quest’ul¬ 
timo e stagnare il filo al tubicino. Eseguita tale 
stagnatura taglieremo il solo diodo di prote¬ 
zione lasciando la resistenza (indicata nello 
schema elettrico con la sigla R3) al suo posto 
poi reinseriremo il tubicino sul terminale RX 
della cavità. NOTA = non toccate con le dita 
il terminale RX quando il tubicino è sfilato 
diversamente potreste danneggiare il diodo. 


101 

















L’integrato IC4, essendo meno sensibile alle va¬ 
riazioni di tensione, viene invece alimentato diret¬ 
tamente dai 12 volt. 

Nel circuito esistono diversi componenti il cui 
valore può essere modificato a seconda delle esi¬ 
genze deH’utilizzatore: tra questi abbiamo i due 
condensatori elettrolitici C29 e C27 applicati ri¬ 
spettivamente al piedino 4 e ai piedini 6-7 di IC4. 

Il primo di questi condensatori serve come già 
detto per procurarci il ritardo iniziale di intervento 
in modo tale da poter uscire dal locale protetto 
dopo aver acceso l’antifurto senza che questo 
faccia scattare l’allarme. 

Con il valore di capacità da noi consigliato (100 
mF) si ottiene un ritardo variabile fra i 10 e i 20 
secondi, tuttavia se qualcuno ritiene questo tempo 
troppo breve non dovrà fare altro che sostituire tale 
condensatore con uno di capacità più elevata, per 
esempio 220 mF oppure 470 mF. 

Se invece volessimo ridurre tale ritardo in quanto 
non serve, essendo l’antifurto acceso tramite un 
interruttore esterno al locale, non dovremo fare al¬ 
tro che diminuire la capacità di C29, portandola a 
47 mF oppure 22 o a 10 mF. 

Un discorso analogo vale per C27 il quale deter¬ 
mina la durata di intervento della sirena e con il 
valore attuale (100 mF) ci permette di ottenere dei 
tempi variabili fra un minimo di 5 secondi ed un 
massimo di 20 secondi. 

Se questi tempi vi sembrano troppo brevi non 
dovrete fare altro che aumentare la capacità di C27 
portandola a 220 mF oppure a 470 mF; se invece vi 
sembrano troppo lunghe dovrete diminuire la ca¬ 
pacità dello stesso condensatore portandola a 47 
mF oppure a 22 mF. 


LA CAVITÀ peri 10 GHz 

Prima di presentarvi lo schema pratico di mon¬ 
taggio di questo antifurto sarà bene parlare un po’ 
della cavità per i 10 GHz in quanto chi la utilizza per 
la prima volta può non sapere quale dei tre termi¬ 
nali presenti è quello del diodo gunn, quello del 
diodo Schottky e quello della massa, non solo ma 
può anche non sapere che il diodo Schottky va 
trattato con le dovute cautele se non si vuole cor¬ 
rere il rischio di metterlo fuori uso prima ancora di 
utilizzarlo. Precisiamo subito che guardando la 
cavità di lato, come vedesi in fig. 2, il 1° terminale a 
sinistra è quello del diodo trasmittente, cioè del 
diodo gunn, a cui dovremo applicare la tensione 
positiva dei 7,8-8 volt erogata dall’integrato stabi¬ 
lizzatore IC1; il terminale al centro è quello di 
«massa» che dovremo ovviamente collegarlo alla 
massa del nostro circuito stampato; il 3° terminale, 
cioè quello sulla destra, è invece relativo al diodo 
ricevente (diodo Schottky) il quale risulta delica¬ 
tissimo, quindi prima di toccarlo in qualsiasi modo 
occorrerà leggere attentamente quanto ora vi di¬ 
remo. 



Fig. 4 In questa foto si può vedere il diodo di 
protezione tranciato dal terminale RX e I con¬ 
densatori CI e C2 stagnati direttamente tra il 
terminale TX e quello di massa (terminale 
centrale). NOTA = la cavità potrà essere fis¬ 
sata sul circuito stampato con qualche goc¬ 
cia di collante cementatutto. 


Come potrete constatare fra il terminale di massa 
e quello relativo al diodo Schottky risulta collegata 
una resistenza con i parallelo un diodo i quali han¬ 
no unicamente una funzione protettiva per impedi¬ 
re che toccando con le dita il diodo ricevente si 
finisca per metterlo fuori uso. 

Proprio per tale motivo, se per caso si sfilasse il 
tubicino posto sul terminale del diodo Schottky 
dovremmo fare molta attenzione a non toccare con 
le dita il terminale rimasto libero perché questo è 
talmente delicato che basta una debolissima sca¬ 
rica elettrostatica per renderlo praticamente inser¬ 
vibile. 

Solo lasciando inseriti tra massa e terminale del 
ricevitore questa resistenza e diodo esterni noi po¬ 
tremo tranquillamente toccare con le mani tale 
terminale, un precauzione questa che invece non è 
necessaria per il diodo gunn. Ovviamente, se non è 
possibile toccare con le dita il terminale del diodo 
Schottky, non è neppure possibile toccarlo con la 
punta dello stagnatore per stagnargli un filo perché 
il calore ed eventuali dispersioni elettriche dello 
stesso stagnatore potrebbero danneggiarlo. 

A questo punto vi chiederete certamente come è 
possibile collegare il diodo Schottky al nostro ci- 
ruito stampato se questo terminale non lo si può nè 
toccare con le mani nè stagnare? 

Molto semplice infatti vi basterà sfilare il tubicino 
posto sul terminale del diodo Schottky come vedesi 
in fig. 3, poi stagnare su questo tubicino il vostro 


102 




filo e reinserire il tubicino stesso sul terminale, fa¬ 
cendo ovviamente attenzione a non toccare que¬ 
st’ultimo con le dita. 

Toccando solo il tubicino noi non potremo pro¬ 
vocare nessun danno perché anche se gli tra¬ 
smettessimo una carica statica, questa si scari¬ 
cherebbe attraverso la resistenza e il diodo. 

Una volta infilata la boccolina con un paio di 
forbicine o tronchesine, dovremo tagliare il solo 
diodo, lasciando al suo posto la resistenza in 
quanto questa è la resistenza R3 visibile sullo 
schema elettrico sotto la cavità dei 10 GHz. 

Il perché vi consigliamo di eliminare tale diodo è 
presto detto infatti ci è capitato più volte di trovarlo 
in cortocircuito e se per caso capitasse anche a voi 
una simile evenienza, il vostro antifurto non po¬ 
trebbe più funzionare. La vite presente sopra il ter¬ 
minale TX (vedi fig. 2) è quella della sintonia infatti 
ruotandola tutta aH’interno è possibile sintonizzare 
il trasmettitore sui 9,5 GHz, mentre svitandola 
completamente è possibile sintonizzarlo sui 10,7 
GHz. Nel nostro caso, poiché la frequenza di tra¬ 
smissione non ci interessa, lasceremo tale vite 
nella posizione in cui attualmente si trova, cioè al 
centro gamma che è poi anche la posizione in cor¬ 
rispondenza della quale si ottiene il massimo ren¬ 
dimento. È ancora molto importante ricordarsi di 
non guardare mai dentro la cavità avvicinando gli 
occhi quando questa è in funzione perché le mi¬ 
croonde, uscendo con un fascio molto concentrato 
e con una certa potenza, potrebbero danneggiare 
la retina degli occhi. 

Questo particolare non viene mai precisato negli 
antifurto commerciale, tuttavia non per questo de¬ 
ve essere sottovalutato anche perché andare a 
guardare dentro la cavità correndo così il rischio di 
danneggiare la propria vista è un’operazione del 
tutto inutile e autolesionista. 

È invece possibile guardare verso la bocca della 
cavità da una distanza minima di 50 cm. in quanto a 


questo punto il fascio delle microonde è già suffi¬ 
cientemente diffuso per risultare innocuo. 

Una volta installata la cavità nella stanza, tro¬ 
vandosi questa sempre molto in alto in un angolo, 
avremo in ogni caso delle distanze superiori ai 2 
metri, quindi anche se un bambino si fermasse per 
caso a guardarla non correrebbe nessun pericolo, 
non solo ma tenendo presente che l’antifurto verrà 
attivato solo quando la stanza è «vuota» il pericolo 
si riduce a «zero». 

È forse per questo che negli antifurto a radar di 
tipo commerciale non si specifica mai di non guar¬ 
dare la cavità da vicino, infatti in questo caso il 
collaudo viene effettuato direttamente da chi co¬ 
struisce l’apparecchio e questi ovviamente, sa¬ 
pendo il pericolo che può correre, si guarderà bene 
dal porre gli occhi davanti alla bocca della cavità. 

In ogni caso vi assicuriamo che anche guardan¬ 
do dentro non vedreste proprio nulla di particolare 
e se proprio siete curiosi, guardatela internamente 
prima ancora di collegarla all’alimentatore, quando 
cioè non è presente nessun segnale in trasmissio¬ 
ne. A titolo informativo vi precisiamo infine che la 
potenza erogata da tale cavità durante il suo fun¬ 
zionamento si aggira sui 10-15 milliwatt. 


REALIZZAZIONE PRATICA 

Realizzare in pratica questo antifurto è molto 
semplice in quanto tutti i segnali che circolano sul 
circuito stampato sono segnali a bassissima fre¬ 
quenza per i quali non è necessario adottare nes¬ 
sun accorgimento particolare. 

Sul circuito stampato LX468 monteremo come 
primi elementi gli zoccoli per gli integrati, poi pro¬ 
cederemo con le resistenze, i trimmer, i diodi al 
silicio e lo zener, cercando per questi ultimi di non 
invertire il catodo con l’anodo, cioè controllare be- 



103 








ne che la fascia che contorna il corpo risultati ri¬ 
volta come indicato sul disegno pratico di fig. 6. 

Monteremo poi il transistor TRI facendo atten¬ 
zione a non scambiare fra di loro i tre terminali 
E-B-C, dopodiché inseriremo tutti i condensatori 
ricordandoci che quelli elettrolitici hanno un pola¬ 
rità che va rispettata e per ultimi il ponte raddriz¬ 
zatore, l’integrato IC1 ed il relè. 

Il transistor TR2 presente nell’alimentatore deve 
essere corredato di una propria aletta di raffred¬ 
damento ad U che gli consentirà di smaltire meglio 
il calore generato durante il funzionamento, quindi 
prima di montarlo sullo stampato dovremo appli¬ 
carlo provvisoriamente su tale aletta e ripiegare i 
suoi terminali a L in modo che possano fuoriuscire 
dall’apposita asola senza toccare il metallo (diver¬ 
samente si creerebbero dei cortocircuiti) dopo¬ 
diché potremo stagnare i terminali alle apposite 
piste e fissare il tutto definitivamente con una vite e 
un dado. Come già accennato in precedenza la 
resistenza R3 non la troveremo sul circuito stam¬ 
pato in quanto tale resistenza è quella applicata 
esternamente alla cavità fra il terminale di massa e 
il terminale del diodo Schottky. 

Anche i condensatori CI e C2, cioè l’elettrolitico 
da 100 mF e quello a disco da 100.000 pF non 
saranno presenti sul circuito stampato in quanto 
essi vanno stagnati direttamente sulla cavità, fra il 
terminale del diodo gunn e il terminale di massa; in 
particolare quello elettrolitico deve risultare col¬ 
legato con il terminale positivo al diodo gunn. 

Per collegare la cavità al circuito stampato do¬ 
vremo stagnare per primo il filo di massa, dopo¬ 
diché stagneremo il filo del TX applicando subito i 
due condensatori CI e C2 fra questo terminale e 
quello di massa e per ultimo stagneremo il filo del 
ricevitore RX seguendo tutti gli accorgimenti in 
precedenza indicati per non danneggiarlo. 

Vi ricordiamo che il fili di collegamento tra la 
cavità ed il circuito stampato è bene che risultino 
molto corti e in ogni caso non più lunghi di 10 cm. 
ognuno. 

Anche se questo circuito lo si potrebbe alimen¬ 
tare con una tensione stabilizzata di 12-13 volt 0,5 
ampere, noi consigliamo senz’altro di alimentarlo 
con una tensione continua di 12 volt prelevata da 
una batteria per auto in modo tale che l’antifurto 
risulti sempre alimentato anche in caso di black-aut 
oppure nel caso in cui qualcuno dall’esterno tagli i 
fili della corrente. 


TARATURA E MESSA A PUNTO 

Poiché nel circuito sono previsti 4 trimmer, prima 
di mettere in funzione l’antifurto dovremo ovvia¬ 
mente preoccuparci di effettuarne la taratura, di¬ 
versamente questi trimmer non avrebbero senso di 
esistere. In particolare il primo trimmer che dovre¬ 
mo tarare è il trimmer RI , quello cioè che regola la 
tensione di alimentazione del diodo gunn, un’ope¬ 


razione questa per cui si richiede di dissaldare 
momentaneamente il filo che dal circuito stampato 
si collega a terminale TX sulla cavità. 

È molto importante ricordarsi di dissaldare que¬ 
sto filo prima di fornire alimentazione per la taratu¬ 
ra perché se per caso applicassimo al diodo gunn 
una tensione molto diversa da quella richiesta (non 
importa se superiore o inferiore), il diodo stesso 
potrebbe danneggiarsi. 

Una volta staccato questo filo, applicheremo il 
tester commutato sulla portata 10-15 volt fondo 
scala in tensione continua fra il filo stesso e la 
massa ed a questo punto, alimentando il circuito 
con la batteria o un alimentatore, dovremo regolare 
il trimmer stesso fino a leggere sul tester una ten¬ 
sione esattamente di 8 volt. 

A questo punto togliete di nuovo tensione all’an¬ 
tifurto e collegate nuovamente il filo del terminale 
TX al circuito stampato. 

Effettuata tale operazione, prima di procedere 
alla taratura degli altri trimmer, per stabilire visiva¬ 
mente quando il relè è eccitato o diseccitato, sarà 
consigliabile applicare sui terminali di uscita una 
lampadina che si accenda quando il relè è eccitato 
e rimanga invece spenta quanto è diseccitato. 

Collegando tale lampadina avrete però la «sor¬ 
presa» di vedere che questa rimane sempre accesa 
infatti il nostro antifurto è così sensibile che rileva 
qualsiasi oggetto in movimento, quindi vi basterà 
muovere una mano o un braccio perché questo lo 
senta e inneschi l'allarme. 

Non servirà neppure mettersi dietro la cavità, 
perché le onde vengono riflesse da tutte le pareti, 
quindi anche se c’è un corpo che si muove poste¬ 
riormente l’antifurto lo rileva all’istante. 

A prima vista sembrerebbe quindi problematico 
effettuare una simile taratura: in realtà invece vi 
accorgerete che con qualche semplice accorgi¬ 
mento tale operazione vi riuscirà molto facilmente. 

Intanto vi diciamo subito di non mettere di fronte 
all’apertura della cavità un cartone, un pezzo di 
lamiera o altro oggetto onde impedire alle mi¬ 
croonde di fuoriuscire in quanto così facendo tutto 
il segnale AF si riverserebbe sul diodo ricevente 
con il pericolo di bruciarlo per eccesso di segnale. 

Tenendo presente questo particolare, cercate 
ora di sistemare il vostro antifurto in un angolo della 
vostra stanza più grande e ponetevi per la taratura 
possibilmente dietro la cavità, laddove cioè la ca¬ 
vità stessa è meno sensibile. 

Ruotate ora il trimmer della sensibilità RI3 tutto 
dalla parte in cui si cortocircuita la resistenza in 
modo da ottenere la minima sensibilità possibile e 
lo stesso dicasi per il trimmer R30 del temporizza¬ 
tore in modo tale che se per caso fate scattare 
l’allarme, il relè rimanga eccitato per il suo tempo 
minimo (circa 2 secondi). 

Per quanto riguarda il trimmer RI 9 ruotatelo 
momentaneamente a metà corsa ed a questo punto 
fornite tensione al nostro antifurto, tenendo pre¬ 
sente che per i primi 10-20 secondi la lampada 


104 





Fig. 6 Schema pratico di montaggio del¬ 
l’antifurto. Si notino i condensatori CI e C2 
stagnati direttamente sui terminali TX-MAS- 
SA della cavità e la resistenza R3 già presente 
tra il terminale RX-MASSA. Il transistor TR2 è 
necessario che venga dotato di un’aletta di 
raffreddamento a U. 


deve in ogni caso rimanere spenta (relè diseccita¬ 
to) a causa di quel tempizzatore di cui vi abbiamo 
parlato in precedenza, indispensabile per consen¬ 
tire al proprietario di uscire di casa una volta atti¬ 
vato l’antifurto stesso. Rimanete quindi immobile 
per circa 20 secondi, dopodiché provate a muovere 
per esempio un braccio o una gamba: vedrete che 
il relè automaticamente si ecciterà. 

Ovviamente, avendo regolato il trimmer RI3 per 
la minima sensibilità e trovandoci noi posterior¬ 
mente alla cavità stessa, per eccitare l’antifurto 
potrebbe risultare necessario un movimento abba¬ 


stanza sostanzioso, non un movimento di pochi 
millimetri. Una volta constatato che il relè si eccita 
normalmente, dovremo spegnere il nostro antifurto 
quindi dopo aver direzionato la bocca della cavità 
verso la porta del corridoio, che ovviamente dovrà 
risultare aperta, lo riaccenderemo e velocemente 
usciremo dalla stanza (come già detto abbiamo 
circa 10-20 secondi per uscire). 

Dall’altra stanza potremo vedere anche senza 
sporgerci se la lampada è accesa o spenta: se è 
accesa significa che siamo usciti troppo lenta¬ 
mente quindi l’antifurto è scattato ed ora occorrerà 
attendere che si disecciti. Se invece la lampada è 
spenta dovremo sempre attender che passino i 
10-20 secondi iniziali, dopodiché a piccoli passi 
proveremo a rientrare nella nostra stanza. 

Se la lampada si accende subito, significa che 
l’antifurto ha una sensibilità più che sufficiente per i 
nostri scopi quindi non è necessario ritoccare il 
trimmer RI 3; se invece occorre avvicinarsi molto 
alla cavità perché il relè si ecciti, significa che la 


105 









































































Fig. 7 Connessioni dei transistor e integrati. 


* B 

3 


78 MG 


W 

BC109 



sensibilità e scarsa, quindi dovremo ruotare di 
qualche grado il trimmer RI 3 in modo da inserire 
un po’ più di resistenza e ripetere dall’inizio la no¬ 
stra prova. 

Come noterete solo in casi di magazzini molto 
lunghi o locali molto vasti sarà necessario regolare 
il trimmer RI 3 per la massima sensibilità: in tutti gli 
altri casi invece lasciandolo a metà corsa si otterrà 
una sensibilità più che ottima. 

Il trimmer RI 9 influisce invece sulla «sensibilità» 
del movimento, quindi se il circuito non ci soddisfa 
come «risposta», potremo tentare di agire anche 
su di questo per migliorarne le prestazioni. 

Per quanto riguarda il trimmer del temporizzato¬ 
re R30 ognuno lo regolerà ovviamente secondo i 
propri gusti, tenendo presente che se lo si regola 
per esempio sui 25 secondi, questo tempo deve 
essere calcolato a partire dall’istante in cui l’intruso 
esce dalla stanza protetta, non dall’istante in cui 
scatta l’allarme. 

È questo un grosso vantaggio offerto dal nostro 
circuito, infatti se il ladro, una volta fatto scattare 
l’antifurto, provasse a rimanere nel locale in attesa 
che questo cessi di suonare, non potrebbe mai 
raggiungere il suo scopo in quanto l’antifurto stes¬ 
so si zitterà solo 25 secondi dopo che questo se ne 
sarà uscito, non solo ma se per caso il ladro pro¬ 
vasse a rientrare, l’antifurto entrerà immediata¬ 
mente in funzione una seconda volta. 

Una volta ottenuto la sensibilità che vi necessita 
e fissato il tempo di eccitazione del relè, dovrete 
preoccuparvi di racchiudere il vostro circuito nel¬ 
l’interno di una scatola metallica provvista su un 
lato di un’apertura rettangolare identica a quella 
della cavità e di fissare quindi la cavità con 4 viti a 
questa parete come da noi indicato sul n. 66 a 
proposito del ricetrasmettitore. 

Davanti a questa apertura, se proprio vi interessa 
chiuderla, potrete porre solo una lastra di polisti¬ 
rolo con uno spessore massimo di 1-2 cm. in 
quanto il polistirolo è l’unico materiale che lascia 
passare indisturbate le micronde, senza che si ab¬ 
biano perdite di potenza. 

Ponendo di fronte alla cavità un qualsiasi altro 


materiale plastico, anche se di spessore molto sot¬ 
tile, noi finiremmo per attenuare le microonde, una 
condizione questa che potrebbe anche essere fa¬ 
vorevole in locali di piccole o medie dimensioni, ma 
che è assolutamente da scartare in magazzini 
molto vasti in cui è necessaria tutta la potenza di¬ 
sponibile. 

In questi casi anzi potrebbe risultare necessario 
potenziare ulteriormente il nostro segnale appli¬ 
cando sull’imboccatura della cavità un’antenna a 
tromba del tipo di quelle presentate sul n. 66 a pag. 
318 o più semplicemente collocare sui lati della 
fessura, due ritagli di alluminio paralleli fra di loro. 

Terminate tutte queste operazioni potrete final¬ 
mente fissare la vostra «scatola» in un angolo in 
alto della stanza con la bocca della cavità direzio¬ 
nata verso l’angolo in basso posto di fronte ed a 
questo punto non vi resterà altro da fare che ali¬ 
mentare il tutto con una batteria per avere il vostro 
antifurto in funzione. 

Con questo riteniamo di avervi esaurientemente 
illustrato il nostro progetto e di avervi fornito tutti gli 
elementi utili per poterlo installare con successo a 
far buona guardia della vostra abitazione o del vo¬ 
stro laboratorio. 

In pratica l’unica cosa a cui dovrete fare atten¬ 
zione durante il montaggio sarà di non toccare con 
le mani il terminale del diodo Schottky dopo che è 
stata sfilata la boccolina tuttavia anche nella ma¬ 
laugurata ipotesi che per un qualsiasi motivo tale 
diodo si bruci potrete sempre sostituirlo con estre¬ 
ma facilità senza dover acquistare una nuova ca¬ 
vità seguendo le indicazioni da noi fornite sul n. 68 
pag. 569 e seguenti. 


ULTIME NOTE AGGIUNTIVE 

Anche se noi cerchiamo sempre di spiegare in 
modo semplice e facilmente comprensibile tutto 
ciò che riguarda un determinato progetto, può ca¬ 
pitare a volte di apporre la parola «fine» ad un 
articolo convinti di avere già spiegato tutto nei mi- 


106 


























nirni particolari, poi di accorgersi quando già si è 
pronti per stampare, che in realtà è stato dimenti¬ 
cato qualcosa di estremamente importante. 

In questo caso per esempio ci siamo accorti che 
in tutto l’articolo si parla di elevata sensibilità, di 
grandi portate ecc. però non esiste mai un numero 
che ci indichi in linea di massima quanto può es¬ 
sere grande il locale da proteggere con tale anti¬ 
furto. 

Ora poiché riteniamo che notizie di questo ge¬ 
nere siano molto interessanti, avendoci la tipogra¬ 
fia lasciato il tempo materiale per inserirle, provve¬ 
diamo a colmare tale lacuna. 

Innanzitutto vi diciamo che il trimmer della sen¬ 
sibilità alla distanza RI 3 e quello della sensibilità ai 
movimenti RI 9, è bene che non vengano mai ruo¬ 
tati verso il massimo poiché in tali condizioni è 
molto facile ottenere dei falsi allarmi. 

La condizione ideale è invece quella di porre 
questi due trimmer a metà corsa ritoccando in se¬ 
guito l’uno o l’altro per aumentare il raggio d’azio¬ 
ne dell’antifurto e la sensibilità ai movimenti. 

Per rendervi un’idea della portata che in questo 
modo è possibile raggiungere vi alleghiamo una 
tabella nella quale tuttavia i metri in profondità so¬ 
no puramente indicativi in quanto dipendono molto 
dalla larghezza della stanza o capannone, nonché 
dall’altezza. 

In particolare per locali larghi 3-4 metri la portata 
massima può aumentare anche di 1-2 metri rispetto 
a quanto indicato, mentre per locali larghi 12-14 
metri può ridursi di circa mezzo metro. 

In questa tabella, come è possibile vedere, si fa 
riferimento alla posizione dei due trimmer della 
sensibilità appena menzionati, supponendo di ruo¬ 
tarli tutto verso il positivo, a metà corsa, oppure 
tutto verso il negativo. 

È ovvio che per posizioni intermedie rispetto a 
quelle indicate si otterranno dei valori di portata 
essi pure intermedi. 

Applicando due piccoli lamierini aperti a venta¬ 
glio lunghi solo 2-3 cm. in corrispondenza della 


fessura orizzontale è possibile aumentare la porta¬ 
ta di circa un 20%. 

Se poi si collega sull’uscita della cavità l’antenna 
a tromba visibile nella foto, la portata addirittura si 
quintuplica, cioè si possono raggiungere tranquil¬ 
lamente profondità di circa 40-50 metri con una 
sensibilità eccezionale: basta infatti spostarsi di 
pochi centimetri con il corpo per far subito scattare 
l’allarme, pur risultando l’antifurto insensibile al 
passaggio di grossi insetti o farfalle. 

A questo punto, dopo avervi fatta questa ag¬ 
giunta che inizialmente non era prevista ma che 
abbiamo ritenuto doveroso fare per completare il 
nostro articolo, possiamo veramente apporre la 
parola «fine» con la certezza di avere soddisfatto 
tutte le esigenze, quindi ci congediamo da voi 
consci di avervi fornito un altro progetto estrema- 
mente utile, soprattutto ora che si avvicinano le 
ferie quindi si prepara il terreno ideale per i la¬ 
druncoli che possono agire indisturbati nei locali 
lasciati incustoditi. 


COSTO DELLA REALIZZAZIONE 

Il solo circuito stampato LX468 in fibra 
di vetro, già forato e completo di dise¬ 
gno serigrafico L. 3.700 

Tutto il materiale occorrente, cioè cir¬ 
cuito stampato, resistenze, condensa- 
tori, trimmer, diodi, zener, transistor, 
integrati e relativi zoccoli, aletta a U, 
ponte raddrizzatore, relè e una cavità 
per i 10 GHz L. 74.000 

La sola cavità per i 10 GHz idonea per 
questo progetto L. 46.000 

Una mini antenna a tromba (max. lun¬ 
ghezza cm. 4) L. 3.000 

Un’antenna a tromba con un guadagno 
di 20 dB come visibile in fig. 5 L. 15.000 

I prezzi sopra riportati non includono le spese po¬ 
stali. 


Posizione 
trimmer RI 3 

Posizione trimmer RI 9 

minima sensibilità 

metà corsa 

3/4 di corsa 

max sensibilità 

verso il negativo 

5 metri 

8 metri 

12 metri 

instabile 

a metà corsa 

4 metri 

7 metri 

10 metri 

12 metri 

verso il positivo 

3 metri 

5 metri 

8 metri 

10 metri 


NOTA = Applicando frontalmente alla cavità l’antenna a tromba di fig. 5 si può quintuplicare la 
portata dell’antifurto: inserendo invece una mini antenna a tromba lunga solo A i cm .de costo> dUL. 
3 000 si riuscirà ad aumentarla di oltre il 60% rispetto ai metri indicatili! questa tabella. Utilizzando 
un’antenna a tromba non è consigliabile porre i due trimmer RI 3 e RI 9 alla massima sensibilità, 
diversamente si potrebbero avere instabilità di funzionamento. 


107 
























Prima di presentarvi questa nuova scheda per il 
nostro microcomputer sarà bene fare alcune pre¬ 
cisazioni per evitare che qualcuno (come è già ac¬ 
caduto) finisca per inserire sul BUS 64 kilobyte di 
memoria RAM bloccando così automaticamente il 
funzionamento della macchina. 

In effetti noi vi abbiamo detto all’inizio che lo Z80 
può «indirizzare» fino ad un massimo di 64 kilobyte 
di memoria però questo non significa che tutti i 64 K 
debbano essere di memoria RAM, anzi una buona 
parte di questi sono stati riservati alle Eprom del 
MONITOR (vedi per esempio quella presente sulla 
scheda CPU oppure quella presente sulla scheda 
controller per floppy-disk) o ad altre Eprom conte¬ 
nenti programmi particolari che presenteremo in 
seguito. 

Inserendo 64K di RAM, parte di queste avranno 
un identico indirizzo rispetto a quello già assegnato 
a tali Eprom pertanto cercando di leggere i dati in 
esse contenuti noi non faremmo altro che mettere 
in cortocircuito le loro uscite con ovvie conse¬ 
guenze sulla «vita» di tali integrati nonché sul fun¬ 
zionamento del microcomputer. In pratica, con la 


moria dinamica non precipitatevi subito ad acqui¬ 
starne due (in quanto non potreste mai montarle al 
completo sul vostro BUS), bensì cercate di valutare 
con cognizione di causa la quantità di memoria che 
effettivamente vi serve, poi decidete in quale modo 
realizzarla. 

A nostro avviso la soluzione ideale sarebbe 
quella di installare una sola scheda di memoria 
dinamica da 32 K più una scheda di memoria stati¬ 
ca da 8 K, realizzando così un totale di 32 -f 8 = 40 
Kilobyte di memoria RAM, più che sufficiente per i 
normali usi. 

A qualcuno però 40 kilobyte di memoria RAM 
potrebbero non bastare per cui si possono pro¬ 
spettare altre due soluzioni: 

1°) montare una seconda scheda di RAM statica 
da 8 K (molti possiedono già questa seconda 
scheda per cui non dovranno affrontare nessuna 
spesa aggiuntiva) e realizzare così un totale di 
32 + 8 + 8 = 48 K di memoria RAM 

2°) montare una seconda scheda RAM dinamica 
però con solo metà integrati più la solita scheda 
RAM statica da 8 kappa, realizzando così un totale 


Volendo utilizzare il nostro computer per fini gestionali serviran¬ 
no come minimo 32 kilobyte di memoria RAM e poiché realizzare 
tutta questa memoria con delle RAM statiche costerebbe una 
somma non indifferente, abbiamo progettato una scheda di me¬ 
moria dinamica da 32 K con autorefresh la quale ci permetterà di 
raggiungere egualmente il nostro scopo con una spesa molto 
minore e con un minor consumo di corrente. 


MEMORIA DINAMICA 


configurazione attuale, vi sono a disposizione delle 
memorie RAM solo i primi 32 K (indirizzi da 0000 a 
7FFF), in quanto gli indirizzi da 8000 a 83FF sono 
occupati dalla Eprom presente sulla scheda CPU, 
tuttavia con una semplice modifica su questa 
scheda (vedi oltre) noi potremo sempre escludere 
tale Eprom ed escludere anche il 1° kappa di me¬ 
moria RAM inclusa sulla scheda CPU, «liberando» 
così un’area massima di 56 kilobyte da destinare 
appunto alla memoria RAM. 

Nota: tale modifica si può effettuare solo se nel 
microcomputer risulta inserita la scheda controller 
per floppy-disk LX390 infatti in questo caso la ge¬ 
stione del microcomputer verrà effettuata dalla 
Eprom presente in questa seconda scheda. 

In base a queste considerazioni ne consegue 
che come massimo sul nostro microcomputer po¬ 
tremo montare 56 kilobyte di memoria RAM, quindi 
vedendo i vantaggi offerti da questa scheda di me¬ 


di 32 + 16 + 8 = 56 K di memoria RAM. 

Andare oltre questo limite è assolutamente inuti¬ 
le a meno che qualcuno non sia così autolesionista 
da voler a tutti i costi spendere dei quattrini per 
acquistare delle memorie che non potrà ma utiliz¬ 
zare. 

Dopo questa precisazione dovremo anche spe¬ 
cificare la differenza che esiste tra una memoria 
STATICA ed una DINAMICA onde consentire al 
lettore di valutare vantaggi e svantaggi. 

In linea di massima una cella di memoria STATI¬ 
CA può considerarsi costituita da un flip-flop di tipo 
SET/RESET e poiché ognuno di questi flip-flop ri¬ 
chiede per la propria realizzazione un discreto nu¬ 
mero di componenti, è ovvio che anche ricorrendo 
all’integrazione su larga scala non si riusciranno 
mai a raggiungere capacità molto elevate all’inter¬ 
no di un unico «chip» e quand’anche si raggiun- 


108 





da 32 1 

Kt 

ier M 

IICRI 

1 

) 


gano tali capacità il costo complessivo sarà sempre 
molto alto. 

Tanto per fare un esempio per una sola RAM 
statica da 2 K x 8 messa recentemente in catalogo 
da una nota Casa costruttrice di integrati, di cui 
abbiamo chiesto subito un campione in quanto ri¬ 
tenevamo che potesse risolvere molti problemi, ci è 
stato chiesto un qualcosa come 100.000 lire, quindi 
considerato che per raggiungere un totale di 32 
Kilobyte sarebbero state necessarie 16 di queste 
RAM, la spesa complessiva si sarebbe aggirata su 
1.600.000 lire, senza tener conto di tutti gli altri 
integrati che avremmo dovuto aggiungere sulla 
scheda. 

Anche utilizzando le 2114 (cioè delle RAM da 1 K 
x 4) come abbiamo fatto noi sulla scheda di 
espansione LX386, non è che il costo si riduca di 
molto infatti è vero che queste risultano più «eco¬ 
nomiche» rispetto alle RAM cui accennavamo in 


precedenza, tuttavia considerato che ne servono 2 
per ogni kilobyte e considerato anche che ogni 
scheda LX386 contiene al massimo 8 kilobyte, ne 
consegue che per realizzare 32 K di RAM è sempre 
necessario spendere come minimo 1.000.000 di 
lire. 

Un ulteriore svantaggio della RAM statica è 
quello di consumare molta corrente (8 K consu¬ 
mano circa 0,5 ampère) per cui si è costretti a rea¬ 
lizzare degli alimentatori sovradimensionati. A dif¬ 
ferenza della RAM statica in cui ogni cella è costi¬ 
tuita da un circuito transistorizzato, la RAM dina¬ 
mica è internamente molto più semplice infatti le 
singole celle sono costituite da un «condensatore» 
il quale, quando è carico, ci fornisce in uscita una 
condizione logica 1, mentre quando è scarico ci 
fornisce in uscita una condizione logica 0. 

Grazie a questa semplicità, aH'interno di ogni in¬ 
tegrato è possibile inserire un numero di celle 


237 




































maggiore rispetto ad una RAM statica ed i costi di 
produzione risultano molto più bassi per non par¬ 
lare poi del consumo il quale risulta più che di¬ 
mezzato. 

L’unico inconveniente che presenta la RAM di¬ 
namica è che i condensatori contenuti nel suo in¬ 
terno tendono lentamente a scaricarsi per cui ad 
intervalli regolari è necessario eseguire un’opera¬ 
zione di «refresh» onde restituire a questi con¬ 
densatori la loro carica originaria ed impedire così 
che le singole celle possano cambiare di stato, cioè 
cancellarsi. 

Questo fa si che rispetto alle RAM statiche sia 
necessario un circuito di «controllo» molto più 
complesso e sofisticato, tuttavia il costo globale 
sarà sempre notevolmente inferiore al costo com¬ 
plessivo di una scheda RAM statica di pari capa¬ 
cità 

Un altro lato «negativo» delle RAM dinamiche 
riguarda l’affidabilità e con questo non intendiamo 
dire che si tratti di componenti di «seconda mano», 
bensì che trattandosi di un componente il cui costo 
deve necessariamente risultare limitato, in fase di 
produzione viene eseguito un controllo meno «ac¬ 
curato» quindi vi è una possibilità maggiore di im¬ 
battersi in uno «scarto» con qualche cella difet¬ 
tosa. 

Questi scarti purtroppo non vengono eliminati, 
ma svenduti a prezzi irrisori con la precisazione 
che aH’interno di tale memoria esistono una o due 
celle difettose (per taluni impieghi infatti possono 
egualmente essere utilizzate), cosicché è molto 
facile che un negoziante ce ne rifili qualcuna, ma¬ 
gari facendocela pagare al prezzo intero, senza 
precisare qual'è il difetto. 

Con questo non vogliamo accusare i venditori di 
essere persone «disoneste» in quanto in buona 
fede essi potrebbero averle acquistate per «otti¬ 
me» non solo ma considerando che la stessa Casa 
costruttrice ammette sempre uno scarto del 2 per 
mille, è ovvio che a qualcuno queste «difettose» 
dovranno pur capitare. 

Anzi non è detto che occorra acquistarne 1000 
per trovarne 2 difettose perché i più sfortunati, an¬ 
che solo acquistandone 10, potrebbero trovarne 3 
di questo tipo mentre qualcuno più fortunato, ac¬ 
quistandone 2000, potrebbe non trovarne nessuna. 

Sono rischi questi da valutare acquistando delle 
memorie dinamiche a basso costo, quindi se per 
caso ve ne capitasse anche una sola non dovrete 
meravigliarvi. 


SCHEMA ELETTRICO 

Le RAM dinamiche da noi utilizzate per realizzare 
questa scheda di espansione sono le 4116, vale a 
dire delle RAM da 16.384 x 1 bit fornite dalla Casa 
nella versione plastica dual-in-line a 16 piedini. 
Poiché ognuna di queste RAM dispone di un solo 
ingresso e una sola uscita, per poter realizzare 


un’espansione da 16 kilobyte (cioè 16 K x 8) è 
ovviamente necessario collegarne 8 in parallelo, 
mentre per realizzare come nel nostro caso, un’e¬ 
spansione da 32 kilobyte sarà necessario utilizzare 
due gruppi di 8 RAM cadauno. 

Ciascuna di queste RAM deve essere alimentata 
con 3 diverse tensioni e precisamente una tensione 
di 5 volt negativi rispetto alla massa da applicare al 
piedino 1 , una tensione di 12 volt positivi (sempre 
rispetto alla massa) da applicare al piedino 8, più 
una tensione di 5 volt positivi da applicare al pie¬ 
dino 9. 

La massa deve invece essere applicata al piedino 
16 e questo è un elemento che differenzia tale in¬ 
tegrato per esempio da quasi tutti i TTL i quali sul 
piedino 16 richiedono normalmente la tensione dei 
5 volt positivi. 

Come vedesi in fig. 3, oltre ai terminali di alimen¬ 
tazione, sulle 4116 sono presenti diversi altri ter¬ 
minali sulla cui funzione sarà bene soffermarsi un 
attimo. 

Abbiamo per esempio il terminale «Ingresso da¬ 
ti» (piedino 2) a cui dovremo applicare il singolo bit 
del nostro dato quando vorremo memorizzarlo 
neM’interno della RAM, oppure il terminale «Uscita 
Dati» (piedino 14) da cui preleveremo il singolo bit 
di un qualsiasi dato quando andremo a leggere 
aH’interno della RAM. 

In pratica sia in fase di lettura che in fase di 
scrittura i dati verranno sempre suddivisi in 8 bit e 
ciascuno di questi bit verrà applicato e prelevato 
singolarmente da una diversa RAM. L’ingresso di 
«lettura/scrittura» (piedino 3) sarà quello che ci 
permetterà di volta in volta di predisporre la RAM 
per una lettura o per una scrittura a seconda delle 
nostre esigenze: applicando una condizione logica 
1 su questo piedino la RAM capirà che vogliamo 
«leggere» al suo interno e non appena le comuni¬ 
cheremo l’indirizzo di una .qualsiasi cella di memo¬ 
ria, ci fornirà in uscita sul piedino 14 il contenuto di 
tale cella, cioè una condizione logica 1 se il «con¬ 
densatore» è carico oppure una condizione logica 
0 se è scarico. 

Viceversa applicando una condizione logica 0 
sul piedino 3, la RAM si predisporrà per memoriz¬ 
zare un nuovo dato e non appena le forniremo l’in¬ 
dirizzo della cella in cui vogliamo memorizzare 
questo dato, provvederà a caricare il condensatore 
in essa contenuto (se il dato in ingresso applicato 
sul piedino 2 è un 1 ) oppure a scaricarlo se il dato in 
ingresso è uno 0. 

Per fornire gli indirizzi alla RAM abbiamo a di¬ 
sposizione complessivamente sette piedini (cioè 
5-7-6-12-11 -10-13) e poiché con 7 bit soltanto non 
potremmo selezionare tutte le 16.384 celle ele¬ 
mentari contenute neH’interno di ciascuna RAM 
(infatti per raggiungere questo scopo occorrono in 
totale 14 bit), dovremo fornire l’indirizzo stesso in 
due tornate, cioè applicare inizialmente sui relativi 
ingressi i primi 7 bit del nostro indirizzo e farli ac¬ 
cettare dalla RAM applicando un impulso negativo 


238 



sul piedino 4 (RAS), poi applicare sugli ingressi i 
restanti 7 bit e farli ancora accettare dalla RAM 
applicando un secondo impulso negativo questa 
volta sul piedino 15 (CAS). 

Tutta questa operazione non si poteva ovvia¬ 
mente far compiere alla CPU in quanto la CPU 
stessa non sa distinguere se la RAM che gli abbia¬ 
mo collegato è di tipo «statico» e che quindi può 
essere indirizzata direttamente, oppure di tipo «di¬ 
namico», che invece deve essere indirizzata in due 
tornate successive. 

Proprio per tale motivo, oltre alle RAM, sulla no¬ 
stra scheda troviamo presenti un discreto numero 
di integrati aggiuntivi una parte dei quali servono, 
come abbiamo già anticipato, per effettuare le 
operazioni di «refresh», mentre un’altra parte viene 
utilizzata per fornire Tindirizzo alle RAM suddivi¬ 
dendo l’indirizzo stesso in due gruppi di 7 bit ca¬ 
dauno. 

In particolare gli integrati adibiti a quest’ultima 
funzione sono IC12 e IC14 (di tipo SN.74LS373) 
contenenti ciascuno al proprio interno 8 flip-flop D 
latch con uscita three-state i quali ci serviranno per 
memorizzare l’indirizzo completo fornito dal com¬ 
puter, nonché IC11 e IC13 (entrambi multiplexer di 
tipo SN.74LS157) i quali ci serviranno invece per 
applicare alle RAM prima i 7 bit che costituiscono il 
cosiddetto «indirizzo di riga», poi i 7 bit che costi¬ 
tuiscono il cosiddetto «indirizzo di colonna». 

Ovviamente questi 4 integrati non lavorano da 
soli, bensì risultano pilotati da altri integrati come 
per esempio il nand a 3 ingressi IC16/B il quale ha il 
potere di inibire le uscite di IC12 e IC14 durante la 
fase di refresh, e il doppio flip-flop J/K IC15 (di tipo 
SN.74LS109) il quale pilota con una delle sue 
uscite (piedino 6) gli ingressi di controllo di IC11 e 
IC13 decidendo così di volta in volta quali dei 7 bit 
di indirizzo debbono essere applicati agli ingressi 
delle RAM. 

Sempre alla stessa funzione contribuisce poi 
anche l’integrato SN.74LS139 (vedi IC10) il quale, a 
seconda del valore assunto dai due bit di indirizzo 
Al 5 e Al 4, provvede a selezionare di volta in volta 
le 8 RAM IC17-19-21-23-25-27-29-31 oppure le 8 
RAM IC18-20-22-24-26-28-30-32. 

Sulle uscite di questo integrato (piedini 12-11 -10) 
troviamo presenti 3 ponticelli che ci permetteranno 
di assegnare alla nostra scheda una collocazione 
ben particolare nell’area di memoria riservata alla 
RAM. In particolare il ponticello P2 ci permette di 
«coprire» tutti gli indirizzi da 0000 a 3FFF ed agisce 
sulle 8 RAM IC17-19-21-23-25-27-29-31; il ponti¬ 
cello P3 ci permette invece di coprire tutti gli indi¬ 
rizzi da 4000 a 7FFF ed agisce sulle RAM 
IC18-20-22-24-26-28-30-32; infine il ponticello P4 
ci permette di coprire tutti gli indirizzi da 8000 a 
BFFF ed agisce ancora sulle RAM 
IC17-19-21 -23-25-27-29-31. 

Questo ovviamente ci permette di collocare la 
nostra scheda di espansione in vari punti della 
memoria, cioè di configurare il computer a nostro 



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239 


































240 








































































































































































































































































































N 1 

*l| 

IC33 

y 


r 




C O 12 
O 13 


C7 Lp j—O 14 

-f-A-O 15 


Fig. 1 Schema elettrico della memoria dinamica da 32 K. 
Per la lista componenti vedere la pag. 115. In questo 
schema non appaiono i condensatori a disco di by-pass 
collegati tra le alimentazioni e la massa in prossimità di 
ogni integrato. 


241 



































































































































































































































piacimento secondo le esigenze del caso. 

Facciamo alcuni esempi per chiarire meglio tale 
affermazione. 

Supponiamo di voler installare sul nostro micro¬ 
computer solo 16 kilobyte di memoria RAM e di 
voler utilizzare per questo scopo la nostra scheda 
di espansione dinamica. 

In tal caso acquisteremo la scheda stessa con 
sole 8 RAM che monteremo sugli zoccoli relativi a 
IC17-19-21-23-25-27-29-31 lasciando gli altri spazi 
riservati alle RAM liberi ed effettueremo il ponticel¬ 
lo P2 in modo da assegnare a queste RAM gli indi¬ 
rizzi da 0000 a 3FFF, lasciando ovviamente i ponti¬ 
celli P3-P4 aperti. 

Se invece volessimo realizzare un totale di 32 
kilobyte di RAM dinamica, dovremmo montare sulla 
scheda tutti gli integrati ed effettuare i ponticelli 
P2-P3 in modo da avere «coperti» tutti gli indirizzi 
da 0000 a 7FFF. 

Per ultimo se volessimo realizzare un totale di 48 
kilobyte di memoria RAM dinamica dovremmo 
montare una prima scheda completa di tutti gli in¬ 
tegrati ed effettuare su questa i ponticelli P2-P3 per 
coprire tutti gli indirizzi da 0000 a 7FFF, poi mon¬ 
tare una seconda scheda con solo 8 RAM (preci¬ 
samente IC17-19-21-23-25-27-29-31) ed effettuare 
su questa il solo ponticello P4 in modo da coprire 
tutti gli indirizzi da 8000 a BFFF. 

All’inizio dell’articolo vi abbiamo prospettato an¬ 
che soluzioni «ibride» in cui si prevedeva l’impiego 
sia delle RAM dinamiche, sia di quelle statiche per 
ottenere una capacità di memoria complessiva di 
40 K - 48 K - 56 K ed anche per queste vi forniremo 
qui di seguito le necessarie delucidazioni. 

Supponiamo per esempio che qualcuno abbia 
già acquistato 2 schede di espansione statiche 
LX386 per un totale di 16 K ed ora voglia aggiun¬ 
gere delle RAM dinamiche per ottenere un totale di 
32 K oppure 48 K. 

Nel primo caso cioè,se vuole ottenere solo 32 K, 
può montare su questa nuova scheda solo metà 
delle RAM previste, poi effettuare su di essa il pon¬ 
ticello P3 in modo da coprire tutti gli indirizzi da 
4000 a 7FFF (quelli da 0000 a 3FFF saranno già 
coperti dalle RAM statiche). 

Se invece vuole ottenere 48 K dovrà montare tut¬ 
ti i componenti su questa nuova scheda di espan¬ 
sione ed effettuare i ponticelli P3-P4 in modo da 
coprire tutti gli indirizzi da 4000 a BFFF essendo 
quelli da 0000 a 3FFF già occupati dalle RAM stati¬ 
che. 

Se poi qualcuno, in possesso di una sola scheda 
di espansione LX386 statica da 8 kilobyte, volesse 
espandere la propria memoria fino a 56 kilobyte 
con della RAM dinamica, dovrà montarsi una 
scheda per intero con tutti i componenti ed effet¬ 
tuare su questa i ponticelli P2-P3 in modo da co¬ 
prire tutti gli indirizzi da 0000 a 7FFF, poi montarsi 
una seconda scheda con solo metà delle RAM ed 
effettuare su questa il solo ponticello P4 in modo da 
coprire tutti gli indirizzi da 8000 a BFFF, infine mo¬ 


dificare i ponticelli sulia scheda LX386 in modo da 
assegnargli gli indirizzi da 0000 a DFFF (vedi ap¬ 
posita tabella a pag. 122 della rivista n. 70). 

A questo punto dobbiamo fare una necessaria 
precisazione per tutti coloro che intendono mon¬ 
tare più di 32 kilobyte di memoria RAM, occupando 
quindi anche gli indirizzi da 8000 a 83FF attual¬ 
mente occupati dalla Eprom del programma «mo¬ 
nitor» sulla scheda CPU. 

In particolare dobbiamo dire che lasciando le 
cose come stanno attualmente anche provando di 
scrivere qualche dato nelle celle il cui indirizzo ri¬ 
sulta compreso tra 8000 e 83FF non riusciremmo 
nel nostro intento in quanto attualmente il compu¬ 
ter a tali indirizzi riconosce solo la Eprom e come 
tale può solo leggere dei dati, non scriverli. 

Ne consegue che installando per esempio 40 K di 
memoria RAM noi ci ritroveremmo con un «buco» 
aH’interno di questa area di memoria, proprio in 
concomitanza della Eprom e poiché il Basic non è 
predisposto per tener conto di questo «buco» da 
8000 a 83FF, l’area di memoria al di sopra dei 32 K 
risulterebbe praticamente inutilizzabile. 

Per poter sfruttare anche quest’area di memoria 
è necessario infatti che sul BUS risulti montata an¬ 
che la scheda controller per floppy-disk LX390 
(provvista a sua volta di una Eprom con un pro¬ 
gramma «monitor» allocato da F000 a F3FF) ed in 
tal caso noi dovremo apportare sulla scheda CPU 
le seguenti modifiche: 

1) escludere la Eprom del monitor 

2) escludere le due RAM di tipo 2114 relative ad 1 
kappa 

Per ottenere questo occorre sfilare dallo zoccolo 
il piedino 6 dell’integrato IC8 (cioè del SN.74LS00) 
e girarlo verso l’alto in modo da interrompere il 
contatto con la pista sottostante. 

Così facendo diventerà automaticamente «diret¬ 
tore delle operazioni» la Eprom del monitor pre¬ 
sente sulla scheda controller per floppy-disk e tutta 
l’area di memoria da 0000 a DFFF rimarrà a dispo¬ 
sizione delle nostre RAM. 

Nota: tale modifica dovrà essere completata ef¬ 
fettuando anche il ponticello PI sulla scheda RAM 
dinamica, nonché mettendo in cortocircuito i tre 
terminali A-B-C del ponticello PI sulla scheda 
controller per floppy-disk LX390. 

In ogni caso in tabella N. 1 il lettore troverà le 
delucidazioni necessarie per poter sistemare que¬ 
sta nuova scheda sul proprio BUS e per utilizzarla 
al massimo delle sue capacità. 

Dopo aver specificato tutti questi particolari 
possiamo ora proseguire nella descrizione dello 
schema elettrico prendendo in considerazione la 
restante parte di cirduito, cioè quella relativa al- 
l’autorefresh costituiti dai due integrati IC7 e IC8 
(entrambi di tipo SN.74LS93) nonché dall’integrato 
IC9 (di tipo SN.74LS244). 

In pratica si tratta di due divisori i quali pilotati dal 
clock del microcompqter provvedono a modificare, 
tra un impulso di refresh e il successivo, gli indirizzi 


242 



Tabella n. 1 (Possibili configurazioni della memoria RAM) 



SCHEDA TIPO 

CHIUSO 

SCHEDA TIPO 

CHIUSO 

SCHEDA TIPO 

CHIUSO 

i 

32 

dinamica 32 K 

P2-P3 

= 

= 

= 


2 

32 

statica 8 K 

P1-P2-P3 

statica 8 K 

P2-P3 

dinamica 16 K 

P3 

3 

32 

dinamica 16 K 

P2 

statica 8 K 

PI-P3 

statica 8 K 

P3 

4 

36 

dinamica 32 K 

P2-P3 

statica 4 K 

PI-P2 

= 


5 

40 

dinamica 32 K 

P2-P3 

statica 8 K 

PI-P2 

= 


6 

48 

dinamica 32 K 

P2-P3 

dinamica 16 K 

P4 

= 


7 

48 

dinamica 16 K 

P2 

dinamica 32 K 

P3-P4 

= 


8 

48 

dinamica 32 K 

P2-P3 

statica 8 K 

PI-P2 

statica 8 K 

P2 

9 

48 

statica 8 K 

P1-P2-P3 

statica 8 K 

P2-P3 

dinamica 32 K 

P3-P4 

10 

56 

dinamica 32 K 

P2-P3 

dinamica 16 K 

P4 

statica 8 K 

PI 


Nota: nelle configurazioni dal 4 al 10 comprese occorre sempre togliere la Eprom del monitor sulla 
scheda CPU come in precedenza indicato. 

Nella sola configurazione 9 relativa ai 48 kilobyte occorre inoltre inserire sulla prima scheda RAM statica 
le due RAM attualmente mancanti, poi togliere sempre su questa scheda l’integrato IC18 (di tipo 4078) e 
collegare a massa il piedino 10 di IC17. 


RI = 56 ohm 1 /4 watt 
R2 = 56 ohm 1/4 watt 
R3 = 56 ohm 1 /4 watt 
R4 = 56 ohm 1 /4 watt 
R5 = 56 ohm 1/4 watt 
R6 = 56 ohm 1 /4 watt 
R7 = 56 ohm 1 /4 watt 
R8 = 56 ohm 1 /4 watt 
R9 = 56 ohm 1 /4 watt 
RIO = 10.000 ohm 1/4 watt 
RII = 10.000 ohm 1/4 watt 
RI2 = 10.000 ohm 1/4 watt 
RI 3 = 56 ohm 1/4 watt 
R14 = 56 ohm 1/4 watt 
RI 5 s= 56 ohm 1/4 watt 
RI 6 = 56 ohm 1/4 watt 
R17 = 10.000 ohm 1/4 watt 
RI8 = 56 ohm 1/4 watt 
RI 9 = 56 ohm 1/4 watt 
R20 = 56 ohm 1 /4 watt 
R21 = 56 ohm 1 /4 watt 
R22 = 10.000 ohm 1/4 watt 
R23 = 56 ohm 1 /4 watt 
R24 = 56 ohm 1 /4 watt 
R25 = 100 270 ohm 1 /4 watt 

R26 = 10.000 ohm 1/4 watt 
R27 = 10.000 ohm 1/4 watt 
CI = 1.000 pF disco 
C2 = 1.000 pF a disco 


C3 = 1 mF poliestere 
C4 = 470 mF elettrolitico 25 Volt 
C5 = 100.000 pF a disco 
C6 = 100 mF elettrolitico 25 Volt 
C7 = 100 mF elettrolitico 25 volt 
C8-C39 = 100.000 pF a disco 
C40 = 1.500 pF a disco 
DS1 = Diodo al silicio tipo 1N4007 
DS2-DS3 = diodo al silicio 1N4148 
IC1 = Integrato tipo SN74LS244 
IC2 = Integrato tipo SN74LS244 
IC3 = Integrato tipo SN74LS14 
IC4 = Integrato tipo SN74LS02 
IC5 = Integrato tipo SN74LS02 
IC6 = Integrato tipo SN74LS14 
IC7 = Integrato tipo SN74LS93 
IC8 = Integrato tipo SN74LS93 
IC9 = Integrato tipo SN74LS244 
IC10 = Integrato tipo SN74LS139 
IC11 = Inteqrato tipo SN74LS157 
IC12 = Integrato tipo SN74LS373 
IC13 = Integrato tipo SN74LS157 
IC14 = Integrato tipo SN74LS373 
IC15 = Integrato tipo SN74LS109 
IC16 = Integrato tipo SN74LS10 
IC17-IC32 = 16 integrati tipo 4116 
IC33 = Integrato tipo uA7905 


Lista componenti della scheda dinamica. Nel disegno serigrafico riportato sul circuito 
stampato non appaiono le sigle dei componenti ma direttamente il valore in ohm delle 
resistenze o in picofarad e microfarad per I condensatori. 

IMPORTANTE = Nello schema elettrico non appaiono i condensatori da 100.000 pF siglati 
da C8 e C39. Questi condensatori che appaiono invece nello schema pratico servono da 
filtro e risultano collegati tra l’alimentazione e la massa su ogni integrato. 


243 


















r 


n 



Fig. 2 Schema pratico di montaggio. Si notino sopra l’integrato stabilizzatore uA.7905 i tre 
ponticelli P2-P3-P4 che dovremo cortocircuitare a seconda della configurazione utilizzata 
nel micro (vedi tabella 1 a pag. 115). NOTA: i condensatori a disco per i quali non è indicato 
il valore risultano da 100.000 pF. 


244 

































































di «riga» sulla RAM in modo tale che con 128 im¬ 
pulsi si riesca a rinfrescare tutta una RAM. 

Da notare che il ciclo di «refresh» viene mante¬ 
nuto attivo anche quando viene pigiato il tasto di 
RESET per cui anche pigiando questo tasto l’in- 
formazione contenuta nelle RAM non andrà per¬ 
duta. 

Solo spegnendo il microcomputer, come del re¬ 
sto avviene anche per le RAM statiche, tutta l'in¬ 
formazione va irrimediabilmente perduta. 

Per completare la descrizione dobbiamo ancora 
considerare i due integrati IC1 e IC2, due buffer 
necessari per l’entrata e l’uscita dei dati da questa 
scheda, nonché l’integrato IC33, uno stabilizzatore 
di tipo uA.7905 necessario per ricavare i 5 volt ne¬ 
gativi con cui alimentare il piedino 1 delle RAM 
dinamiche. 

Vi sono poi alcuni inverter e alcune porte nand o 
nor che agiscono in combinazione con gli stadi 
precedenti ma su questi non intendiamo soffer¬ 
marci in quanto finiremmo solo per complicare 
inutilmente la descrizione, quindi passeremo sen¬ 
z’altro a descrivere la realizzazione pratica di que¬ 
sta scheda di espansione. 


REALIZZAZIONE PRATICA 

Pur essendo questo schema abbastanza com¬ 
plesso, il montaggio pratico non presenta grosse 
difficoltà innanzitutto perché il circuito stampato è 
un doppia faccia a fori metallizzati, quindi tutti i 
ponticelli di collegamento sono già stati effettuati 
per via elettrolitica in fase di incisione e seconda¬ 
riamente perché su tale circuito sono riportati co¬ 
me al solito in serigrafia la sagoma e il valore dei 
vari componenti nella esatta posizione in cui questi 
vanno collocati, per cui è praticamente impossibile 
commettere errori. 

L’unica cosa a cui dovrete fare molta attenzione 
sono le stagnature, infatti essendoci molte piste 
che corrono vicinissime tra di loro e passano anche 
tra i piedini degli integrati, per non creare dei cor¬ 


tocircuiti dovrete cercare di utilizzare uno stagna- 
tore con la punta più sottile possibile e di sciogliere 
ogni volta il minimo di stagno indispensabile. 

Come al solito ci raccomandiamo di non utiliz¬ 
zare per nessun motivo la pasta salda poiché que¬ 
sta possiede una piccola conducibilità che alla 
lunga potrebbe mettere in crisi il circuito e di utiliz¬ 
zare solo ed esclusivamente dello stagno di ottima 
qualità già provvisto di deossidante interno che 
potrete reperire in matasse presso qualsiasi nego¬ 
zio di materiale elettronico oppure presso qualsiasi 
radioriparatore. 

Una volta in possesso del circuito stampato 
LX392, prima di iniziare a montare i vari compo¬ 
nenti, vi consigliamo di esaminarlo attentamente 
con una lente da filatelico, possibilmente controlu¬ 
ce, per accertarvi che non vi sia qualche sbavatura 
di rame o cortocircuito accidentale tra due piste 
adiacenti oppure qualche pista interrotta: tale 
controllo viene già effettuato dalla ditta che ci for¬ 
nisce i circuiti tuttavia non è escluso che qualche 
cortocircuito possa sfuggire anche ad occhi al¬ 
lenati per cui, piuttosto che accorgersene a mon¬ 
taggio ultimato, meglio verificare in anticipo. 

Nel montaggio daremo la precedenza ai due 
connettori maschi a 24 poli necessari per inserire 
questa scheda sul BUS, dopodiché monteremo gli 
zoccoli per gli integrati, le resistenze, il diodo, i 
condensatori a disco e per ultimi gli elettrolitici che 
dovremo tenere in posizione orizzontale (come ve- 
desi nello schema pratico e nella foto) per evitare 
che vadano a toccare le schede vicine sul BUS. 

L’integrato stabilizzatore IC33 dovrà essere fis¬ 
sato sopra una piccola aletta di raffreddamento a U 
facendo passare i suoi terminali attraverso l’appo¬ 
sita asola di cui questa dispone, quindi prima di 
stagnarlo ricordatevi appunto di fissarlo sull’aletta 
in questo modo, con i terminali ripiegati a L, fa¬ 
cendo attenzione che questi non vadano a toccare 
il metallo dell’aletta stessa. 

Terminato il montaggio di tutti i componenti do¬ 
vremo inserire sui relativi zoccoli i vari integrati e 
qui occorrerà fare molta attenzione a non montarli 


(-5 v.) Vbb 

Din 

wrìte 



Ao 

n 

5 

12 

A 2 

c 

6 

11 

Ai 

c 

7 

10 

4-12 V.) VdD 

c 

8 

9 


VSS (Massa) 

cTs 

Dout 

Ab 

A3 

A4 

Ab 

Vcc(+5V.) 


Fig. 3 Connessioni viste da sopra della me¬ 
moria dinamica 4116. A seconda della Casa 
Costruttrice suH’involucro possono essere 
riportate sigle diverse come ad esempio 
MK.4116 - TMS.4116 oppure solo 4116 e in 
certi casi anche la sigla uPD.416. Tutti questi 
tipi di memorie sono stati collaudati sulla no¬ 
stra scheda senza riscontare alcuna diversità 
di funzionamento. 


TMS 4116 MK 4116 

pPD416 4116 


245 












alla rovescio oppure a non scambiare fra di loro 
due integrati con sigla similare (per esempio il 
SN.74LS109 con il SN.74LS139). Come noterete 
sotto l’integrato IC10 sono presenti i 3 ponticelli a 
cui accennavamo in precedenza, necessari per 
assegnare alla scheda il relativo indirizzo e col¬ 
locarla così in una posizione ben precisa nell’am- 
bito dell’area di memoria assegnata sulla RAM. 

Su come vanno effettuati questi ponticelli ci sia¬ 
mo già soffermati sufficientemente nella descrizio¬ 
ne dello schema elettrico per cui riteniamo che non 
siano necessarie ulteriori spiegazioni: qui possia¬ 
mo solo aggiungere che a nostro avviso questa 
scheda sarebbe bene montarla al completo (cioè 
32 K) e sistemarla aN’inizio dell’area disponibile, 
cioè da 0000 a 7FFF, effettuando i ponticelli P2-P3 
e lasciando invece aperto P4. 

In questo modo si eviteranno tante complicazioni 
che onestamente, per chi non è troppo esperto in 
materia, potrebbero essere anche difficili da supe¬ 
rare. 

Chi è più esperto potrà invece sperimentare le 
altre soluzioni prospettate in precedenza ed a 
questo punto crediamo che non sia necessario 
aggiungere altre spiegazioni perché se uno è 
«esperto» significa che sa bene cosa deve fare. 

Il ponticello PI presente sullo stampato vicino a 
IC6 dovrà essere cablato solo se decidete di 
«sganciare» la memoria esistente sulla scheda 
CPU. 

Giunti a questo punto la vostra scheda sarà 
pronta per l’uso quindi potrete inserirla sul BUS, 
provare a caricare il Basic, poi far eseguire qualche 
istruzione per controllare se tutto funziona come 
richiesto. 

NOTE AGGIUNTIVE 

per FLOPPY-BASIC-CPM-DOS 

Il Basic da 5,5 K che finora vi abbiamo fornito vi è 
stato utile per fare pratica: oggi però che abbiamo a 
disposizione un floppy-disk e molta più memoria 
RAM possiamo adottare linguaggi Basic più potenti 
che ci permettano di «lavorare» sulle stringhe al¬ 
fanumeriche, di eseguire operazioni trigonometri¬ 
che come il seno, coseno o tangente, di ottenere 
una maggior precisione nei calcoli nonché di ese¬ 
guire operazioni matematiche come la radice qua¬ 
drata o l’elevamento a potenza che finora ci erano 
praticamente vietate. 

Proprio per questo motivo ci siamo rivolti ad una 
«software house» specializzata in questo campo 
per farci preparare un Basic molto potente com¬ 
pleto di DOS (cioè di sistema operativo per il disco) 
che ci permetterà di eseguire tutte queste funzioni, 
cioè di utilizzare il computer per gestire un magaz¬ 
zino, gestire la contabilità di un’azienda, fare fattu¬ 
re e bolle di consegna ed altre cose di questo ge¬ 
nere. 

Precisiamo subito che questo DOS è un sistema 
operativo leggermente diverso dal CP/M in quanto 
abbiamo constatato che il CP/M stesso è più ido¬ 


neo per chi vuol lavorare in linguaggio macchina, 
mentre per fare programmi gestionali è più conve¬ 
niente togliere un po’ di spazio al sistema operativo 
ed aggiungerlo invece al Basic in modo da renderlo 
più completo. 

Avendo noi adottato questo DOS è ovvio che non 
potremo far girare sul microcomputer un Basic che 
sia CP/M compatibile ma solo il Basic compatibile 
con tale DOS in quanto le istruzioni vengono trat¬ 
tate internamente in maniera diversa. 

Generalmente il Basic e il CP/M vengono forniti 
su due dischi diversi gravati ognuno del proprio 
copyright, cosicché si è costretti a sborsare il dop¬ 
pio della cifra per ottenere alla fine ciò che si sa¬ 
rebbe potuto ottenere con un singolo disco. 

Noi invece vi forniremo il tutto su un unico floppy 
(cioè Basic + DOS) in modo tale che pur doven¬ 
dovi addebitare il copyright, la spesa complessiva 
risulti oltremodo ridotta: con sole 50.000 lire (cin- 
quantamilalire) potrete infatti avere a disposizione 
tutto ciò che vi serve ed iniziare così a scrivere i 
vostri programmi in Basic. Preannunciamo co¬ 
munque fin d’ora, per chi eventualmente deside¬ 
rasse il CP/M, che ben presto potremo fornire an¬ 
che questo, completo del relativo Basic, sempre a 
prezzi accettabilissimi. 

Non solo ma dobbiamo fornirvi ancora una noti¬ 
zia molto importante sia per chi è interessato viva¬ 
mente al microcomputer, sia per coloro che non 
hanno nessun interesse per tale argomento: qual¬ 
che tecnico si è impegnato a preparare durante il 
periodo estivo un volume in cui si spiega come si 
utilizza il Basic, come si preparano i programmi, 
come si usano eoe. ecc. e se le promesse saranno 
mantenute su tale volume potremo dilungarci mol¬ 
to di più di quanto non possiamo fare sulle pagine 
della rivista. 

Così facendo, coloro che non si interessano al 
microcomputer non troveranno più tante pagine 
piene di incomprensibili sigle ma altri progetti più 
strettamente «elettronici». 


COSTO DELLA REALIZZAZIONE 

Il solo circuito stampato LX.392 a 
doppia faccia con fori metallizzati L. 30.600 
Il kit completo di circuito stampato, 
zoccoli, transistor, aletta, connet¬ 
tori e di tutti gli integrati (compresi 
16 memorie 4116 per un totale di 32 
Kappa di memoria) L. 154.500 

Nel prezzo non sono incluse le spese postali. 
NOTA = La spedizione del kit potrà essere rinviata 
di 7-8 giorni per un ritardo di consegna del circuito 
stampato da parte dell’industria fornitrice. 


246 



COME 

ottenere 

RUMORI 

di 


Con un solo SN76477 e un NE555 si possono ottenere dei rumori 
complessi come per esempio il rumore di un cavallo al galoppo, 
di un elicottero o di una mitragliatrice, vale a dire dei rumori che 
difficilmente si riuscirebbero ad ottenere tutti insieme con altri 
circuiti anche più complicati di questo. 


ELICOTTERI e MITRAGLIATRICI 


Sul n. 74 della rivista vi abbiamo presentato un 
integrato (siglato SN76477) da noi definito «tutto 
suono e rumore» in quanto con esso si possono 
ottenere molto facilmente un’infinità di suoni e ru¬ 
mori simili a quelli che si ascoltano giornalmente 
nei video-games. 

Vi abbiamo inoltre presentato diversi schemi ap¬ 
plicativi di tale integrato, schemi che hanno incon¬ 
trato un grosso favore da parte del nostro pubblico. 

Sempre utilizzando l'integrato SN76477 voglia¬ 
mo ora proporvi un circuito in grado di generare dei 
rumori anche molto diversi fra di loro, per esempio 
il rumore di un cavallo lanciato al trotto o al galop¬ 
po, il rumore di un elicottero oppure il rumore di 
una mitragliatrice che potremo sfruttare come al 
solito per sonorizzare dei filmini di nostra produ¬ 
zione oppure per vivacizzare dei video games. 

Tale circuito, come noterete, è piuttosto sempli¬ 
ce infatti oltre all’integrato «tutto suono e tutto ru¬ 
more» abbiamo solamente un NE555 impiegato 
come oscillatore più pochi componenti esterni. 

Normalmente, quando i deviatori S1-S2 sono 
aperti, sull’uscita dei mixer risulta presente il solo 
segnale del VCO (vedi riv. 74 a pag. 36 e seguenti) il 
cui campo di frequenze viene delimitato da R5 e C3 
fra un minimo di 2.000 Hz ed un massimo di circa 
20.000 Hz. 


Precisiamo che il VCO, essendo il piedino 22 
collegato al positivo, viene pilotato internamente 
dal segnale del SLF, cioè da un’onda triangolare la 
cui frequenza è determinata dai valori di C2 e R4 
applicati rispettivamente ai piedini 21-20 dell’inte¬ 
grato IC2. 

L’inviluppo prescelto, essendo i piedini 1-28 col¬ 
legati rispettivamente al positivo ed alla massa, sa¬ 
rebbe il «monostabile», tuttavia non essendo 
presenti nel circuito la resistenza ed il condensa¬ 
tore relativi a tale monostabile, cioè quelli che an¬ 
drebbero collegati ai piedini 23-24, tutto funziona 
come se avessimo prescelto l'inviluppo «solo mi¬ 
xer», pertanto in altoparlante si ascolta lo stesso 
segnale disponibile sull’uscita del mixer. 

In pratica in queste condizioni il suono che si ode 
in altoparlante è molto simile a quello di una sirena 
in cui agendo sul trimmer R4 si può modificare la 
velocità di modulazione. 

Se noi chiudiamo i due deviatori S1-S2 per col¬ 
legare al positivo i piedini 27-25 di IC2, in uscita dal 
mixer otterremo una combinazione dei due segnali 
SLF e VCO, vale a dire che invece di un fischio 
continuo simile a quello di una sirena, sentiremo 
dei fischi più brevi intervallati fra di loro da una 
pausa, molto simili al cinguettio di un uccellino. 

Se invece noi chiudiamo il solo deviatore S2, in 


247 





COMPONENTI 


RI = 1 megaohm trimmer un giro 
R2 = 1.000 ohm 1/4 watt 
R3 = 47.000 ohm 1/4 watt 
R4 = 470.000 ohm trimmer 
R5 = 3.300 ohm 1 /4 watt 
R6 = 100.000 ohm 1/4 watt 
R7 = 47.000 ohm 1/4 watt 
R8 = 100.000 ohm 1/4 watt 
R9 = 150.000 ohm 1/4 watt 
RIO = 47.000 ohm 1/4 watt 
RII = 3.900 ohm 1/4 watt 


RI 2 = 100.000 ohm 1/4 watt 
CI = 330.000 pF poliestere 
C2 = lOmFelettr. 25 volt 
C3 = 100.000 pF poliestere 
C4 = 390 pF : a disco 
C5 = lOmFelettr. 25 volt 
C6 = 470 mF elettr. 25 volt 
C7 = 100.000 pF a disco 
S1-S2 = deviatori 
IC1 = integrato tipo NE555 
IC2 = integrato tipo SN76477 


uscita dal mixer otterremo unicamente il segnale 
relativo al generatore di rumore, segnale che a 
tratti viene interrotto dall’uscita dell’integrato 
NE555 che si porta in condizione logica 1. 

Questo rumore all’ascolto è molto simile al ru¬ 
more di un elicottero e può essere accelerato o 
rallentato agendo sul trimmer RI. 

Infine se noi chiudiamo il solo deviatore SI per 
collegare al positivo il piedino 27 dell’integrato, in 
uscita dal mixer otterremo il segnale relativo al SLF 
combinato con quello del generatore di rumore ed 
a questo punto, agendo sui due trimmer R1-R4 
potremo ascoltarci in altoparlante il rumore di un 
cavallo al trotto o al galoppo oppure il rumore di 
una mitragliatrice. 

Il circuito è sprovvisto di stadio finale di BF per¬ 
tanto per poter ascoltare il relativo «suono» è ne¬ 
cessario collegare l’uscita all’ingresso di un 


preamplificatore oppure alla presa fono di una ra¬ 
dio. 

Per l’alimentazione si richiede come al solito una 
tensione continua di 9 volt che potremo ottenere 
collegando in serie fra di loro due pile quadre da 
4,5 volt cadauna. 


REALIZZAZIONE PRATICA 

Il montaggio di questo circuito, come del resto 
abbiamo visto per tutti gli altri circuiti di questa 
serie, è molto semplice ed alla portata di tutti in 
quanto pochi sono i componenti richiesti e il dise¬ 
gno serigrafico presente sullo stampato non 
consente possibilità di errori. 

Ricordiamo che i due deviatori S1-S2, rap¬ 
presentati nel disegno pratico come se fossero a 


248 












































Fig. 2 Disegno a grandezza 
naturale del circuito stampa¬ 
to da noi siglato con LX.449. 



Fig. 3 (in basso) Schema 
pratico di montaggio del cir¬ 
cuito. Il segnale disponibile 
sul cavetto di uscita dovrà 
essere applicato ad un qual¬ 
siasi amplificatore di BF per 
poter essere ascoltato in al¬ 
toparlante. 



levetta, in realtà potrebbero risultare anche del tipo 
a slitta in quanto i fori sullo stampato consentono 
Timpiego di entrambi i tipi indifferentemente. 

Una volta in possesso del circuito stampato 
LX449, visibile a grandezza naturale in fig. 2, mon¬ 
teremo su di esso tutte le resistenze, poi gli zoccoli 
per i due integrati, il trimmer quadrato, quello ver¬ 
ticale, tutti i condensatori compresi quelli elettroli¬ 
tici (attenzione alla polarità) e per ultimi i due de¬ 
viatori. 

Giunti a questo punto potremo innestare i due 
integrati sul relativo zoccolo facendo attenzione 
non tanto a scambiarli fra di loro poiché le di¬ 
mensioni totalmente diverse non permettono erro¬ 
ri, quanto piuttosto che la tacca di riferimento 
presente sul loro involucro risulti rivolta come ri¬ 
chiesto. 

Per il collegamento con il preamplificatore do¬ 
vremo utilizzare del cavetto schermato ricordan¬ 
doci di stagnare la calza metallica alla massa su 
entrambe le parti in quanto questa calza funge da 
filo di ritorno per il segnale. 

Una volta terminato il montaggio potremo subito 
fornire tensione ed a questo punto, spostando i 


deviatori e ruotando contemporaneamente i due 
trimmer, riusciremo ad ascoltare tutti i rumori de¬ 
scritti in precedenza. 

Se poi qualcuno più esperto degli altri volesse 
condurre in proprio degli esperimenti per ricavarsi 
dal circuito altri suoni e rumori da noi non previsti, 
seguendo le indicazioni fornite sul n. 74 e modifi¬ 
cando in modo opportuno i valori di taluni compo¬ 
nenti come per esempio i condensatori C2 e C3, 
riuscirà senz’altro nell’impresa di generarsi in pro¬ 
prio i suoni che desidera. 


COSTO DELLA REALIZZAZIONE 

Il solo circuito stampato LX449 in fibra 
di vetro già forato e completo di dise¬ 
gno serigrafico L. 2.200 

Tutto il materiale occorrente cioè cir¬ 
cuito stampato, resistenze, trimmer, 
condensatori, deviatori, integrati e re¬ 
lativi zoccoli L. 16.500 

I prezzi sopra riportati non includono le spese po¬ 
stali. 


249 

























IL MOBILE RACK per 
MICROCOMPUIER 


Sul retro della copertina, appare il mobile con¬ 
solle da noi realizzato per contenere: sopra il mo¬ 
nitor video completo di tastiera, e sotto il mobile 
rack contenente tutte le schede del computer. 
Neirinterno del rack, come vedesi nelle foto ripor¬ 
tate su queste pagine, c'è spazio sufficiente sia per 
un bus capace di contenere 10 schede, (noi ab¬ 
biamo segato un secondo bus da 7 schede rica¬ 
vando uno spezzone idoneo a ricevere 3 schede e 
lo abbiamo stagnato (di seguito) al bus principale), 
sia per il circuito dell’alimentatore che vediamo 
fissato in verticale sul fianco del mobile. 

L’aletta di raffreddamento per il transistor dell’a¬ 
limentatore, il ponte raddrizzatore di forma qua¬ 
drata e il trasformatore di alimentazione li fissere¬ 
mo sul piano del mobile assieme alla ventola di 
raffreddamento. Poiché nell’interno c’è abbon¬ 
danza di spazio noi abbiamo utilizzato una ventola 
tangenziale: nulla comunque ci vieta di utilizzarne 
eventualmente una assiale fissandola sul pannello 
posteriore. In questo secondo caso avremo solo 
l’inconveniente di dover praticare sul pannello po¬ 
steriore un foro circolare pari al diametro della 
ventola impiegata. 


In questo montaggio i due trasformatori di ali¬ 
mentazione n. 72 e n. 73 con lamierini al silicio sono 
stati sostituiti con un unico trasformatore (con nu¬ 
cleo a C) che porta il n. 82. 

Questo trasformatore non «scalda» come i pre¬ 
cedenti, quindi risulta molto più vantaggioso sia 
per il poco spazio che per l’alto rendimento. Il costo 
di questo trasformatore, chi volesse sostituirlo, è di 

L. 24.000. 

Questo mobile rack, dispone di pannello frontale 
in alluminio ossidato di color nero completo di ma¬ 
niglie ed il suo costo è di L. 36.000. 

Il costo del solo mobile consolle, con piano in 
legno, completo di ruote, verniciato anch’esso in 
color nero opaco e di L. 87.000. 

I lettori potranno richiedere il solo rack, la sola 
consolle o entrambi. 

Precisiamo che nel mobile consolle, è possibile 
inserire altri ripiani utili da utilizzare come supporto 
per dischi floppy o bloc-notes, oppure anche un 
secondo contenitore rack per l’alloggiamento di un 
secondo o terzo drive-floppy completo di alimen¬ 
tazione. 


250 












A sinistra. Foto vista dal¬ 
l’alto del rack completo di 
bus-alimentatore, aletta, 
trasformatore e ventola 
come disposti In uno dei 
prototipi. 


A destra. In questa foto 
possiamo vedere meglio 
come abbiamo disposto 
lo stadio alimentatore. Si 
notino: il ponte raddrizza¬ 
tore fissato sul piano in¬ 
feriore, il trasformatore 
con nucleo a C, l’aletta di 
raffreddamento e la ven¬ 
tola tangenziale. 


In basso. Un’altra foto 
deU’intemo del rack, visto 
da diverso angolo. Chi al- 
l’interno del rack vorrà 
collocare anche l’alimen¬ 
tatore per floppy-disk, 
troverà spazio più che 
sufficiente. Considerate 
infatti che l’aletta di raf¬ 
freddamento, visibile in 
basso, la si può fissare 
anche sul pannello po¬ 
steriore del mobile. 




251 
















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A questa domanda più o meno tutti risponderebbero di SI però se vi fornissimo una resistenza con sopra riportati i 
colori GIALLO-VIOLA-ORO come la leggereste? 4,7 ohm o 47 ohm al 5%? 

Se invece una resistenza avesse questi colori: BIANCO-MARRONE-NERO-ARGENTO-ROSSO che valore le as¬ 
segnereste? 

Se ancora vi chiedessimo quali colori deve avere un’impedenza a goccia da 5 microhenry, sapreste risponderci? 

Se in un kit fosse presente un condensatore ceramico con i colori ROSSO-ARANCIO-BIANCO-MARRO- 
NE-BIANCO sapreste dirci il suo valore in pF? 

Sapreste inoltre indicarci in quali tipi di condensatori al tantalio la capacità in mF si legge dal basso verso l’alto e 
in quali invece si legge dall’alto verso il basso? 

Forse si, forse no. 

Per risolvere tutti questi problemi ed evitarvi così di sbagliare quando effettuate un montaggio oppure dovete so¬ 
stituire in una scheda un componente rotto o bruciato, vi abbiamo stampa* o in offset 9 poster a colori in ottocromia 
(onde ottenere la maggior fedeltà possibile) su carta patinata delle dimensioni di cm. 33 x 23, con tutti i codici nor¬ 
malmente impiegati per le resistenze a carbone, per quelle a strato metallico, per i condensatori ceramici, per tutti i 
tipi di condensatori elettrolitici al tantalio, per le impedenze a goccia e per condensatori poliestere. 






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-n ri n n fi n ri 


-<*K> -«■>. -MT> <JM> -CIO 


2 2 g 2 E 9 9 




Il costo di ognuna di queste-tavole è di L. 1 .C00 IVA (compresa, quindi tutta la serie 
ci può essere richiesta inviando L. 9.000 tramite bollettino di CCP riportato sull’ultima 
pagina. 

PER CHI È GIÀ ABBONATO 

Gli abbonati che desiderano entrare in possesso di queste 9 tavole a colori potran¬ 
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MODIFICHE per 

MIGLIORARE i 

nostri PROGETTI 

PROGRAMMATORE di EPROM per 780 
Progetto LX394/395 - rivista n. 75 

Questo progetto in linea di massima funziona alla 
perfezione tuttavia su un paio di montaggi ci è ca¬ 
pitato di riscontrare delle anomalie dovute alla tol¬ 
leranza dei componenti che potremmo forse anche 
ignorare, ma che tuttavia riteniamo opportuno in¬ 
dicarvi per evitare che qualcuno di voi si trovi in 
panne proprio per tali motivi. 

Queste anomalie possono essere così riassunte: 

1) In un montaggio non si riusciva in nessun mo¬ 
do a leggere il contenuto della Eprom inserita sullo 
zoccolo textool tanto che effettuando il test di 
«verginità» (CONTROL-1) in programmatore se¬ 
gnalava la Eprom «vergine» anche se questa era 
già programmata. 

Per eliminare tale inconveniente abbiamo dovuto 
diminuire il valore della resistenza RI 6 sulla sche¬ 
da LX395 portandolo dagli attuali 470 ohm a 180 

ohm 1 / 4 watt. 

2) Sempre su questo montaggio il lettore aveva 
inserito sulla scheda LX394, seguendo le indica¬ 
zioni dello schema pratico e non la lista compo¬ 
nenti, un integrato di tipo SN.7432, al posto del 
SN.74LS32 (EC8). 

Tale integrato però ha dei tempi di risposta leg¬ 
germente diversi rispetto al tipo LS per cui pro¬ 
grammando ad esempio una Eprom di tipo 2516 
succedeva che la programmazione si protraesse 
per un tempo elevatissimo (circa 1 ora) contro i 2 
minuti circa che normalmente sono necessari. 

Sostituendo tale integrato con il tipo richiesto, 
cioè SN.74LS32, tutto è ritornato alla normalità per 
cui se eventualmente sul vostro montaggio si veri¬ 
ficasse un inconveniente analogo, vi consigliamo 
senz'altro di procedere voi pure a tale sostituzione. 

3) In un caso ci siamo accorti, a proposito della 
Eprom 2516, che qualche cella, pur venendo pro¬ 
grammata regolarmente, non si riusciva a leggere 



in modo corretto cosicché alla verifica finale il 
programmatore segnalava un errore. 

Tutto ciò era dovuto al fatto che in fase di lettura 
sul piedino 21 non giungeva una tensione positiva 
di 5 volt come richiesto, bensì una tensione leg¬ 
germente inferiore. A tale inconveniente, qualora si 
verifichi anche sul vostro montaggio, si può ovviare 
inserendo sulla schedina di programmazione 
2516-2716 (vedi fig. 6 a pag. 35) un diodo al silicio 
di tipo 1N4007 o 1N4148 fra il terminale 1 e il ter¬ 
minale 4 (partendo nel conteggio dal lato A) con 
l’anodo sul terminale 1 e il catodo sul 4. 

Per questo scopo si potranno utilizzare i fori 
presenti sulla schedina al centro delle piste che si 
collegano ai suddetti terminali. 

4) Sepre a proposito delle Eprom 2516 abbiamo 
infine un ultimo particolare da segnalarvi, partico¬ 
lare che abbiamo riscontrato sul programmatore di 
un nostro carissimo amico e che, lo confessiamo, 
ci ha fatto abbastanza impazzire per ricercarne le 
cause. 

Su tale programmatore accadeva che program¬ 
mando una 2516 tutto filava apparentemente alla 
perfezione, senonché alla fine si scopriva che la 
sola cella 917F non contenva il dato richiesto, ma 
sempre e solo uno 01 o 00. 

Controllando il tutto abbiamo scoperto che tale 
inconveniente era dovuto ad un impulso spurio che 
partiva, proprio in corrispondenza della cella 917F, 
dal monostabile IC3/B quindi vi abbiamo subito 
posto rimedio effettuando sulla scheda LX395 le 
seguenti modifiche: 

a) abbiamo tagliato la pista che attualmente si 
collega al piedino 1 dell’integrato SN.74LS123. 

b) abbiamo collegato con uno spezzone di filo i 
piedino 1 del SN.74LS123 al piedino 12 dello stesso 
integrato. 

Così facendo l’inconveniente è completamente 
scomparso, quindi ci sentiamo di suggerirvi tale 
modifica per evitarvi di incappare casualmente 
nella stessa «empasse». 


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INTERFACCIA FLOPPY-DISK per MICRO Z80 
Progetto LX390 - rivista n. 75 

Sullo schema pratico di montaggio riportato a 
pag. 110 vi sono degli errori che abbiamo subito 
segnalato a quanti hanno acquistato il nostro kit 
(neH’interno del blister abbiamo allegato un cartel¬ 
lino per segnalare tale inconveniente). 

1 ) L’integrato SN.74LS374, visibile sulla destra in 
basso sopra il connettore B, è in realtà un 
SN.74LS273. 

In pratica le funzioni di questi due integrati sono 
pressoché analoghe, tuttavia montando il 
SN.74LS374 il circuito funziona solo se si collega il 
piedino 1 dello stesso alla massa, anziché al termi¬ 
nale di RESET come avviene sullo stampato. 

2) I due condensatori elettrolitici d 100 mF e 10 
mF visibili in alto sulla sinistra del circuito, sopra e 
sotto l’integrato SN.74LS123, sono scambiati di 
posto fra di loro, quindi laddove è indicato un con¬ 
densatore da 100 mF dovremo montarne uno da 10 
mF e laddove è indicato un condensatore da 10 mF 
dovremmo montarne uno da 100 mF. 

3) Anche le due resistenze da 10.000 ohm e 
100.000 ohm situate subito sopra l’integrato 
SN.74LS123 sono scambiate di posto fra di loro, 
quindi laddove è indicata una resistenza da 10.000 
ohm dovremo inserire quella da 100.000 ohm, 
mentre dove è indicato quella da 100.000 ohm do¬ 
vremo inserirne una da 10.000 ohm.' 

Effettuate tutte queste modifiche la scheda fun¬ 
ziona perfettamente. 


A proposito del floppy-disk vogliamo infine ri¬ 
cordarvi, per chi possiede più di un drive, di tarare 
la velocità di rotazione controllando lo strobosco¬ 
pio di questi in modo che entrambi ruotino alla 
stessa idenlica velocità diversamente potrebbe 
accadervi che un disco registrato per esempio sul 
drive n.1 non si riesca a leggere sul drive n. 2 o 
viceversa. 

Un ESPOSIMETRO automatico 
per INGRANDITORI 
Progetto LX456 - rivista n. 75 

Questo progetto non presenta nessun inconve¬ 
niente da un punto di vista costruttivo: l’unico pro¬ 
blema è causato da un errore del tipografo sfuggito 
evidentemerte anche al correttore di bozze che 
doveva controllare la lista componenti. 

In pratica in tale lista la resistenza R3 viene indi¬ 
cata da 100.000 ohm come la R2 (e qui appare 
chiaro l’errore tipografico), tuttavia inserendo una 
tale resistenza in serie all’emettitore di TRI si avrà 
l’amara sorpresa di non vedere mai il relè eccitarsi 
neppure pigiando il pulsante di START. 

In effetti il valore originario della resistenza R3 è 
100 ohm 1 /i\ watt come abbiamo potuto appurare 
da un attento esame del nostro prototipo e della 
relativa scheda stilata dal tecnico in fase di collau¬ 
do, quindi inserendo tale valore al posto della resi¬ 
stenza attuale da 100.000 ohm vedrete che il vostro 
esposimetri inizierà immediatamente a funzionare 
come promesso. 


NOTA = LE CORREZIONI RIGUARDANTI I PROGETTI LX390 (INTERFACCIA FLOPPY DISK PER MI¬ 
CRO Z80) E LX456 (ESPOSIMETRO AUTOMATICO PER INGRANDITORI) SU QUESTO VOLUME SONO 
GIÀ STATE EFFETTUATE. 



Per coloro che hanno realizzato 
il Carica Pile al Nichel-Cadmio 
LX.489 abbiamo già pronto il re¬ 
lativo mobile completo di ma¬ 
scherina forata e serigrafata co¬ 
me vedesi nella foto 
L. 9.000 


È disponibile il mobile com¬ 
pleto di mascherina forata e 
serigrafata dell’Eco Elettro¬ 
nico LX.478.L. 15.500